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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

13 ottobre – Senza entrare in disquisizioni sui cambiamenti di nome (da Unimo a Unimore), su università parificate e statali, sull’abolizione delle facoltà, sulla “nefasta istituzione dei dipartimenti” (così scrisse una trentina d’anni fa un insigne docente veneziano) ecc.,  sulla Gelmini abilitata in Calabria e sulla ributtante colorazione della penultima ministra dell’Università…, Economia e Commercio di Modena compie mezzo secolo. Tra le iniziative per celebrare la ricorrenza, a parte la lezione magistrale dell’ex podista Prodi, si è pensato a una corsa: e non poteva essere diversamente, dal momento che la facoltà (pardon, Scuola) annovera tra i suoi membri Isabella Morlini, campionessa che non vince le gare riservate agli accademici perché sa a battere qualsiasi categoria di podiste, dalle bidelle alle maestre d’asilo, e qualche volta persino le carabiniere e finanziere e azzurrine in caccia di prosciutti.

Oggi Isabella non l’hanno fatta correre, ma l’hanno messa a co-gestire una corsa ideata in poche settimane: le puntuali foto di Teida Seghedoni

http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/2613-13-10-2018-modena-1-corrieconomia.html

la rappresentano prima al tavolo delle iscrizioni (foto 20), poi alle operazioni di fine gara (167-169). Hanno invece goduto della licenza di correre vari insigni professori di Economia (vedete  foto collettive ai nn. 366-368), tra i quali Teida ha dedicato particolare attenzione al prof. Andrea Landi (foto 2, 328, 370 e seguenti), fino a poco fa presidente della Fondazione Cassa di Risparmio e dunque finanziatore di tutte le iniziative culturali modenesi. Poco onore hanno fatto a Modena le altre università, ma dico almeno che l’Alma Mater Bologna ha mandato Maddalena Roversi Monaco (vedetela all’arrivo nella foto 282, oltre che nell’altra cartellina e qui in testa con la dea ex machina della gara), e questo nome dice tutto.

Non solo prof c’erano, ma anche scolari: dal laureando Chittolini (anche qui, il nome dice tutto), accompagnato dal papà organizzatore della Maratona verdiana, alla matricola fuoricorso Pierluigi Verzoni, primo studente della prima lezione della prima Facoltà (1968: per non perdere la lezione arrivò mezz’ora prima, quando l’aula ricavata nell’obitorio era vuota), Verzoni che sudava i 24 mentre altri “compagni” senza fare un kappero ottenevano il 18 politico. Lui invece, che votava DC, non passò l’esame di matematica, dovette andare soldato, e al ritorno una banca lo chiamò (avete presente la canzone di Venditti “Compagno di scuola”?). Addio laurea: beh, siccome a Guccini, che ha fatto una carriera accademica simile, la Unimore ha rifilato la laurea Honoris causa, si potrebbe fare lo stesso anche per Verzoni, podista di lungo corso ridotto a sfidare il sottoscritto e Gelo Giaroli nelle garette locali (oggi ha perso, vedi foto 320 -321, ma solo perché – dice – gli hanno fatto sbagliare strada!). La prof Morlini gli potrebbe proporre una tesi di statistica su quanti km ha corso in vita sua.

Visti anche universitari futuri, molto futuri (foto 135, 146, il simpatico 159 con quella maglietta che gli fa da sottana, e ancora da 258 a 279), e molte donne, una almeno delle quali deve aver imparato da una certa podista nostrana a scontorcersi e mostrare le sue indubbie doti quando intravede Teida (foto 108).

Percorso storico-nostalgico, tra le varie sedi universitarie, quantificato in 7,3 km dalla Fratellanza che lo organizza, ma che i Gps tradiscono in 6,8: qualche reminiscenza della Corrida (infatti Ferraguti è a vigilare nello stesso posto dove sta il 31 gennaio), decisamente brutto il tratto a sud lungo la Giardini e l’orrendo quartiere di San Faustino, dove evitiamo l’unico luogo decente, il parco ex Autodromo. Traversando via Guglielmo Zucconi, scambiamo col collega direttore Macchitelli (altro laureato di Economia) alcune impressioni su giornalisti modenesi padri e figli degeneri : siamo noi peones, i soliti che popolano le cronache locali dello scrivente (foto 86-90, ecc.), che procedendo a 5:35 possiamo dirci tutto quello che vogliamo.

Si arriva presto, mezzo giro dell’ippodromo (pardon: parco Novi Sad in memoria delle non sopite simpatie politiche degli amministratori) e poi tra le braccia (metaforiche) della Morlini, e a un buon ristoro finale, tutto gratis come l’iscrizione e la maglietta della gara. Che non passerà alla storia, ma resterà sicuramente irripetibile, come diceva il poeta, in questo tiepido sole ottobrino che splende sulle vigne saccheggiate.

Sabato, 13 Ottobre 2018 22:22

Bordin olimpionico nel 1987?

Appena sentito, o meglio visto (sabato 13 ore 20,30), in una didascalia della trasmissione “Le parole della settimana” di Massimo Gramellini, versione maschile della Littizzetto come spalla di Fabio Fatuo sulla rete 3, la sezione intellettuale e progressista della Rai.

https://www.raiplay.it/programmi/leparoledellasettimana/stagione2018-2019/puntate

 

Tra le parole d’ordine scelte per un commento, c’era “Maratona”, e via con le immagini di Dorando Pietri, Bikila, a seguire Bordin che taglia il traguardo di “Seul 1987”. Gramellini non ha avuto da eccepire (nemmeno l’anno dispari l’ha messo in guardia): a salvare la verità storica è intervenuto poco dopo Enrico Mentana, dicendo “1988” e confessando che ogni tanto si sogna maratoneta (non per niente il web lo acclama “direttore delle maratone televisive”); salvo poi ficcarsi, l’Enrico, in una scivolosa retorica politica avente come oggetto il Tria-tlon  e lo slalom (governativo). Cosa, lo slalom,  di cui si intende, essendo in carriera passato da Rai a Finivest a La7. Ma questo stavolta non importa: quando il saggio indica il cielo, lo sciocco guarda il dito. Il cielo era quello di Seul 1988, il dito era quello del bravo Mentana; tutto il resto è gramo gramo.

Giovedì, 11 Ottobre 2018 22:58

Chicago meriterebbe più italiani!

Dopo cinque partecipazioni a New York (e altre a Boston, Miami, Nashville) ripasso l’oceano per approdare finalmente a Chicago: senza l’intenzione di conquistare l’agognata stella delle sei majors concluse (non cinque come crede Nerino); perché in effetti ne ho finite cinque, ma per mandarmi alla sesta, Tokyo, dovrebbero pagarmi o imbarcarmi ammanettato su un aereo (poi, come dice il  presidente della regione Emilia-Romagna che ha annullato un suo editto antiinquinamento promulgato dieci giorni prima, solo i pagliacci non cambiano idea).

Chi era già stato a Chicago (anche senza correre) mi aveva segnalato che è una città bellissima, con un clima lacustre, dato che si adagia sull’enorme lago Michigan più grande dell’Adriatico (e in effetti la sorpresa, pascoliana direi, è il vedere i grattacieli sprofondare nelle nuvole, facendo onore al loro nome). Mentre chi aveva corso la maratona, giunta ormai alla 41° edizione dunque tra le più antiche al mondo (la prima si corse nel 1978 e fece ‘solo’ 4200 arrivati), giurava che non è da meno di New York.

Dopo aver sperimentato la  città (purtroppo, solo quattro giorni, inclusa la domenica della gara) e la maratona, mi dichiaro meravigliato che gli italiani qui siano all’incirca la decima parte di quelli che vanno a New York. L’anno scorso furono 273 su un totale di 44346 finisher (che portano Chicago a essere la seconda maratona degli USA, ovviamente dopo NYC); quest’anno non lo so perché il sito non consente al momento la ricerca per nazioni. Saranno un po’ cresciuti perché al solo imbarco di Bologna del giovedì con Ovunque viaggi eravamo in 32, e altri partivano con voli diretti da Roma o altre sedi (noi bolognesi abbiamo scelto lo scalo di Copenhagen, non una grande idea a dire il vero, a parte il wifi che si connette senza formalità e funziona da Dio, all’opposto di Bologna e Chicago). Però non c’erano i vip o vippetti nostrani, che d’altra parte al confronto coi top runners che hanno corso a Chicago potevano puntare al ventesimo posto o giù di lì, dunque per i prosciutti è meglio andare a Ferrara o Ravenna. Eravamo insomma podisti ‘medi’, moralmente capeggiati dai due reggiani Davide Scarabelli (2.40:12) e Lorenzo Villa (2.42:28), risultati migliori degli italiani, con piazzamenti tra il 230° e il 273° posto. Ma non c’erano nemmeno i podisti per caso, quelli che non hanno mai messo le scarpette ai piedi e vanno a NYC fidandosi del tmax di 10 ore o anche più: a Chicago il tmax è fissato più seriamente alle 6h30, sebbene ci sia una certa tolleranza che ha consentito quest’anno a circa 1600 podisti di essere classificati pur arrivando oltre il limite indicato.

Lolo Tiozzo, anima di Ovunque, a 73 anni chiude in un dignitoso 6.04; Alessio Guidi, inventore del “Passo Capponi”, o date le circostanze Al Capponi, qui guida la moglie al tempo perfetto di 4.13, sei minuti esatti al km; l' "ambasciatore di Asti" Chiaranda fa 4.50. In totale abbiamo finito in 44480, 140 più dell’anno scorso (ma sono numeri chiusi), quasi in ugual quantità tra uomini (23868) e donne (20612): e questo è un dato strabiliante, soprattutto in Italia dove solitamente c’è una donna maratoneta ogni 6-7 maschi.

Chicago 2018


L’impatto con la città è positivo fin dal principio: oltre tutto, Chicago è una delle città più italiane degli Usa, metà dei ristoranti hanno nomi italiani (mangerò al “Vapiano”), e una pagina intera del quotidiano locale è dedicata ad Autilia Di Nunzio, aquilana emigrata qui nel 1947 e morta novantenne pochi giorni fa dopo una onorata carriera come sarta e cuoca; e gli annunci funebri dicono pure di una Eleanor Ranieri nata Pelliccioni, morta a 91 anni e compianta da parenti come Celeste Di Giannantonio, e di un Michael Cantafio, e di Nick Jacobazzi ecc. È imminente il Columbus Day, e tra gli sponsor delle celebrazioni stanno le ditte Gullo e Perricone; e lasciatemi ricitare il più illustre italiano di Chicago, Al Capone, capace di dimostrare agli yankees e ai mafiosi irlandesi di cosa sono capaci i nostri paisà, quando ci si mettono. E per favore, smettete di paragonare gli emigrati come lui a quanti arrivano da noi oggi con le barchette ricevendo l’omaggio di Saviano e della Boldrini: Al Capone e i suoi, a parte che arrivarono col passaporto regolare e pagando il biglietto del viaggio in terza classe, si fecero la loro quarantena, negli Usa vennero ghettizzati e spesso fatti fuori, finché non impararono a sopravvivere sfruttando le opportunità. (Risulta che Al Capone fosse proprietario della principale fabbrica di birra a Chicago nel tempo del proibizionismo: e posso immaginare in quale modo persuadesse i baristi a servire la sua birra e non quella irlandese…: il genio italico, piaccia o non piaccia, è anche questo).

Torniamo alla Chicago di oggi: città bellissima, un monumento a cielo aperto costruito dai migliori architetti americani a partire dalla fine 800, grattacieli uno diverso dall’altro, e al centro svetta la Trump Tower (alla faccia della corrispondente Rai dagli Usa, che vede rosso, anzi, nèèèèro!, a sentirne parlare), torre che si erge su una meravigliosa passeggiata a piedi lungo il River, percorso a getto continuo dai battelli del tour guidato (il mio unico allenamento, venerdì sera, è stato lì e ho scoperto che il mio passo era identico a quello di un battello, per cui ascoltavo le spiegazioni dello speaker…).

Ma Chicago ha anche i musei più belli e ricchi degli States: il museo di Belle Arti (vicinissimo alla partenza della maratona, e all’inizio pure della mitica Route 66 che attraversa tutti gli Usa e serve da fondale per le grandi road-movies) è classificato da Trip Advisor come il migliore del mondo; il museo di Scienze naturali, vicinissimo all’Acquario e al Planetario, è più grande di quello di NYC… e il resto purtroppo non ho potuto vederlo per mancanza di tempo.

Sono però salito sulla cosiddetta Torre 360°, un grattacielo con terrazza panoramica, e vista che si può definire – finalmente  a buona ragione – mozzafiato, dato che c’è anche la possibilità di sdraiarsi su una finestra sporgente nel vuoto a oltre 300 metri di altezza. Non sono invece salito sulla Willys Tower, il grattacielo che già detenne il record del più alto del mondo coi suoi 526 metri, perché la fila per entrarci era più lunga dell’altezza della torre: ma insomma, bene NYC, ma Chicago ha tutto di più.

Chi vuole, può andare al servizio fotografico amorevolmente assemblato da Roberto Mandelli

http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/2603-07-10-2018-chicago-illinois-usa-41-bank-of-america-chicago-marathon.html

e che – guarda caso – ha in copertina la foto della Trump Tower che si erge sul River.

Parliamo allora della maratona, i cui dati e risultati sono già stati tempestivamente e ottimamente forniti da Roberto Annoscia

http://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/2582-farah-vittoria-e-record-europeo-a-chicago.html

 

Expo collocata circa un miglio a sud della partenza arrivo, servita da bus gratuiti con partenza a getto continuo da quattro punti diversi della città. Controlli e cautele che sembrano eccessive solo a chi non ha vissuto sulla sua pelle gli orrori del terrorismo anche contro le maratone (Boston); ritiro pettorali velocissimo, grandi possibilità di foto in luoghi strategici, di massaggi e ginnastiche varie, molti assaggini e molti stand di maratone Usa ed estere (Italia: zero). Centro maratona, con alloggio dei corridori d’élite, collocato invece all’Hotel Hilton, dove persino gli ascensori sono rivestiti con immagini della maratona (mentre all’esterno gli stessi biglietti della metropolitana sono in tema, con figure di podisti sullo sfondo della skyline).

La vigilia della maratona si svolge una 5 km, che a quanto posso percepire osservandola dall’hotel è affollata da migliaia e migliaia di persone, dai bambinelli con mamma ai tipici obesi americani, dalle fighette cui importano i selfies agli ottantenni che camminano a fatica ma gioiosamente. Qualcuno la usa come ultimo allenamento prima del gran giorno.

La sera, alla messa prefestiva nella chiesa francescana di S. Pietro (qui le chiese cattoliche sono ottime e abbondanti), il celebrante vuole tutti i maratoneti sotto l’altare per impartire una benedizione speciale (“possiate finirla, magari anche vincerla, e non farvi male”): le sue braccia protese in alto formano un arco ideale che dall’altra parte finisce sulle braccia dei fedeli; noi (un centinaio abbondante) siamo in mezzo e ci sentiamo come sotto una cupola celestiale.

E il D-day arriva, con allerta gialla per possibili nubifragi (tutti i giorni leggiamo sul cellulare gli avvisi dell’organizzazione, comprensivi di raccomandazioni: vèstiti bene, bevi, non strafare, rivolgiti al medico se avverti problemi, ecc.). In effetti, piove tutta la notte tra sabato e domenica, ma verso le 6 smette il che ci induce a lasciare nello zaino gli impermeabili (imprudenti!). Temperatura tra i 10 e i 15 gradi ‘nostri’, molta umidità, insomma mi risolvo a uscire dall’albergo (500 metri dal gate prescritto dal mio pettorale) ben vestito, e spogliarmi il più tardi possibile lasciando poi il sacco alla custodia bagagli.

Enormi le aree per il pre-gara, nel Grant Park che affaccia sul lago (d’altronde siamo in 45mila!), perfette le segnalazioni rinforzate da una quantità incredibile di addetti: sono però pochi o nulli gli spazi al coperto e i posti a sedere per ingannare l’attesa. Per fortuna non piove; volendo si può attingere a bevande e snack di ogni qualità (calde, no).

Partenza in tre ondate, fra le 7,30 e le 8,30; in pratica, puoi partire quando vuoi (senza nemmeno i controlli polizieschi e ottusi di NYC), perché il tuo tempo è dato dal chip. Mi fanno ridere le vestali-Fidal che esigono il gun-time: certo, per le vostre corsette su tartan da 16 personcine andrà bene, ma vorrei vedere con 45mila (e già trovo penalizzante il gun-time in maratone italiche da 1000 podisti). Vabbè, siccome dell’America scimmiottiamo tutto (dalle sitcom ai reality, dal Partito Democratico alle primarie), prima o poi anche a Roma capiranno che in maratona l’unico tempo equo è il real-time. Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina.

Dopo il rituale inno americano ascoltato in piedi e con la mano sul cuore, varco il tappetino dei chip alle 7,44, senza spingere nessuno e senza essere sgomitato da nessuno. Il tracciato è una specie di T ruotata verso destra (mi ricorda quello di Miami): circa 10 km verso nord, con parziale vista lago; poi si gira in senso antiorario, verso la pittoresca Old Town (irlandese, in origine); si torna in centro sotto la Trump Tower. E qui per noi peones si scatena una discreta bufera, quasi grandine, comunque goccioloni e vento contrario; bravi i primi che stanno già arrivando, noi ci ripariamo come possiamo, mentre chi è partito a torso nudo o con solo reggiseno esibisce orgogliosamente il suo bendidio. Cartelli spiritosi tengono alto l’umore: “Pensa a quanto mi sono allenata per reggere questo cartello!”, “Beyoncé è gelosa delle tue gambe”; “La sofferenza è per un giorno, Instagram è per sempre”; “Non mi frega niente della maratona: voglio un maratoneta!” (inalberato ovviamente da una girl).

Dal centro si volge a destra (ovest), verso l’interno; siamo alla mezza maratona, e da qui i ristori (finora solo liquidi) diventeranno anche solidi, ogni miglio: non gli insipidi e diarroici gel che NYC si spreca a darci due sole volte, ma barrette, banane, cioccolato, arance e di tutto un po’, oltre alla onnipresente Gatorade e all’acqua. Ristori sempre da ambo i lati della strada, e tutte le bevande ci sono regolarmente messe in mano da addetti in piedi davanti ai tavoli. Perfino le guardie aiutano a ristorarci, oltre a dare il cinque. Da notare pure come ad ogni miglio ci siano toilette mobili, ma non 3 o 4 come a NYC, bensì fino a  qualche decina, e tutte fornite di carta igienica in abbondanza (lo dico, ehm ehm, per esperienza personale).

Superfluo dire che non si vede un’auto nemmeno agli incroci, e persino i cameramen/fotografi qui non vanno su mezzi motorizzati (quelli che in Italia ci sgasano) ma su sulky a pedali.

Ma il meglio, il punto in cui davvero mi viene un groppo in gola, è verso il km 35 (qui i km sono segnati tutti, oltre alle miglia: non ogni 5 come nel solito termine di paragone):  una curva a destra ti immette in Chinatown, che poi confina ed è quasi tutt’uno con Little Italy (chiesa della Annunziata, sagra di S. Antonio ecc.). Una musica orientale ti immette in una strada fiancheggiata da casette multicolori, ai cui piedi stanno migliaia di abitanti festosi, tutti disciplinati al di là delle transenne, ma rumorosi e ospitali (e anche con ristori bootleg): pure le addette ai ristori sono cinesine, alcune bellissime. Insomma, uno spettacolo globale, completato da altri spettatori tipicamente born in the Usa; poco dopo, due gruppi di ragazzi suonano percussioni varie con ritmi che ti obbligano a non mollare.

Puntiamo decisamente a nord, in parallelo al lago; appaiono i profili dei grattacieli, ecco la zona Expo, ecco la grande Michigan Avenue da cui usciamo a 800 metri dal traguardo (le distanze a questo punto sono segnate solo in metri: 400, 300…): due curve a 90 gradi, infine il rettilineo in leggerissima discesa dove dare il poco che ci rimane.

Siamo circa 400 metri a sud dell’area da cui siamo partiti, e tutta l’area è giudiziosamente occupata: offerta di teli argentati (prima le donne, voi uomini andate più avanti!), ristoro solido (ci mettono in mano un sacchetto pieno di roba, e puoi aggiungerci quant’altro ti pare), zona-birre (prendine quante vuoi, ma è proibito portarle fuori dal parco: il vecchio proibizionismo esala gli ultimi aneliti, ma io ispirandomi ad Al Capone metto le birre nella sacca), medaglia molto originale (un profilo di downtown), poi di nuovo al ritiro bagagli, e per chi avesse bisogno alle centinaia di toilettes mobili e di cabine-spogliatoio; e infine il ricongiungimento coi familiari marcato dalle lettere d’alfabeto. A parte le docce (per quelle, rivolgersi in Germania), credo che non si possa pretendere niente di più.

 La prima volta che corsi la maratona di Berlino (venticinque anni fa), noi italiani eravamo poche centinaia: adesso l’hanno scoperta tutti. Vedremo se accadrà altrettanto con Chicago.

Domenica, 07 Ottobre 2018 21:14

Dramma a Ferrara per Emanuele Piacentini

Nel silenzio assoluto degli organizzatori (il sito web della maratona di Ferrara ha il post più recente datato 24 settembre, e non si premura nemmeno di linkare le classifiche, forse per nascondere il disastroso calo di partecipazione), come pure dell’informazione stampata e online, grazie ad alcuni amici siamo venuti a sapere che il forte atleta reggiano Emanuele Piacentini, giunto terzo in 2.40:42 sul traguardo della maratona (affrontata come test, senza impegno estremo), poco dopo l’arrivo si è sentito male.
Come riferisce il suo allenatore e concittadino Eugenio Ferrari, che è subito accorso all’ospedale di Ferrara, Piacentini sotto la doccia ha accusato un dolore al petto. Fattosi immediatamente visitare dai sanitari di servizio, è stato ricoverato con urgenza e sottoposto a intervento di  angioplastica.
Ora è fuori pericolo, e naturalmente il decorso post operatorio sarà lungo, ma i sanitari assicurano che potrà tornare a correre.
Piacentini, classe 1967, modenese di Frassinoro tesserato UISP per la "ASD Sportinsieme" Castellarano, e Fidal per il "3.30 Road&Trail Running Team" di Formigine, nel 2017 ha ottenuto il suo miglior tempo in maratona con 2.29:55 a Verona (dove si laureò campione italiano master M 50); un mese prima aveva vinto anche la maratona di Parma con 2.43:13, dopo aver chiuso in 2.31:52 a Milano.
In questo 2018 si era presentato con un 2.34:57 alla maratona di Milano, mentre nel 2016 aveva realizzato 2.31:23 a Reggio Emilia, vincendo anche la mezza maratona Maranello-Carpi in 1.13:01.
Piacentini ha iniziato a correre nel 2014 a 46 anni ottenendo rapidamente prestazioni di elevato livello anche in gare più brevi; ecco alcune delle sue migliori prestazioni:

2015: Vittoria nel "Dinamo Trail" (Abetone), vittoria nella Maratonina del Monte Cantiere (Piane di Mocogno).
2016: Campione Italiano di Maratona a Verona in 2h29'55", vittorie all'Alpicella Trail (Piandelagotti), nella Maranello-Modena Half Marathon e nel Forbici Trail (Civago), 4° nella Saxo Oleum Run (Sassuolo).
2017: Vittoria nel Forbici Trail (Civago), nella Maratona di Parma in 2h43'13, nel Mimosa Cross (Albinea), 3° all'Alpin Club Half Marathon di Milano in 1h11'52", 9° nella Cortina Dobbiaco in 1h48'55", 3° nella Maratonina Campovolo (Reggio Emilia) in 1h12'30", 3° nel Giro Podisticodell'Isola d'Elba.
2018: Vittoria nella Maratonina di Fabbrico e nella Saxo Oleum Run (Sassuolo), 5° nella "Valli e Pinete" (Ravenna), 3° nella "21 di Reggio Emilia" in 1h15'06", 2° nella XXXII^ Camminata Avis Half Marathon (Novellara) in 1h12'53", 2° nella Chocolat Run (Casalgrande), 2° ne "La Cotta" di Frassinoro, 3° nella Ferrara Marathon in 2h40'42", che è stato l'inizio dei suoi guai.

Seguiremo con trepidazione gli sviluppi della sua vicenda umana, sperando poi di narrare di nuovo le sue imprese agonistiche.

Emanuele Piacentini


30 settembre - Non era facile radunare molti partecipanti ad una gara sull’appennino modenese, quando in provincia si svolgevano due camminate ufficializzate dai Coordinamenti (a Finale Emilia, che dichiara 1500 partecipanti, e nella vicina Sassuolo, con 1100), e a Taneto nel reggiano un’altra classica (altri 1150 presenti, e la cifra decisamente alta di 326 nella competitiva); mentre gli appassionati di fuoristrada avevano a disposizione la ecomaratona bolognese di Monte Sole (146 arrivati nei tre percorsi).

Si aggiunga che Polinago, 810 metri d’altezza, ha una fama certamente inferiore alle principali località appenniniche, non è nemmeno citata nella Guida rapida d’Italia del TCI (che tributa i suoi onori invece a Zocca, Sestola, Pievepelago, Fiumalbo e Frassinoro): è insomma una località tranquilla, per intenditori amanti della quiete, abbastanza fuori dal traffico automobilistico.

Non bisogna dunque sorprendersi se la partecipazione a questa corsa, sebbene inserita nel campionato regionale Uisp, è stata più modesta rispetto ad altri trail modenesi: 80 competitivi classificati e quasi altrettanti non competitivi, questi ultimi che per soli 3 euro potevano cimentarsi su tre percorsi, incluso quello massimo dichiarato di circa 21 km con un dislivello di 900 m (il mio Gps dichiara 20 km e 800 D): un percorso solo, dunque, rispetto ai due di 26 km con 1050 m D e di 16 km con 620 m D esibiti due anni fa (quando assommarono, fra tutti e due, 133 classificati).

Ripensandoci, credo di essere stato a Polinago (cioè a un’ora d’auto da casa) in vita mia quattro sole volte: una antichissima per una partita di calcio del Torneo della Montagna (un’altra delle cose che non si fanno più), una medio-antica per una podistica mista strada-sterrato (pure abolita da anni annorum), e due volte per queste edizioni 2016 e 2018 del trail. E quest’anno devo essere grato al nuovo giro che ci ha portati sulle due ‘emergenze’ turistiche più interessanti della zona, il castello di Brandola (sfiorato dopo pochi km e attraversato verso il 14°) e il Ponte Ercole o “del Diavolo”, sotto il quale siamo passati intorno a metà gara.

La ProLoco e il comune di Polinago hanno insomma seminato bene per la promozione territoriale, e il gestore principe della manifestazione, Ercole Grandi, si è comportato in maniera impeccabile, trovando peraltro valido aiuto nei molti sbandieratori collocati con grande frequenza (c’era anche il vecchio presidente di CasaModena Atletica, Tiziano Franchini, a suo tempo ‘licenziato’ perché aveva troppo successo rispetto agli altri sport sponsorizzati dai salumieri); di lusso i tre ristori distribuiti a intervalli regolari, oltre che quello della partenza-arrivo, dove prima di partire non ho resistito ad una frittatina fredda distribuita dalla coetanea collega prof Andreina Mattioli, rivista forse dopo trent’anni ma sempre uguale.

Tutto il tracciato era ben percorribile, senza ostacoli o difficoltà particolari (due salite principali, a sfiorare quota 1000, e due discese verso i 550 metri) e segnalato in maniera inappuntabile (e quando i segnali sono così frequenti, hanno un bel da fare i rituali boicottatori o burloni che li tolgono: come l’Italia con la riduzione del deficit, non ce la faranno mai); e sono convinto che almeno una metà dei partecipanti sia riuscito a correre sempre, come dimostra il tempo del vincitore, il ventitrenne Roberto Gheduzzi (Mud & Snow), primo in 1.36:52, due minuti abbondanti prima del secondo, il reggiano Massimo Gazzotti (1.39:10). Decisamente più lontani gli altri, eppure in 12 sono stati sotto le due ore. Il che non è accaduto per le donne, 21 in totale, regolate dalla reggiana quarantenne di S. Polo d’Enza Rossella Munari in 2.06:51, mezzo minuto scarso davanti alla compagna di squadra  Monia Fontana.

Le ultime se la sono cavata appena sopra le 3 ore e mezzo (cioè con un’ora di anticipo sul generoso tmax), e si trattava di una coppia sassolese abbastanza fissa in questo tipo di gare, la minutissima Cecilia Gandolfi (moglie di Italo il fotografo) e la longilinea Ginetta Palandri, giunte in compagnia del formiginese Alberto Bonvicini (che forse da solo pesa come le due signore messe insieme). Poco prima era arrivata la leggendaria Ketty, al secolo Lucia Zanetti da Bologna, classe 1955, già autista di corriera e dotata di un lato B sogno di molti podisti; mentre in 2.56 aveva concluso, in pieno relax, la frignanese Ermanna Boilini, reduce da una novantina di km della UTMB e (l’anno scorso) dal massacrante Tor des Géants stoicamente concluso.

Tra gli uomini più affezionati, in pieno spirito dilettantistico nel senso migliore, non potevano mancare Massimo Muratori (2.38) e Ideo Fantini, reduce dall’infame esperienza (non per colpa sua) del pazzesco trail da 501 km sui crinali appenninici, qui il più anziano in gara, ma anche oggi capace di lasciarsi dietro una trentina di rivali (incluso, ovviamente, il sottoscritto).

Ci siamo ritrovati insieme, dopo una doccia calda anche per gli ultimi e un nuovo assaggio dei ristori della prof Andreina (questa volta ho puntato sulle torte), al pasta party, forse meglio definibile salsiccia party data l’abbondanza di questo elemento all’interno del piatto di maccheroni.

La bella giornata di sole, fresca e limpida, ultima del fine-estate, ci ha reso tutti più allegri.

29 settembre - “Felice Mucchietto”, si potrebbe tradurre (ora che anche nella Chiesa la lingua ufficiale non è più il latino ma sta diventando l’inglese) il nome di questa corsa organizzata per la sagra della frazione sassolese di S. Michele, che in effetti cadeva proprio sabato 29 (S. Michele, Gabriele e Raffaele): non era insomma una di quelle sagre inventate quasi sempre in settembre, quando la stagione sembra la più opportuna per radunare il popolo.

Gara messa su all’ultimo momento, in un giorno e ora nei quali il potente Coordinamento modenese aveva programmato la sua gara ufficiale a una ventina di km di distanza, e per giunta il giorno prima di quando le stesse strade (già servite a una corsa di poche settimane fa) sarebbero state sfruttate per una nuova corsa ufficiale. Dunque non c’era da aspettarsi una grande frequentazione, e in effetti gli sforzi della Guglia di Sassuolo, diretti in prima persona dalla presidente Emilia Neviani, sono riusciti ad attirare meno di un centinaio di persone, più qualche decina di camminatori e di partenti anticipati (dalle foto allegate sembra di capire che il primo partente regolare appaia dalla numero 54).

C’erano tuttavia, attratti dalla novità, i due principali fotografi modenesi, e dalle immagini che Teida Seghedoni ci ha regalato vediamo che il percorso era gradevole, specie nella seconda metà, con dolci saliscendi tra le prime colline sulla riva destra del Secchia, che noi corridori del percorso lungo di 10 km abbiamo superato su un ponte verso il 7° km (vedere le foto 204 e seguenti), dirigendoci poi a una chiesetta specializzata in matrimoni (ma al momento c’erano solo tre pinzochere che recitavano il rosario), chiesetta che è stato il nostro giro di boa prima del ritorno allo stesso ponte e il rientro a S. Michele per una piacevole pista lungo il fiume.

Percorso ottimamente provvisto di segnalatori umani, che facevano chiarezza sulle tante frecce relative alle tante corse sopra accennate: l’unico punto meno chiaro era il rientro verso la chiesa, tra i meandri di un paesino sorto senza troppi piani regolatori.

Prezzo di iscrizione ridotto a un solo euro, con l’aggiunta che il biglietto ricevuto valeva non per il solito pacchetto-premio ma per la lotteria parrocchiale conclusiva della sagra. Gara non competitiva, eppure Emilia e il reverendo parroco hanno trovato il modo di premiare simbolicamente i primi classificati, come appare verso la fine del servizio fotografico.

 

http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/2522-29-09-2018-san-michle-dei-mucchietti-sassuolo-mo-happy-heap.html

28 settembre - 37 arrivati competitivi per la 37° edizione del “Giro delle Tre Torri”, classica notturna reggiana in occasione della sagra parrocchiale di S. Nicolò. In realtà i partecipanti, a occhio, erano un paio di centinaia, ma la maggior parte ha preferito correre in maniera non competitiva, spesso scegliendo anche di non fare tutti i tre giri (di circa 2,700 km l’uno), ma limitarsi a uno o due. È un peccato visto l’ingente spiegamento di giudici d’arrivo e cronometristi Uisp, e l’abituale presenza dello speaker d’eccezione Roberto Brighenti: ma se tu organizzatore offri la scelta tra fare le stesse cose pagando un tot (e rischiando di vincere un materasso) oppure pagando due euro che comunque ti garantiscono un barattolo di marmellata e lo stesso divertimento, è abbastanza probabile che chi non ha chances di piazzamento scelga la seconda ipotesi, e i soldini risparmiati li impieghi a comprare l’appetitoso gnocco fritto sfornato in canonica.

In effetti, i primi posti erano abbastanza scontati: tra gli uomini ha vinto il solito Abderrahim Karim, over 40 tesserato Traversetolo, con mezzo minuto netto sul secondo, il reggiano Daniele Simoncelli, e quasi un minuto sulla coppia dei terzi arrivati (dove il ‘nostro’ Gianmatteo Reverberi ha perso la volata per il cosiddetto terzo gradino del podio, ma ha ugualmente regolato il quinto, Eros ultimo della dinastia dei Baldini).

Ancor meno in dubbio la vittoria tra le donne (9 in tutto): Isabella Morlini ha dato il suo solito minuto e fischia di distacco alla seconda, Ralitsa Mihailova della Corradini, poi è corsa a casa a mangiare la torta di compleanno: il 28 settembre non è infatti solo la ricorrenza convenzionale delle 4 giornate di Napoli (su cui qualche storico revisionista avanza dubbi), ma è anche il giorno in cui la docente dell’università di Modena e Reggio (come la chiama comunemente Nerino) ha raggiunto quell’età che lo stesso nostro fotografo le attribuisce dall’inizio dell’anno solare, età  che – per quanto atleticamente ragguardevole – non le impedisce di sbaragliare le trentenni che via via le si oppongono. L'unica cosa che non le è riuscita è stata di doppiare il sottoscritto, che è riuscito a finire il secondo giro prima che lei finisse il suo terzo e ultimo. Ma non mancheranno altre occasioni...

Fra gli altri, menzione d’onore al correggese Guido Menozzi, già sul podio in una maratona di Tromso (la gara acchiappaturisti per eccellenza) sebbene gli avessero fatto sbagliare strada, e stasera primo degli over 50.

Da elogiare l’allestimento di una gara per bambini, con 15 partecipanti, tre dei quali addirittura nati nel 2013.

 

Classifiche:

http://www.podisti.net/images/icagenda/files/20180928-cavriago-pdf-compr.pdf

 

Servizio fotografico di Nerino Carri:

https://foto.podisti.net/p740039941

Lunedì, 17 Settembre 2018 23:16

Ridotta la squalifica di Federica Poletti

Sul sito dell'agenzia antidoping (NADO) Italia appare il seguente comunicato, con data 14 Settembre 2018
"La Seconda Sezione del Tribunale Nazionale Antidoping accoglie parzialmente il ricorso proposto il 17 luglio 2018 dall'atleta Federica Poletti (tesserata FIDAL), avverso la decisione adottata dalla Prima Sezione del TNA il 6 giugno 2018, depositata con motivazione il 3 luglio 2018, nel procedimento a carico della stessa e, per l'effetto, le infligge la squalifica di 1 anno e 3 mesi con decorrenza dal 6 giugno 2018 e, detratto il presofferto, con scadenza al 7 luglio 2019". 
Dovrebbe essere stata riconosciuta la non intenzionalità dell'assunzione di una crema per la pelle, di cui l'atleta non conosceva i poteri dopanti.

Più pesante, ovvero alquanto clamorosa, la squalifica (chiamiamolo pure ergastolo!) di cui dice il comunicato di oggi 17 settembre:
"La Prima Sezione del Tribunale Nazionale Antidoping, nel procedimento disciplinare a carico del sig. Carmine Galletta (tesserato FIDAL – CSEN – FIGC), visti gli artt. 8 e 4.12.3 delle NSA, gli infligge la squalifica di 25 anni, a decorrere dal 14 gennaio 2040 e con scadenza al 14 gennaio 2065.  Condanna il sig. Galletta al pagamento delle spese del procedimento quantificate forfettariamente in euro 378,00".
Il galantuomo è un massaggiatore, attivo soprattutto nel ramo del ciclismo (due suoi 'clienti' si sono beccati 15 e 20 anni) ma non solo, già squalificato nel 2015 fino al 14 gennaio 2040 per "possesso di sostanze vietate e metodi proibiti , traffico e somministrazione di doping": 25 anni di squalifica! Avendo continuato nella sua attività si è beccato altri 25 anni, ora è squalificato fino 14 gennaio 2065, un record.

 

15 settembre –“ Folli, stravolti e felici”. Così un giornale straniero ha titolato, nella sua versione on line, uno dei suoi reportage sul Tor des Géants 2018, riferendosi naturalmente ai 534 concorrenti arrivati al traguardo di Courmayeur, dopo 330 km,  sabato 15 settembre. L’ultimo “Gigante”, anzi due, perché arrivati a pari merito in 151 h 37 min. (un’ora e mezzo abbondante oltre il tempo massimo ufficiale), sono stati la trentenne cinese Yuan Jia, proprietaria di un autosalone in una città del sud della Cina, e il trentacinquenne poliziotto di Chiavari Riccardo Landi. Accolti, come da tradizione, dal vincitore del TOR, Franco Collé.

Sabato, al di là dei singoli ed esaltanti arrivi, è stato il giorno della gran festa di piazza. Il parterre di Courmayeur è stato un miscuglio di lingue, brindisi, fotografie, abbracci, commozione, musiche, bandiere, colori. Per ogni runner applausi e spesso lacrime.
E qualche curiosità. Come i neosposi arrivati sulla linea del traguardo in abiti nuziali, subito dopo il matrimonio celebrato un centinaio di metri più in là. Lui aveva chiesto la mano di lei proprio all’arrivo del Tor lo scorso anno. Oppure come la super trailer Federica Boifava, giunta 332° assoluta in 141 ore  e 10 minuti, che sulla linea d’arrivo ha tirato fuori dallo zaino il suo flauto traverso e ha suonato un pezzo classico. Così come aveva fatto nei giorni precedenti in cima ad ogni colle attraversato. O anche come tutti i cerimoniali dei concorrenti giapponesi, prodighi di compassati sorrisi, di inchini ad ogni complimento e di mille ringraziamenti. Soprattutto ai volontari che li hanno coccolati nelle basi vita, superando con i gesti e i sorrisi le difficoltà della lingua.

Domenica 16 al Courmayeur Mountain Sport Center di Dolonne si sono svolte la premiazione di tutti i finisher e il brindisi finale.

Curiosando nella classifica ufficiosa, scopriamo la buona prestazione del collega giornalista e scrittore Leonardo Soresi (350°, appena sotto le 142 ore); e prima, la brillante conclusione dell’amico Olivier Samain, belga di Mirandola, 268° in  133 ore e mezzo. Ma siamo convinti che si potrebbero raccontare le storie di tanti altri finisher, e anche dei 359 che non ce l’hanno fatta a concludere (un po’ meno, l’unica squalificata).

Nel Tot Dre di “soli” 134 km, gli arrivati sono 119 contro i 139 ritirati. Gli ultimi, denominatisi “Gambe in spalla”, sono cinque ragazzi amputati a una gamba, e hanno impiegato 55 ore, vale a dire mezza giornata in più del penultimo, che è una donna, Annalisa Canton, di poco sotto le 44 ore (sulle 40 ‘concesse’).

Il prossimo anno sarà quello del decennale del Tor, e sono annunciate numerose novità.

Il 9 settembre, domenica scorsa, doveva in teoria chiudersi la prima edizione della “Alta Via dei Parchi 501”, il super-ultra-mega-galattico-trail (non sapremmo come altrimenti definirlo) che aveva l’ambizione di superare il Tor des Géants nella lista delle gare di montagna più lunghe e massacranti.

Il massacro sicuramente c’è stato, ma la lunghezza del Tor non è stata proprio raggiunta, come pure l'altimetria, qui quantificata in 30mila metri verticali. Come mai? Cercando su internet, appaiono circa 6000 links alla gara; ma di questi, non più di 4 o 5 descrivono lo svolgimento della corsa, partita il 1° settembre. La pagina apposita sul sito degli organizzatori (i benemeriti “Lupi dell’Appennino” piacentini, cui si deve la Abbotts way come punto culminante di una stagione ricca di eventi) continua a pubblicare solo le pubblicità anteriori, che erano filtrate sulla stampa compiacente o bisognosa di riempire delle pagine con poca fatica. Troviamo ad esempio, sul sito di “Repubblica Bologna”, una prima e unica pagina, pubblicata nel giugno 2018:

L'organizzazione. Un tragitto che gli atleti affronteranno in maniera autonoma, ma con una formula che non trascura la sicurezza: 38 i punti ristoro che si snodano lungo il percorso (mediamente ogni 10-15 km), sette i punti vita, una mobilitazione del 118, associazioni di volontariato, il Soccorso alpino pronti a intervenire appena i partecipanti - che saranno dotati di Gps - ne abbiano necessità. Fondamentali anche le previsioni meteorologiche di Arpae, per poter affrontare adeguatamente un territorio le cui condizioni possono mutare improvvisamente.
Il test. Il sogno di lanciare un'Avp501 parte da lontano. Forse già dal 2009, quando si iniziò a pensare a un itinerario escursionistico che attraversasse l'Emilia-Romagna e i suoi rilievi. E che si è concretizzato nel 2016, quando un gruppo di atleti ha effettuato un test, percorrendo quelle centinaia di km di sentieri per la prima volta; da Pennabilli a Berceto, e dunque in senso contrario rispetto al tragitto a piedi, per rendere la partenza più morbida: il gioco comincia a farsi duro quando si arriva al Corno alle scale. Lo racconta l'atleta Cristina Tasselli, campionessa e preparatrice atletica di trail running: "Nella prima parte si correrà tanto, verso la fine del trail si ha invece a che fare con un percorso simile all'alta montagna". Correre l'Avp501 significa "entrare a stretto contatto con la natura: non è solo una gara, ma una sfida con sé stessi".
Fra natura e turismo. Ecco, volendo sintetizzare l'esperienza dell'Avp501 occorre parlare essenzialmente di natura, sport, e turismo. Sport, ovviamente: c'è chi partecipa per vincere, e chi per dimostrare a sé stesso di poter arrivare fino al traguardo. Natura, per la bellezza e la diversità di un territorio unico nel suo genere: non soltanto i parchi naturali attraversati, ma anche i borghi, pievi, eremi (San Bendetto in Alpe, il Santuario della Verna, Carpegna e Camaldoli per nominarne solo alcuni) che sono perle dell'Appennino, che con la frequentazione dell'Alta via dei Parchi possono scrivere nuove pagine di un turismo lento o sostenibile, rispettoso dell'ambiente: "Perché l'Appennino merita di essere vissuto 365 giorni all'anno puntando su open air, biking e trekking, e non solo nei mesi invernali", sottolinea il presidente della Regione Stefano Bonaccini.
Già 100 iscritti. Presentando la gara il presidente di Apt Emilia-Romagna, il ct della nazionale maschile di ciclismo su strada Davide Cassani, a un certo punto se lo lascia scappar detto: "Per fare una cosa del genere bisogna essere anche un po' matti". Parla degli atleti, ma anche della mole organizzativa di cui ha bisogno un appuntamento del genere. Già un centinaio gli iscritti, l'obiettivo è sfiorare i 150: alcuni di loro, per concludere la gara in soli quattro giorni, sono pronti a riposare appena un'ora al giorno.
Se la partenza è fissata il 1° settembre alle 9 a Pennabilli, a Berceto si organizzano quattro giorni di festa e sport attendendo gli atleti. A fianco alla gara principale, anche due percorsi alternativi e decisamente più alla portata di tutti: un tracciato di 21 km da Pennabilli a Carpegna e ritorno, con dislivello di oltre mille metri (il 1° settembre), e uno di 53 km dal passo del Cerreto a Berceto, di 3400 metri di dislivello (l'8 settembre).

Vi siete fatta un’idea? Curioso il numero di cento iscritti già tre mesi prima, con la prospettiva di arrivare a 150, quando in realtà i partenti del 1° settembre pare fossero 76… Vabbè, la nostra amica Rosanna Bandieri, che confeziona abiti da sposa a Correggio, si è infortunata e non ha preso il via, e sembra che non riuscirà ad avere indietro i 500 euro sborsati per l’iscrizione. Ma gli altri?
Sul sito della Uisp Parma, sottopagina trail, dell’AVP non c’è traccia; eppure la stessa Uisp Parma il 3 settembre aveva diramato un proprio comunicato che annunciava…:

 AVP501: Domenica 9 Settembre eventi aperti a tutti

Prove di trail, yoga, trekking, incontri e la premiazione degli atleti a Berceto

L’"AVP501 Endurance Trail" non è solo un'evento dedicato agli atleti partecipanti, ma è stato concepito dai vari soggetti organizzatori anche come occasione per conoscere le Aree Protette, l'Appennino, la natura e le attività sportive in ambiente.

Per questo Domenica 9 Settembre a Berceto (PR), punto di arrivo della gara, prenderanno vita diverse iniziative aperte al pubblico, che avranno come punto di riferimento Piazza San Moderanno

Alle ore 10.00 UISP Comitato territoriale di Parma, organizza (ecc. ecc.)

Qualcosa di più si capisce dalle classifiche, sul sito di Wedosport e rimbalzate sul sito dei Lupi solo da poche ore, dove gli arrivati dell’AVP 501 sono 48, più 27 ritirati, ed è premesso un avvertimento:

“Gli atleti fermati dopo Marradi e riaccompagnati in auto alla base vita del Rifugio le Selve in auto sono stati inseriti in fondo alla classifica con un tempo fittizio”.

Infatti ci sono 22 atleti tra le 52 e le 74 ore, dal primo, il sessantenne bergamasco Paolo Pajaro, 52h 11min, e dalla prima donna, Cristina Tasselli (età 51), che in stretta compagnia di Marco Mori ha chiuso in 68h 10 ; fino al 22° Alberto Furlan, 74h 54. Seguono le 26 persone col “tempo fittizio”, quantificato in 79h30. Più i ritirati, gli ultimi cinque dei quali non erano arrivati nemmeno al primo traguardo di tappa ovvero “base vita”.

In mancanza di altre fonti ufficiali, cerchiamo ancora nel web, e ci appare IlParmense.net:

Interrotta dopo 250 km l’Avp501, la corsa da Rimini a Berceto sui crinale dell’Appennino: tra le cause anche la manomissione del percorso.

È arrivata nella giornata di ieri la notizia che l’Avp 2018 è stata sospesa. Le cause, secondo quando riportato nel comunicato ufficiale degli organizzatori, sono da ricercare in alcune manomissioni del percorso oltre che per il maltempo previsto nel fine settimana.

È stata interrotta al 253 chilometro la AVP501, la gara di endurance trial che nel fine settimana avrebbe dovuto fare tappa anche a Berceto. L’annuncio è arrivato direttamente dagli organizzatori e la motivazione è legata a “problemi di manomissioni della tracciatura di percorso” .

Inoltre dalla giornata di oggi le previsioni meteo saranno in netto peggioramento e l’organizzazione non era più in grado di garantire la sicurezza dei partecipanti, in particolare nella parte di gara che attraversava il crinale. 

E i politici, che prima della corsa avevano esternato i loro evviva, adesso prendono le distanze: così su Altarimini.it:

Ci dispiace che, per decisione degli organizzatori, da cui dipendono le eventuali responsabilità, la competizione sia stata interrotta. In primo luogo per gli atleti e per tutti coloro che avevano aderito. Deve essere altrettanto chiaro che non un euro di fondi regionali è stato dato, né sarà erogato. Con i nostri uffici verificheremo tutto quanto accaduto e valuteremo ogni altra possibile azione quando saremo in possesso di dati certi”. Così l’assessore regionale al Turismo, Andrea Corsini, dopo la decisione assunta dagli organizzatori - l’ASD Lupi d’Appennino - di chiudere l’Endurance trail AVP501, competizione di resistenza podistica che si doveva svolgere lungo l'Alta Via dei Parchi, per “problemi legati a manomissioni della tracciatura di percorso”, come si legge dalla loro pagina Facebook.

Adesso ne sappiamo di più, e lo possiamo arricchire grazie a vari amici che hanno partecipato alla gara: in primis, il grande Ideo Fantini, reggiano che viaggia verso i 70, e appare tra i 26 “a pari merito” con 79h 30, e altri che si apprestavano a fare servizio nel passaggio della carovana sull’Appennino modenese.

Dunque, la gara è partita più o meno regolarmente, salvo che ha beccato il maltempo, con conseguente obbligo per tutti di passare la prima notte, tra sabato 1 e domenica 2, nella prima base-vita. A cui non tutti erano arrivati regolarmente, non tanto per il maltempo, quanto per la tracciatura assolutamente deficitaria (altrocché “manomissioni”, la scusa cui si appigliano tutti gli organizzatori che risparmiano sulle fettucce e sulla vernice) e la mancanza di personale di servizio. Prova a dipingere i sassi con la vernice, poi vediamo se i soliti ‘cacciatori’ li spostano…
L’intesa era di ripartire tutti alle 6 di domenica, ma Ideo attesta che alcuni sono sgattaiolati via alle 4 o alle 5, approfittando del tempo tornato bello. La moda dei “partenti anticipati” si diffonde anche nei trail, laddove l’organizzazione non funziona?
Si continua, con percorso poco o niente segnato (“sbandellato”, in gergo), chilometraggi molto dubbi, nell’assenza pressoché assoluta di catarifrangenti, con ristori consistenti in tavoli su cui era appoggiato qualcosa, ma senza addetti; con basi-vita (cioè rifugi) che erano stati preavvisati solo due giorni prima e non avevano posti a sufficienza per riposare: al correggese Marco Narcisi che cercava un giaciglio hanno risposto che la cuccetta si liberava alle 4,30…
Anarchia totale, che secondo Ideo ha anche agevolato dei sorpassi sospetti, portando dunque alla inattendibilità totale della classifica: compilata, dice lui, “alla viva il parroco” (o alla boia d’un Giuda, come direbbe Guccini), non solo per i 26 a pari merito.

Il tempo si era messo al bello, ma le previsioni davano brutto e così, durante la quarta tappa che avrebbe dovuto passare per il rifugio Le Selve,  gli organizzatori hanno deciso di fermare tutti, al rifugio Carné in territorio bolognese, dopo circa 258 km (il “circa” è d’obbligo). Il primo era già transitato, lo sono andati a riprendere e portare indietro (pare che Lisa Borzani, la celeberrima ultrarunner che assisteva, abbia detto cose piuttosto pepate al riguardo).
È rimasta in piedi l’ultima tappa, annunciata dall’Uisp Parma e programmata, dopo un salto di 200 km, tra Cerreto nel reggiano e Berceto, dove la AVP doveva concludersi, per gli ultimi 56 km. “Ci vediamo là?”, è stata la proposta dei “Lupi”. Tra urla e invettive, e vane richieste di rimborso delle quote, a Cerreto si sono ritrovati in 27, di cui arrivati a Berceto in 24. Pochini i reduci dalle precedenti tappe: fra loro, l’olandese Ingo Van den Bergh e la inglese Jane Williams (già che erano venuti fin qua e il loro aereo era prenotato per dopo…), che alle 79h 30 “fittizie” ne hanno aggiunte rispettivamente altre 12h00 e 12. 42 (che però non si sommano alle precedenti).

Insomma: fallimento totale, da nascondere, se è vero che (Facebook a parte) tutto tace. Grazie a Ideo e altri amici, abbiamo cercato almeno noi di squarciare il velo di vergogna su questo Titanic dei trail, che ha fatto appunto la fine del Titanic, ma senza che qualsiasi partecipante si unisse a Celine Dion nel cantare My heart will go on...

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