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Mar 05, 2019 1373volte

Stefania, infermiera-runner e le sue 'vacanze' in Kenya

Il sogno di quasi tutti i runner è quello, almeno una volta nella vita, di correre in Kenya, sugli altipiani dove vivono e crescono i più grandi atleti al mondo, anche se ormai sono diverse le nazioni africane che propongono runner di grande livello.

Quindi si sfruttano le vacanze per uno stage sportivo, che serve anche per capire le realtà dove si formano questi atleti.

Stefania Ferrante, da 13 anni è infermiera e lavora al reparto di neurorianimazione dell’Ospedale milanese di Niguarda; si reca in Kenya ormai da 8 anni, eppure raramente ha corso in terra keniana, perché ogni volta impegna sistematicamente le sue ferie per continuare a svolgere la sua professione, laddove il bisogno è veramente tanto.

Scopre la corsa nel 2013, la ragione è forse la più comune, perdere qualche chilo di peso. Inizia con la pista per questione di comodità, ma poi ben presto decide che “iperventilazione” e acido lattico non fanno per lei, e siccome ama la montagna comincia ad allungare le distanze e cambiare gli ambienti dove correre, preferendo alle gare brevi dei viaggi dove la dimensione prestativa fine a se stessa perde molto del suo significato. 30, 50, 70 chilometri e poi via fino alle over 100 k, le più famose cui ha partecipato sono l’Ultra Trail del lago d’Orta (2017) e la Lavaredo Ultra Trail, 25, 30 ore correndo e camminando, secondo circostanza.

E’ appena tornata dalla sua ultima “vacanza” keniana, siamo nella contea di Meru, circa 300 chilometri a nord est di Nairobi. Per 7 anni è sempre andata al Chaaria Mission Hospital, una missione gestita da fratelli cottolenghini ma sostenuta ora anche dalla Fondazione Davida di cui Stefania fa parte. Questa volta si è trattato di un periodo trascorso presso le missioni di Gatunga, Tuuru e Mukothima, gestite dalle suore del Cottolengo, con due anestesiste, una odontoiatra e un ostetrico, con i quali ha seguito 100 donne, e prestato cure odontoiatriche a 37 bambini disabili.

Queste missioni sono sostenute dalla Fondazione Davida - volontariato internazionale.

Sorge spontaneo sapere com’è la situazione da quelle parti. “Il Chaaria Mission Hospital non è male, ha una camera operatoria ormai simile alle nostre mentre il reparto non è decisamente all’altezza. Una grande stanza divisa solo da un muro per uomini e donne. Si fa qualsiasi tipo di intervento con pochissimi mezzi e presidi e gli infermieri sono pochi. Due per turno con 80 posti letto, ma i pazienti sono sempre di più perché non si manda a casa nessuno. Come si potrebbe dire a dei malati – andate altrove- già… ma dove? Gli ospedali pubblici sono spesso lontani e poco dotati, quelli privati sono inaccessibili per i costi.
C'è un chirurgo italiano, due anestesisti locali e a volte passa un chirurgo locale se il primo ha impegni sul territorio. 
Da poco c'è un 'area materno infantile con sala parto. I numeri sono notevoli, quando ci sono stata era sempre piena e facevamo tre parti alla volta! Anche lì ci sono due infermiere che sono anche ostetriche e fanno tutto. 
Sul posto l’attività si basa parecchio sui volontari quindi anche il ginecologo non è fisso e ... si arrangiano.

Oltre alla passata attività al Chaaria Mission Hospital, Stefania da qualche anno presta la sua preziosa opera anche in dispensari situati nei villaggi di Gatunga e Mukothima; ci sono dei piccoli ambulatori ben strutturati ma insufficienti al fabbisogno, da qui la necessità di ampliarli per migliorare l’assistenza. Purtroppo i problemi sono anche le distanze tra i villaggi o, per meglio dire, la raggiungibilità: le strade asfaltate sono rare, 20 chilometri possono essere un viaggio infinito, che spesso si deve fare a piedi. Per non parlare della stagione delle piogge, quando le cosiddette strade si allagano diventando talvolta impraticabili

Stefania, parlando della situazione in generale, racconta:  Certamente l’aiuto immediato e continuo è essenziale, ma probabilmente è ancora più importante rendere le gente più indipendente, istruendo il personale locale e cercando di fornire a tutti le basi essenziali per l’igiene. Non è facile perché manca quasi tutto, a cominciare dalla conoscenza: ad esempio, delle volte i genitori (spesso giovanissimi!) non hanno idea di quanto debba crescere un bimbo da 2 a 4 e a 6 mesi, col risultato che molte volte risultano di peso sensibilmente inferiore, più esposti alle malattie. Il nostro compito è ovviamente quello di risolvere le criticità nell’immediato, ma ancor più fare tutto quanto è nelle nostre possibilità perché la gente acquisisca la giusta consapevolezza del problema.

Insomma, si tratta di due passioni, la corsa e il lavoro in Africa.

Un proverbio, che è anche una sorta di motto ed un progetto, per Stefania dice “se vedi tutto grigio, sposta l’elefante”, ecco allora che attraverso un blog chiamato proprio Spostalelefante (“#spostalelefante ), Stefania Ferrante vuole richiamare l’attenzione su realtà poco conosciute, forse anche colpevolmente ignorate. Con la sua attività raccoglie soldi ma anche tutto ciò di cui c’è bisogno (e c’è veramente bisogno di tante cose).

A Stefania piace pensare all’immagine di una persona davanti a un grosso problema che non riesce a risolvere, se non con l’aiuto di tante altre.

In questo ultimo viaggio ho lasciato in Kenya tutto ciò che avevo con me, 50 chili (il massimo consentito dalla compagnia aerea) … di tutto e di più, scarpe, indumenti… perfino le stesse valige sono rimaste in Kenya.

Finita la vacanza keniana ora si torna a correre che… più a lungo non si può, ecco il prossimo viaggio:

“si tratta dell’Adamello Ultratrail, una gara di 180 km con circa 11.000 metri di dislivello che si svolgerà a fine settembre sulle “mie” montagne a cui sono molto legata e dove ho passato le estati, gli inverni e l’adolescenza!