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Ott 15, 2018 padre Pasquale Castrilli 1255volte

La troppa serietà del maratoneta

Sposi a New York 2006 Sposi a New York 2006 Roberto Mandelli

Mamma mia, come siamo seri noi maratoneti!  Tabelle da rispettare, allenamenti impegnativi, alimentazione controllata, scelta dell'abbigliamento, dell'orologio,  dei gel... Ma è soprattutto in corso d'opera, durante lo svolgimento della gara, che la serietà trova il suo apice.

La vigilia è stata vissuta con apprensione e ansia. La notte prima della gara si dorme poco e male. Al mattino tutto è calcolato per arrivare in tempo e svolgere un rituale consolidato. Dopo un po' di euforia istigata dagli speaker in fase di partenza, si piomba nei pensieri e nei calcoli. Il volto si fa spesso triste, in qualche occasione addirittura preoccupato,  come se da un momento all'altro dovesse finire la benzina o dovesse arrivare un infortunio, peggio ancora una recidiva. 

Man mano che i chilometri avanzano lo sguardo diventa basso,  si perde l'orizzonte. Si cerca di non pensare al momento in cui, prima del quarantesimo, bisognerà magari alternare la corsa al cammino.

Mamma mia, come siamo seri! La tristezza ci toglie il presente, perdiamo il contatto con la realtà che ci curconda: suoni,  odori,  temperatura... La fatica c'è, le aspettative anche, ma perché non godersi di più una maratona?

Per fortuna abbiamo in po' di giocherelloni che corrono vestiti da arlecchino,  uomo ragno,  superman, cappuccetto rosso e il lupo cattivo. A Parigi uno correva con la riproduzione della torre Eiffel sul copricapo, a Monaco ieri 14 ottobre un maratoneta ha corso i 42 km indossando un casco da motocross,e un africano aveva sul capo il simpatico cappello bavarese. A Poznan, in Polonia, un prete (vero) ha corso con la talare nera, a Rotterdam due sposini giapponesi correvano con una riproduzione veritiera degli abiti nuziali. Tra i più seri nelle maratone troviamo gli atleti che corrono scalzi, come se il mondo intero dovesse interrogarsi su una loro scelta tra il filosofico e lo scientifico.

Eppure studi numerosi dimostrano che il sorriso sul volto (sincero o anche forzato) contribuisce ad alleviare la fatica della corsa (e della vita). Non sarebbe il caso, per noi amatori puri, vivere con maggiore distacco una maratona (la preparazione e la gara)? Perché non porre qualche segno esterno di questa nostra volontà?  Un segno anzitutto per noi stessi. Al lago d'Orta un maratoneta francese ha corso quest'anno le 10 maratone con una riccioluta parrucca da clown. Per di più di colore verde elettrico! Perché non salutare e ringraziare gli addetti ai ristori?  Perché non dare una pacca sulla spalla al collega con cui abbiamo corso fianco a fianco per 5 o 6 km? 

Basterebbe poco e forse, chissà, anche le prestazioni cronometriche migliorebbero. Ho deciso: alla prossina maratona correrò vestito da Zorro. Troppo scuro per una maratona? Si accettano suggerimenti.

 

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