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Giu 27, 2018 380volte

La storia di Zatopek e del nostro dopoguerra: non solo primati

Zatopek tira il gruppo Zatopek tira il gruppo runlovers.it

È uscito da poche settimane in Italia il libro di Rick Broadbent (giornalista sportivo inglese pluripremiato) Emil Zátopek. Una vita straordinaria in tempi non ordinari (edizioni 66THA2ND, Roma, 320 pp., 23 euro), che attraverso le vicende del leggendario vincitore di tre ori alle Olimpiadi del 1952 ripercorre un quarantennio e più di storia europea, non solo sportiva, con attenzione particolare alla triste parentesi della Cortina di ferro di cui lo stesso Zatopek fu inizialmente un po’ complice, poi inevitabilmente vittima.

I successi di Zatopek (nato nel 1922 e morto nel 2000, operaio nella fabbrica di scarpe Bata finché non fu arruolato nell’esercito per meriti sportivi, ma cacciato in miniera per demeriti politici dopo lo spegnimento della Primavera di Praga) nacquero da sistemi di allenamento mai prima praticati e all’epoca ritenuti insostenibili, la cui filosofia si condensa nella frase «Sono i confini del dolore e della sofferenza a separare gli uomini dai ragazzini». Allenamenti fatti spesso tra campi e boschi: tra i tanti aneddoti del libro c’è quello del cane che terrorizzava i podisti, e che Zatopek ‘ammansì’ (per così dire) facendogli pipì addosso, “così sa a chi appartiene questo territorio”.

La sua carriera internazionale cominciò con un quinto posto agli Europei di Oslo del 1946; nel maggio 1948 esordì sui 10000, stabilendo il record nazionale, giusto due mesi prima delle Olimpiadi di Londra, per le quali fu convocato, a rappresentare la “nuova” Cecoslovacchia dove nel frattempo un colpo di Stato stava instaurando il regime poliziesco destinato a durare quattro interminabili decenni. Per Zatopek, astro nascente utile per la propaganda, qualche concessione c’era, a cominciare dalla convocazione, un po’ burrascosa, per Londra anche della fidanzatina di Emil, la giavellottista Dana Ingrova, che pochi mesi dopo divenne sua moglie e compagna di tutta una vita (oltre che medaglia d’oro olimpica a Helsinki nel 1952, infine  argento a Roma nel 1960).

Il libro segue le vicende dei due, intrecciandole con quelle di grandi atleti che furono rivali e allo stesso tempo ammiratori di Emil, come soprattutto Alain Mimoun, algerino di cittadinanza francese, eterno secondo rispetto al cecoslovacco, che riuscirà a battere solo nell’ultima maratona olimpica di Melbourne 1956, quando finalmente Alain riuscirà a conquistare l’oro (mentre Emil, ormai sfiancato da una carriera intensissima, arriverà comunque sesto, e sulle distanze più corte vide la breve stagione di trionfi degli ultradrogati fondisti russi).

L'incommensurabile  era di Zatopek cominciò appunto a Londra nel 1948, dove vinse i 10000 davanti a Mimoun (che pochi anni prima, combattendo nell’ultima guerra, aveva rischiato l’amputazione di un piede), e arrivò secondo nei 5000; da lì, una serie di record mondiali – che saranno 18 in tutto -, tre ori e un bronzo ai campionati europei del 1950 e 1954, con vertice nella ineguagliata tripletta di 5000, 10.000 e maratona alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, col record olimpico in tutte e tre le gare.

Ma non si vive di sola corsa, ed Emil assistette impotente (o forse, come il libro suggerisce, indifferente) all’atroce incarcerazione, condita da torture e processi-farsa nello stile comunista, del suo allenatore Jan Haluza, dichiarato “nemico del popolo” e mandato a lavorare nelle miniere di amianto da dove era difficile uscire vivi. Ma Haluza si salvò, seppure minato nel fisico, e quando finalmente uscì di prigione poté incontrare di nuovo il suo miglior allievo, ormai divenuto una gloria nazionale e autorevole al punto di decidere anche le convocazioni olimpiche.

Ma vinceva, e non gli si poteva dire di no (riuscirà anche a far permettere il matrimonio, e conseguente espatrio negli odiati Usa, della discobola Olga Fikotova col martellista statunitense Hal Connolly): storico rimase il 27 luglio 1952, quando, nella stessa ora,  Emil vinse i 5000 e Dana il giavellotto olimpico. Ma, incredibile, tre giorni dopo Zatopek, che non aveva mai disputato una maratona, la corse e vinse in 2 h 23’, primato olimpico.

E a concludere quel magico 1952 vennero altri record, sui 25 e 30 km, e sulle 15 miglia. Anche i due anni seguenti furono ricchi di primati mondiali: quello dei 10000 ritoccato due volte, da 29:01 a 28:54, prima volta sotto i 29 minuti, come per i 5000 chiusi sotto i 14’, in 13:57, pochi giorni dopo che l’inglese Bannister era sceso sotto i 4 minuti nel miglio.

Il libro racconta queste ed altre vicende, diciamo così, collaterali, come una pazzesca maratona corsa a Vancouver nel corso di un meeting organizzato soprattutto per la sfida tra Bannister e Landy, l’altro corridore che era sceso sotto i 4’ (ma rivinse Bannister). In quella maratona si sfiorò il dramma: il primatista mondiale di allora (2.17:39), l’inglese Jim Peters, visse una storia simile a quelle di Pietri del 1908: entrato in pista con un vantaggio di 15 minuti sugli inseguitori, cadde ripetutamente, si rialzò, alla dodicesima caduta fu sorretto, impiegando 11 minuti a completare il giro. Vinse ma fu squalificato, e la notizia lo raggiunse in  ospedale dove giaceva fra la vita e la morte.

Torniamo a Zatopek, che ormai nella fase discendente della carriera (gli ultimi record furono sulle 15 miglia e i 25 km, nella stessa gara costruita su misura per lui nell’ottobre 1955) volle comunque partecipare alle olimpiadi di Melbourne 1956, solo per la maratona, di cui si è detto.

L’ultima vittoria fu ad una campestre in Spagna sui 10 km, nel 1958: e l’ultimo trofeo vinto lì fu un cane, Pedro, che rimase con la famiglia Zatopek fino alla morte.

Finito con le gare, venne anche il tempo della consapevolezza politica: nel 1968 Zatopek fu tra i firmatari del Manifesto a favore del primo ministro ceco Dubcek, che aveva avviato una progressiva democratizzazione del regime: ma l’invasione sovietica riportò il clima di oppressione solito, e Zatopek, che continuava a professarsi  comunista – come sempre - , fu espulso dal Partito e mandato a lavorare in miniera, dove ritrovò il suo allenatore Haluza. Può considerarsi un riscatto, dopo una vita cullata dai favori del regime, con più che un sospetto (non sottaciuto da Broadbent) di connivenza o di collaborazionismo.

La cosiddetta ‘riabilitazione’, per lui, Haluza e altri (compreso l’ex dissidente, e futuro presidente della Repubblica, Vaclav Havel)  avvenne solo dopo la caduta dei Muri. Ma Zatopek si spense pochi anni dopo.

Il libro è densissimo, per lunghi tratti avvincente (talora compare uno stile romanzato, se vogliamo un po’ all’americana e un po’ alla Federico Buffa, con salti cronologici, pause, flashback e anticipazioni), fondato su un’ampia documentazione e interviste ai protagonisti sopravvissuti. Ne risulta un ritratto a tutto tondo, non agiografico, di colui che è stato proclamato  «il più grande corridore di tutti i tempi»; ma anche un bel quadro di anni per qualche verso esaltanti, ma sotto altri aspetti bui, della nostra storia recente.

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