Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

12 maggio - Quinta delle dieci prove del 7° campionato modenese di podismo, e seconda tra le cinque maratonine dello stesso Grand Prix, in una giornata piovosa che ha visto l’annullamento di due trail nel raggio di una quarantina di km, la Saxo Oleum Run ha portato al traguardo 213 agonisti (di cui 43 donne), più altri non competitivi che potevano scegliere anche i tracciati più corti di 4 e 11,5 km. È un buon risultato per il gruppo podistico della Guglia presieduto da Emilia Neviani (una reduce dalla 50 di Romagna), che lungo un tracciato tra i più belli della provincia, reso paludoso e pantanoso nei 4-5 km su sterrato, oltre che allagato nei primi e ultimi 2 km (vedere foto 234-235 di Domenico Petti), ha garantito le massime condizioni di sicurezza e – se si può dire così – di comfort per quanti si sono cimentati alla faccia del meteo.

Sui 21,1 km (sostanzialmente confermati dal Gps) ha vinto il quarantatreenne Marco Rocchi della MDS con 1.21:52, una quarantina di secondi davanti all’altro sassolese della Guglia, il quasi coetaneo Claudio Costi, il quale a sua volta ha preceduto di pochi metri il quarantottenne Massimo Sargenti del 3.30: tutti della categoria B, over-40, che ha radunato il maggior numero di partecipanti, 66. Quinto assoluto, e primo degli under-40, Fabio Vandelli della Formiginese; mentre il primo dei 58 over-50, e nono assoluto, è stato il “sindaco” di Spilamberto Luca Gozzoli (1.28:44), appena una trentina di secondi meglio dell’altro “gugliante” Rinaldo Venturelli. Un po’ più indietro si deve scendere per vedere il primo over-60, e non è sorprendente trovarci il 68enne Romano Pierli, 1.38:36, sette minuti davanti al suo più vicino rivale di categoria, oltretutto più ‘giovane’ di 7 anni.

Tra le donne, prima (e 21^ assoluta) la ‘montanara’ Manuela Marcolini, appena sopra l’1.32, tre abbondanti minuti meglio di Bethany Thompson, che ha regolato la terza, Elena Neri, di 2 minuti. La Neri ha prevalso tra le over-40 (la categoria femminile più numerosa, oltre la metà dell’intero lotto), mentre le over-50 sono state regolate da Roberta Mantovi, coetanea del “sindaco” sopra citato. La mancanza di maratone in questa giornata, e la soppressione dei trail, ha convogliato qui vari amici/rivali delle 42, da padre e figlio Malavasi alla Happy Family Bacchi/Mascia, fino a Cecilia Gandolfi che alla fine mi ha praticamente raggiunto, e ha consentito al marito Italo di spendere le ultime foto per noi alle soglie del tempo massimo, sotto la pioggia che aumentava e aveva già suggerito la partenza a Petti. Peccato non avergli chiesto di fotografare le mie scarpe Joma, sì e no 200 km all’attivo, mai una maratona, e che hanno letteralmente perso il rivestimento del tacco (Lupe Lupe, meas liras redde…, diceva Augusto imperatore che non era quello dei Nomadi).

Percorso davvero bello, e sorprendente per chi non fosse mai salito a monte di una città decisamente ‘sfortunata’ come Sassuolo (il nome dialettale “Sasòl”, che tuttavia rimane nell’intestazione della “Coursa”, è stato abolito dall’amministrazione comunale di oggi, che come suo primo atto dopo aver riconquistato il potere fece appunto togliere le targhe stradali bilingui). A un primo tratto di 7 km lungo la ciclopedonale destra del Secchia seguivano 6 km di salite verso la rupe del Pescale (e qui a quelli della mia caratura non era permesso altro che camminare ai 10 min/km, lungo una scalinata a fondo naturale); e poi, dopo il passaggio da una ceramica decorata da scritte sentenziose (tra cui quella celebre tra i podisti, che al mattino nel deserto, che tu sia leone o gazzella, devi comunque correre) un’altra salita verso il Monte Scisso e il piccolo abitato del km 13/14, prima di ridiscendere a San Michele dei Mucchietti e di nuovo alla ciclabile del Secchia per gli ultimi 4 km a ritroso verso il traguardo.

Grande spiegamento di forze organizzative (quando vedo uno come Aligi Vandelli ai lati con la bandierina, mi chiedo perché sono io a correre e lui no: ma non mancheranno occasioni per sorpassarmi, come sempre, al km 32); quattro ristori ben forniti, oltre a quello finale; moltissimi segnalatori e molti ‘consiglieri’ sulla via migliore da seguire per schivare i pericoli del tracciato; traffico ottimamente controllato negli attraversamenti delle strade; giro di pista finale e, per chi lo voleva, salutare tuffo nelle due docce disponibili, in due edifici poco distanti tra loro, con acqua letteralmente ustionante. Venga pur giù tutto il diluvio che vuole, ma la gente non pantofolaia non si lascia impressionare e si diverte ugualmente.

5 maggio - Alla fine, mentre quasi tutta Italia era sommersa dal maltempo, con l’eccidio o il suicidio di parecchie gare, nell’isola napoleonica l’unica acqua che si è vista, alla faccia delle previsioni meteo, è stata l’”Acqua dell’Elba”: la linea di profumi, creme e molto altro (tessuti e biciclette comprese) che ha sponsorizzato la manifestazione animandola colla presenza e il brio di Silvia, ferrarese/romagnola trasferitasi qui da un ventennio, laureata in Lettere che sa vendere case e – appunto – prodotti elbani.

Premio meritato, il bel tempo e l’egregia riuscita dell’insieme, per il gruppo raccoltosi intorno a Damiano Di Cicco, persona che (mi diceva un negoziante locale) fa moltissimo per la sua isola, e al quart’anno di allestimento della maratona ha radunato oltre 700 agonisti più un numero difficilmente precisabile di non competitivi (che alla fine hanno però tutti ricevuto la medaglia). Restando ai dati dei finisher delle tre gare (42, 21, 10 competitiva) siamo a quota 705 contro i 624 dell’anno passato; eppure sono convinto che le fosche profezie dei meteo-astrologi (che da almeno una settimana avevano indicato per l’Elba un fine settimana come non si era mai visto a maggio) abbiano tenuto lontani molti indecisi, spaventati anche dalla possibilità di un mare molto mosso che avrebbe potuto bloccare i traghetti.

Confesso come anch’io, che alle previsioni oltre le 48 ore non credo e dunque non le guardo, ma purtroppo sono costretto a sorbirmele nei tg (propinate prevalentemente da bamboline sexy o maschietti con mossette gaye), dopo essermi registrato e aver fatto tutte le prenotazioni, il venerdì abbia più volte controllato email e whatsapp nel timore di ricevere l’avviso di annullamento, come è capitato a tanti altri colleghi, anche a iscritti ad innocue corse su strada. Già mi era successo a Malta due mesi fa (e lì avevano tutte le ragioni), chissà se questo è un anno-no in cui dedicarsi alle palestre.

Invece, Damiano, Silvia e gli altri non hanno mai pensato ad arrendersi senza combattere; e il bel sole che ci ha accolto sabato al ritrovo in piazza del Comune, poi lo stellato della notte, sono stati la prima ricompensa per chi aveva offerto e per chi aveva nutrito fiducia. Anche il risveglio della domenica ci ha letteralmente rasserenato, e pure gli astrologi avevano fatto retromarcia (ovviamente senza dire “ci siamo sbagliati”), indicando maltempo solo nel pomeriggio. Faceva freschino, ma neanche tanto; la scelta del sottoscritto è stata per pantaloncini cortissimi, calze lunghe contentive (sebbene non raccomandate da Lorenzini, per accontentare il quale calzavo comunque le scarpe della sua fornitura speciale), maglietta leggera ma a maniche lunghe sotto, e canottierina traforata Podnet sopra. Per precauzione, marsupietto contenente impermeabile smanicato e berretto. Quest’ultimo mi sarà utile dopo il km 25, ma per difendermi dal sole che picchiava attraversando l’esile barriera dei capelli improvvidamente accorciati la vigilia.

Si parte all’ora prevista, sotto un vento leggero che soffierà contro nell’andata e a favore nel ritorno; il percorso deve essere collaudato perché sull’asfalto compaiono segnalazioni chilometriche sbiadite e sfalsate di poche decine di metri, evidentemente degli anni passati. Alla fine (udite udite) il mio Gps darà circa 500 metri in meno della distanza canonica (e 380 metri di saliscendi): attribuisco questo guadagno in gran parte alla possibilità di tagliare tutte le numerosissime curve, stante l’assenza di traffico assoluta almeno fino al km 28 (poi, forse, ho visto un’auto a km, notando peraltro un grosso blocco stradale messo su dagli organizzatori e dai vigili quando dalla litoranea siamo tornati nell’area urbana di Marina di Campo, verso il km 32).

Dire che il percorso sia bello, è pleonastico per chi conosce l’Elba; facendo paragoni con maratone, direi che somiglia (ma in meglio) alla 42 della Gran Canaria, anche per la compresenza di quelli della mezza maratona che fanno il giro di boa quando siamo verso il km 13, e si risparmiano le due grosse salite di Pomonte ai nostri km 17 e 25, dai 10 ai 90 metri slm in un paio di km circa ciascuna. Altra somiglianza ‘estetica’ si può trovare nella Nizza-Cannes, dove però l’organizzazione è più spocchiosa - in perfetto stile francese - e offre meno a chi corre, soprattutto all’arrivo. E va detto che gli elbani non si limitavano a offrire pettorale e pacco gara, ma avevano studiato pacchetti comprensivi di viaggio e/o alloggio, sconti sui traghetti e nei ristoranti, ecc.

Abbiamo corso quasi tutto il lato sud e una parte del lato ovest dell’isola, su coste dirupate che lasciavano spazio a spiaggette incantevoli come Cavoli o Fetovaia, e con la visione costante di Montecristo, Pianosa e della Corsica. Certo, chi non c’era mai stato ha un po’ sofferto nella salita di Pomonte (fatta per fortuna solo nell’andata), ma d’altra parte con un nome così non potevi aspettare altro: e l’occhio si ripagava con panorami tra i più belli del giro. Poi, noi scarsi cominciavamo a incrociare i primi, che tornavano indietro dopo il passaggio da Chiessi al km 22 (io ne conto 60 fino a che non ci deviano su a Pomonte; tornato sulla retta via, ne conterò una quindicina che arrancano, loro ancora nella prima metà).

Il primo, Carmine Buccilli già vincitore l’anno scorso, aveva un vantaggio che a occhio appare superiore a un paio di km già a due terzi di gara, e infatti vincerà con 24 minuti sul secondo, Antonio Bucci. Il tempo del vincitore, 2.22:49 (tempi Tds, solo lordi perché mancava il rilevamento alla partenza, o non è stato comunicato), migliora di quasi 5 minuti il crono ottenuto dallo stesso Buccilli nel 2018. Terzo si conferma Matteo Rigamonti, il quarto è Roberto Fani che fu quinto nel 2018.

Intorno alla ventesima posizione vedo passare un maratoneta scalzo, peccato non riconoscerlo ma provvederà Silvia a farne il nome: Francesco Arone, finisce 24° in 3.21. Penso a chi eccepisce sugli aiutini artificiali che riceverà Kipchoge, reclamando il ritorno alla natura, ma senza riflettere sull’aiutone che ci danno le scarpe ultrammortizzate da aria o gel o kevlar o molle o altre diavolerie (il famoso uomo preistorico born-to-run correva scalzo, come ancora Bikila nel 1990!).

Grosso modo trentesima assoluta, arriva anche la prima donna, accompagnata lungo la strada da un ciclista (vedi foto di copertina): è Lorena Piastra, che andrà a vincere in 3.25, due minuti più del suo successo 2018, ma con un margine ‘umano’ sulla seconda, Anna Vimercati compagna di squadra di Mandelli (a due minuti e mezzo; la terza chiuderà a cinque minuti).

Alla fine saranno 174 i classificati entro le 5h30 (ma nel mio ritorno vedo altri podisti dietro la vettura-scopa); non può mancare Mario Ferri, maratoneta pratese e giramondo, che ha smesso di dare i numeri quando ha raggiunto quota 500, ma che fa la spola tra Canarie, Tailandia ecc., con l’obiettivo di correre almeno una maratona in ogni stato del mondo. Fa il pacer delle 5 ore con altri due, decisamente sovradimensionati rispetto al fabbisogno, e che infatti, trovandosi senza nessuno al seguito (come accade anche ad altri colleghi con palloncino), decidono di accelerare finendo in 4.58, mentre Mario solo soletto fa 5.03.

Come minimo orgoglio personale, dirò che nella seconda metà sono tallonato da un Gianni, podista locale come intuisco dal tifo che gli spettatori fanno per lui dopo gli applausi di circostanza (e comunque immeritati) per me; e quando intorno al km 35 mi affianca e supera, nel rientro a Marina, me ne faccio una ragione (è di qua, conosce il percorso, è più giovane ecc.). Vado avanti ai 6:45 / 7 a km, mentre l’amico ogni tanto si mette a camminare. Al 38, nell’avant-indree finale col supplizio di Tantalo del traguardo a pochi metri in linea d’aria ma ancora distante, lo riprendo, e alla fine gli darò un minutino; lo scherzetto non mi riesce con la ragazza che mi precede, una Maria Cristina che ogni tanto passeggia pure lei, ma conserverà un 150 metri di margine.

Per dare un po' di soddisfazione agli astrologi, dirò che proprio durante queste scaramucce tra dilettanti, verso le 5 ore dal via, comincia a cadere qualche goccia di pioggia, ma è una sciocchezza che dopo neanche mezz’ora finisce (ben altra condizione troveremo in serata traversando l’Appennino): a rimetterci sarà il ‘nostro’ pasta-party, che sbaracca in fretta. Vabbè, avevamo usufruito di un happy hour il sabato pomeriggio, e durante la gara i ristori, grosso modo ogni 4 km, erano ben forniti... a  parte la mancanza di tè caldo.

Sempre verso la quinta ora salgono sul palco (non parlerò di gradini del podio perché non ci sono) i vincitori delle varie corse: i 10 km si sono risolti in uno sprint tra Juri Picchi e Daniele Conte (33:06, 33:08; gli altri a più di due minuti). Tra le donne, la 51enne Gloria Marconi, come Buccilli 'testimonial' dell'evento, si impone in 38:10, oltre un minuto sulla quarantenne dal volto di ragazzina Laura Ricci (scortata in partenza da papà Dino, che però non vedo in classifica: come dicevano un tempo i politici, mutuando dalla missilistica, una volta esaurita la sua spinta propulsiva si è lasciato andare); mentre la terza finirà a oltre 4 minuti. 104 gli arrivati, quasi ugualmente distribuiti tra uomini e donne, e 29 in più dell’anno scorso.

Nella 21 km, esultanza del nutrito gruppo reggiano, o per essere precisi scandianese, per la vittoria del giovane compatriota Salvatore Franzese, già vincitore ‘morale’ della recente maratonina di Reggio, che chiude in 1.09:38, 34 secondi meglio del marchigiano Antonello Landi; anche qui, staccatissimo il terzo, a oltre 7 minuti. Molto più tranquilla la gara femminile, regolata dalla ciociara D’Orsi in quasi 1.34, oltre due minuti su Laura Scappini. Gli arrivati sono 427, con 144 donne: giusto 60 in più del 2018.

Detto dei primi della 42, chiudo citando lo scandianese Salvatore Costantino, al suo esordio in maratona e capace di 4.40 (ammetto di averlo ‘frenato’ con le mie chiacchiere nei primi 15 km): proprio nei giorni in cui la sua società annuncia la soppressione della maratona a circuito, quella in cui Govi faceva sempre il suo record… (Almeno, resta il Furnasoun notturno).

Mario Ferri aveva tenuto una bottiglia di spumante nella sua reggia sopra Procchio: chi c’è ne approfitta, il resto va in beneficenza come nelle consuetudini del generoso Mitsubishi-man. Il “Corriere elbano” lamenta lo scippo dei “Giochi delle isole” (o meglio, “giochi delle sòle”), che vanno in Corsica, accusando gli amministratori di aver firmato un accordo senza conoscere  il francese: e ospita la lettera di un ex pilota di rally che lamenta il mancato sviluppo dell’aeroporto, ciò che costringe i turisti alla dipendenza dai traghetti… o a preferire Fuerteventura.
Appunto, il nostro traghetto prenotato non si presenta in porto: meno male che ci ‘riproteggono’ su un’altra nave, più piccola ma sufficiente. In Italia, dal meteo ai trasporti, è bene non fidarsi mai di nessuno.

1° maggio - I Runners Bergamo hanno ricordato uno dei propri Amici più illustri, l’ultramaratoneta Antonio Mazzeo scomparso il 22 luglio 2018, in un modo che certamente gli sarebbe piaciuto: una 6 ore in pista, che assegnava anche tempi e classifiche per la maratona e, a chi ne fosse capace, per i 50 km.

“Non mi fermo perché l’atletica è la mia vita” questo era il suo motto, anche quando una malattia terribile sembrava non lasciargli speranze, ed eccolo a  correre senza sosta proprio nella prima corsia del campo Coni nel Centro sportivo Vivere Insieme di Curno.

E il 1° maggio sono convenuti amici soprattutto da Bergamo, ma un po’ da tutta Italia: l’occasione era agonistica ma la ricerca del risultato è andata in secondo piano rispetto alla commozione, acuita dalla presenza a bordo pista dei familiari di Antonio.

La gara più lunga è stata vinta, su 55 concorrenti di cui 11 donne, da Paolo Panzeri, bergamasco, che in 6 ore ha coperto 171 giri per un totale di 68,481 km (media di 5:15/km); a 6 giri l’ha seguito l’ingegnere reggiano Antonio Tallarita (66,322 km); terzo a 8 giri l’altro Runner Bergamo Domenico Acerbis (65,589).

Da notare i 47 km di “don” Gregorio Zucchinali, maratoneta di lungo corso e longa manus dell’ultratrail italiano (lo vedete in completo relax nella foto).

Undicesima assoluta, e prima donna, Maria Ilaria Fossati (non nuova a successi in questo tipo di gare), con 148 giri pari a  59,287 km (6:04/km), 7 km più della seconda, Angela Spada (133 giri), che a sua volta ha battuto di soli 24 metri la terza, Gundi Steinhilber. E permettetemi di citare la settima, la neo-mamma Ilaria Pozzi,  47,5 km.

A Panzeri e Fossati  è riuscito il triplete, cioè la vittoria anche ‘di passaggio’ nelle altre due competizioni: nei 50 Panzeri ha segnato 4.13:24, 10 minuti meno di Acerbis che a sua volta ha preceduto di poco Federico Bruni (poi molto calato, tanto da giungere solo 26° al termine delle 6 ore). La Fossati ha completato i 50 km in 5.04, vantando già mezz’ora sulla Steinhilber, che a poco più di uN minuto era seguita dalla Spada che poi l’ha superata allo sprint.

Anche il passaggio dei 42,195 ha visto nell’ordine Panzeri (appena sotto le 3h30), Acerbis a 5 minuti e Bruni a 8. Tallarita sorvegliava dal suo quarto posto, Zucchinali era 35°, venti minuti dietro il supermaratoneta modenese di montagna Mauro Gambaiani, che però alla fine gli cederà ben 11 giri.

La Sdam non ha comunicato i risultati della maratona femminile, ma non è difficile immaginare chi abbia prevalso.

 

CLASSIFICHE

6 ore

 

1 PANZERI PAOLO- SM50 RUNNERS BERGAMO 171 68,481 06:00:00 11.41 05:15

2 TALLARITA ANTONIO- SM55 PODISTICA BIASOLA ASD 165 66,322 06:00:00 11.05 05:25

3 ACERBIS DOMENICO STEFANO- SM45 RUNNERS BERGAMO 163 65,589 06:00:00 10.93 05:29

 

1 FOSSATI MARIA ILARIA- SF45 RUNCARD 148 59,287 06:00:00 9.88 06:04

2 SPADA ANGELA- SF40 U.S. LA SPORTIVA 133 53,332 06:00:00 8.89 06:45

3 STEINHILBER GUNDI-SF55 RUNNERS BERGAMO 133 53,309 06:00:00 8.88 06:45

 

50 km

 

1  PANZERI PAOLO SM50 RUNNERS BERGAMO ITA 04:13:24 04:13:24 04:13:24 0.24

2  ACERBIS DOMENICO STEFANO SM45 RUNNERS BERGAMO 04:23:25 04:23:25 04:23:25 0.23

3 BRUNI FEDERICO SM40 TEAM OTC SSD ARL ITA 04:24:04 04:24:04 04:24:04 0.23

 

1  FOSSATI MARIA ILARIA SF45 RUNCARD ITA 05:04:46 05:04:46 05:04:46 0.20

2  STEINHILBER GUNDI SF55 RUNNERS BERGAMO 05:35:53 05:35:53 05:35:53 0.18

3  SPADA ANGELA SF40 U.S. LA SPORTIVA ITA 05:37:01 05:37:01 05:37:01 0.18

 

Maratona

 

1 PANZERI PAOLO SM50 RUNNERS BERGAMO ITA 03:29:32

2 ACERBIS DOMENICO STEFANO SM45 RUNNERS BERGAMO 03:35:38

3 BRUNI FEDERICO  TEAM OTC SSD ARL ITA 03:37:11

Lunedì, 29 Aprile 2019 12:03

San Damaso (MO), 23^ Strapanaro

28 aprile - L’inclusione, come quarta prova, nel Gran Prix di podismo modenese ha garantito una certa partecipazione, anche di reggiani e bolognesi, a questa gara, svoltasi in uno dei territori più frequentati dai podisti ma che, ad ogni cambio di stagione, sa offrire scorci panoramici nuovi. Certamente non nuovi sono i primi 3 e gli ultimi 5 km del tracciato, comuni a tutti i percorsi tranne quello mini; i 15 e i 21 km invece recuperano un lungo tratto sopra e sotto l’argine del Panaro, oltre la diga delle casse d’espansione, in comune di San Cesario, con discesa nell’abitato di S. Anna (esattamente dove, in ben altro clima politico, si svolgeva una camminata del Festival del Partitone), proseguimento fino a ridosso del casello di Modena sud dell’Autosole, risalita sull’argine destro (dopo un ricciolo supplementare, in zona campestre, imposto ai 21) e ritorno ancora alla diga con passaggio sull’argine sinistro -grosso modo dove in epoca romana e medievale la via Emilia giungeva al guado o traghetto sul fiume - per ripassare dalla chiesa di Collegara (nucleo antico dell’abitato di San Damaso, che invece è zona residenziale moderna) e giungere al traguardo dopo il consueto pratino conclusivo dove sono insediati Nerino e Tetyana a fotografare. Pittoresche le foto degli ombrelli adottati quando gli scrosci di pioggia erano un po' più intensi: vedi 122-125, 178-180, 216 e 429 per i diversi accorgimenti dei bimbi a seconda delle età; 182 e 194 per dei curiosi copricapi occasionali.

194 sono stati i competitivi classificati (di cui 33 donne): li ha regolati il 46enne mirandolese Roberto Bianchi, tra le eccellenze di questi tipi di gare, in 1.15:10, con un buon minuto e mezzo sul secondo, Roeland Slaegter, 33enne, e sul 29enne Fabio Vandelli. La vecchia guardia è stata rappresentata dall’ex sindaco di Spilamberto Luca Gozzoli, 53 anni che lo fanno capace ancora di 1.20:48. Tra le donne, in mancanza di qualche big-big, risultato abbastanza scontato e ancora un successo per la 35enne reggiana Linda Pojani (1.17:47), mezzo minuto su Elena Neri, e un minuto su una Cecilia Tirelli, modenese quasi alla soglia degli anta che cominciò a correre bambina, fine anni Ottanta, con papà Giuliano, mamma Mara, il sottoscritto e la sua famiglia, in una società estemporaneamente costituita senza carte da bollo o medici sociali (la “Mati”) i cui successi nel circuito delle Basse hanno riempito casa mia e dei Tirelli di tante coppe e targhe. Questo giorno, lo ricordiamo insieme, è l’anniversario del suo esordio in maratona, un 2.53 a Padova sotto la guida di Gianni Ferraguti.

A noi vecchi restano questi ricordi che però sono anche motivo di orgoglio per la consapevolezza di aver seminato bene (mentre Cecilia gareggia qui, il suo antico compagno di corse bambine, Giulio, corre la mezza di Nashville…).

Cullati dai ricordi, ci fanno meno male i tempi risibili e la fatica durata per concludere i 21 km, tre quarti d’ora abbondanti dopo Cecilia (e dieci minuti dopo Giulio…): ci accontentiamo di raggiungere e superare nel finale il coetaneo Enzo “Evergreen” Ori, una specie di Mastrolia delle Basse, che negli anni d’oro ci provava a far compagnia a tutte le podiste, e oggi viene invece abbandonato negli ultimi km da due ‘ragazze’ tra i 42 e i 53 anni, con cui era stato in gruppo per tutta la gara. “Le donne non ci aspettano più”, gli dico. “Mi aspetto da solo”, è la sua risposta.

Meglio lui dei tanti ex rivali di gare passate, anche di maratone estere corse fra le 3h30 e le 4, che abbiamo incrociato sotto una leggera pioggerella nell’avant-indree sull’argine, noi al km 4-5 o seguenti, loro invece già quasi all’arrivo, dopo essere partiti un’ora prima, e magari senza pettorale perché 2 euro sono troppi, anche a fronte di un vasetto di marmellata e qualche bustina di fitofarmaci del pacco gara.  Notate che il primo pettorale esibito appare alla foto n. 629.

A occhio, direi comunque numerosa la presenza dei non competitivi, rigorosamente distinti dai 194 alla partenza, e insolitamente disciplinati nell’aspettare il via dopo che il colpo di pistola  era echeggiato per i migliori. Per San Damaso, dove di solito all’orario giusto rimanevamo in poche decine, mi sembra una novità, che ha premiato il meritorio sforzo profuso da "Baffo" Abati e dalla sua famiglia allargata degli organizzatori.

Domenica, 28 Aprile 2019 23:51

Spezzano (MO) - 37° Strafiorano

27 aprile – Gara non competitiva, di 8,5 km dichiarati che in realtà non arrivano a 8, con circa 110 metri di  dislivello, che nei suoi quasi quattro decenni ha avuto varie date e dislocazioni: dal giorno della Befana, a una domenica di inizio estate, dal bocciodromo allo stadio lato pianura e infine, come ora, lato monte, nei pressi del cimitero dove è sepolto il martire risorgimentale Ciro Menotti. A volerla fu Edoardo Ronchi, uno dei pionieri del podismo modenese; ora, è il figlio Claudio che la tiene in vita.

Non competitiva ma alla fine c’è sempre modo (come si faceva nel podismo delle origini, quando non c'erano tutte le paturnie dei certificati medici e delle omologazioni ecc.) di premiare i primi tre uomini e tre donne: forse tra i pochi a prendere la corsa sul serio come si vede ad esempio dalla foto 210 di Teida Seghedoni, della vincitrice femminile che scende di gran carriera dribblando i podisti normali e i camminatori che stanno ancora salendo (ma qualcuno era già arrivato da mezz'ora, perdendosi la rituale inquadratura di Teida che dovrà poi rimediare cercandolo tra le tende, già rivestito); o dalla foto 89 coi primi due maschi che scendono per la strada mentre il percorso raccomandato era sul sentiero pedonale transennato alla loro sinistra.

Ma l’occasione è stata buona per una ossigenazione sulle prime collinette sassolesi (da non credere, che una città così disumana come Sassuolo abbia un hinterland così gradevole), nel territorio del parco delle Salse su cui spicca il vulcanetto dove da bambini andavamo ad accendere il gas con un fiammifero, ma adesso non si può più (foto 67-83). Bel verde, vegetazione in rigoglio, solicello che ha indotto alcune poche podiste a osare il duepezzi foto 118 e 192). Nel ristoro intermedio occhieggiavano tre bottiglie di vino bianco (foto 27-29) ma una delle tre ci risulta sia rimasta chiusa.

Non si può onestamente pretendere di più da una gara offerta ai soliti 2 euro (ma il pettorale indossato, come sempre, è un optional raro a vedersi), con un percorso ben sorvegliato anche dai vigili, e l’occasione per un ritrovo senza stress fra vecchi amici, incluso il decano della provincia Luigi Bandieri (nella foto 185 con la trailer di lungo corso Cecilia Gandolfi): a molti è servita per saggiare le proprie forze, o per la maratona di Padova, o per la 21 del campionato modenese dell’indomani.

La notizia, data in anteprima in Mondovisione e ripresa dai quotidiani inglesi (il Guardian e il Telegraph), è rimbalzata su tutti gli organi di informazione: siamo a Londra ma sembra quasi che l’imminente maratona (dove Farah arrivò 3° lo scorso anno dietro il detentore della miglior prestazione mondiale Eliud Kipchoge, e all'etiope Kitata) passi in secondo piano.

La scena si sposta in Etiopia, vicino ad Addis Abeba, dove Haile Gebrselassie (vincitore di due ori olimipici e detentore del record mondiale sui 42 km fino al 2011) possiede un albergo all’interno del centro di allenamento Yaya Africa Athletics Village: qui Mo Farah (ex somalo, ora cittadino britannico, quattro ori olimpici) ha alloggiato addirittura per tre mesi, e dichiara di essere stato derubato, il 23 marzo scorso, giorno del suo 36° compleanno, dell’equivalente di 2500 sterline, due cellulari, e un orologio dal “grande valore”, non solo commerciale ma affettivo essendo appunto il regalo di compleanno da parte della moglie: il furto sarebbe avvenuto nella stanza di Mo Farah, utilizzando una chiave lasciata al portiere (come se in un albergo non avessero le chiavi di tutte le stanze!). Cinque dipendenti del centro erano stati fermati dalla polizia, ma dopo qualche giorno sono stati rilasciati per mancanza di prove. Si aggiunge che Farah aveva rifiutato di consegnare gli oggetti di valore alla reception.

Secondo Farah, “Gebrselassie non si è assunto alcuna responsabilità né ha proposto un risarcimento”, cosa che invece sarebbe stata fatta – dice Gebre – se Farah non se ne fosse andato in fretta, senza saldare il conto di 3000 sterline; secondo altre fonti, il conto sarebbe stato saldato, a un prezzo di favore (secondo Gebre il 50% di sconto), ma senza gli extra, cioè altre 2.300 sterline. Beh, insomma, all’incirca avrebbe fatto pari… e per giunta avrebbe spedito a Gebre degli sms sul tenore “distruggerò il tuo nome e quello del tuo hotel”.

Provocato, Haile ha reagito raccontando di un Farah coinvolto, durante il suo soggiorno, in una aggressione e in una tentata estorsione, e da lui stesso salvato a stento da un avviso di reato. Ma portatore di un rancore che risalirebbe a tre anni fa, quando Gebre, allora capo della Federazione di atletica etiopica, avrebbe negato l’accesso all’hotel a Jama Aden, già allenatore (seppur non uifficiale) dello stesso Farah, e che pochi mesi prima era stato arrestato dalla polizia spagnola dopo essere stato visto gettare nell’immondizia dell’albergo di Sabadell, dove si trovava coi suoi atleti,19 siringhe usate (e nella stanza di un vice di Aden si era trovata dell’Epo). All’episodio non è seguita nessuna vicenda processuale, sebbene si parli di una richiesta di estradizione per Aden rivolta dalla Spagna al Qatar (dove ora si troverebbe l’allenatore). Farah sostiene di non essere mai stato un atleta di Aden, ma l’accusa di Gebre sembra dimostrare il contrario, e certamente ‘pesa’ più di 3000 sterline.

Le fonti a stampa ricordano altre disavventure paragiudiziarie  e strepiti infondati di Mo Farah: ad esempio quando sostenne che un poliziotto dell’aeroporto di Monaco di Baviera l’avesse colpito con offese razziste, ricevendo la secca smentita della polizia tedesca.

Vedremo se la cosiddetta ‘adrenalina’ di cui ha fatto il pieno in questi giorni lo farà andare più forte a Londra…

Poco dopo la presentazione del 3° Trieste Running Festival, la manifestazione podistica che prevede tre gare dal 2 al 5 maggio, il cui clou sarà la mezza maratona internazionale affiliata Aims e naturalmente Fidal, è esplosa la polemica sfociata in accuse di “epurazioni”, di razzismo o peggio (specialmente ad opera di un partito che a tutto si appiglia pur di attenuare le presenti e future scoppole elettorali).

È successo che Fabio Carini, il presidente della Apd Miramar organizzatrice delle gare, ha dichiarato: "Quest'anno abbiamo deciso di prendere soltanto atleti europei per dare uno stop affinché vengano presi dei provvedimenti che regolamentino quello che è attualmente un mercimonio di atleti africani di altissimo valore, che vengono semplicemente sfruttati, e questa è una cosa che non possiamo più accettare. In Italia troppi organizzatori subiscono le pressioni di manager poco seri che sfruttano questi atleti e li propongono a costi bassissimi, e questo va a scapito della loro dignità, perché molto spesso non intascano niente e non vengono trattati con la giusta dignità di atleti e di esseri umani, ma anche a discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente, rispetto al costo della vita, non possono essere ingaggiati perché hanno costi di mercato”.

Ai primi commenti negativi, Carini ha aggiunto: “Mi spiace se qualcuno se l'è presa, hanno preso una cantonata mostruosa. Ora è il momento che da questa Trieste, città multiculturale, si dica basta allo sport che non è etico. Il nostro obiettivo è che questo non rimanga un fatto isolato ma che si cambino le regole".

I commenti – come detto, pressoché unilaterali – sono arrivati ad affermare che “si impedisce a dei professionisti di prendere parte a una gara perché provenienti dall'Africa”, e sarebbe “una vergogna inflitta a una città come Trieste e a una regione come il Friuli Venezia Giulia, da sempre culle di civiltà".

“Impedire”? Se chi ha usato questo verbo avesse aperto il sito degli organizzatori e letto il regolamento, forse non sarebbe ricorso a questo tipo di disinformacjia. Le iscrizioni sono tuttora aperte, alla quota finale di 25 euro, e il regolamento recita:

 

2.REQUISITI DI PARTECIPAZIONE ATLETI NON TESSERATI IN ITALIA

Possono partecipare:

  1. a) atleti italiani/e e stranieri/e non tesserati/e in Italia, limitatamente alle persone da 18 anni in poi

(millesimo d’età) compiuti alla data della manifestazione, in possesso di uno dei seguenti requisiti:

  • Atleti/e con tessera di club affiliati a Federazioni Estere di Atletica Leggera riconosciute dalla

Iaaf. All’atto dell’iscrizione dovranno in alternativa presentare:

- l’autocertificazione di possesso della tessera riconosciuta dalla Iaaf. L’autocertificazione

andrà poi, comunque, firmata in originale al momento del ritiro del pettorale.

[…]

la presentazione di un certificato medico di idoneità agonistica specifica per l’atletica

leggera, in corso di validità, che dovrà essere esibito agli organizzatori in originale e

conservato, in copia, agli atti della Società organizzatrice di ciascuna manifestazione. Il

certificato medico per gli stranieri non residenti può essere emesso nel proprio paese, ma

devono essere stati effettuati gli stessi esami previsti dalla normativa italiana: a) visita medica;

  1. b) esame completo delle urine; c) elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo; d) spirografia.

[…]

Atleti tesserati con Federazioni Straniere di Atletica Leggera affiliate alla IAAF: autorizzazione della

propria Federazione o copia della tessera della società sportiva di appartenenza valida per il 2019

o autocertificazione tesseramento e, per gli atleti extracomunitari, copia del permesso di soggiorno

o del visto d’ingresso, da inviare via e-mail o da presentare al momento del ritiro del pettorale.

 

Dunque non c’è nessun divieto, e sfido gli organizzatori a dire di no a un atleta extracomunitario tesserato per una federazione riconosciuta, e che paghi la sua quota.

La realtà, ovvia (forse non per gli sdegnati), sta negli ingaggi, in quel “prendere soltanto atleti europei” secondo le parole di Carini. Chi paga, ingaggia chi gli pare. Dall’altra parte, chi vuole correre, paga l’iscrizione e se è bravo va a premio: questo accade nel mondo dei podisti normali, che costituiscono il 98% dei partecipanti a una gara competitiva. Adesso la Fidal dichiara di aprire un'inchiesta: probabilmente sarà una di quelle inchieste condotte o dichiarate per mostrarsi sulla cresta dell'onda; sarebbe curioso se alla fine riuscirà ad 'obbligare' un organizzatore a pagare degli ingaggi, o a scegliere lei Fidal chi ingaggiare, e a quali prezzi...

Sembra tuttavia un po’ capzioso, al limite contraddittorio, il ragionamento seguente di Carini, che citando i bassi “prezzi” degli africani, parla del “discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente, rispetto al costo della vita, non possono essere ingaggiati perché hanno costi di mercato”. Insomma: gli europei costano di più, gli “extra” meno: che scoperta! È una realtà con cui ci confrontiamo tutti i giorni quando facciamo compere, il made in China costa la metà o un quarto del made in Europa (e anche all’interno dell’Europa, il made in Romania costa meno del made in France), e noi purtroppo compriamo le biciclette cinesi mandando in rovina i nostri imprenditori (facendo un paragone più osé, ma che ha a che fare col mercato di carne umana: le segnorine nigeriane rovinano la piazza a quelle ‘caucasiche’).
Trieste sembra dire: i bassi costi dell’offerta ‘umana’ dall’Africa rovinano la piazza agli europei che hanno un “costo” della vita superiore. È il mercato, bellezza: se l’organizzazione annuncia sul suo sito la presenza alla gara dello svedese Fredrik Uhrbom e dello sloveno Rok Puhar, evidentemente avrà scelto di pagarli, nella ‘filosofia’ che sia meglio impegnare il budget per un europeo che per cinque extra… chiamiamola pure scelta etica, come sarebbe di comprare il cioccolato Pernigotti invece delle schifezze orientali, anche se costa di più.
Ma se poi un africano (o un giapponese...) bravo decidesse di iscriversi e andasse a premio perché va più forte di svedesi e sloveni, chi potrebbe impedire a lui l’iscrizione e, alla fine, di ricevere gli euro previsti? Euro che peraltro restano un po’ misteriosi, dato che non li abbiamo trovati sul sito o sul regolamento… ma che sicuramente ci sono. E nella serata di sabato Carini dichiara che "inviteremo anche atleti africani": ovviamente non dice a che prezzo; ma forse il politically correct ha i suoi costi.

Ancor più misteriose le cifre degli ingaggi, cioè il ‘pacco gara’ anticipato che tu prendi solo per schierarti al via (e qui qualche voce maligna sussurra che negli anni passati Trieste non fosse stata né generosa né puntuale...). Quando, nella maratona di Utopia o dell'Isola-che-non c'è, fossero aboliti, sarebbe un grande progresso dello sport podistico. E della lotta al doping.
Ma fin che c'è, chi parla di razzismo potrebbe dimostrare che dice sul serio pagando a sue spese l’ingaggio di quanti “extra” vuole: abbiamo visto che costano poco, che difficoltà ci sarebbe a tirar fuori, dai famosi “rimborsi elettorali” o dalle “cene di finanziamento” o dalle tavolate ai festival, 300 o 500 euro? Anime generose, in un recente passato e certamente anche oggi, si sono impegnate per pagare le rette di asili e mense a bambini stranieri che non ce la facevano. Se pagare gli ingaggi è 'umanitario', avanti pure!

22 aprile - 36 volte “Pasquetta sportiva” a Gualtieri, terzo trofeo “Un Po… di Trail”, terza presenza del sottoscritto che ritrova i soliti amici appassionati, giunti fin qui nei territori di Peppone e don Camillo per condurre una tranquilla corsa senza altra velleità che ‘smaltire’ e respirare aria buona. Tutt’altro clima rispetto alle esagitate corse a circuito di dieci o trent’anni fa, privilegio di atleti gasatissimi e magari anche bombati.

Per la prima volta si parte all’ora giusta: nessuna fiera vicina o piena del Po impone il ritardo abituale negli anni passati; mentre per la terza volta il chilometraggio va in crescendo: nel 2017 erano 17,3 km, l’anno scorso 20,1, quest’anno abbiamo superato la distanza della maratonina (21,2 al mio Gps, 21,5 e più secondo altri; senza contare vari colleghi che hanno allungato il giro per errori di percorso). Tra le vittime, l’affezionato Giuseppe Cuoghi, che in realtà è stato indotto da uno sbandieratore a tagliare un paio di km (forse non lo riteneva in grado di fare tutti i km?) e alla fine ha correttamente dichiarato il suo ‘fallo’ non entrando nella classifica (foto 431-435 con pettorale onestamente tolto). Non si sa bene invece quanti km abbia fatto Giangi, partito col pettorale non competitivo ma alla fine possessore di vari buoni per il pranzo in piazza (quello, ottimo e abbondante, compreso nei 15€ di iscrizione). Forse più di lui ne ha fatti la Teida, la più camminatrice dei numerosi fotografi presenti, come da tradizione.

In ogni caso, l’organizzazione dichiara 1214 presenze in tutte le competizioni.

Direi che ci sia stato un incremento del tratto sterrato e, al suo interno, dei sentieri monotraccia (quelli, come diceva Cuoghi, dove l’ideale sarebbe stato avere una gamba più corta dell’altra) piuttosto che dei caradoni. Il giro comunque è piaciuto, a quei 113 che l’hanno portato a termine (ahimè, 105 in meno di quanti avevano osato nel 2018), sebbene al nostro livello di bassa classifica l’abbiamo un tantino sofferto nell’ultima parte, quando sentivamo la voce di Brighenti da Gualtieri e a tratti ne vedevamo la piazza e la cattedrale, ma i maligni triangoli rossi ci ributtavano ai bordi del grande fiume, per giunta col vento contrario.

Non sono mancati i soliti 4-500 metri sulla spiaggia, verso il km 12, quest’anno senza laghetti o pozzanghere ma con sabbia soffice quasi asciutta (sebbene poco prima della partenza fosse piovuto), al cui termine stavano le tradizionali corde con nodi per risalire (scelte come simbolo delle foto di Teida Seghedoni, ai cui numeri mi riferisco).

Due ristori, dopo 8,5 e 18,5 km (se non ne ho perso uno, mi sa che ce ne fosse uno in meno che l’anno scorso): acqua, tè di pesca e via andare. Amichevoli battaglie, nella zona nostra, con Gelo Giaroli e la coppia inseparabile Mascia-Bacchi, che arrivano decisamente avanti (vedeteli a metà gara nelle foto 289-293, mentre dalle 442-451 si vede che la happy family sta dando la polvere a Gelo, e si trascina in scia persino Marco Belli che non voleva saperne, e finirà appaiato a Giaroli), lasciando il sottoscritto più indietro in compagnia, come l’anno scorso, di Maurizia Gambarelli (foto 473-474 all’arrivo), e ancora di Roberto Manini che insiste a chiamarmi “professore”, e della new entry Barbara Spagni da Campegine (foto 457-462, nell’ultimo km di sofferenza).

Sul podio stanno premiando Lorenzo Gardini, vincitore con abbondanti 6 minuti e giusto vent’anni in meno del secondo, Massimo Sargenti (1.21:55 contro 1.28:13). Ottava assoluta, e prima donna, Bethany Jane Thompson, 4 minuti esatti (e sette anni in meno) da Simona Rossi (1.38:29, 1.42:29).

A chiudere il gruppo, un pelino sotto le 3 ore del tmax, scortati dal vecchio amico guastallese Bruno Benatti (uno che ha completato le sei Majors!), Cecilia Gandolfi, la ‘forza dell’ordine’ Nadia Rocchi e il maestro cioccolataio Luigi Bandieri. Almeno loro sono partiti in orario, non come quelli che si vedono nelle foto di Teida dalla 51 alla 144 (e mettetevi pure in posa che siete belli e state risparmiando 15 euro).

Al traguardo troviamo, nel solito ristoro nascosto sotto il portico, oltre lo stand di Boniburini, anche banane e arancine (dalla buccia sottile che non si stacca) e qualche biscotto da intingere nel tè alla pesca (in bottiglia).


Deposito borse custodito; docce al solito posto, a 150 metri, leggermente più freschine del solito (ma con un po’ di coraggio ci si può stare sotto e lavarsi perfino i capelli, preoccupazione che Gelo non ha); pacco gara con grissini e un plaid, forse evocatore di quando andavamo nelle golene dei fiumi con la nostra innamorata (salvo che il plaid attuale è a mezza piazza, come si fa?). Solo per i non comp c’è la rituale bottiglia di vino, che come ogni anno mi convince a comprare a prezzo onesto un cartone da sei di “Bucciamara”.

Si recupera l’auto nella zona delle cantine, e si saluta la stazione di Gualtieri, dove l’onorevole Peppone decise di non andare a Roma, scese dal treno a vapore e tornò a Brescello in bicicletta sulla strada dell’argine (che abbiamo appena percorso), ingaggiando una non competitiva con don Camillo.* Questi trail profumano anche di poesia.

 

PS *Stimolato da Gabriele Cavatorta, faccio volentieri una parziale emenda. In effetti la stazione di Gualtieri compare in almeno tre film del “Mondo piccolo”, ma non per l’episodio ricordato sopra, che si svolge tra la stazione di Boretto (paese di cui si vede sullo sfondo anche la cupola della chiesa) e la ex statale sull’argine del Po (la stessa che in piccola parte abbiamo percorso anche noi podisti del “Po di trail”, e dove si trova anche la cappellina con la Madonna che si vorrebbe abbattere e poi è risparmiata). È anche l’unica volta che Boretto è citata nel racconto di Guareschi, scritto appunto come sceneggiatura di quell’episodio.

In territorio di Boretto è stata girata anche la processione di don Camillo, solo con un cane, verso il Po, lungo uno di quei meravigliosi vialetti che portavano ai ponti di barche, del tutto identico al viale alberato, dentro la golena, del primo e dell’ultimo km del nostro trail.

Alla stazione di Gualtieri invece Don Camillo incontra i suoi parrocchiani, mentre sta partendo ‘in punizione’ per la montagna, nel finale sia del primo film del 1952 sia del tardo film del 1983 con Terence Hill (la differenza principale tra i due film è che il treno del 1952 ha la locomotiva, quello del 1983 una littorina diesel, come ci sono anche adesso).

https://www.youtube.com/watch?v=pOiMiZAhwA8

Nella finzione filmica, alla stazione successiva (dopo Gualtieri) del primo film, don Camillo è salutato dai comunisti con Peppone, ma il nome della stazione non si legge (probabilmente è la stessa Gualtieri, ma inquadrata in altro modo; si è pure detto che sia la stessa Brescello camuffata): nella realtà la stazione dopo Gualtieri è Guastalla, ma così non è nel film.

È stata anche rilevata la stranezza delle parole con cui Peppone saluta il parroco "prima che usciate dal territorio di nostra competenza": in realtà si era già fuori ‘territorio', perché Brescello e Gualtieri sono due comuni autonomi e neppure confinanti (in mezzo appunto c'è Boretto). C’è poi l’altra stranezza che Don Camillo sta andando verso la montagna, e dunque semmai dovrebbe andare in direzione opposta, cioè verso Reggio o Parma, non verso Suzzara/Mantova. Ad esempio dovrebbe passare per Boretto ma poi dirigersi verso Reggio lungo la ferrovia, oggi dismessa, Boretto-Reggio: una stazione su quella linea era Castelnovo di sotto, dove in effetti don Camillo accompagnerà Peppone nel finale di Don Camillo monsignore ma non troppo del 1961 (quando però la linea era già stata soppressa).

Per completare, alla stazione di Gualtieri è ambientato anche, ovviamente, l’inizio del film-tv su Ligabue; mentre alla stazione che allora si chiamava Brescello-Viadana è ambientata qualche scena del film “La strategia del ragno” di Bertolucci (col nome immaginario di Tara: suggestivo il finale con l’erba che cresce dove non passerà più nessun treno).

 

Va infine precisato che le storie scritte da Guareschi non si svolgevano a Brescello, Boretto e Gualtieri, ma in un “Borgo” in provincia di Parma (uno dei film fu girato a San Secondo), cioè nelle terre natali della famiglia Guareschi (Roccabianca, però scartata dal regista Duvivier perché poco adatta alle riprese cinematografiche). Gualtieri e Brescello non sono mai citate nei racconti; oltre a Boretto, della zona appare solo Guastalla, citata per inciso in due racconti degli ultimi anni, mai raccolti in volume dall’autore.

 

 

VIDEO

 

20 aprile - Due volte l’anno i podisti modenesi (e qualche circonvicino affamato di podismo) si ritrovano alla periferia nordorientale della città per la corsa che parte da una delle poche bocciofile superstiti, la Modena Est (dove però la pista da bocce è una specie di museo sottovetro, e per attirare pubblico si fanno piuttosto le commedie dialettali): una volta è sotto Natale, l’altra è sotto Pasqua. La principale differenza tra i due percorsi consiste nell’argine del Panaro, evitato a dicembre e invece percorso, per tre km abbondanti, ad aprile. Sotto l’aspetto organizzativo, si tratta di due gare tra le meno competitive che esistano: quella invernale ha addirittura l’iscrizione gratuita, questa invece costa 2 euro, col corrispettivo di un uovo di Pasqua come premio.

Le uova di Pasqua sono andate esaurite, e gli ultimi hanno dovuto accontentarsi di un bicchiere con gli ovetti da mezzo centimetro cubo: si sa che in questo genere di raduni, l’ideale è partire prima e fare il percorso corto, o addirittura non correre affatto e presentarsi al ritiro premio cinque minuti dopo la partenza ufficiale. Cito dal direttore di Modenacorre, partito insieme a me: “alla fine il solito assalto alla diligenza per impossessarsi dell'ambito uovo di cioccolata, con evitabilissime discussioni fra chi lo voleva fondente e chi ne va a prendere un cartone...”. Si vede che il pettorale l’avevano tenuto ben serrato sotto la tenda, siccome dalle foto di Teida il primo che porta spillato il tagliandino verde appare alla foto 158, e fino alla foto 210 ce ne sono 4 in tutto. Oppur avranno delegato tutto al caposquadra, presentatosi al ritiro con la sua brava mazzetta di cartoncini.

Nessuna meraviglia nemmeno per le partenze anticipate: la bicicletta apripista appare solo dalla foto 90, preceduta di poco dal primo duepezzi della stagione, una lungagnona della Fratellanza con cane al seguito. Il suo esempio sarà seguito da almeno due altre (foto 291 e 300), segno che la stagione si sta aprendo e come cantava Battisti, coi nuovi colori le giovani donne vivono nuovi amori, o si fanno avanti speranzose.

Tra i maschi, qualcuno osa di più: Bedeschi il reggiano (foto 225) è a torso nudo, e può ben ripetere, con Guccini, “tu giri adesso con le tette al vento – io lo facevo già vent’anni fa”.

Un abbaio perfettamente imitato dà brividi di spavento a qualche ragazza nell’atto del sorpasso: è Mastrolia, che le donne le conosce e saluta tutte anche se (segno dei tempi) nessuna lo segue e nessuna rallenta per correre in compagnia.

Saltiamo l’unico ristoro, dopo 4 km, affollatissimo e a quanto pare poco fornito, e montiamo sull’argine.

Lasciamo scorrere il gruppo e troviamo i soliti appassionati senza di cui il podismo si ridurrebbe al ritiro del premio: l’Assessore Verde Emilio Borghi (360), la Happy Family preceduta da Aurora in bici (367-8), Peppe Cuoghi dalla Cavazzona (370), Cecilia Gandolfi che al traguardo inalbererà il cartello dei suoi 60 anni, Massimo Bedini (380), Luigi il cioccolataio extralusso (383), e perfino Giangi (389), uno che non è mai partito prima in vita sua e infatti chiude il gruppo, non sappiamo con quante speranze di accaparrarsi l’uovo, il che gli fornirà altre occasioni di polemica.

E lasciatemi salutare, dopo Paolino e famiglia più cagnolino (foto 6), Ivano Serafini, un nonantolano che è riuscito a infondere nuovo entusiasmo alla Sassolese, rimesso a nuovo da un pit-stop ospedaliero e pronto a rimettersi per strada. Non è ancora nato quello che ci spianterà…

Insomma, se non ci fossero queste corse, dove andremmo mai il sabato di Pasqua? Per chi vorrà fare sul serio, l’appuntamento è lunedì al trail sul Po di Gualtieri. E anche per gli altri… bè, due euro varranno una bottiglia di lambrusco, e magari qualcuno ci aggiungerà anche il percorso lungo sebbene quello costi 15 euro. Vigilerà Morselli.

13 aprile – Alla terza edizione, la Via degli Dei cresce, malgrado sia incappata nella giornata peggiore della sua breve storia: pioggia violenta dalla partenza (da Bologna alle 23 di venerdì 12 sera) fino all’intermedio dei 70 km sotto il passo della Futa (Monte di Fò), più una nebbia notturna che (mi dicevano gli infangatissimi atleti coi quali ho convissuto l’esperienza degli ultimi 33 km, e più tardi doccia e cena) con tutte le lampade e torce impiegate, permetteva di vedere poco più in là dei propri piedi.

Col risultato di 70 ritirati o comunque DNF, nonostante i quali l’ordine d’arrivo ufficiale registra 174 arrivati fra le 14h 35 dei primi due Kienzl e Pellegrini (quasi un’ora in più dell’anno scorso, ma oltre al maltempo… c’è un’altra ottima ragione) e le 31.59:43 dell’ultimo classificato: il che fa 28 arrivati in più del 2018, quando i partenti erano stati 183.

In leggera crescita anche gli arrivati dei 55 km: 100 esatti, contro i  92 del 2018. Poi c’è la novità del Monte Senario Trail, cioè gli ultimi 32,7 km nominali, da S. Piero a Sieve: qui gli arrivati sono 67, anche grazie al saggio allungamento del tempo massimo, dalle 6 ore previste alle 7 effettive.

Saggio perché gli organizzatori ci hanno presentato quest’anno una novità, il rifacimento quasi totale dell’ultima parte, dalla Vetta Le Croci a Fiesole: tolto parecchio asfalto, abolito il passaggio dal bel borghetto delle Molina, ma dopo la ex-ultima vetta a 8 km dal traguardo (a 692 metri), la discesa che speravamo finale era invece interrotta, a 3 km da Fiesole, da una brusca deviazione a destra con salita fin quasi alla cima del monte Céceri (in antico toscano, ‘cigni’), salita di quasi 2 km fino ai 355 metri della piazzetta panoramica da dove Leonardo faceva buttare giù i suoi servotti col paracadute o l’ “aereo” ad ali. È stata la botta finale, paragonabile alla salita della Flegère/Tete au Vents introdotta nella UTMB dal 2008 per ‘esaltarci’ gli ultimi 10 km. Non credo che molti l’abbiano fatta di corsa, tranne i supermen delle prime posizioni. E alla fine i Gps hanno inesorabilmente segnato dagli 1 ai 3 km in più rispetto alle distante indicate: i 32 sono diventati 33,5/33,9; i 55 sono saliti a 57 e i 125 a 128. Ovviamente si tratta di misurazioni Gps, allo stesso modo di come – suppongo – sia stata la misurazione originaria. In compenso, il dislivello della gara più corta risulta di circa 1200 metri contro i 1500 indicati.

La mia esperienza personale, quest’anno, si limita al tratto da S. Piero a Sieve, col solito ristoro luculliano (per restare ai nomi romani), in teoria aperto solo a chi transitava dopo 95 o 23 km, ma che è stato concesso pure a noi in attesa di partire alle 13,30 di sabato; e anche i due bei cagnoni in partenza (finiranno sotto le 5 ore) avranno avuto la loro razione. Rigoroso pure quest’anno il controllo sullo zaino obbligatorio (sebbene, ci dicevamo, per una gara il cui tempo massimo stabilisce l’arrivo alle 19,30, che bisogno c’è di lampada e pile di scorta?).

Migliorata, direi, la segnaletica, con bolli gialli dipinti sui sassi o legni (ogni tanto apparivano i bollini rossastri dell’anno passato), bandelle biancazzurre quasi a vista una dell’altra, frecce, bandierine catarifrangenti. L’unica cosa che continua a mancare è la segnalazione dei km percorsi. Seri dubbi ci sono venuti, anche quest’anno come l’anno scorso (sia pure su un tracciato diverso), nel centro di Fiesole, da quando una maligna deviazione a destra in salita ci ha portato all’intorno di un borgo caratteristico ma dove i segnali mancavano del tutto, fino alla piazza: eravamo in 4 o 5 e ci interrogavamo su dove andare. L’anno scorso gli organizzatori ammisero che nel finale era venuta a meno la vernice; quest’anno è tornata di moda la solita giustificazione, che i segni erano stati portati via da qualche genietto dispettoso. Se usate il colore per terra non ve lo portano via!

Ristori come previsto: uno abbondante ai -18 km, due idrici (compresa birra) ai -25 e -12; forse un po’ meno ricco, e tutto ‘in piedi’, quello del traguardo (le patate lessate erano finite o non c’erano mai state?), mentre un vento abbastanza gelido ci soffiava addosso (i ricambi erano nel luogo delle docce).

Generale la riduzione dei tratti asfaltati: ad esempio il tratto tra la villa medicea di Trebbio, 4 km sopra San Piero a Sieve, e la spettrale badia di Bonsollazzo, si svolgeva quasi tutto su carraie o sentieri, non più sulla stradina asfaltata degli anni precedenti; e degli ultimi 12 km ho già detto.

Pacco gara consegnato al ritiro dei pettorali, comprendente (per noi ‘corti’) uno zaino, un impermeabile che quasi tutti abbiamo indossato subito, dei manicotti: chi sperava nel bis del salamino e della birra dell’anno scorso è stato deluso, ma mica si era venuti per questo.

Solita bella medaglia (differenziata a seconda delle distanze) con la scritta latina “Pervenit”; confermo il servizio di navette efficientissimo, che sopperiva alle scomodità dell’arrivo in centro ma con docce (caldissime) e pasta party ubicati a 3-4 km. Quella del dopo-doccia era, come l’anno scorso, una cena vera e propria, nel ristorante del circolo tennis che espone il manifesto di un tentativo di record del mondo dei 100 km su pattini a rotelle (roto-ultra-marathon?), organizzato dal gruppo sportivo Berta (l’eroe eponimo dell’attuale stadio Franchi) nel 1939, con riprese dell’istituto Luce.

Una gara dunque che cresce; e butto lì un’idea. Perché non consentire, agli iscritti della 125/128, la possibilità di fermarsi al traguardo intermedio dei 70, venendo classificati? O anche: perché non pensare a una gara a staffetta divisa in due frazioni? Entrambe le iniziative sono praticate un ultratrail similari, e potrebbero attirare anche atleti che adesso sono spaventati dall’enormità del percorso massimo.

Dal sito Sdam ricopio le prime posizioni delle tre gare. Si notano i distacchi abissali tra i primi e gli altri, tranne nel Monte Senario femminile dove c’è stato un arrivo quasi in volata.
E permettetemi di salutare il paisà Giulio Piana, che ha stravinto la 55 km.

Via degli Dei, con arrivo maschile a pari di due compagni di squadra:

 

1      2      KIENZL PETER ITA SM40              14:35:03

2      3      PELLEGRINI JIMMY ITA SM40       14:35:03

3      82     DEI CAS DANILO ITA SM40         15:50:47

 

Femminile:

 

1      F3     KAGERER CORINE SUI -SF45        16:15:32

2      F1     VINCO GIULIA ITA                      18:03:04

3      F6     BOGGIO CHIARA  SF35                19:13:02

 

Flaminia Militare

 

1      490   PIANA GIULIO ITA SM35      1      5:37:04

2      474   ROSSINI IVANO ITA SM40   2      6:19:02

3      425   CHIODI UMBERTO ITA SM    3      6:37:12

 

Femminile

 

1      F425 TODESCHINI CLAUDIA ITA   SF35   6:50:49

2      F410 ECKL ANGELIKA  ITA  SF45            6:50:53

3      F421 MIGLIORI MICHELA ITA SF45       6:58:01

 

Monte Senario Trail

 

1      647   ZORN GIOVANNI ITA  SM45         2:55:16

2      608   CALDERONI STEFANO ITA  SM      3:08:44

3      619   GAGGINI MARCO  ITA  SM35         3:26:22

 

Femminile

 

1      F606 CALDINI SILVIA ITA  SF40          4:16:40

2      F609 CICCARELLI ALICE ITA SF           4:19:00

3      F620 SMITS ANNEMARIE NED      SF45 4:20:55

Mercoledì, 10 Aprile 2019 00:07

Modena, 24^ Camminata New Holland

7 aprile – Non competitiva per i modenesi meno agonisti, oggi non impegnati nelle due maratone nazionali o nei campionati di cross, sia locale sia nazionale CSI a Monza, o non abbastanza stanchi per aver corso il giorno prima un impegnativo trail sulle colline della provincia. Insomma, un ritrovo non stressante, su percorsi che andavano dai 3,5 ai 17 km a nord di Modena, includente – quest’ultimo – circa 3 km sull’argine sinistro del Secchia e un paio sulla ex ferrovia Modena-Carpi, compreso ponte metallico sul fiume.

Il tempo è stato clemente, la temperatura ideale, l’atmosfera umana come al solito calorosa; il percorso era ben guardato da vigili nel tratto urbano e da volontari nelle zone esterne alla città. Un po’ di nostalgia nel percorrere un paio di km in zona Madonnina/Ponte Alto che fino a poco fa erano calpestati dai maratoneti “d’Italia”, lì dove ci fu il ristoro di Macchitelli e dell’arbitro nazionale Pedretti.

Molto revival abbiamo fatto, correndo ad andatura di tutto riposo (media finale 6:15), con Angelo Mastrolia, supermaratoneta da 250 maratone ultimate: lanciando più di un pensiero alla Betty (che Mastrolia assicura non bombata in nessuna delle sue numerose risorse, e certamente perseguitata da una Giustizia che somiglia al Var quando gioca la Juventus), e dichiarando che in mancanza sua per la delizia degli occhi rimane la fantomatica Rossella O’Hara (sì, ma la Eleonora Rachele l’hai mai vista?).

Dopo l’argine, si fa un lungo periplo intorno alle nuove carceri di Modena, dal cui interno un altoparlante scandisce chissà cosa (magari corressero anche loro la Vivicittà… ma a Modena questa competizione è sempre stata organizzata di malavoglia ed è sparita prestissimo, soffocata dal roncaratismo secondo cui le classifiche sono il male dello sport); si lambisce il centro ortopedico-fisioterapico più famoso della città, dove visita il mago delle ginocchia; si arriva infine al traguardo, in uno dei quartieri più brutti di Modena, la Sacca, una sfilza di casermoni anni Cinquanta-Sessanta, zona dormitorio per gli operai delle fabbriche di un tempo.

Non resta che il mezzo giro sulla fatiscente pista in catrame, un tempo della Fiat; salvo che qualche addetto un po’ addormentato, quando arriviamo noi, ci manda subito a sinistra cioè nella zona ristori, in pratica al traguardo ma dal senso opposto (oltre al sottoscritto, anche Paolino Malavasi, oggi a riposo tra una 'Minor' e l'altra, cade volentieri nella trappola che ci risparmia 300 metri). Ma tanto, in un regime podistico dove si parte quando si vuole, ci si ritaglia il percorso che si vuole (leggermente patetica la signora che marchiava l’asfalto con la punta metallica dei suoi bastoncini da walking), oppure non si parte affatto con la scusa di presidiare la tenda, e la cosa più importante sono il ristoro finale e le sei tigelle del premio in cambio di due miseri euro, non sarà un gran reato farne 16,700 anziché 17.

Lunedì, 08 Aprile 2019 23:05

Carpi (MO) – 34° Trofeo Gorizia

6 aprile – Nulla a che vedere con la città friulana, ma solo con l’antica sede, a Carpi, del Comitato anziani, appunto di piazza Gorizia nella periferia sud di Carpi. Il comitato si è spostato e anche la gara, non competitiva, ha variato negli anni i luoghi di partenza, sia pure nello stesso quartiere, che si sta riempiendo di sempre nuove abitazioni al punto di lasciar presagire una prossima saldatura con l’antica frazione di Santa Croce, celebre per aver dato i natali alla varietà Salamino del Lambrusco.

Gara del tutto non competitiva: gli organizzatori dichiarano 860 pettorali venduti, che sono molti considerando anche la concomitanza di un’altra camminata a Sassuolo; ma all’orario di partenza delle 16 eravamo, a dir molto, in duecento, che poi abbiamo raggiunto via via sul percorso i camminatori o gli pseudo-podisti partiti quando garbava loro.

Tracciato tutto sommato piacevole, dopo una giravolta iniziale nell’area urbanizzata, cui è seguita una puntata verso sud, su stradette ombreggiate e quasi totalmente prive di traffico (un collega carpigiano mi ha indicato il punto in cui un anziano podista in allenamento, pochi anni fa, è stato investito e ucciso da un’auto in una curva cieca): ottima la protezione dei vigili. Si respirerebbe profumo di aceto balsamico, transitando vicino alla fabbrica che fu sponsor negli ultimi anni della maratona di Carpi: salvo che l’acetaia sta passando pure lei i suoi guai con la giustizia, perché sembra che le norme sulla DOP fossero bellamente aggirate. E tanto per restare in tema, continuano a circolare le lamentele di podisti iscritti all’ultima maratona carpigiana, annullata a poche settimane dal via, che come nella canzone di Marinella continuano a bussare invano alla porta degli organizzatori, sbarrata e probabilmente non più presidiata. Chissà se anche in dialetto carpigiano si dice “Chi ha dèe, l’ha dèe, e chi l’à iù, l’à iù, descurdèmes al passèe”.

Anche la squadra calcistica del Carpi, in serie A quattro anni fa, adesso è ultima in serie B: sta giocando mentre noi corriamo, e radiocorsa annuncia che sta perdendo proprio per un gol del suo ex Mbakogu, stolidamente venduto o quasi regalato; poi la situazione si raddrizza e alla fine il Carpi vincerà 2-1, ma contro la penultima, e per ora serve a pochino. Incombono anche le elezioni amministrative e circolano strane voci sul sindaco uscente, che accusa il suo ex vicesindaco di dossieraggio: ma le bocche dei carpigiani sono tappate e neanche sotto sforzo c’è verso di capire su che argomento verta la polemica. (Se dico niente, diceva don Abbondio, o è niente, o è cosa che non posso dire).

Nel frattempo noi raggiungiamo, dopo la cantina vinicola omonima, il centro di S. Croce, dove in sostanza si fa un giro di boa che, attraverso la signorile tenuta di non so quale conte Cioccapiatti, e altre ville messe su dai magliari ai tempi d’oro, ci riporta al luogo di partenza dopo 10 km esatti (naturalmente c’erano anche percorsi più corti).

Per quello che valgono, Nerino Carri e il sempiterno Peppino Valentini della podistica Cittanova (abbonata al primo premio di società, oggi con 92 cartellini venduti) rilevano i primi del giro lungo: per i maschi, il carpigiano d’adozione Alessio Basili (Atletica Cibeno), seguito da Marco Agazzani (RCM Casinalbo), e dal carpigiano Corrado Reggiani (La Patria Carpi). Sulle donne prevale la carpigiana, figlia d’arte di un podista e vinificatore, Silvia Torricelli (tesserata pure lei per la Cittanova, che come le navi delle Ong accoglie tutti), davanti alla novese Stefania Pantaleoni e alla scandianese Simona Garavaldi.

Mi ha incuriosito vedere alla partenza pure la happy family modenese Mascia-Bacchi, con la figlia Aurora ormai cresciutella che li precede in bici: sorpresa (ma non troppo) perché “AlleSimo” sono in partenza per la maratona di Milano dell’indomani. Direi presenti in massa i carpigiani; dei modenesi, quelli meno impegnati con le gare top dell’indomani, con qualche vecchia gloria che un tempo correva il Passatore o la 50 di Romagna; e una discreta presenza anche di reggiani, tra cui l’immancabile Gelo Giaroli che mi ‘costringe’ a tenere la media dei 6 a km.

Il tempo non tradisce, il ristoro finale è adeguato; il premio, per due euro di iscrizione, è un chilo di spaghetti, con l’opzione di un album di figurine per bambini (categoria peraltro pressoché assente). Nerino e Tetyana assicurano la copertura foto-cinematografica, e tutto finisce in gloria.

Lunedì, 08 Aprile 2019 00:24

Milano-Roma, sfida anche fra tv

Il podista che santifica la festa correndo la sua garetta, delle maratone in diretta tv di solito vede la parte finale, quando rientra in casa. Osiamolo dire, che vedere una maratona intera in tv è alquanto noioso, specie se continuano a inquadrare i tre africani di testa, con qualche rapido passaggio sulle donne più sparpagliate 5 o 6 km dietro.

In una delle più prime edizioni di Roma mi sembra di ricordare che l’onere della diretta fu assunto da Mediaset, che fece di tutto per spettacolizzarla, mandando a condurre i suoi big del varietà col loro corredo di ospiti solo vagamente sportive. Ad esempio Ambra, che mentre rilasciava le sue dichiarazioni di profondo interesse e competenza, il pubblico sotto le faceva “ohi lellé, ohi lallà, faccela vedé, faccela toccà”.

Poi tutto tornò sotto l’egida (come dicono i sapienti) di mamma Rai, che tirò avanti qualche anno con le dirette su RaiTre o addirittura RaiUno, ma con obbligo di chiudere a mezzogiorno perché poi c’era l’Angelus del Papa o qualcosa di simile; da qui dipendavano le partenze a orari curiosi e in dubbio fino all’ultimo “per esigenze Rai”, ad esempio le 9,40: per i telespettatori, appena il tempo di vedere sullo schermo per un istante la prima donna tagliare il traguardo, e titoli di coda.

Rimanevano misteriosi i criteri di scelta delle gare da trasmettere: Trieste con 400 arrivati aveva la diretta, Carpi con 1000/1500 idem, e se non sbaglio si arrivò alle carte bollate (o almeno alla loro minaccia, come usa fare in questa nazione dove l’annuncio conta più del fatto) tra Carpi e Padova o Treviso, che avevano pubblicamente deplorato l’assenza Rai dalle loro gare da 2 o 3000 arrivati e chiesto per quali misteriose ragioni Monetti e Bragagna andavano sempre a Carpi e mai da loro. Ma la sentenza arrivò dal tribunale dell’audience: e la voce di Bragagna, col sottofondo delle cifre ruminate da Monetti padre (che sembrava avesse sempre una brioche in bocca), e gli ansimati collegamenti dalla bici di Pizzolato e Fogli, andarono a finire su Raisport, roba da 0,5% di share; infine, ora, nemmeno più in diretta, ma fra un torneo di bocce e uno di pallone elastico.

Eccoci dunque al 7 aprile 2019, dove l’Italia tipicamente partigiana (nel senso di faziosa, localistica, che ognuno pensa alla sua parte e non all’interesse collettivo) lancia in contemporanea due delle tre maratone più affollate dell’anno. OK, anche in Germania si corrono le maratone di Bonn e di Hannover: che però non sono le maratone-top di Berlino, Monaco o Francoforte, distanti mesi l’una dall’altra. Resto personalmente convinto che i maratoneti italiani, in diminuzione come numero e come qualità, siano tuttavia più prolifici, non abbiano problemi a correre una maratona la settimana, o almeno (i più prudenti, quorum ego) ogni mese: e insomma, se le due maratone fossero state distanziate di una settimana o due, ciascuna avrebbe assommato la cosiddetta “pancia” dei maratoneti, sicuramente qualche migliaio, che non avrebbe rinunciato alla “doppietta”. Ma tant’è: in attesa delle maratone dei quarantamila ormai abituali nelle capitali europee, e di quelle dei ventimila di altre città non capitali, cantiamo vittoria per gli ottomilaottocento o settemilaseicento, e semmai diciamo che la colpa è del certificato medico (che in Francia, per dirne una, vogliono con maggior accanimento che noi).

Sfida di capitali, e sfida tv, all’insegna del cuius regio eius religio: la tv di stato, romana da sempre, sceglie la capitale, ma differendo la cronaca di 14 ore; la pay- tv, tra uno spezzatino di calcio e l’altro, resta a Milano, aggiudicandosi i commenti ‘tecnici’ della Andreucci, di Baldini e chi più ne ha più ne metta, in entusiastica adesione ai team Rosa e RCS sport, e soprattutto (questa è stata la mia prima impressione accendendo il televisore verso mezzogiorno) esibendo la voce sensualissima di Amelia (ovvero Lia) Capizzi, brava e intrigante commentatrice di Sky (dopo esserlo stata della 7 e della Rai), che scalza decisamente dal podio il cronista ufficiale Nicola Roggero da Casale Monferrato (questi piemontesi però, bravi a conquistare Milano!).

La tecnologia Sky consente di vedere due schermi (e chissà, premendo i vari tasti verde, rosso ecc. del telecomando, cosa altro sarebbe saltato fuori): in uno gli eventi sportivi, nell’altro (più grande) i commenti della Capizzi e dei suoi ospiti: ed è chiaro che quando arriva Paolo Bellino (altro piemontese, di cui Wikipedia ricorda I trascorsi di Chief Operating Officer, Managing Director del Main Operation Center alle agnellesche olimpiadi  invernali), le sue dichiarazioni meritano bene di oscurare l’arrivo della seconda donna, che appare in piccolo senza altre informazioni.

È poi il turno di un altro commander-in-chief della maratona, Andrea Trabujo, che contende lo schermo con l’arrivo della quarta assoluta e prima europea, Nikolina Sustic: finalmente una bella donna, indubbiamente dotata di qualità femminili che è impossibile riconoscere alle prime arrivate, specie alla prima assoluta. La Sustic peraltro giunge, come tutte le colleghe delle prime posizioni, scortata da un maschio (anzi, la prima ne ha due, ma mentre il numero 20 si ferma a pochi passi dal traguardo per lasciarle tutta la scena, l’altro, cioè Salvatore Gambino, fa la sua gara fino in fondo e anzi la precede di un secondo, gesto che in altre occasioni era stato stigmatizzato nelle telecronache – io invece non ci vedo niente di male: tu donna vuoi correre con me? Bene, vinca il migliore).

La Sustic, dopo l’arrivo in 2.38:47, lancia sguardi innamorati e devoti al suo ‘gabbiano’: da un lato mi viene da elogiare questa ragazza croata che non si limita, come invece le sue connazionali (o vari nordafricani residenti in Italia) , a cercare maratone italiane di serie B, una alla settimana, per vincere ogni volta un prosciutto e 500 euro,  ma oggi si è misurata con una gara ‘major’, dove i premi vanno a chi vale e non a chi è il migliore nel deserto. Dall’altro lato però continuo a pensare che le prestazioni ‘vere’ delle donne sono quelle conseguite in gare di sole donne; oppure, come si fa a New York, con partenza differenziata. Una regola scritta e non scritta sarebbe che l’atletica è sport individuale, e le ‘lepri’ sono illegali; ma i Soloni dei regolamenti, i ‘puri’ del giro di pista, vengono volentieri a patti con gli organizzatori che  garantiscono spettacolo e soprattutto grana.

Intanto, mentre la professional-sensuale Amelia da Camposampiero procede coi suoi ospiti, scorrono mute immagini significative ma non spiegate: un pettorale che mi pare di leggere come 62 arriva in stile Dorando, caracolla, sta per urtare i tabelloni, cade a dieci metri dal traguardo; accorre un addetto ma si guarda bene dal sorreggerlo per non trasformarlo in un nuovo Pietri. I cronisti ufficiali ignorano l’episodio, e per fortuna lo fanno anche quando si presenta sul traguardo un tizio (di cui preferisco non citare il numero), che sarà trentesimo o cinquantesimo, e si rivolge al pubblico come certi calciatori antipatici quando reclamano l’applauso e si toccano le orecchie a dire “non vi sento!”. Ma chitte vòle? mi viene in mente una maratona a Bovolone vent’anni fa: noi podisti normali eravamo già seduti ai tavoli del pasta-party, e in zona traguardo si stava smobilitando, quando arrivò Govi. Cominciò a sbracciarsi, a dire chi era, dopo l’arrivo salì sul podio a dire dei suoi numeri, ma tutti continuarono a mangiare la loro pasta senza curare chi fosse quell’esagitato lassù.

Torniamo a MilanoSky, nelle battute finali quando scorre l’inno del Kenia (qui i keniani, a Roma gli etiopi: che ci siano clausole di desistenza…?): mi sembra molto somigliante al finale di “Madama Butterfly”. Un bel dì vedremo - si dicono Amelia e ospiti - che un italiano torni a vincere a Milano? Nel frattempo, si ripete che il clan Rosa ha fatto le cose per bene allevando il vincitore e la vincitrice keniane, con rispettivi record “italiani”, che cioè confermano Milano come la più veloce del Bel Paese. Che questo serva a stimolare i giovani talenti italiani, lo scopriremo morendo; che invece promuova Milano tra il podista comune, quello che vuol limare il suo record portandolo foss’anche a 4.59:59, lo speriamo tutti.

 

Facciamo trascorrere alcune ore e passiamo al superstite canale di Raisport, dove la maratona di Roma va in onda in leggero anticipo, poco dopo le 22,30. Riecco Bragagna, direi in formissima: nei lunghi preliminari alla partenza mostra di saperne persino più di Brighenti, anche di corridori di secondo piano e società dilettantistiche, e a questa sua cultura podistica aggiunge la sua cultura generale (quella che gli consentì persino di vincere dei quiz televisivi), precisando la pronuncia esatta del politico Junker, o l’alternativa possibile burundese/burundiano, e tante altre info un po’ a margine che servono a vincere quella noia del telespettatore che dicevo.  Non mancano le battutine come quella su “Paolo Traversi che si mette di traverso”.

Anche il montaggio aiuta, con frequenti flashback, un filmatino su Bordin per i suoi 60 anni, ricordi perfino di Mennea, e anche, encomiabile, la menzione che Bragagna fa di Vincenza Sicari.

Da approvare pure la battutina sulle donne, quelle coi gabbiani e quelle con “le vere e proprie lepri” (e il ruolo dell’accompagnatore della prima donna, una “lepre materna”, sarà ripetutamente indicato).

Gli fa da spalla collaudata Pizzolato, a cui scappa subito una frase sulle buche stradali, ma si corregge precisando che intendeva le pozzanghere, non le buche, e che siccome le scarpe di oggi sono molto scivolose, costringono i podisti a evitarle e dunque ad allungare il percorso.

In comune i due hanno i pronostici per Meucci, visto addirittura sulle 2:08; salvo un primo “ahia – oh oh oh” di Bragagna quando gli scopre una smorfia. Il montaggio taglia, tra uno spot e l’altro si arriva alla mezza maratona in mezz’ora, e pochi istanti dopo, il ritiro di Meucci è dato in un trascurabile flash. Come: hai fatto titoloni (vocali) fino a dieci minuti fa, e adesso dici solo che si è ritirato? Forse il modello di Bragagna è Manzoni che, arrivando nel penultimo capitolo a descrivere le conseguenze della peste di Milano, scrive: “Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto”.

La lacuna sarà rimediata nella parte finale della trasmissione (evidentemente post-prodotta), cioè a mezzanotte meno cinque: problemi di stomaco, dicono.

Intanto qui, nella pseudo-diretta, dopo un quarto d’ora (50 minuti in tutto dall’inizio della trasmissione, che durerà un’ora e venti) siamo alle battute finali della gara maschile, il cui ordine d’arrivo viene dato addirittura più che in tempo reale: non fa in tempo ad arrivare il secondo, che Bragagna ha già detto che i primi cinque sono tutti etiopi (bravura di pronosticatore ma anche… il bello della differita).

Si passa alla prima donna (sì, un minimo più donna delle vincitrici di Milano lo sembra), ma a 2-3 km dall’arrivo i due telecronisti la vedono “in crisi rilevante”, “rassegnata”; specialmente Pizzolato si dilunga a perlustrarne lo sfondo psicologico (sembra un cane con l’osso in bocca e non vuole mollarlo): non pare nemmeno che parlino della dominatrice della gara, ma di una che chissà se riuscirà a fare l’ultima salita. Poi si ricredono all’ultimo km, e quella che era una crisi per mancanza di glicogeno o benzina (Pizzolato lascia le due possibilità) si trasforma in una resurrezione che porta al nuovo record della gara, seppure di un secondo solo.

E via col vento per gli arrivi degli italiani, e le note biografiche su Nasef che faceva l’imbianchino poi perse il lavoro e per sbarcare il lunario ha cominciato a correre… Insomma, Bragagna è un pozzo di scienza: riesce a farmi star sveglio fino a mezzanotte. Alla prossima!

31 marzo - Coraggiosa l’iniziativa dell’ASD Montecatini  Marathon, di programmare una ultramaratona nella domenica in cui erano già previste tre maratone di una certa tradizione, e all’indomani di un’altra ultramaratona trail svoltasi a poche decine di km (a Firenze, stessa provincia di Vinci). Anzi, forse era eccessivo l’ottimismo degli organizzatori, che annunciavano di chiudere le iscrizioni al raggiungimento dei 500 per questa gara e di altri 500 per la 27 km competitiva “Vitruvian Run” da Vinci a Montecatini: alla fine, gli arrivati sono 157 (di cui 30 donne) per la gara lunga e 75 per la ‘corta’; diciamo pure, e senza alcuna irrisione, la metà della metà.

La gara era presentata da filmati alquanto suggestivi, sebbene la realtà sia stata un po’ diversa: né la partenza si è svolta dalla casa natale di Leonardo (ma, più saggiamente, dal centro di Vinci, borgo comunque bellissimo come tanti in Toscana); né le fontanelle delle decadutissime Terme della Salute di Montecatini zampillavano acqua, né  l’arrivo al parco di Pinocchio a Collodi prevedeva il passaggio da luoghi come la balena o pescecane di Geppetto. Anzi, ho avuto l’impressione che noi podisti fossimo quasi tollerati, confinati in una riserva indiana di 50x50 vicino a un ingresso secondario. E lasciamo stare altre bellezze paesaggistiche dei dintorni (il Padule di Fucecchio? San Baronto??), che non abbiamo nemmeno sfiorato. San Baronto mi avrebbe incuriosito, perché secondo una diceria toscana medievale lì abitano i più brutti della regione.

In ogni caso, elogiamo la buona volontà, sebbene i partecipanti venissero quasi esclusivamente dalla Toscana più vicina, e dunque le decantate bellezze o i pregi del percorso non abbiano troppo convinto gli ‘esterni’ (a parte un gruppetto, neppure troppo nutrito, di supermaratoneti capitanati dalla coppia reale Paolo Gino-Laura Failli). Altre cose promesse non corrispondevano alla realtà: ad esempio le docce all’arrivo (ne ho chiesto notizia, ricevendo come risposta da un’addetta, che ‘il bagno’ più vicino era nel torrente Pescia, comunque a 4 km), o il pasta party (che si è scoperto essere collocato a Montecatini, cioè riservato a chi aveva corso i 27 km). Invece sono stati rispettati i bus navetta sia per l’andata sia per il ritorno, e certamente questo è un impegno economico da riconoscere.

Rimangono poi una felpa (unica componente del pacco-gara, a un prezzo minimo di 40 euro, massimo di 60 il giorno della gara: curiosamente, essendo una gara targata Uisp, chi aveva altro tesseramento, Fidal compreso, pagava due euro in più); una bella medaglia che raffigura su un lato Leonardo e sull’altro Pinocchio, dei ristori ricchissimi (perfino pane e prosciutto!) e abbastanza puntuali come collocazione, e un ristoro finale che ai consueti ingredienti aggiungeva il risotto freddo e una gran quantità di torte (ma verso le 7 ore, ancora con qualche decina di concorrenti in arrivo, ho visto smobilitare il tutto).

Dopo il ristoro ci toccavano altri 400 metri per raggiungere le nostre borse dei ricambi (in teoria erano annunciati anche dei massaggi, spariti già allo scoccare delle 6 ore: e come ci si può far massaggiare ancora sporchi e grondanti?), e poi mettersi alla ricerca almeno di un rubinetto dove dar giù a un po’ di sudore e polvere. Anche qui, gli addetti all’arrivo ignoravano l’ubicazione dei bagni interni al parco: cercando in giro, li ho trovati vicino alla statua in bronzo di Pinocchio e della fatina. Toilette, lavandini e niente più: d’altra parte, cosa si può pretendere in un parco non pensato per il podismo, che ci accoglie quasi come portoghesi che non pagano il biglietto d’ingresso?

Resta il percorso, decantato come indimenticabile: l’incantesimo forse è durato per la prima dozzina di km, cioè dalla partenza nella stupenda Vinci, ai tratti campestri tra i declivi della prima parte. Poi è cominciato l’asfalto, su stradine tutto sommato gradevoli con brevi interruzioni campestri (in piano: le colline senesi sono ben altro), finché non si è arrivati, dopo Lamporecchio (celebre per il famoso Masetto di una delle novelle più hard di Boccaccio), alla Monsummano di Giusti e Ferdinando Martini (il primo editore di “Pinocchio”), al caos di Montecatini (salvo il km percorso all’interno del parco della Salute, peraltro mal misurato perché risultava 1,300 effettivi), agli assurdi ghirigori di Borgo a Buggiano, in un crescendo di traffico (solo gli incroci erano controllati, ma noi convivevamo con auto nei due sensi) che ci faceva chiedere chi mai avesse dato la patente “Eco” a una corsa del genere.

Finalmente, dopo il km 36 circa, eravamo instradati fuori dal traffico, lungo canali e torrenti (principalmente, il Pescia su cui abbiamo corso almeno 2 km, pochissimo segnalati). Molto numerosi gli addetti, e apprezzo l’impegno organizzativo nel presidiare un percorso in linea; fatalmente, in molti incroci o bivii dove non c’era nessuno, ci toccava di capire quali fossero le nostre frecce (perché ce n’erano altre sull’asfalto, ma relative ad altre corse: ho notizia di qualche ‘smarrimento’).  Lungo il Pescia a un certo punto c’era un trivio senza segnalazioni: ho optato per salire lungo il marciapiede, e subito dopo ho visto un podista che veniva in senso inverso a me; ma il provvidenziale cartello del km 40 ci ha messi d’accordo.

Dopo l’attraversamento di Pescia è cominciato il tratto più bello, e finalmente segnato si può dire metro per metro, la “via della fiaba”, quasi 4 km lastricati e soprattutto in forte salita (non so quanti siano riusciti a correrli), che portava il totale dei metri di dislivello a sfiorare quota 500; e alla fine con una rapida discesa guidava verso il parco di Collodi. Ho notizia di almeno una caduta, con frattura e spedalizzazione (memore di mie analoghe esperienze, ho percorso questo tratto fra i 9:40 e gli 11:40 /km).

Classifiche curate dai chip di Icron / Cronorun: mancava un rilevamento alla partenza (dunque chi voleva partire in anticipo non ha avuto problemi, e in classifica ce n’è); primo rilevamento al km 27 di Montecatini, poi solo quello del traguardo.

La gara lunga (intorno ai 44,5 effettivi) è stata vinta da Luca Picchi appena sotto le 3.21, sette minuti e mezzo davanti a Federico Spitaletto; Matteo Innocenti, che al rilevamento intermedio era secondo, ha avuto un crollo e si è classificato terzo, dieci minuti dopo il secondo, e quattro minuti davanti al terzetto degli inseguitori, tra cui i primi due over 50, Alberto Cappello e Marzio Doni.

In nona e decima posizione sono arrivate le prime due donne, Sonia Ceretto (3.51:52) poi Marta Doko, a tre minuti. Terza risulta Shannon Johnstone, che a differenza delle prime due ha beneficiato, almeno nella seconda parte, di un cavalier servente giunto con lo stesso tempo (al km 27 la precedeva di 11 secondi).

I 27 km sono stati vinti da Daniele D’Andrea, trentottenne di Montecatini, in 1.46:50, e da M. Cristina Guzzi (quarantonovenne dell’Atletica S. Marco) in 2.05:16.

La gara era stata ideata all’interno delle celebrazioni per i 500 anni da Leonardo, ma si progetta di riproporla l’anno prossimo, però in senso inverso, evitando il tratto orribile intorno a Montecatini (che però è la sede della società organizzatrice!) e offrendo docce e accoglienza decente a Vinci. Una prova d’appello non si nega a nessuno.

Una delle ragioni della nascita di Podisti.net, vent’anni fa, fu il fastidio che ci davano i comunicati ufficiali degli organizzatori, invariabilmente all’insegna dell’ “ottimo e abbondante”, spesso recepiti senza cambiare una virgola dai giornali e riviste specializzate (le quali semmai ci aggiungevano manciate di punti esclamativi in proporzione delle prebende assegnate alla testata o dei pacchi gara o inviti a pranzo per il singolo giornalista).

I comunicati continuano ad arrivare, semmai più smaliziati di un tempo; quando li leggiamo, se alla gara non c’eravamo possiamo solo tentare di leggere sotto le righe e di verificare le notizie coi dati ufficiali, ad esempio le classifiche. Se invece ci siamo, raccontiamo come l’abbiamo vista noi, e questo fanno pure, ancora, alcuni amici che ci mandano i loro report. Gli organizzatori non sono contenti della scopertura di certi altarini, e nel dopogara si dedicano alla caccia di “giornalisti” dello stile del Mollica televisivo, che non nega superlativi e pronostici di Oscar sicuri a chicchessia; e insomma, ogni settimana le corse nazionali sarebbero sempre una Grande Bellezza.

Anche noi a volte ci entusiasmiamo, eppure non riusciamo a tacere di fronte a banalità come le docce fredde o il percorso tra le auto o i prezzi eccessivi. Il che non significa che di quella gara sia tutto negativo: in ogni competizione c’è sempre del buono, a cominciare dall’abnegazione di chi la organizza (in gran parte associazioni dilettantistiche senza fini di lucro), dalle crescenti difficoltà economiche e burocratiche, ecc. Pochi giorni fa mi ha scritto Pietrospino Chittolini: “tu sei critico, ma io non mi sono mai lamentato perché le critiche servono a migliorarsi”.

Allora, eccomi a raccontare (dopo Morselli, e cominciando a vedere la documentazione fotografica che sta divenendo giustamente ricchissima), questa seconda edizione de “La 21 di Reggio”: seconda con questo tracciato, ma 22^ come “Camminata di Santa Croce”, una maratonina che si svolgeva d’inverno sul tratto nord, extraurbano, all’incirca i km 5-16 del percorso attuale.

I numeri non si discutono anche se (come direbbe un elemento di spicco del comitato organizzatore, la docente di statistica Isabella Morlini) vanno ‘pesati’. Se allora il comunicato ufficiale apre con “Oltre ogni previsione: in 3500 a La 21 di Reggio Emilia”, “Numeri da capogiro”, preciseremo che di questi 3500 circa 2200 (“stima approssimativa”, bontà loro) erano i partecipanti ai 1200 metri papà+figlio (cioè 1100 coppie); poi c’erano 650 partecipanti alle non competitive di 5 e 10 km (scarsi); infine 70 partecipanti alla 10 km e 573 alla vera e propria 21km, prova del campionato regionale Uisp di corsa su strada.
Anzi, offro un assist agli organizzatori: la mezza maratona è stata corsa e conclusa da almeno 600 competitivi, ma per ragioni che mi sfuggono le classifiche ufficiali Endu hanno due pagine finali piene di DNS (che, mi dicono, significa Did Not Show, in soldoni “Non partito”, o comunque “non apparso”). Ebbene, parecchi di questi DNS non solo sono partiti ma sono anche arrivati (citerò solo la Stefania carpigiana – vedere foto arrivo Teida n. 576 -, il Giancarlo tifoso del Sassuolo che vista la recente batosta ha rinunciato a correre in neroverde – foto Teida 533- , il Massimo da Formigine che arriva sempre: ma nella lista DNS c’è perfino, spietatamente, Morlini Isabella, che al km 5 correva – vedi foto Morselli 68/69 – poi ha dato la sua supervisione alla gara – foto Teida 597 e seguenti - !). Dato che l’ultima classificata ha impiegato 2h27, mi sono chiesto se per caso il tmax era 2:30; ma nel regolamento, fra le varie amenità presenti (compresa la segnalazione che gli spogliatoi saranno separati tra maschi e femmine, e che tra i servizi offerti c’è il pettorale – ma non le spille!-) non ce n’era nessuna relativa al tempo massimo.
C’era invece l’indicazione del prezzo d’iscrizione a 15 euro, che diventavano però 16,50 per diritti di segreteria: beninteso, procapite, così che l’Emilia da Sassuolo che ne ha iscritti 8 della sua società ha speso 12 euro in più. Insomma, lo stile ryanair (prezzi netti e prezzi lordi) si fa strada anche nel podismo. La cifra (cresciuta di 2 € dal 2018) è altina, a queste latitudini, ma pienamente tollerata in campo nazionale. Proprio il Giancarlo DNS mi raccontava, in corsa, di un suo amico reduce dalla Roma-Ostia, 35 euro e ristori scarsissimi. E i numeri danno ragione ad Atletica Reggio: 600 paganti per una mezza sono una cifra ragguardevole da queste parti, dove già 300 sarebbero considerati un successo. Dunque, avanti pure: Shylock può continuare a chiedere la sua libbra di carne perché Antonio non la giudica eccessiva.
Semmai faranno meditare i soli 70 partecipanti della 10 km (per 10 euro!): pochi, e nonostante ciò soggetti a un pasticcio enorme, che il CU addolcisce in questo modo: “successo nella 10 km del padrone di casa Salvatore Franzese (Atletica Reggio, 30’44), con tanto di “giallo”, ovvero un errore di percorso e un secondo posto poi corretto in primo, in accordo con Andrea Bergianti (“retrocesso” al secondo posto in 31’24)”. Errore di percorso significa che una staffetta o un segnalatore ha dormito (vedi sotto): successe a Venezia nel 2017, a Milano e nella sublime Davos molti anni fa. Quello che non capisco sono i 40” di distacco assegnati a tavolino: un calcolo statistico-matematico ha stabilito che se Franzese avesse fatto il percorso giusto ci avrebbe messo quel tempo lì? Dio ci guardi dal VAR anche nel podismo…

Aggiornamento 18 marzo: dopo un deciso intervento di Christian Mainini nelle vesti di referente Uisp regionale per l'atletica leggera e coordinatore nazionale dei giudici di gara Uisp, l'ordine d'arrivo  è stato riportato a quello sancito "dal campo", ribadendosi che gli organizzatori, sebbene mossi da intenti, diciamo così, morali, non hanno il potere di modificare arbitrariamente i risultati.

Quanto a segnalazioni sbagliate, un vero e proprio sabotaggio è stato tentato negli ultimi 150 metri della 21 km da un personaggio munito di altoparlante ma soprattutto di sci (sci-munito), che all’ingresso nella piazza della Vittoria, dove arrivavamo da destra ma dovendo raggiungere il traguardo posto sulla sinistra, anziché instradarci  su una specie di S con prima curva a sinistra e subito dopo a destra (bastava la bandiera girata dalla parte giusta!), insisteva a dire “competitivi dritto!”, mandandoci a finire giusto in mezzo al gruppone dei non comp e di chi stava al tavolo del ristoro. Personalmente, dopo una cinquantina di metri, e mentre XL-speaker Brighenti si occupava di altre facezie, sono stato richiamato all’ordine dal Teidino Gabriele (per fortuna, non era in gioco il mio piazzamento di categoria, terzo su 3); altri si sono consultati fra sé, altri hanno deciso in autonomia. Commento concorde alla fine: ma proprio il più *** dovevano mettere in fondo? Sono andato a dirglielo, dopo l’arrivo: mi ha risposto che per lui “dritto” vuol dire sinistra-destra, mentre quello che noi intendevamo per “dritto”, secondo lui era “a destra”. Vabbè, per fortuna, quando “la diritta via era smarrita”, appare Virgilio e ti porta… all’inferno.

Classifiche mediante chip Sdam: tempo lordo e tempo effettivo coincidono, il che significa che il rilevamento fatto in partenza (o meglio, dopo 200 metri) non vale, e in mancanza di rilevamenti intermedi, vale solo il gun-time. Misurazione del percorso (by Uisp) sostanzialmente esatta, basta non guardare alle segnalazioni intermedie che erano piuttosto random soprattutto nel tratto extraurbano.
Il giro mi è piaciuto, soprattutto nei primi 5 km all’interno della città, con passaggio da tutti i monumenti e i luoghi da vedere di una città che non ha stellette Touring ma il poco che ha sa valorizzarlo; bellino anche il tratto dal Campo Volo a Gavassa e la Villa Curta di un’antica gara all’insegna del tosone, infine presso l’antica fabbrica Locatelli ora benissimo risistemata.
Poche auto a rompere, soprattutto a Villa Curta e, meno plausibilmente, sulla via Emilia Centro nei km 19-20; ottimo il controllo dei vigili negli incroci (nell’ultima rotonda, gran festa hanno fatto i vigili a una rossa di capelli e di maglietta che si chiamava Ross, nell’atto che mi sorpassava con sospiri assai seducenti).

Scarsini i ristori, soprattutto a base di acqua (tè solo se ti fermavi ad aspettare che l’unica addetta riempisse il bicchiere, a parte l’ultimo ristoro); scarsissimo il ristoro all’arrivo (acqua e qualche biscottino). Mai visto neanche uno spicchio di limone.
Sotto le attese il pacco gara, che per i primi 400 iscritti prometteva una maglia Macron, eppure a me che avevo il pettorale 303 è toccata una maglia “Fitness low cost”, contenuta in una busta marcata “Articoli pubblicitari – promozionali – da regalo”; si aggiungano due bustine di integratori e un pacchetto di “caplètt”, peso non indicato ma suppongo 250 grammi, scadenza 15 aprile. Medaglia plastimetallica trasparente, originale almeno per questo. Si attendeva anche un omaggio di “Correre”, indicato tra gli sponsor, ma non si è visto.

Spogliatoi “separati” ma abbastanza poco frequentati, se è vero che molte ragazze preferivano sottoporsi alla delicata operazione di cambio della biancheria intima sotto gli asciugamani (stile dopo il bagno a mare) nella palestra, storica sede di ritrovo alle prime maratone di Reggio.
Con tutto ciò, compagni di corsa mi hanno assicurato che rispetto al mezzo disastro dell’anno passato c’erano stati miglioramenti netti. Dunque, chi sono io per criticarla? Soltanto uno che di maratonine, dal 1987 a oggi, ne ha corse trecentotrentatré.

VIDEO

 

Giovedì, 14 Marzo 2019 20:07

Brescia Marathon 2004-2005: come eravamo…

Stimolati dalla recente edizione della maratona di Brescia, dalle discussioni che ne sono sorte, e dal desiderio di rinverdire qualche ricordo personale un po’ sbiadito, abbiamo ritrovato due articoli pubblicati su Podisti.net in occasione della seconda (2004) e della terza edizione (2005) della 42 bresciana. E una foto che ci  raffigura prima della partenza: non tutti corrono ancora.

Dagli apostrofi invece degli accenti (come allora era quasi obbligatorio fare, causa le limitatezze dei programmi informatici) capirete che i pezzi sono proprio come vennero scritti allora. Qualche persona non c’è più (come i citati, ormai leggendari, Beppe Togni e William Govi), anche qualche maratona nominata non dà più segni di vita, ma certe problematiche sono tuttora vive: concomitanze e concorrenze non sempre leali (Brescia-Piacenza, Treviso-Brescia, Brescia-Ferrara, Milano-Firenze…), percorsi bruttini, partecipazione non proprio in aumento, ma … docce calde già allora, e possibilità di collegare sport e cultura (le mostre di Brescia, allora come oggi). Tutto il resto è storia. Per i nostalgici, buona lettura!

 

2004

Brescia – Treviso: “concorrenza sleale”?

 

Se gia’ il bresciano Peppe Togni, da un paio di settimane, era in possesso di moduli per l’iscrizione gratuita alla maratona di Brescia rilasciati (meritoriamente) a nome del Club Supermarathon, da pochi giorni l’ “azzeramento” e’ generale ed ufficiale: come scrive il sito della maratona, “Per i maratoneti la partecipazione alla 2a edizione della Brescia Marathon è gratuita. La quota di iscrizione di € 30 è offerta dal Comune di Brescia, dalla Provincia di Brescia e da varie associazioni di categoria. Le istituzioni bresciane mettono a disposizione gratuitamente i 1000 pettorali di gara. Per le iscrizioni con carta di credito tramite ActiveEurope, la quota di € 30 sarà rimborsata al ritiro del pettorale”. Il “Giornale di Brescia”, poi, tirando ovviamente l’acqua al mulino locale, ha rincarato la dose (a firma di Franco Bassini) e ha parlato di “un'iniziativa che intende tutelare l'appuntamento bresciano dall'insidia rappresentata dall'irruzione nella stessa data della maratona di Treviso, che offre il rimborso dell'iscrizione a quanti concluderanno la gara”. L’articolista aggiunge le parole di “Gabriele Rosa, deus ex machina della Brescia Marathon”, secondo cui a Treviso “solo apparentemente si tratta di una scelta che favorisce gli amatori. In realtà siamo di fronte ad un'operazione atta a destabilizzare una realtà che, nonostante la presenza degli sponsor, ha ancora e sempre bisogno delle iscrizioni. I conti sono presto fatti: attrezzare il percorso, fornire la sacca gara e approntare gli spugnaggi costa quantomeno 60 euro, ovvero il doppio dell'iscrizione. L'iniziativa degli organizzatori di Treviso, che propongono un percorso con un dislivello in discesa di 124 metri, ben oltre i 42 che rappresentano il limite massimo per l'omologazione dei tempi, si configura come una sorta di concorrenza sleale. Ci associamo quindi agli altri organizzatori che non intendono seguire la strada della gratuità e ringraziamo le istituzioni bresciane che hanno deciso di acquistare i pettorali per distribuirli ai partecipanti".

Buttiamo li’ qualche considerazione, premettendo che non facciamo il tifo ne’ per Brescia ne’ per Treviso (come si vede anche dalle prime righe qui sotto), ma ci piace vedere e far vedere le cose chiare a chi ci legge, cioe’ a chi corre e paga.

 

  1. Siamo d’accordo con la definizione di “concorrenza sleale”, sebbene bisognerebbe mettere nel conto del dare e dell’avere anche l’edizione bresciana numero 1, catapultata nello stesso giorno di Piacenza 2003, e, se non ricordiamo male, subito munita della qualifica di internazionale, non di “regionale” come dovrebbe essere per una prima edizione. Chi la fa l’aspetti?
  2. Come partecipanti di molte maratone (quasi sempre, a prezzo intero), siamo lieti che, dopo tanti aumenti nei costi d’iscrizione secondo la famigerata filosofia bottegaia delle “mille lire un euro”, dapprima Treviso abbia rispettato la direttiva federale dei 15 euro (stabilendo poi, bonta’ sua, una sorta di premio di partecipazione pari alla cifra versata), e adesso la concorrente Brescia offra – di fatto - l’iscrizione gratuita a tutti (ovvero, ai primi mille che si iscriveranno).
  3. Come contribuenti pero’ avremmo qualche dubbio, se le istituzioni pubbliche acquistassero dei pettorali, cioe’, in pratica, pagassero gli organizzatori. Non vogliamo impelagarci in questioni di liceita’ e di legalita’, ma preferiremmo che i soldi delle nostre tasse (di qualunque citta’ e provincia!) andassero in servizi alla collettivita’ e non a estemporanei visitatori della domenica mattina; padronissime invece, poniamo, le associazioni degli albergatori o dei commercianti, di pagare, sponsorizzare, regalare quello che vogliono, ma coi fondi propri.
  4. Circa la necessita’ delle quote d’iscrizione, alle parole autorevoli del dottor Rosa contrapponiamo quelle che, anni fa, sentimmo da Ivano Barbolini, organizzatore di Carpi, secondo il quale molte maratone italiane potrebbero benissimo offrire i pettorali gratis, ma non lo fanno per non perdere di credibilita’. Un paio di conti della serva fanno presto a convalidare questo discorso: il totale dei proventi dagli iscritti (che in Italia raramente arrivano al migliaio) equivale si’ e no ai premi per chi va sul podio (lasciando stare gli ingaggi, che non vengono mai dichiarati dagli organizzatori, tutte le spese ‘di rappresentanza’, ecc.). Dunque, il vero problema e’ quello degli sponsor, che sembrano dimostrare minore interesse a finanziare il podismo.
  5. A questo punto il discorso si sposta sul perche’ di tale minore interesse: verosimilmente, per l’elefantiasi del calendario, le sovrapposizioni piu’ o meno leali. E’ ovvio, per esempio, che se Milano e Firenze rimarranno nello stesso giorno, la Tv ne riprendera’ solo una, e gli sponsor si butteranno solo sulla maratona-con-Tv. Cosa accadra’, intanto, il 14 marzo (quando, oltre tutto, ci sara’ anche una terza maratona, quella di Siracusa, evidentemente votatasi al suicidio, o viceversa, ‘coperta’ dagli enti locali o altro, al punto che puo’ puntare sulla data che le pare…)?
  6. Il discorso poi sul dislivello in discesa di Treviso ci fa venire in mente le reciproche accuse di ineleggibilita’ che i due candidati-premier delle ultime elezioni politiche si lanciarono, in mancanza di argomenti migliori, alla vigilia dell’ultimo voto. A questo punto, si citino anche Salsomaggiore e Carpi (e chissa’ quante altre maratone italiane in discesa), e si continui con le maratone in linea come Venezia (dove la partenza dista piu’ di 14 km dall’arrivo), per finire con l’anatema lanciato alle due maratone piu antiche del mondo, Atene e Boston, che non rispettano queste regole… Per favore, non perdiamo il filo del discorso, e se cominciamo ad accusare gli altri di non rispettare le regole, cominciamo a rispettarle noi, ad esempio concedendo la famosa iscrizione a 15,50 euro massimi, e risparmiando semmai sulle “sacche gara” (pressoche’ sconosciute all’estero) che invece il dottor Rosa ascrive nel conto delle uscite.
  7. Il resto, in assenza di una presenza forte della Fidal, nel sonno dell’AMI (affossata, non dimentichiamolo, dal patron di una grande maratona), e nonostante le velleitarie e illusionistiche “conventions” allestite da un certo mensile a scopi essenzialmente di autopromozione, lo fara’ il mercato. E, per fortuna, sembra che in questo mercato stiano entrando finalmente da protagonisti anche i consumatori paganti, i podisti insomma.

 

2005

 

Provvida sventura e civilta’ bresciana

 

Tornando a casa, dopo aver prolungato il soggiorno bresciano per visitare le mostre e la Vittoria alata al meraviglioso museo di S. Giulia, riflettevo su un parallelismo: Treviso, Ferrara, Brescia, Padova, musei non grandi ma efficienti, grandissime iniziative culturali, e grandi o grandissime maratone. Modena, Bologna (tanto per non andare lontani): mostre da "chi te lo fa fa’?", e maratone tali da scomodare tutte le Raffai e le Sciarelli di questo mondo, ovvero da mettere a libro-paga legioni di velinari perche’ col rumore dei loro racconti coprano lo squallore della realta’. E pensavo che forse per allestire una grande maratona deve funzionare tutto il sistema-citta’/provincia, lo stesso che ti da’ la risistemazione dei centri storici, i trasporti pubblici, i parcheggi, gli alberghi e i ristoranti non da rapina (a Brescia mi ha colpito quanti ristoranti abbiano menu’ fisso ‘di lavoro’ a 10 euro: mai visto altrove! In compenso, alle 14,30 della domenica e’ impossibile trovare da mangiare), i cartelli stradali precisi ad ogni incrocio (Brescia e’ lunga e larga, ma non ti ci perdi mai; provate voi a scendere a Bologna dalla via Toscana e volersi dirigere verso i Giardini Margherita o lo stadio o Modena).

Eccomi dunque a Brescia, una volta tanto non solo come utente di arti belle ma anche come podista: quest’ultima cosa, per due ragioni. Prima, perché fino al momento di smettere la carriera attiva bisogna pur girare tutta Italia; seconda, per un giusto omaggio a Giuseppe Togni, che tutti gli anni offre, alle centinaia di amici supermaratoneti, i suoi buonissimi uffici per un’iscrizione che piu’ agevolata non si puo’. E mi pare che il Peppe Inox da Lumezzane abbia fatto centro: se agli inizi pareva che la maggior parte degli instancabili si sarebbe orientata su Vigarano/Ferrara, solo guardandosi in giro sul piazzale dello stadio Rigamonti la partita si poteva pronosticare almeno sul pareggio. Peccato, anzi, che con Brescia ci tocchi sempre di assistere a "partite" o quasi-risse; dall’attacco proditorio a Piacenza il primo anno, al pan per focaccia reso da Treviso il secondo. Ora siamo alla lotta con la piu’ stagionata Vigarano (vinta da Brescia per 709 a 643, malgrado il calo di quasi 300 ‘bresciani’ e l’incremento di 90 ‘ferraresi’); poi, lunedi’ prossimo, niente maratone…

La strada maestra (non mi stanchero’ di ripeterlo, alla faccia di tutti quelli che zompano sul calendario e si inventano una maratona internazionale al primo anno di attivita’, e soprattutto alla faccia dei loro servi sciocchi o interessati) resta quella di una crescita graduale, di una 42 che nasce dall’esperienza di infinite gare minori, da un tessuto sportivo e anche amministrativo per il quale una maratona in citta’ sia la naturale maturazione di pratiche decennali. Penso a Reggio, a Ferrara, a Castelbolognese e Faenza, ma anche a Parma e Busseto… partite con poco, e cresciute a forza del consenso dei praticanti.

E quest’anno bastava guardare il sito di Brescia (piuttosto modesto e privo di informazioni essenziali, come - per esempio - sull’esistenza delle docce, o la possibilita’ di usare i propri chip personali, o di acquistarli per 6 euro alla vigilia), o andare all’Expo (poverissima, ad onta della sua scomoda e superflua collocazione in Fiera) per rendersi conto di come questa maratona, partita nel 2003 con troppa enfasi (quello che ne scrivemmo e’ ancora li’), poi ridimensionata da Treviso, oggi si sia, volente nolente, ridotta a una dimensione di brava gara provinciale, diciamo di serie A 2 (Manzoni, a proposito della bresciana Ermengarda morta dove adesso ci sono i musei, aveva sintetizzato: "te della rea progenie degli oppressor discesa…, te colloco’ la provvida sventura in fra gli oppressi"). Anche oggi i quattro keniani di testa fanno gara a se’ (nel 2004 erano 7, vedere foto nella pagina centrale del libretto di corsa: réclame a mio parere controproducente, specie nell’anno di Baldini olimpionico), ma dietro loro, dopo Sardella e Zenucchi, c’e’ una popolazione di amatori provenienti soprattutto dalla provincia bresciana e dall’hinterland lombardo (rispecchiati, in un certo senso, dallo sgrammaticato, ma partecipe saluto del presidente provinciale Fidal, a p. 14 del libretto), di gente che dopo il km 30 comincia ad andare anche di passo, ma che si sente a casa propria in questa gara che sembra - finalmente!- concepita per loro, al punto che lo speaker, risparmiosamente unico, Paolo Mutton li aspetta fino all’ultimo e li festeggia (per lo stile di Mutton verrebbe buona la parola tedesca che indica il sostegno sportivo, Anfeuerung: davvero le parole del nostro, collocato non sul trespolo ma al livello terreno di noi che arriviamo, sono fuoco che accende le ultime energie).

Detto della modestia dell’Expo (quest’anno niente pasta party), va pero’ rilevato come a nobilitarla stessero Ornella Ferrara (che autografava utili adesivi da polso per calcolare la propria media in rapporto al tempo ideale) e la bionda Silvia (se[g]ni particolari: perfetta), laureanda in legge, che in cambio di una firmetta distribuiva uno zainetto old style; questo si andava ad aggiungere a un pacco gara fin troppo ricco di scatolame in prevalenza alimentare (quello che molte maratone danno in cambio di una insufficiente assistenza in gara), di CD non proprio recentissimi, di abbigliamento, e ad una serie di premi per amatori, consistenti in materiale tecnico di elevata qualita’, con raddoppio del premio per le donne (mi sono tornate in mente le calze distribuite in omaggio a una corsa dell’autunno, disfatte dopo una sola prova: ma guai a dirglielo).

Ottima l’idea di un’iscrizione prorogata fino all’antivigilia senza sovrapprezzi, e la distribuzione dei pettorali anche la domenica mattina (caratteristica che separa le maratone per tutti da quelle per compiacere i commercianti). Cio’ nonostante, ho optato per raggiungere Brescia il sabato, anche per la segnalazione (da parte del solito Togni) di un albergo dignitoso a prezzo equo (e disponibile perfino a lasciarci la camera per la doccia del dopo gara). Pagare un albergo per mia scelta e non per costrizione degli organizzatori da’ lo stesso introito alla citta’ che mi ospita, ma garantisce a questa citta’ che ci tornero’ (a differenza di quanto e’ successo con la maratona di una citta’ rappresentata in Expo, dove non sono piu’ tornato, per questa e altre ragioni che spiegavo alla simpatica Alessandra press-officer). Oltre tutto, il week-end bresciano coincideva con le giornate del FAI (oltre che con la scadenza - poi prorogata - della mostra su Monet), dando cosi’ l’occasione di una visita fruttuosa non solo per i piedi (nella magnifica chiesa del Carmine abbiamo ammirato, fra l’altro, la cappella della antica famiglia Rosa, ornata da una deposizione in terracotta attribuibile al maestro modenese Guido Mazzoni).

Ed e’ stata anche una possibilita’ di rivedere amici antichi, come Paolo Gilardi (inventore della locuzione, oggi abusata, di "popolo delle lunghe"), Gaetano Amadio (pensionato Fiat che adesso va molto piu’ forte di Schumi), Renzo Pancaldi, tornato alle gare (con bici al seguito, non si sa mai…) dopo uno di quei periodi bui che capitano a tutti, ma da cui e’ importante riemergere. E poi, s’intende, l’ala occidentale dei Podisti.Net, da Tex a Francesco “meno 1” Zanellati, dal Compa al Cortella a tanti altri (compresi quelli, e me ne scuso, cui non ho saputo attribuire un nome nel salutarli, e compreso Giuseppe Bonaventura che alla fine trova il guizzo per precedermi). C’era anche Govi con morosa (ho invano tentato di convincere Luca Zava a un approccio!), c’era Martina Juda, sparsa le trecce morbide sul prosperoso petto; c’era Linus che mi ha raggiunto verso il 20° e ha percorso con me e il suo gruppetto preesistente una decina di km, quasi tutti controvento (ammetto di aver prevalentemente succhiato le ruote, tranne che dopo i ristori quando Linus faceva le cose con calma e io invece tiravo diritto), fino al loro ritiro, programmato al km 30 e premurosamente scortato da un pullmino dell’organizzazione (notevole la biondina in shorts). Eccoci dunque sul percorso, e per moderare il peana diro’ che me lo aspettavo meno bruttino: anche il lungo tratto all’interno di Brescia, a parte gli ultimi 3 km, consisteva nel giro dei vialoni, oltre tutto recidivo, e con accompagnamento di auto (seppur separate da ometti, e con un ferreo controllo di tutti gli incroci). Da salvare il tratto del Sanrocchino, sotto la muraglia nord del castello, e ovviamente le piazze centrali (ma il Duomo dov’e?). Usciti di citta’, e’ stato un susseguirsi di zone industriali, con un po’ di natura solo verso Castel Mella tra il 15 e il 20, e di nuovo altre fabbriche e altre auto, che riportavano alla mente gli avvicinamenti al traguardo di Vercelli e Bolzano.

Nella prima meta’ ci hanno allietato due corpi bandistici, certo piu’ umani dell’hard rock sparato a pieni decibel, e la nostra fatica e’ stata confortata da ristori e spugnaggi assolutamente OK (qualcuno si e’ lamentato della mancata accettazione dei ristori personali). Misurazione dei km precisa (si apprezzavano i chiodi infissi nell’asfalto dal misuratore Aims); gara tecnicamente valida anche per i saliscendi urbani che selezionavano chi ne aveva ancora. Detto del traffico quasi sempre ben contenuto (con l’eccezione dei km 30-33), va aggiunto che c’erano troppe bici di accompagnatori: per alcuni km sono stato (sempre in funzone antivento) col gruppo delle 3 ore e 30, saranno stati una trentina di atleti (alcuni poi arrostiti dal ritmo troppo allegro del pacemaker), e dietro loro ben 13 biciclette; poi, nel gruppo che precedeva immediatamente Linus, ho contato altri 14 accompagnatori su due ruote. Non esageriamo!

Impeccabile il rilevamento di chip Winningtime orchestrato da Sandrone Dalla Vecchia (ma al km 30 i rilevatori erano “silenziati”, ovvero non hanno trasmesso i loro dati); appena acceso il cell mi sono arrivati tre messaggi col tempo finale. Buona l’accoglienza al traguardo, con gli addetti premurosi che ti toglievano il chip (mi hanno addirittura vietato di piegarmi io a slacciarlo; l’ho fatto lo stesso, subito una telecamera e’ venuta a riprendermi come se fossi un extraterrestre). Medaglia originale, anche se non capisco lo snobismo delle "26,2 miglia"; squisita una densissima spremuta d’arancia, che pero’ non sono riuscito a bissare. Poi, prelevato uno yoghurt (me ne volevano dare due), e la mia borsa, sono salito sul bus-navetta per la zona partenza e le docce (spogliatoi vastissimi, temperatura da serie A di Eccellenza). A questo punto, verso le 14.30, ero pronto per le mostre: macche’, il premuroso Gilardi mi comunica che sul traguardo ci sono da ritirare i ricchi premi assegnati a mia moglie (esagerati), e allora torno con l’auto verso piazza Arnaldo: km 40, c’e’ un ristoro dove esibendo la medaglia offrono ogni ben di Dio, mentre sta per transitare l’ultima concorrente seguita da un nugolo di addetti. Mutton e’ sempre in piazza della Vittoria, e intanto il sole entra ufficialmente nell’Ariete: via guanti e copriorecchie, dal Manzoni bresciano venga "al pio colono augurio - di piu’ sereno dì".

Domenica, 10 Marzo 2019 23:36

Brescia, 17° Brescia Art Marathon

10 marzo - In una bella giornata di fresco sole primaverile (sui 17/18 gradi), sono stati confermati sostanzialmente i dati di partecipazione dell’anno scorso: 820 arrivati (4 in più rispetto al 2018), e aumento consistente nelle gare più brevi: 1781 nella mezza maratona (rispetto ai 1655 dell’anno passato), 863 nei 10 km competitivi contro i 719 del 2018.

Vincitore assoluto l’ugandese Philip Kiplimo con il tempo, decisamente non memorabile, di 2 ore 19’ 02’’, davanti al keniano James Kipleting Corir (2h 20’ 13’’) e all’etiope Mulu Alemneh Alem (2h 24’ 05’’). Primo italiano il quarto, Marco Ferrari dell’Atletica Paratico, con 2h 33’ 41.

Tra le donne ha vinto Vitalyne Jemalyo Kibii (Kenia, 2h 32’ 08’’), seguita da Megertu Tafa Megersa (Etiopia, 2h 36’ 07’’) e da Hanna Kumlin (Svezia 2h 56’ 06’’). Anche qui, prima italiana è la quarta assoluta, Greta Manenti, un soffio sotto le 3 ore.

Nella mezza, i vincitori sono Massimo Leonardi (1h 11' 37”, due minuti sul secondo) e Monica Baccanelli (1h 24' 22'', quattro minuti su Greta Pizzolato).

Va detto che il percorso era tutt’altro che piatto (il mio Gps, oltre ad attestare una distanza complessiva superiore di circa 300 metri a quella dichiarata, dice di 200 metri di dislivello superati); e, non so per i primi, ma sicuramente per il gruppone il traffico automobilistico con cui abbiamo spesso convissuto non ha aiutato. Intendiamoci: strade chiuse per i primi 10 km circa, poi è cominciato qualche tratto con auto separate da noi solo mediante qualche ometto posto a terra; costante il traffico in attesa nelle numerose rotatorie, e ogni tanto abbiamo avuto qualche auto che ci sorpassava. Una maratona internazionale non dovrebbe permettere questo.

Poi, ai top runners non interessa, un po’ di più a noi che giriamo l’Europa alla ricerca di sensazioni: il percorso è decisamente brutto (perfino Aligi Vandelli, il supermaratoneta  che ne fa una alla settimana e ha sperimentato il peggio offerto dal mercato italico, mi diceva in corsa che questa Brescia non gli piace “neanche un po’”). Si chiama “Art Marathon”, ma di arte ne abbiamo vista ben poca, a parte gli ultimi 2 km in centro storico quando però era più opportuno stare attenti ai cubetti di porfido nelle strade: per il resto, aldilà di attraversamenti di quartieri industriali cadenti (mi chiedevo se non sarebbe più opportuno abbattere certi muri pericolanti di fabbriche anziché puntellarli con pali di acciaio), o periferie caratterizzate da supermercati, le poche volte che abbiamo respirato aria sana sono state tra i km 10-15 (zona di Cellatica, dove un cartello ammoniva che “è vietato contrattare e concordare prestazioni sessuali”)  e 30-37, nella zona di Caionvico, dove si arrivava però dopo un enorme svincolo stradale.

Peccato, perché altre cose sono sicuramente positive: la disponibilità di parcheggi, ben segnalati, nelle adiacenze del ritrovo; la meravigliosa metropolitana bresciana (inaugurata nel 2013, ultimo atto del sindaco uscente Paroli) che a un prezzo irrisorio ci trasporta dall’arrivo alla partenza e dove vogliamo (biglietto unico da € 1,40 per tutto il giorno); l’efficiente zona di consegna pettorali, dotata persino di caffè e dolci gratuiti – e per fortuna l’orario terroristico di consegna dei bagagli ai camion, delle ore 8,30, è stato largamente disatteso-. E i molti pacer, addirittura quattro gruppi tra le 3:40 e le 4:15.

Altre cose mi hanno convinto meno: la mancanza di bicchieri a due ristori, le vasche per intingere le spugne mai alimentate da acqua corrente e dunque progressivamente malsane, o sparite del tutto. Una curiosità della classifica (minima, se riguardasse solo me: ma chi ci garantisce sul resto?) è che mi vedo distanziato sul tempo lordo di 6” da Paolino Malavasi, mio compaesano e rivale decennale, con cui oggi abbiamo scelto la non belligeranza arrivando mano nella mano. Secondo i chip o chi li ha trascritti / 'accoppiati', eravamo a 20 metri l'uno dall'altro.

Ero stato a questa maratona in una delle prime edizioni (20 marzo 2005, sotto gli auspici del leggendario Beppe Togni), e ricordavo un tracciato extraurbano, nella zona sud della provincia, sicuramente più arioso. E gli arrivati furono 709, non molti meno che adesso. Oggi, devo se non altro elogiare il lavoro dei numerosissimi addetti che (coi vigili)  sorvegliavano gli incroci e le rotonde,  non potendo però fare a meno di lasciar passare le auto negli interstizi dei nostri passaggi (per fortuna che era una “giornata ecologica”).

Nota di merito anche per le docce, vicino alla zona di partenza (santa metropolitana!), e caldissime ancora quando ci siamo arrivati noi delle ultime schiere. Dentro, si discuteva della lunghezza effettiva della corsa: il più benevolo asseriva  200 metri in più, altri arrivavano a 500. Sappiamo tutti che i nostri orologini non hanno autorevolezza: eppure, parecchi cartelli intermedi erano sballati, anche di un centinaio di metri, né ho mai visto sull'asfalto i prescritti 'chiodi' piantati in corrispondenza almeno dei 5/10/15 ecc.

Medaglia tra le più brutte nella storia della maratona mondiale: un lato vuoto, l’altro lato con sei parole, cinque delle quali inglesi (Brescia Art Marathon – Run this race; peccato che "Brescia" non sia stata tradotta in inglese, facciamo Brixieland?). Sarà che il dottor Rosa, ispiratore di questa gara, è più di là (intendo nell'Africa anglofona) che di qua, ma se si spera con cinque parole inglesi (o con l'altro motto "Brescia makes your run") di catturare i podisti  esteri, mi sa che sbagliate metodo. Vi ricordate come è finito Barbolini da Carpi col suo gemellaggio con Londra?

Pacco gara accettabile (maglietta, calze, qualche alimentare, e un paio d’etti di depliant): il major sponsor Bossoni lancia il suo trofeo di mezza maratona che oltre a quella odierna comprenderà le mezze di Orzinuovi e la nostra vecchia conoscenza di Cremona. Mentre le eminenze grigie del Follow Your Passion insistono per proporci quattro giorni di seguito a Chia in Sardegna, poi a Monza (dove, dicono i malevoli, manca solo la corsa nei sacchi), a Bari e a un’altra mezza di Milano a fine novembre. Non è un reato offrire corse podistiche con lo scopo precipuo di far soldi; spetta a noi se mettere questi depliant nel nostro cassetto dei desideri o nel cassonetto del trash.

Antefatto:  per il prossimo 14 aprile è in programma “La mezza di Genova”. Lo stesso giorno, il calendario della serie A di calcio ha previsto il derby Sampdoria-Genoa. Le leggi del calcio-spezzatino (ovvero, le pay tv che si portano a casa il pallone se non si gioca con le loro regole) avevano stabilito che il derby si sarebbe disputato il lunedì 15 sera.

Non è una buona annata per lo sport genovese, in tutti i sensi, e ne fa le spese anche il calcio, non da oggi: già un “derby della Lanterna”, inizialmente fissato nel disumano orario delle 12,30, era stato spostato di lunedì sera (3 febbraio 2014): la scusa era stata trovata nella coincidenza con la  Fiera di Sant’Agata (quest’anno, come apprendiamo da www.genova24.it, cui siamo debitori anche di altre info, la stessa fiera non ha impedito che Genoa-Sassuolo si giocasse alle 15).

Quest’anno, dopo un Genoa-Milan posticipato di lunedì alle 15 per immaginarie questioni di ordine pubblico, a giustificare i comodi delle pay tv stavolta era venuta buona la scusa della maratonina. In effetti, c’era un precedente: il 9 aprile 2017, Genoa-Fiorentina cosiddetto lunch-match delle 12.30, ma con la Fiorentina impossibilitata a raggiungere lo stadio causa strade ancora chiuse per la corsa. Inizio posticipato di 20 minuti, chissà che drammi per chi aveva sincronizzato gli annunci pubblicitari e l’ora d’inizio delle partite successive.

Dunque, fino a pochi giorni fa, Samp-Genoa era prevista sui palinsesti (che parola orrenda, tipica di questi anni in cui, o sei in tv o non conti niente) per lunedì 15 aprile alle 20,30 (anche l’orario delle 20,30 è un’esigenza televisiva, dopo anni in cui si giocava alle 20,45, prima ancora alle 21, per tacere del ridicolo orario delle 18,55 cui qualche volta dobbiamo sottostare).

I responsabili della  Mezza maratona  avevano garantito che alle 12 le strade sarebbero state  libere, dato che  l’ultimo cancello all’inizio della sopraelevata è fissato alle 11.45; e al limite, se anche il derby fosse rimasto alle 15 di domenica, la Mezza poteva anticipare di 30 minuti. Dunque, i podisti non avrebbero ostacolato niente.

L’assessore allo sport di Genova poi, chiedendo un semplice spostamento alla sera di domenica, aveva fatto notare che il 15 aprile comincia a Genova la Hempel World Cup 2019 di vela, valida per la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo 2020, con 800 equipaggi da tutto il mondo e tanti a vedere. Niente da fare.

Allora sono intervenuti il sindaco di Genova Marco Bucci e il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, e finalmente il presidente della Lega di Serie A Gaetano Micciché ha avuto un ripensamento e ha fissato la gara per sabato 13 aprile alle 18. Immagino gli strilli della pay tv che pur si ammanta del motto “il calcio è di chi lo ama”: staranno già cercando due squadracce sacrificali per farle giocare di lunedì.

3 marzo - Oltre 1200 partecipanti, con un netto aumento (anche di soddisfazione) rispetto all’edizione 2018, hanno dato vita alle gare svoltesi nel parco D’Acquisto di Venaria, a poco più di un km dalla celebre Reggia e dalla sede degli assoluti di cross Fidal previsti la prossima domenica (mentre a San Sperate, in Sardegna, si sono svolti lo stesso 3 marzo i campionati Fidal Master, alias over 35).

Una doppia serie di gare (per i giovanissimi, fino alla categoria cadetti, e - su un diverso tracciato, con partenza a una cinquantina di metri dal primo - dagli allievi ai più anziani), il tutto beninteso in corse separate per uomini e donne, ha impegnato l’organizzazione gestita dal reggiano Christian Mainini dalle 9,45 fin oltre mezzogiorno per le gare, e poi fin quasi alle 14 per la compilazione delle classifiche (resa piuttosto laboriosa dal mancato funzionamento dei chip, e che nella veste definitiva evidenzia qualche variazione rispetto ai dati diffusi nell’immediato) e le premiazioni.

Quanto alle categorie giovanili, a spartirsi i trofei di società sono state le stesse tre compagini: due piemontesi e il Pentathlon Modena, che ha vinto la gara maschile davanti alla Bairese e alla Settimese; mentre in campo femminile ha prevalso la Settimese davanti al Pentathlon e alla Bairese. Va detto che la squadra modenese, in quanto proveniente da fuori regione, ha usufruito di 15 punti di bonus, senza i quali (cioè calcolando solo i punteggi acquisiti dagli atleti in gara) sarebbe giunta terza fra le donne e seconda tra gli uomini.

Nessun ribaltone invece per le categorie adulte: la squadra maschile dei Modena Runners ha surclassato con 48 punti (ininfluente dunque il bonus) la Durbano di Rivarolo, che a sua volta ha nettamente distanziato la Bairese; mentre tra le donne l’Athletic Team ha superato la Durbano di 32 punti (dunque 17 sul campo), che a sua volta ha preceduto la Venaria Reale e i Modena Runners.

Il successo collettivo del Pentathlon è stato marcato soprattutto dagli acuti individuali di due campioncine, laureatesi vincitrici assolute: Elisa Sala (del 2005) tra le cadette, e Margherita Giannotti (2006), febbricitante campionessa uscente, tra le Ragazze B. Invece la Settimese ha vinto tra i maschi senza nessun successo individuale, ma con numerosi piazzamenti: ciò che è capitato, fra gli adulti, anche ai Modena Runners, il cui miglior piazzamento è il 2° posto assoluto di categoria dell’incredibile pasticciere formiginese Luigi Bandieri, classe 1937; poi c’è il 3° posto di Filippo Capitani negli M30 e di Ivan Cotali negli M40. Tra le donne, due quarti posti, di Vanessa Poppi (F30) ed Elisabetta Comero (F50); poco, rispetto ai successi delle signore dell’Athletic, prime tra le F 70 con Francesca Caldarolo, seconde con Licia Bombelli (F20), Rita M. Albieri (F50), Paola Cagliani (F55).

Tra gli altri successi individuali, fanno tenerezza i nomi di Walter Viceconte, classe 1966, Valsusa Running, campione M 55, e della storica maratoneta torinese Maria Grazia Navacchia (1952), al vertice delle F 65. In queste ‘corsette’ i maratoneti fanno appena il tempo ad assumere l’assetto di gara, che sono già finite: eppure c’è chi si fa valere anche qui.

Bella giornata di sole, percorso ben tracciato, con saliscendi continui ma molto lievi (se si eccettua un su e giù di 3 metri verticali nella seconda parte), soffice ma mai fangoso, apprezzato dai contendenti. In aggiunta, ci metterei l’abbondanza e ricchezza del ristoro finale (con molti dolcini locali ed eccellente cioccolata calda), le docce nell’attigua palestra della scuola, ancora calde quando le ho fatte io (però eravamo praticamente agli inizi…), e un servizio aggiuntivo di massaggi di cui ho usufruito, imbattendomi in un massaggiatore simpatico con cui abbiamo ingaggiato una specie di torneo tra i rispettivi vini (lambrusco contro freisa, pignoletto contro brachetto e via discorrendo), e che mi ha congedato raccomandando di fare molto stretching, perché “hai i muscoli di marmo!”. Nell’attesa di seguire i precetti, come defaticamento dopo la corsa mi sono fatto una passeggiata fino alla Reggia e parchi circostanti; poi, le 300 calorie che il Gps dichiara che avrei consumato in gara sono state compensate a usura dalla grigliata ‘sociale’ in un agriturismo della zona.

Mercoledì, 27 Febbraio 2019 13:02

Maratona di Malta: proprio non si poteva…?

Dalla mattina di domenica  24 gennaio, il sito della Maratona di Malta non ha altri aggiornamenti dopo l’annuncio https://www.maltamarathon.com/2019_gig_malta_marathon_24th_february.htm

che nel Centro maratona sarebbero state distribuite le medaglie (la maglietta era già stata data alla consegna dei pettorali).

ATTENTION ALL OVERSEAS PARTICIPANTS : We will be distributing the medals to all OVERSEAS GiG Malta Marathon participants (Full Marathon, Half Marathon and Walkathon), on the 24th February from the Nike Store at Tigne Point between 11am and 3pm. Date and time for the distribution of medals to local participants will be announced at a later stage. REMEMBER TO GET YOUR RACE NUMBER TO HELP US WITH QUICKER DISTRIBUTION.

Così i mancati maratoneti, che pare avessero fatto segnare il record di partecipazione dal 1986 a oggi (il precedente record risaliva all’ultima edizione, con 881 arrivati in maratona e 3430 nella mezza, più altre migliaia nei percorsi minori) si sono sottoposti al mesto rito della consegna, in un certo senso giustificandolo con una corsa, diciamo così di scarico  (foto 75, 76, 106, dopo i ben più gioiosi allenamenti sul lungomare del sabato,  foto 6 e 7)-  oppure affollando le palestre o i fitness centre o le piscine di cui gli alberghi erano generalmente forniti (si veda ad esempio la notissima Sabrina Tricarico dalla foto 73 alla 134 diffusa dal suo profilo Fb, che ringraziando Roberto Mandelli per il suo intervento d’arte, qui mettiamo in ‘copertina’  come inno alla gioia che ci riscalda dal freddo patito; o il segretario del Club Supermarathon Italia, Franco Scarpa, scatenato nelle foto 57-58, 131, il che non gli ha evitato anche una sessione di ballo documentata dalla foto 49); oppure, ancora disperdendosi per l’isola, che offre eccellenti possibilità di turismo culturale anche col maltempo.

La domenica mattina, in effetti, il panorama nella frazione di Sliema, sul mare, da dove partono i traghetti per La Valletta, era apocalittico: pioggia fortissima, vento anche a 100 km/h che è riuscito non solo a far cadere a terra moto e bici parcheggiate, ma ha divelto dalla loro base in cemento i lampioni per l’illuminazione (foto 102-104), per non dire di molti alberi. In queste condizioni, correre sarebbe stato non solo faticoso (a parte il vento, le strade litoranee erano sott’acqua – le foto 98 e 99 non rendono l’idea, che appariva meglio dai video che circolavano su internet) ma anche pericoloso (infatti il comunicato del rinvio parlava esplicitamente di safety). So di una maratoneta italiana cui è caduto su un piede un pezzo di marmo dalla casa sotto cui stava passando, e adesso gira zoppa (la prima visita gliel’ha fatta il dottor Rizzitelli: meglio di così!).

Personalmente, ho deciso di andare comunque alla località di partenza della maratona, Mdina, l’antica capitale, un gioiello a circa 200 metri slm nel centro dell’isola: interrotto il traffico autobus in tutta la zona di Sliema, ho dovuto valermi del taxi, mezzi piuttosto economici pur che si contratti, o meglio si paghi, in anticipo. A Mdina ovviamente niente mareggiate, ma un vento impetuoso che letteralmente ti impediva di stare sui bastioni da dove si godrebbe il panorama sottostante (foto da 79 a 83).

Causa maltempo era stato rinviato un funerale, ma non il matrimonio nella cattedrale di San Paolo (a Malta San Paolo naufragò: evidentemente le tempeste erano usuali anche allora e non risparmiavano i santi), di cui sono stato involontario spettatore in attesa di visitare la chiesa, ricca di pitture di italiani del Sei-Settecento. Curiosa anche la lingua maltese della messa e delle iscrizioni, un divertente misto di arabo e di siciliano.

Guardando il percorso, che fino al km 25 si attorciglia nei dintorni di Mdina, mi sono chiesto se non si sarebbe potuto mettere in pratica un tracciato di riserva, che non scendesse al mare (solo gli ultimi 4 km sono sulla costa, e lì era certamente impossibile correre): ma evidentemente è come quando nevica a Palermo, è un evento tanto straordinario e imprevedibile che nessuno sa cosa fare. Certo, il pensiero è andato all’ultima maratona di Venezia: lì non pioveva, ma il ventaccio c’era e l’acqua alta pure (seppure, vi garantisco, meno ‘alta’ che a Sliema), eppure ci hanno lasciato correre…

Le previsioni meteo di Malta parlavano di un’attenuazione dei fenomeni dalle 16: in realtà, almeno fino alle 18 la tregenda è continuata: gli alberghi faccia a mare hanno chiuso le porte per impedire l’ingresso dell’acqua (che comunque è filtrata dalle finestre…). Solo lunedì mattina è apparso qualche squarcio tra le nubi, però il mare era in tempesta ancor più che domenica, e i numerosi podisti che si sfogavano sulle piste ciclopedonali ogni tanto erano investiti dalle ondate (foto 113-129).

E veniva l’ora di partire: gli aerei Ryanair aspettavano le centinaia di podisti italiani, sbizzarrendosi nei loro odiosi balzelli (è ormai diventata una prassi quella di separare le coppie e le famiglie, in modo da indurle a richiedere posti vicini, per tariffe tra i 6 e i 14 euro). Notare che gli aerei non erano pienissimi, almeno un paio di file sul volo per Bologna erano totalmente vuote, eppure… Comunque non ho ceduto, trovandomi seduto ‘random’ a fianco di altri colleghi maratoneti (dal ritrovo in aeroporto ricordo Elisa da Cesena, il supermaratoneta romagnolo Fernando Gambelli, la biologa marina Maria Sole Paroni da Salò, che a Orta corse spingendo il passeggino della figlia), tutti intenti a dialogare trasversalmente coi propri congiunti sistemati in altre file. E a rivolgersi le domande classiche: qual è la tua prossima maratona?  torneremo nel 2020? Si propende per il sì, ma forse gli organizzatori potrebbero venirci un po’ incontro…

Va un po’ peggio all’aereo per Orio, i cui passeggeri (tra cui Carla Gavazzeni, la donna che ha corso più maratone nel 2018) già imbarcati sono fatti scendere, senza spiegazioni, e arriveranno a destinazione con 8 ore di ritardo. Risarcimenti? Ma fateci il piacere! A quando dovremo pagare anche l’accesso alle Ryan-toilets??

Sabato 23 febbraio: alle ore 20,20 sul sito della maratona di Malta e' apparso, sovrapponendosi agli altri comunicati che magnificavano il record di partecipanti, in tutte lettere rosse la scritta:

OFFICIAL: 23/Feb @ 20:20 - The Malta Marathon Organizing Committee together with its safety officers have taken the unfortunate decision to cancel the 2019 GiG Malta Marathon, Half Marathon and Walkathon. This decision is based on the current weather conditions and the forecast for tomorrow that indicates a further deterioration. This decision has been taken in the interest of the safety of the participants, the volunteers, the general public and all third parties involved.

In effetti, dalle 15 circa su Malta si e' scatenato un violento nubifragio, con fulmini e forte vento, caduta di grandine tanto forte e prolungata da dare l'impressione di neve a terra: e le previsioni, che fino a ieri parlavano di semplici "showers" per domenica, adesso propendono per molto peggio. Si tratta della coda meridionale di un fenomeno gia' segnalato per l'Italia del centro-sud, cui a Malta si aggiunge l'abituale incrociarsi dei venti mediterranei. Qualcuno ricordera' che nel 2015 a Messina una maratona fu annullata, coi podisti gia' sulla linea di partenza, per il vento (senza pioggia). E non furono nemmeno rimborsati i prezzi dei pettorali.

Peccato per  i tanti italiani (alcuni, habitues: molti altri, alla prima esperienza nell'isola) che hanno scelto Malta come meta per la maratona (e la mezza): vorra' dire che si ridurranno a fare turismo in quest' isola che certamente lo merita (il centro della capitale La Valletta e' patrimonio Unesco, e basterebbero i due quadri di Caravaggio a giustificare la visita, ma c'e' anche un impressionante Museo della guerra che ripercorre le tante battaglie condotte qui, prima tra cristiani e mussulmani, ma per finire anche tra italiani coi tedeschi e maltesi con gli inglesi).

A Ryanair del rinvio non importera' invece niente: chi ha avuto ha avuto, e proprio in queste settimane la compagnia ha incrementato i suoi balzelli, le sue limitazioni ai bagagli, i prezzi degli extra e le vessazioni anche burocratiche. Fin che gli metteremo volentieri il collo sotto la mannaia.

 

PS del 24 febbraio. Nessun rimpianto, a differenza che se oggi fosse spuntato il sole. Invece le condizioni del clima sono state per tutto il giorno, e persistono tuttora (ore 18), proibitive. Il quartiere di Sliema, dove era previsto l'arrivo, aveva molte strade allagate e ondate superiori a 5 metri che spazzavano le strade e hanno fatto cadere molti pali (metallici)  dei lampioni. Interdetto il traffico degli autobus (che oltre tutto avrebbero dovuto trasportare i maratoneti alla partenza di Mdina). Al rientro documentero' con foto curiose e significative.  In altre occasioni (vedi annullamento della maratona di Messina o sospensione del trail di Cromagnon) ho avuto da ridire, qui invece condivido la scelta degli organizzatori. Altrimenti a quest' ora conteremmo i dispersi o gli ospedalizzati. Gli organizzatori ci hanno invitato a ritirare comunque le medaglie.

Qualcuno si era scandalizzato nel vedere il plurisqualificato Roberto Barbi nel gruppetto che lo scorso novembre  aveva ‘simulato’ la maratona di Bologna. Bè, c’è qualche analogia con quanto successo ad Austin nel Texas, domenica 17 febbraio, durante la 28^ edizione della  Ascension Seton Austin Marathon: ecco come lo racconta nel suo profilo Instagram Lance Armstrong, il ciclista texano la cui pagina dei record è costellata di righe orizzontali, a indicare i risultati “erased” dopo la scoperta del suo sistematico doping:

Che giornata di corsa assolutamente incredibile alla maratona di Austin come suo “Charity Chaser” (letteralmente, “cacciatore di carità, di offerte”). Partendo 22 minuti dietro il gruppo con l’obiettivo di raggiungere e superare quanti più atleti possibile,  me ne sono rimasti davanti solo 59”.

L’organizzazione aveva stabilito di donare alle associazioni caritatevoli un dollaro per ogni sorpasso compiuto da Lance (che era assistito da tale Joe Di Salvo in bicicletta), e alla fine sono state circa 2600 le persone che hanno, più o meno volontariamente, contribuito alla donazione. Il tempo lordo ottenuto dall’ex ciclista è stato di 3.24:13, dunque un real time di 3.02:13 (e negative split di quasi 3 minuti nella seconda metà rispetto alla prima), per una media sotto i 4:20 a km.

Non era la prima maratona corsa da Armstrong: aveva esordito a New York nel 2006 chiudendo in 2.59.36, con l’appoggio di pacer d’eccezione come Alberto Salazar, Joan Benoit Samuelson e Hicham El Guerrouj; e migliorandosi nel 2007 con 2.46.43; poi nel 2008 aveva corso a Boston in 2.50:58: e la sua fatica è largamente documentata da foto e video, uno dei quali  lo mostra addirittura a far pubblicità alla gara nella doppia veste di ciclista e podista https://www.youtube.com/watch?v=o0CvK0uWm9c

Peccato che, dopo le condanne per doping, gli organizzatori di quelle maratone abbiano deciso di cancellare anche quei risultati, uniformandosi alle delibere dell’agenzia antidoping. Ma ad Armstrong è ugualmente consentito di prendere parte a manifestazioni sportive non ciclistiche, di livello regionale o nazionale, e che non siano qualificanti per competizioni internazionali. Lo si era visto fare jogging anche alla partenza israeliana del Giro d’Italia 2018.

È chiaro che qualcosa deve fare per sopravvivere,  dopo aver concordato con il Governo americano il pagamento di 5 milioni di dollari in danni in una causa che gli sarebbe costata 100 milioni, e dopo che i suoi vari avvocati gli hanno presentato una parcella da 111 milioni di dollari. Sembra peraltro che le sue finanze si siano parecchio irrobustite per un investimento molto preveggente, di appena 100 mila dollari nel 2010, sui taxi Uber.

Malgrado gli scopi benefici, l’impresa nella maratona non ha convinto tutti: riportiamo senza tradurre un commento apparso sulla stessa pagina Instagram dell’ (ex) campione:

@iamdavidiron, he's a lying POS, his interview was so cavalier it was embarrassing. the asshole destroyed numerous lives and should not show his face in Austin. go crawl back in your hole.

Per curiosità, aggiungiamo che una riga orizzontale marchia anche la maratona stessa di Austin: il vincitore del 2014, il keniano classe 1975 Joseph Mutinda (2:14:17), è stato squalificato per tre anni e privato del titolo in quanto doppiamente positivo al 19-norandrosterone.

17 febbraio - La fama nazionale di Rubiera atletica è legata al nome di Stefano Baldini, ma nel piccolo grande mondo delle corse non competitive si lega a questa manifestazione di metà febbraio, diventata un appuntamento da non perdere, anzi di successo crescente, grazie alla convergenza dei due comitati di Reggio e soprattutto di Modena (dico “soprattutto” perché tra i primi dieci gruppi premiati per numero di partecipanti, otto erano modenesi, capitanati dalla solita elefantiaca Cittanova che ha acquistato ben 257 cartellini).

In effetti, anche nei tempi di contrapposizione verso le “teste quadre”, lo storico presidente del movimento podistico modenese, che osteggiava la vicinissima Arceto tacciando chi ci andava di farlo solo per ottenere una gallina a buon mercato, tuttavia convogliava i suoi a Rubiera, dove il premio era un cosciotto di tacchino (sostituito solo molto più tardi da un paio di calze, come è tuttora).

E adesso che il prezzo delle non competitive è stato conguagliato ai 2 euro in tutta l’area Bologna/Modena/Reggio, nessun aspirante modenese al reddito di cittadinanza si lamenta più dell’insostenibile cifra, cosiddetta  rovina-famiglie, che bisogna sborsare. Addirittura oggi c’era anche la possibilità di correre gratis per chi  fosse arrivato a Rubiera in treno: peccato che di treni che fermino a Rubiera, specie di domenica, ce ne siano pochissimi: e infatti sono... ben cinque coloro che hanno usufruito dell'opzione!

Resta comunque il sospetto che molti abbiano usato il mezzuccio di correre senza acquistare il pettorale: guardatevi le foto e fatevi un’idea. Ah già, notoriamente i podisti della zona amano appiccicarsi il pettorale sulla pelle nuda, e poi metterci sopra magliette e maglioni; e se voleste verificare, provate a chiedere alla pantera nera che a Domenico Petti rivolge gesti sinuosi e insinuanti (foto 1155), e in arrivo sfodera per Nerino il suo incantevole sorriso (foto 1384), di togliersi gli abiti per lasciarci fare come San Tommaso… Il discorso ovviamente vale per tante altre, come la calorosa/caliente della  foto 1567 di Nerino, le numerose “curves” (Nerino 1540, Petti 1281 ecc.) cui forse la spilla rovinerebbe l’elettrizzante maglietta blu/viola; o, al maschile, per  il modenese che non vuole deturpare il suo smanicato (Nerino 1063, Petti 825) con un tagliandino di carta verde, per giunta riciclata.

Vorrà dire che inseriremo quanti insistono a spillarsi il pettorale (come fa ancora Massimo Bedini, foto Petti 975, o la bambina della foto 1582 di Nerino) nell’elenco della fauna da proteggere perché in via d’estinzione. Mi è capitato in una sola gara modenese di veder negato l’ingresso nell’area del ristoro a chi non aveva il pettorale: ma la corsa era gestita da una società ‘eretica’ e ‘cattivista’.

Così, non so se le cifre dichiarate dagli organizzatori rubieresi, 4750 o giù di lì, corrispondano a tanti pettorali acquistati ed effettivamente usati: l’impressione dei parcheggi (ben ordinati, almeno finché non sono scoppiati per eccesso di ingressi), poi della fiumana in partenza (vedere le foto di Nerino da 71 in poi, di Petti da 121 in poi), poteva suggerire tremila ‘effettivi’; e naturalmente c’erano anche i partenti anticipati, ormai tara ineliminabile da queste parti e non solo. Speriamo che i tanti bimbi presenti non imparino dagli adulti.

Il percorso si è ormai stabilizzato nella zona a sud di Rubiera, lungo il torrente Tresinaro, con l’attraversamento dopo 5 km del parco e villa omonimi dell’allenatore zero-tituli dell’Inter: all’uscita avviene la separazione tra il percorso più lungo, che raggiunge Arceto e Bagno per un complesso di oltre 15,5 km, e quello intermedio da 11 km (altri due giri più corti, di 4,5 e 8, si erano già separati prima, mentre in centro di Rubiera si è svolta una gara per gli scolaretti degli asili, sui 400 metri, che ho scelto come foto emblematica di questa giornata, sperando che siano loro a salvare le sorti del podismo).

Assoluta la chiusura al traffico (in centro, anche il divieto di sosta), che viene a collimare  con l’innovazione “ecologica” della gara, visibile soprattutto in zona traguardo dove volontari di Legambiente ci instradavano a un corretto smaltimento dei rifiuti (peccato però che vicino al tavolo del ristoro mancassero del tutto i cestini per gettarci le bucce d’arancia, col risultato che taluni le buttavano a terra o le lasciavano, ciucciate, sui tavoli).  Niente plastica (a parte quella dei bicchieri, comunque di chiarati “compostabili”, come le medaglie [vedi foto Petti 1389 ],  e che dopo trattamento finiranno, con gli altri scarti, negli orti scolastici); e neppure bottigliette ma “acqua del sindaco” e tè (finito però prima che arrivassero i più lenti: dubito che Giangi ne abbia usufruito).

Fortunatamente meno ascetico il ristoro del km 5, annunciato dal cartello “si entra magrolini si esce cicciotti”: alla fine del tavolo infatti c’erano fette di salame, con gnocco,  bottiglie di birra e vino, snobbate dai più ma non dal sottoscritto che ha bisogno di ricostituire le scorte dopo due settimane di malanni stagionali. Servizi igienici chimici “certificati sostenibili”, che non so bene cosa voglia dire (certo, non scaricano a terra; e niente trattamento “chimico” per il “materiale” che ci entra?); comunque in zona partenza ce n’erano solo 4 o 5, diciamo uno ogni mille partecipanti.

Straripante e itinerante, come da copione, lo speakeraggio di Brighenti (foto Nerino 19, 32 e seguenti), che possiamo definire “enfant du pays” sebbene sia di origine modenese; e se in centro di Rubiera una lapide ricorda la stanza dove dormì l’Eroe dei due Mondi nel 1859, chissà che in un domani non si indichino i luoghi da dove Brighenti è partito verso la fama nazionale nei Mondi del podismo e degli sport invernali.

Nutrita anche la presenza di fotografi: vedete che i nostri due hanno scaricato ben tremila immagini: i fotografi professionali che si riservano i diritti d’immagine erano presumibilmente in una delle competitive della giornata, e insomma a Rubiera tutti hanno lavorato in santa pace senza speculazioni né litigi. Molte torte e bottiglie di spumante alle tende delle società, perlomeno quelle modenesi: insomma, adelante Pedro con l’ecologia, ma  senza rinunciare alle gioie della vita.

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Se ne è andata in silenzio: questa non è la frase fatta che di solito apre i necrologi, ma corrisponde alla scelta di vita e di morte di suor Elsa Pasquali, vicentina di Schio, classe 1941, che l’8 dicembre 1966, dieci mesi dopo aver stabilito il record mondiale dei 30 km (con 2.03:04), aveva scelto di entrare nel monastero di Vimercate con la congregazione di S. Paolo di Chartres (un ordine di suore consacrate alla carità verso il prossimo, fondato nel 1696 e che ha ora la sua sede centrale a Roma). E proprio nella Casa di Roma suor Elsa è spirata l’8 febbraio, ma disponendo che l’annuncio della sua morte fosse divulgato solo ieri, 13 febbraio, ad esequie avvenute.

Elsa Pasquali, tesserata per l’Atletica Schio, che si allenava la sera dopo aver lavorato in fabbrica, nei primi anni Sessanta raggiunse e superò le distanze massime allora consentite alle donne: cominciò coi  400, 800 e 1500 metri (ricordo che Paola Pigni, più giovane di lei di 4 anni, cominciò a correre i 1500 all’altezza di Messico 1968, quando non erano ancora disciplina olimpica). Poi, sotto la guida di un allenatore straordinario come  Mario Lanzi (il novarese classe 1914, argento olimpico a Berlino sugli 800, e che proprio a Schio concluse nel 1980 la sua carriera di sportivo e di uomo), il 29 dicembre 1965 stabilì il record mondiale sull’ora con la distanza di 15,953 chilometri. La ricorda ancora Giorgio Cimbrico, lo storico dell’atletica italiana, in un contributo del 2018 su “Le pioniere dell'atletica azzurra”, come colei che  avviò il “processo di emancipazione, di abbattimento di cancelli all’interno dei quali erano state rinchiuse” le donne.

Nemmeno un mese  e mezzo dopo il primo record, ecco un altro mondiale di Elsa, su una distanza semplicemente inimmaginabile al femminile, i 30 km, stabilito l’11 febbraio 1966. Fece in tempo a parlarne l’ultima edizione di un libro di culto, L'atletica femminile in Italia e nel mondo di Salvatore Massara (Napoli, L'Arte Tipografica, 19663, dopo una prima stampa del 1955 pubblicata a Vibo Valentia presso un editore che si chiamava, guarda caso, Gigliotti).

Ma mentre il libro usciva, Elsa, a 25 anni, entrava in convento a Vimercate, diventando per sempre suor Elsa, e così dichiarando al “Gazzettino”, il giornale della sua terra (che oggi  ne riproduce le parole): “L’atletica mi ha dato molto, non soltanto sul piano fisico: le mie vittorie più belle, la mia capacità di resistenza allo sport, di soffrire nelle estenuanti gare sono state per me come un segno premonitore che avrei potuto applicare le mie forze fisiche e il mio spirito di sacrificio a un fine più utile di quello che non sia il raggiungimento di un traguardo agonistico. Donando la mia vita a Dio, le darò un senso nuovo, mi completerò, mi arricchirò più di quanto un qualsiasi primato mondiale possa arricchirmi».

Tornò a Schio quattro anni dopo, scrivendo per l’inaugurazione del nuovo centro per l’atletica leggera questa frase: «Qui Cristo mi chiamò. Sì, vengo mio Signore a correre dietro a Te. Tu sarai la mia pista, Tu sarai il mio allenatore, Tu sarai la mia gara, Tu sarai il mio traguardo…».

Domani mattina 15 febbraio, alle 9 nell'oratorio salesiano di Schio, una messa in suffragio. È da sperare che ben altri riconoscimenti  giungano presto a ricordare Elsa anche su questa terra.

Sembra che la Tailandia sia una terra ricchissima di maratone: e se le più celebri sono quella ‘classica’ di Bangkok, che pochi mesi fa ha celebrato la trentesima edizione, e quella di Phuket, la cui prossima edizione è prevista per l’8 giugno prossimo, tante altre si affacciano sull’orizzonte di internet e del turismo, anche di provenienza italiana.

È di pochi giorni fa la notizia, circolata pure sulla stampa italiana, che durante la maratona Chombueng a Ratchaburi, nella parte occidentale dello stato, una ragazza di nome Khemjira, imbattutasi dopo una dozzina di km in un cucciolo di cagnolino, sperduto in mezzo alla strada, l’ha raccolto e con lui in braccio ha completato i  restanti 30 chilometri del percorso. Tagliato il traguardo, con questo esserino “troppo adorabile", Khemjira ha deciso di adottare il cucciolo, cui ha dato lo stesso  nome della maratona: Chombueng.

Pochi giorni dopo, direttamente proveniente dalla maratona di Las Palmas in Gran Canaria, il supermaratoneta pratese Mario Ferri ha voluto sperimentare la seconda edizione della Amazing Thailand Marathon Bangkok 2019, in programma domenica 3 febbraio  (la prima edizione si era svolta il 4 febbraio dell’anno scorso, e ci sono ambizioni per farne l’evento sportivo più importante della nazione), su quattro diverse distanze di gara: maratona, mezza maratona, 10 km e Fun Run di  3,5 km.

Partenza avvenuta, per i maratoneti, alle 3 di mattina dallo stadio Rajamangala, e percorso lungo le strade della capitale toccandone alcuni dei luoghi più celebri,  come il monumento alla Vittoria, la statua equestre di Re Rama V il Grande e il Ponte Rama VIII, con arrivo presso il monumento alla Democrazia.

Ecco la classifica dei primi arrivati:

Uomini

1°:          2:16:01 Kemboi Rotich Kennethi              Kenya

2°            2:17:32 Asrar Abderehman                        Ethiopia

3°            2:18:19 James Tallam                                  Kenya

 

Donne

1^:         2:43:55 Magaret Wangui Njuguna                          Kenya

2^           2:45:23 Tekle Kidst Teka                              Ethiopia

3^           2:47:54 Edinah Jeruto                   Kenya

 

Dunque, il nostro amico Ferri, classe 1946 (che naturalmente ha profittato della trasferta per fare anche turismo e safari fotografici), ha corso ovviamente la distanza maggiore,  pare come unico italiano (almeno, questo risultava all’ambasciatore italiano in Tailandia Lorenzo Galanti, che si è complimentato con lui), e pure come unico over 70, chiudendo 1221° assoluto in 5.06:02 (tempo netto).
Pensare che fino a 24 ore dall’evento la gara è stata in forse, a causa (scrive Mario) di “una cappa di smog fuori dal normale”: poi ha cominciato a spirare una leggera brezza abbassando i valori di inquinamento ambientale, e la corsa ha potuto prendere il via. Ci aggiunge:  “Io respiravo piano piano ma comunque un centinaio di ‘sigarette’ credo di averle fumate!”. Poi, per disintossicarsi, “via in aereo verso Ko Lipe, dall’altra parte del paese, e là mi sono sentito come un personaggio dei libri di Salgari!”.

Lo aspettiamo presto di ritorno, e poi a raccontarci altre avventure di corsa: la sua filosofia è “vivo di emozioni, e allora la penna muove la mano da sola”.

Domenica, 10 Febbraio 2019 23:46

Granarolo (BO), 43° Camminata di Viadagola

10 febbraio - Ben 544 classificati, di cui 119 donne, a questa 10 km che costituiva il secondo  appuntamento del trofeo Uisp Corriemilia, articolato su 15 gare tra cui quattro maratonine e sette 10.000. La gara era inserita in una delle più antiche corse bolognesi, nata come non competitiva e che tuttora conserva una sezione per i non agonisti (2/8/10 km), intelligentemente dislocata su strade del tutto diverse e in orario sfalsato, cosicché non c’è stata nessunissima interferenza tra i due tipi di partecipanti.

Da notare che la gara competitiva era aperta indifferentemente a tesserati Fidal, Eps e Runcard;  si svolgeva su due giri grosso modo a forma di L, il primo leggermente più lungo del secondo (circa 5300+4700), quasi totalmente asfaltati, con due + due rilevamenti chip. Il tocco di classe in più è stato conferito dallo speaker, locale e nazionale insieme, Daniele Menarini condirettore di “Correre”, che ha simpaticamente voluto ricordare anche i 20 anni di Podisti.net di cui si dichiara assiduo lettore.

La vittoria assoluta maschile è stata contesa tra Luis Matteo Ricciardi e Diego Avon, distanziati alla fine di 6 secondi (32:13 contro 32:19), entrambi alla media di 3:13/km; in 32:30 è giunto Mattia Picello. I primi 13 classificati appartengono tutti alla categoria AM (under 40);  la categoria BM (under 50) è stata vinta dal 14° assoluto, Federico Soriani (35:32), solo 4 secondi meglio di Alberto Bonvento. Mentre 19° assoluto è giunto Massimiliano Corticelli, vincitore con 36:01 tra i CM cioè gli over 50. Ovviamente più indietro Roberto Ferendeles, primo tra i DM cioè gli over 60 con 39:36, che comunque significa sempre stare sotto i 4’/km.

Più scontata la vittoria in campo femminile, andata alla rappresentante dell’Esercito Ilaria Fantinel, atleta a tempo pieno dunque, feltrina classe 1998 e campionessa italiana di cross, azzurra under 23 in una 10 km internazionale a Rennes lo scorso ottobre. Con 37:07 ha inflitto 53” alla reggiana Daniela Ferraboschi, classe 1974, seconda assoluta e prima della categoria BF (over 40); in 38:28 è giunta la terza assoluta, e seconda over 40, Isabella Morlini, che ha preceduto la seconda AF, e quarta donna, la 39enne Fiorenza Pierli. Katia Bianchini, prima CF (over 50), ha chiuso in 41:24.

Le premiazioni, che si sono svolte per categorie, hanno coinvolto ben 105 atleti e atlete. Discreto il pacco gara per tutti gli altri, mentre ai non competitivi (iscrizione 2 euro) è toccata la rituale confezione di tagliatelle all’uovo.

Nelle classifiche per società, fondate sulla somma di punti dei 200 uomini e delle 50 donne meglio classificate, hanno nettamente prevalso la Pontelungo Bologna tra gli uomini e la Gabbi tra le donne.

Prossimo appuntamento del trofeo sarà la nuova maratonina di Reggio Emilia del 17 marzo.

Sabato, 02 Febbraio 2019 00:15

Corrida: vietato parlar male di Garibaldi!

31 gennaio - Premesso che la Corrida è la madre di tutte le corse modenesi, e davanti ai suoi inventori Gigliotti e Finelli bisogna solo mettersi sull’attenti, sarà forse il caso di non esagerare troppo con gli aggettivi e col “fiato alle trombe Turchetti”. Il quotidiano locale esordisce parlando di gara “epica”, di “successo a tutto tondo: numeri, livello tecnico, sorrisi”, e prosegue sullo stesso tono.

A uno che di Corride ne ha corse 35 su 45 negli ultimi 42 anni, al di là dell’entusiasmo campanilistico, si può concedere di riportare la gara entro quadri più aderenti al vero, cominciando dai “numeri”, che non sono deludenti ma neppure esaltanti: 651 competitivi arrivati (l’anno scorso erano stati 665); quanto al “livello tecnico”, i tempi dei primi sono leggermente peggiori del 2018 in campo maschile, considerando che il percorso era stato accorciato, causa un tratto ghiacciato, di almeno 400 metri (senza però correggere la posizione dei cartelli, cosicché tra il km 9 e il km 10 intercorrevano 600 metri): il vincitore, africano de noantri, ha impiegato 35 secondi meno del suo omologo 2018, e siccome la media stava sui 3 a km, significa grosso modo un teorico  minuto e 20” in peggio. Qualcosa meglio in campo femminile, dove la Epis ha battuto la Incerti 2018 di oltre 2 minuti, come hanno fatto anche la seconda e la terza, finite a ridosso; dunque, in termini reali, appena una trentina di secondi meglio della vincitrice dell’anno prima.

Di “epico” non c’è stato proprio niente: avevo sperato anch’io di ripetere l’emozione dell’acqua alta di Venezia 2018 correndo stavolta sulla neve, ma purtroppo è smesso di nevicare in nottata, non faceva nemmeno troppo freddo, e le strade erano in perfette condizioni. Semmai, l’intralcio viene dall’insistenza sul disastroso percorso dei primi due km: una curva ad angolo acuto dopo duecento metri, dove a parte i primissimi, tutti gli altri letteralmente si fermano (primo km corso in 6:35, secondo in 5:30); due altre quasi-soste in via Emilia e Corso Canalchiaro causa le strettoie delle bancarelle da cui emana (ha scritto il notista di colore della Gazzetta di Modena) “l’uppercut olfattivo di effluvi di sulséza che incrociano miasmi tiepido-nauseabondi di vin brulé alla cannella”. Sinceramente, negli anni intorno al 1995, quando la partenza avveniva in senso opposto, si andava più lisci: ma vada pure, noi anzianotti abbiamo una scusa in più per giustificare i tempi crescenti di anno in anno.

Il guaio è che, coll'avanzare dell’età, chi una volta partecipava alla Corrida competitiva adesso la fa non competitiva, o peggio (con la scusa dei prezzi d’iscrizione non adeguati al reddito di cittadinanza) la corre senza pettorale: e se dalle foto di Teida CLICCA QUI possiamo essere indulgenti con certe persone ritratte alle foto 440, 658, 671 della seconda cartella, immaginando che portino il pettorale nascosto sotto i maglioni (però nell’ambiente modenese si conosce l’allergia allo spillino di taluni), per altri che corrono in canottiera (foto 424) è più difficile trovare giustificazioni. Onore invece a Giuseppe Cuoghi (foto 643 e 644) che con questa ha corso tutte le 45 edizioni ufficiali, a Elvino Gennari (foto 25 della prima cartella), al carpigiano Gamba ed Lègn (foto 40 e 41), omaggiato persino da Baldini, all'altro sempre presente Emilio Borghi: tutti al traguardo con onore e quasi sempre con classifica.

Che la gara non sia stata straordinaria l’ho percepito anche dalla premiazione finale, insolitamente breve e priva del codazzo di politici che l’avevano, si fa per dire, onorata l’anno scorso: a parte il sindaco e l’Assessore Bello, che non potevano mancare, degli onorevoli presenti sul palco nel 2018 (un mese e mezzo prima delle elezioni, poi rivelatesi per loro disastrose) oggi si è vista solo l’ex ministra Lorenzin (foto 748 e dintorni), premurosa nel coltivare il distretto elettorale dove era stata paracadutata all’insaputa di chi doveva votarla. Ecco, almeno da lei sono venuti i larghi “sorrisi” di cui parla il quotidiano locale.

27 gennaio – Tre anni dopo torno a questa maratona, e soprattutto a quest’isola saldamente europea, verso cui si vola low cost (160 euro a/r prenotando un mese prima, e aerei sempre pienissimi). Siamo nell’ Africa sub-sahariana per il clima (tra i 21 e i 27 gradi nell’aria, tra i 19 e i 21 in acqua), e siamo nell’Europa del nord per l’organizzazione, come si capisce già dai cartelli dell’aeroporto, la cui prima lingua è il tedesco, la seconda l’inglese. Non una cicca o una cartaccia in spiaggia, e se tu pedone ti avvicini sulle strisce le auto si fermano; trasporti pubblici efficientissimi.

Le Canarie sono spagnole da metà Quattrocento, nessuno ha pensato di ‘restituirle’ negli anni Sessanta, cosicché ci si va con tutta sicurezza; migliaia di svedesi, di tedeschi e dintorni le hanno scelte come residenza della terza età, ma anche gli italiani si fanno notare: tra gli ultimi arrivati, incontrerò (nei km finali della maratona) la coppia reale Andrea Accorsi/Monica Barchetti, che hanno dato l’addio alla loro maratona di Crevalcore e si godranno il resto della vita lì dove la benzina costa 1,050 al litro, e una corsa in autobus di 30 km sta sui 3 o 4 euro.

Da sei anni, la maratona di Gran Canaria è stata adottata dal supermaratoneta pratese giramondo Mario Ferri, con l’appoggio di un altro maratoneta italiano, Ugo Fabbri, da tempo residente qui, a beneficio degli amici italiani che vogliano correrla e passare una settimana di vacanza ‘attiva’: dal giovedì al lunedì approfitto dell’offerta, che per un prezzo davvero amichevole mi porta in un albergo di superlusso nella zona delle spiagge di Maspalomas (patrimonio Unesco per le mitiche dune), con l’aggiunta di escursioni quotidiane e del trasporto in pullman da/per l’aeroporto, da/per la partenza della maratona. Ci troviamo così in una cinquantina di italiani, prevalentemente supermaratoneti (il più prolifico è il romagnolo Lorenzo Gemma, che ha largamente superato le 800 maratone concluse; ma attenzione anche al “sindaco di Mantova ” Marco Simonazzi, e allo stesso Ferri, che da quando nel 2014 ha raggiunto le 500 maratone ha smesso di contarle): condivideremo spiagge, ascensioni alla cima più alta dell’isola (quasi 2000 metri),  colazioni e cene abbondantissime nello stile “all you can eat”, due piscine, palestra e così via.

Last but not least, c’è la maratona, che da un paio d’anni si svolge su giro unico e non sul doppio 21,097 come agli inizi, e quest’anno non ha lesinato sforzi (leggi: ingaggi di africani) per ottenere tempi-record. Come è andata?

I due giornali ‘canarini’, “Canarias 7” e “La provincia”, nell’edizione del lunedì contengono entrambi un inserto speciale di 20 pagine dedicato alla corsa: ma a differenza delle gazzette nostrane foraggiate, che generalmente ricopiano le veline ufficiali magnificando tutte le cose ottime e tacendo le critiche; e a differenza dei giornaloni italiani, che esprimono il cosiddetto pensiero unico, impostano i loro resoconti su due punti di vista pressoché opposti.

Abbastanza positivo “La provincia”, che segnala come grazie ai tempi ottenuti la gara si collochi ora tra le prime sette spagnole, e quest’anno abbia migliorato cinque dei suoi record sulle tre distanze principali (maratona, mezza, 10 km). Unico neo, le lamentele dei residenti per le forti limitazioni al traffico automobilistico (il che, per noi podisti, è un pregio).

Decisamente critico invece “Canarias 7”, che rileva il calo di partecipazione, con soli 4343 partenti nelle tre gare (969 nella maratona, con 880 arrivati; 1535 nella 21), e numeri mortificanti nel campionato delle Canarie, proclamato all’ultimo momento e celebrato da soli 7 partecipanti (una sola donna, ‘campionessa’ con 4.59). Le accuse vanno alla Fidal locale, che profonderebbe denari senza criterio, e ai politici che si fanno fotografare sorridenti, davanti a una “caramella con un involucro luccicante, ma che scartata e assaggiata lascia un sapore amaro”. Devo però dire che nel 2016 i finisher della gara più lunga furono 654, dunque ci si può ancora consolare; e che due sezioni a parte delle classifiche ufficiali (http://grancanariamaraton.com/web/en/resultados/) elencano un centinaio tra ritirati e squalificati (oltre ai non partenti, tra cui il validissimo supermaratoneta riminese Alfredo Sboro, richiamato dolorosamente in patria dalla morte della mamma).

La diversità fra i due giornali appare anche dalle classifiche, complete in entrambi ma date da “Canarias 7” secondo i tempi lordi, da “La provincia” secondo il real time, col risultato che il piazzamento a volte non corrisponde al tempo (cioè ti trovi davanti gente che ha un tempo effettivo peggiore).

Non c’è comunque discussione per i primi posti: il vincitore della maratona, il keniano Julius Kiprono (2.12:08 ovvero 2.12:03), batte il secondo (suo connazionale, come pure il terzo)  di due minuti; la keniana Shelmith Nyawira con 2.33 precede di ben 12 minuti l’etiope Fantu Zewude. Completamente africani i podi delle due gare maggiori, se si esclude il terzo posto nella 21 della croata Matea Parlov.

Un po’ di gloria per l’Italia grazie alla vittoria in maratona nella categoria F 70 della romana Paola Cenni in 5.18:05. Un po' meno per i 29 squalificati, tra cui 5 o 6 italiani, soprattutto donne... A titolo di curiosità segnalo che il mio Gps ha dato una lunghezza complessiva di 42,880 e un dislivello di 425 metri: fate conto di aver corso in un paesaggio ligure, teoricamente sul mare, ma con saliscendi continui.

Si parte alle 8,30, insieme, per i 21 e i 42 (staremo insieme nei primi e negli ultimi 8 km). Il tracciato è complessivamente piacevole, panoramico e monumentale insieme (specie per il passaggio dall’antica capitale La Vegueta tra i km 25 e 30, e gli ultimi esaltanti 3 km lungo la spiaggia di Las Canteras); perfettamente chiuso al traffico veicolare e protetto dai pedoni – comunque educatissimi - grazie a un transennamento quasi continuo. Una decina i controlli col tappetino chip, rinforzato da giudici che fanno la spunta manuale. Ristori e spugnaggi regolari (anche se le spugne sono rettangoli ‘normali’, e non più nella forma dell’isola come nel tempo che fu). Forte l’incitamento del pubblico e dei tanti addetti lungo il percorso; orchestrine e gruppi di percussionisti completano la festa. Medagliona rettangolare di cm 11x9, più maglietta di finisher che si  aggiunge all'altra maglietta compresa nel pacco gara. Unica cosa meno piacevole, le docce freddine (per forza, se le collochi in un campo di calcio, quelli dopo i primi 11 le troveranno sempre fredde); soluzione di riserva, personalmente praticata, è il bagno nell’oceano, proprio sotto l’arrivo.

Del resto, per noi del gruppo italiano (cui si aggiunge, curiosamente, “Ronaldinho”, alias Haroldinho Abauna, l’olandese visto un mese fa a Castelfusano, dove pure era la taxista romana Laura Mancinelli, oggi arrivata insieme a me), è una festa, degnamente conclusa dalla cena di domenica sera combinata tra Ferri e la direzione dell’hotel. Torneremo ancora? Non farlo sarebbe un peccato, ma ci sono tante altre Canarie, ciascuna con la sua maratona, che non ci si può permettere di perdere.

È un gran dire che il podismo è in calo, che alle camminate vengono soprattutto i vecchi, che ormai all’ora giusta, dalle parti di Bologna, non parte più nessuno… Poi uno va a Pianoro, 15 km a monte di Bologna, su per la vecchia e inadeguata Futa (mentre i treni sfrecciano indisturbati sulla Direttissima), per correre o camminare la “Galaverna”, trova un parcheggio dubbio (valgono anche la domenica i divieti di sosta davanti ai cancelli delle fabbriche?) a 800 metri dalla partenza (ma tanti si fermano sulla statale, a un chilometro abbondante dal parco in cui è da vari anni collocato il centro gara); e arrivato alla partenza quasi in extremis, sotto un cielo imbronciato che a metà gara lascerà cadere perfino un delizioso nevischio, vede una fila lunga un centinaio di metri davanti alla distribuzione dei pettorali non prenotati, mentre quasi tutte le società hanno già esaurito il proprio contingente (per fortuna io trovo ospitalità presso i ‘dissidenti’ della Porta Saragozza, quelli ‘cancellati’ dal Coordinamento bolognese perché osano chiedere il rispetto delle regole più elementari di buona convivenza podistica).

Si parte, con larga tolleranza sull’orario (cioè anche un quarto d’ora e più in ritardo), in salita, e almeno fino al primo bivio del podere Riosto (quello da dove ha origine la famiglia Ariosto, e dove oggi la linea Alta velocità si stacca dalla Direttissima per immergersi nella sua galleria lunga quasi fino a Firenze), cioè per i primi 3,5 km, la strada è occupata da migliaia di corridori e soprattutto camminatori, moltissime donne, molti bambini e gruppi scolastici, con pettorine stile sci numerate ben oltre 4000 (il record di partecipanti del 2017, 4449, deve aver traballato). Molti recano la maglietta, quest’anno blu, dedicata ad Alice Gruppioni, la pianorese neo-sposa uccisa da un pirata della strada nel 2013 a Lo Angeles durante il viaggio di nozze: e si convince che il podismo, finché sarà messo in pratica da corse come questa, non morirà mai.

Non voglio negare che una parte dell’attrattiva della “Galaverna” dipenda anche dal ristoro, per il quale si parla di costine, salsicce alla brace, polenta e nutella, vin-brulé, caldarroste: dico “si parla”, perché ai miei passaggi dai cinque ristori (2 ore e mezzo per fare i 20,700 del percorso più lungo, con 550 metri di dislivello e circa 5 km sterrati), rimangono solo acqua, tè, arance, banane e biscotti (e non lamentiamoci, per 2 euro di iscrizione!). Al traguardo (intendo, quasi a mezzogiorno), dei panini alla salsiccia sono rimasti solo i panini, e fette di piadina che vengono servite per chiudere almeno temporaneamente la bocca a chi sta aspettando i maccheroni al ragù, le cui pentolate arrivano a scaglioni. Anche il vino, un buon rosso dolce, finisce (ma ammetto che due bicchieri me li sorbisco); mentre tè, acqua, dolci e frutta, oltre al sacchetto di biscotti salati particolari del premio di partecipazione, resteranno ancora a tre ore e mezzo dal via, quando parecchie decine di camminatori continuano ad arrivare e il tradizionale gran fuoco si leva sempre alto nella zona ristori.

D’accordo dunque, ci sarà l’attrattiva della magnazza, ma non basta a spiegare il successo della manifestazione, una delle più antiche d’Italia (ricordo quei grigi giorni del gennaio 1973, quando venni all’ospedale militare di Bologna per la visita di leva, e percorrendo via Indipendenza trovai uno striscione teso in zona stazione, che annunciava la prima Galaverna, e io mi chiedevo cosa fosse).

Quell’anno la saltai (all’ospedale militare mi beccai pure l’influenza), ma poi, con questa ho finito per correrne 12, sempre sul tracciato più lungo che arrivava a 21.5, ora è leggermente cambiato ma conserva i suoi tre colli tradizionali, sui 350 metri di altitudine dopo una partenza a 180 metri, verso i km 3.5, 7.5, 13.5 circa, e infine l’ultima vigliaccata della salita sopra la ferrovia, quantificata in 30 metri verticali dal km 19.5.

Purtroppo gli inverni sono più tiepidi che quando si cominciò, di galaverna sugli alberi non ce n’è, e nemmeno quella neve ghiacciata nella prima discesa verso il km 5, mentre è stato soppresso l’altro tratto, tradizionalmente coperto di ghiaccio, dopo la chiesa di Guzzano intorno al km 15 (una discesa di 110 metri in un km solo, più altri 60 nei due km seguenti), che ci lasciava l’alternativa se scendere col didietro o tenerci stretti agli alberelli. Stavolta si viene giù per uno stradello asfaltato, salvo risalire un po’ verso il km 17 per una carraia fangosa, ma a una quota decisamente più bassa, fino a sfociare nella statale, traversando poi il Savena per entrare nella zona industriale di Pian di Macina, dove sta il nostro quinto ristoro (quello della teorica polenta e nutella): prima della salitaccia finale e del reingresso nel parco da dove siamo partiti.

Tantissima gente dunque, malgrado la concorrenza di Monteforte d’Alpone che in un certo senso somiglia a Pianoro, anche per le sbafate e bevute alcooliche (ma a prezzi ben più consistenti): gente che è rimasta a lungo a commentare, e piluccare i ristori, per non perdersi niente di questa magica atmosfera che commemora Alice nel modo migliore.

La classica invernale del trail parmense si articolava, come di consueto, su due percorsi (li si vedono disegnati nella foto 11 del servizio di Teida Seghedoni), di 23,5 km con 630 metri di dislivello complessivo, e di 14,7 con 430 metri D+: tracciati dunque piuttosto dolci, e resi ancor più corribili da una certa dose di asfalto  (vedi foto da 547 e 602) che fa storcere la bocca ai puristi del trail; ma dotati pure di tratti non solo paesaggistici ma artistici, come, oltre al castello presso la partenza-arrivo,  la Villa dei Boschi visibile nelle foto 105-117. Molto combattuta la gara maschile dei 23,5 km, che ha visto i primi quattro atleti arrivare entro 1 minuto e 40 secondi: ha prevalso il più giovane, il trentenne Loris Zanni (Team Amorotto) con 1.36:52, mezzo minuto meno di Claudio Chiarini, quarantatreenne della 3T Valtaro. Seguono Michele Nieppi (1.38:14) e Alessio Tenani (1.38:30).

Anche le prime due posizioni femminili si sono giocate nei diciotto secondi che hanno separato la vincitrice Monia Fontana (Sampolese), in questo caso la più anziana del gruppo contando già 48 primavere, da Giulia Magnesa (Casone Noceto), di un solo anno più giovane (2.07:35 contro 2.07:53).

Presso che allo sprint si è risolta la contesa maschile sui 14,7 km, dove hanno dominato i giovani: Alberto Gattinoni (Città Genova, 36 anni, 1.04:26), ha fatto valere la sua maggiore esperienza sul 24enne Marco Rinaldi (Kinomana), staccato di soli 5 secondi. Il terzo, Michele Capretti, ventottenne, è giunto a due minuti.

Non c’è stata storia invece nella gara femminile: Isabella Morlini (Atletica Reggio, fotografata nel pregara alla foto 27, e in azione alle 150-157), una settimana dopo l’argento mondiale nelle ciaspole, è arrivata sesta assoluta, e largamente prima tra le donne, con 1.10:23, un paio di minuti davanti a Eleonora Peroncini (Cus Parma), più giovane di 14 anni e undicesima assoluta. Sei minuti dopo è giunta la terza, e più giovane del lotto, Carlotta Vecchi, trentatreenne della Vengo lì.

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