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Apr 08, 2019 1127volte

Milano-Roma, sfida anche fra tv

Tra divano e tastiera Tra divano e tastiera Roberto Mandelli

Il podista che santifica la festa correndo la sua garetta, delle maratone in diretta tv di solito vede la parte finale, quando rientra in casa. Osiamolo dire, che vedere una maratona intera in tv è alquanto noioso, specie se continuano a inquadrare i tre africani di testa, con qualche rapido passaggio sulle donne più sparpagliate 5 o 6 km dietro.

In una delle più prime edizioni di Roma mi sembra di ricordare che l’onere della diretta fu assunto da Mediaset, che fece di tutto per spettacolizzarla, mandando a condurre i suoi big del varietà col loro corredo di ospiti solo vagamente sportive. Ad esempio Ambra, che mentre rilasciava le sue dichiarazioni di profondo interesse e competenza, il pubblico sotto le faceva “ohi lellé, ohi lallà, faccela vedé, faccela toccà”.

Poi tutto tornò sotto l’egida (come dicono i sapienti) di mamma Rai, che tirò avanti qualche anno con le dirette su RaiTre o addirittura RaiUno, ma con obbligo di chiudere a mezzogiorno perché poi c’era l’Angelus del Papa o qualcosa di simile; da qui dipendavano le partenze a orari curiosi e in dubbio fino all’ultimo “per esigenze Rai”, ad esempio le 9,40: per i telespettatori, appena il tempo di vedere sullo schermo per un istante la prima donna tagliare il traguardo, e titoli di coda.

Rimanevano misteriosi i criteri di scelta delle gare da trasmettere: Trieste con 400 arrivati aveva la diretta, Carpi con 1000/1500 idem, e se non sbaglio si arrivò alle carte bollate (o almeno alla loro minaccia, come usa fare in questa nazione dove l’annuncio conta più del fatto) tra Carpi e Padova o Treviso, che avevano pubblicamente deplorato l’assenza Rai dalle loro gare da 2 o 3000 arrivati e chiesto per quali misteriose ragioni Monetti e Bragagna andavano sempre a Carpi e mai da loro. Ma la sentenza arrivò dal tribunale dell’audience: e la voce di Bragagna, col sottofondo delle cifre ruminate da Monetti padre (che sembrava avesse sempre una brioche in bocca), e gli ansimati collegamenti dalla bici di Pizzolato e Fogli, andarono a finire su Raisport, roba da 0,5% di share; infine, ora, nemmeno più in diretta, ma fra un torneo di bocce e uno di pallone elastico.

Eccoci dunque al 7 aprile 2019, dove l’Italia tipicamente partigiana (nel senso di faziosa, localistica, che ognuno pensa alla sua parte e non all’interesse collettivo) lancia in contemporanea due delle tre maratone più affollate dell’anno. OK, anche in Germania si corrono le maratone di Bonn e di Hannover: che però non sono le maratone-top di Berlino, Monaco o Francoforte, distanti mesi l’una dall’altra. Resto personalmente convinto che i maratoneti italiani, in diminuzione come numero e come qualità, siano tuttavia più prolifici, non abbiano problemi a correre una maratona la settimana, o almeno (i più prudenti, quorum ego) ogni mese: e insomma, se le due maratone fossero state distanziate di una settimana o due, ciascuna avrebbe assommato la cosiddetta “pancia” dei maratoneti, sicuramente qualche migliaio, che non avrebbe rinunciato alla “doppietta”. Ma tant’è: in attesa delle maratone dei quarantamila ormai abituali nelle capitali europee, e di quelle dei ventimila di altre città non capitali, cantiamo vittoria per gli ottomilaottocento o settemilaseicento, e semmai diciamo che la colpa è del certificato medico (che in Francia, per dirne una, vogliono con maggior accanimento che noi).

Sfida di capitali, e sfida tv, all’insegna del cuius regio eius religio: la tv di stato, romana da sempre, sceglie la capitale, ma differendo la cronaca di 14 ore; la pay- tv, tra uno spezzatino di calcio e l’altro, resta a Milano, aggiudicandosi i commenti ‘tecnici’ della Andreucci, di Baldini e chi più ne ha più ne metta, in entusiastica adesione ai team Rosa e RCS sport, e soprattutto (questa è stata la mia prima impressione accendendo il televisore verso mezzogiorno) esibendo la voce sensualissima di Amelia (ovvero Lia) Capizzi, brava e intrigante commentatrice di Sky (dopo esserlo stata della 7 e della Rai), che scalza decisamente dal podio il cronista ufficiale Nicola Roggero da Casale Monferrato (questi piemontesi però, bravi a conquistare Milano!).

La tecnologia Sky consente di vedere due schermi (e chissà, premendo i vari tasti verde, rosso ecc. del telecomando, cosa altro sarebbe saltato fuori): in uno gli eventi sportivi, nell’altro (più grande) i commenti della Capizzi e dei suoi ospiti: ed è chiaro che quando arriva Paolo Bellino (altro piemontese, di cui Wikipedia ricorda I trascorsi di Chief Operating Officer, Managing Director del Main Operation Center alle agnellesche olimpiadi  invernali), le sue dichiarazioni meritano bene di oscurare l’arrivo della seconda donna, che appare in piccolo senza altre informazioni.

È poi il turno di un altro commander-in-chief della maratona, Andrea Trabujo, che contende lo schermo con l’arrivo della quarta assoluta e prima europea, Nikolina Sustic: finalmente una bella donna, indubbiamente dotata di qualità femminili che è impossibile riconoscere alle prime arrivate, specie alla prima assoluta. La Sustic peraltro giunge, come tutte le colleghe delle prime posizioni, scortata da un maschio (anzi, la prima ne ha due, ma mentre il numero 20 si ferma a pochi passi dal traguardo per lasciarle tutta la scena, l’altro, cioè Salvatore Gambino, fa la sua gara fino in fondo e anzi la precede di un secondo, gesto che in altre occasioni era stato stigmatizzato nelle telecronache – io invece non ci vedo niente di male: tu donna vuoi correre con me? Bene, vinca il migliore).

La Sustic, dopo l’arrivo in 2.38:47, lancia sguardi innamorati e devoti al suo ‘gabbiano’: da un lato mi viene da elogiare questa ragazza croata che non si limita, come invece le sue connazionali (o vari nordafricani residenti in Italia) , a cercare maratone italiane di serie B, una alla settimana, per vincere ogni volta un prosciutto e 500 euro,  ma oggi si è misurata con una gara ‘major’, dove i premi vanno a chi vale e non a chi è il migliore nel deserto. Dall’altro lato però continuo a pensare che le prestazioni ‘vere’ delle donne sono quelle conseguite in gare di sole donne; oppure, come si fa a New York, con partenza differenziata. Una regola scritta e non scritta sarebbe che l’atletica è sport individuale, e le ‘lepri’ sono illegali; ma i Soloni dei regolamenti, i ‘puri’ del giro di pista, vengono volentieri a patti con gli organizzatori che  garantiscono spettacolo e soprattutto grana.

Intanto, mentre la professional-sensuale Amelia da Camposampiero procede coi suoi ospiti, scorrono mute immagini significative ma non spiegate: un pettorale che mi pare di leggere come 62 arriva in stile Dorando, caracolla, sta per urtare i tabelloni, cade a dieci metri dal traguardo; accorre un addetto ma si guarda bene dal sorreggerlo per non trasformarlo in un nuovo Pietri. I cronisti ufficiali ignorano l’episodio, e per fortuna lo fanno anche quando si presenta sul traguardo un tizio (di cui preferisco non citare il numero), che sarà trentesimo o cinquantesimo, e si rivolge al pubblico come certi calciatori antipatici quando reclamano l’applauso e si toccano le orecchie a dire “non vi sento!”. Ma chitte vòle? mi viene in mente una maratona a Bovolone vent’anni fa: noi podisti normali eravamo già seduti ai tavoli del pasta-party, e in zona traguardo si stava smobilitando, quando arrivò Govi. Cominciò a sbracciarsi, a dire chi era, dopo l’arrivo salì sul podio a dire dei suoi numeri, ma tutti continuarono a mangiare la loro pasta senza curare chi fosse quell’esagitato lassù.

Torniamo a MilanoSky, nelle battute finali quando scorre l’inno del Kenia (qui i keniani, a Roma gli etiopi: che ci siano clausole di desistenza…?): mi sembra molto somigliante al finale di “Madama Butterfly”. Un bel dì vedremo - si dicono Amelia e ospiti - che un italiano torni a vincere a Milano? Nel frattempo, si ripete che il clan Rosa ha fatto le cose per bene allevando il vincitore e la vincitrice keniane, con rispettivi record “italiani”, che cioè confermano Milano come la più veloce del Bel Paese. Che questo serva a stimolare i giovani talenti italiani, lo scopriremo morendo; che invece promuova Milano tra il podista comune, quello che vuol limare il suo record portandolo foss’anche a 4.59:59, lo speriamo tutti.

 

Facciamo trascorrere alcune ore e passiamo al superstite canale di Raisport, dove la maratona di Roma va in onda in leggero anticipo, poco dopo le 22,30. Riecco Bragagna, direi in formissima: nei lunghi preliminari alla partenza mostra di saperne persino più di Brighenti, anche di corridori di secondo piano e società dilettantistiche, e a questa sua cultura podistica aggiunge la sua cultura generale (quella che gli consentì persino di vincere dei quiz televisivi), precisando la pronuncia esatta del politico Junker, o l’alternativa possibile burundese/burundiano, e tante altre info un po’ a margine che servono a vincere quella noia del telespettatore che dicevo.  Non mancano le battutine come quella su “Paolo Traversi che si mette di traverso”.

Anche il montaggio aiuta, con frequenti flashback, un filmatino su Bordin per i suoi 60 anni, ricordi perfino di Mennea, e anche, encomiabile, la menzione che Bragagna fa di Vincenza Sicari.

Da approvare pure la battutina sulle donne, quelle coi gabbiani e quelle con “le vere e proprie lepri” (e il ruolo dell’accompagnatore della prima donna, una “lepre materna”, sarà ripetutamente indicato).

Gli fa da spalla collaudata Pizzolato, a cui scappa subito una frase sulle buche stradali, ma si corregge precisando che intendeva le pozzanghere, non le buche, e che siccome le scarpe di oggi sono molto scivolose, costringono i podisti a evitarle e dunque ad allungare il percorso.

In comune i due hanno i pronostici per Meucci, visto addirittura sulle 2:08; salvo un primo “ahia – oh oh oh” di Bragagna quando gli scopre una smorfia. Il montaggio taglia, tra uno spot e l’altro si arriva alla mezza maratona in mezz’ora, e pochi istanti dopo, il ritiro di Meucci è dato in un trascurabile flash. Come: hai fatto titoloni (vocali) fino a dieci minuti fa, e adesso dici solo che si è ritirato? Forse il modello di Bragagna è Manzoni che, arrivando nel penultimo capitolo a descrivere le conseguenze della peste di Milano, scrive: “Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto”.

La lacuna sarà rimediata nella parte finale della trasmissione (evidentemente post-prodotta), cioè a mezzanotte meno cinque: problemi di stomaco, dicono.

Intanto qui, nella pseudo-diretta, dopo un quarto d’ora (50 minuti in tutto dall’inizio della trasmissione, che durerà un’ora e venti) siamo alle battute finali della gara maschile, il cui ordine d’arrivo viene dato addirittura più che in tempo reale: non fa in tempo ad arrivare il secondo, che Bragagna ha già detto che i primi cinque sono tutti etiopi (bravura di pronosticatore ma anche… il bello della differita).

Si passa alla prima donna (sì, un minimo più donna delle vincitrici di Milano lo sembra), ma a 2-3 km dall’arrivo i due telecronisti la vedono “in crisi rilevante”, “rassegnata”; specialmente Pizzolato si dilunga a perlustrarne lo sfondo psicologico (sembra un cane con l’osso in bocca e non vuole mollarlo): non pare nemmeno che parlino della dominatrice della gara, ma di una che chissà se riuscirà a fare l’ultima salita. Poi si ricredono all’ultimo km, e quella che era una crisi per mancanza di glicogeno o benzina (Pizzolato lascia le due possibilità) si trasforma in una resurrezione che porta al nuovo record della gara, seppure di un secondo solo.

E via col vento per gli arrivi degli italiani, e le note biografiche su Nasef che faceva l’imbianchino poi perse il lavoro e per sbarcare il lunario ha cominciato a correre… Insomma, Bragagna è un pozzo di scienza: riesce a farmi star sveglio fino a mezzanotte. Alla prossima!

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