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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

I nostri lettori sono già abbondantemente informati di quanto accaduto alla maratona di Londra:

  • dalla piena soddisfazione esternata da Riccardo Solfo

http://www.podisti.net/index.php/cronache/item/1296-london-marathon-super-con-tifo-da-stadio.html

che senza mezzi termini ricava, dalla sua lunga esperienza internazionale, l’affermazione perentoria

“questa, credetemi, è stata veramente super in tutto, non solo nel caldo. Con 40.255 classificati (nuovo primato dopo i 39.487 del 2017) e un percorso che è stupendo, oltre ad essere tra le sei Major la terza più partecipata dopo le due americane New York (50.641 nel 2017) e Chicago (44.511), per me che ho corso più volte anche Berlino e New York, vi dico che Londra, quella che ho portato a termine io in questo fine settimana, non ha rivali sommando i tre fattori principali: pubblico, percorso, organizzazione”

(personalmente io darei qualche punto in più a Berlino, sia per l’accesso davvero ‘democratico’ alle iscrizioni, sia per come è gestito l’arrivo, compresi spogliatoi docce e massaggi per tutti: ma va benissimo anche il parere di Solfo)

  • alla tragedia raccontataci da Roberto Annoscia

http://www.podisti.net/index.php/notizie/item/1284-tragedia-alla-london-marathon-muore-noto-chef-inglese.html

Ci sono poi le curiosità, come quella dello spettatore locale che ha raccolto un pettorale caduto a un atleta e ha tagliato il traguardo, con tanto di medaglia addentata (e nulla mi toglie dalla mente che fosse un atto premeditato: uno non si presenta a vedere una corsa vestito di tutto punto da atleta, se non ha intenzione di correrci dentro).

Ma adesso siamo alla farsa, alla resa dei conti che trasforma certe prestazioni stupefacenti in quello che realmente valgono: per dirla in inglese, in shortcuts (letteralmente ‘tagliacorto’) a opera di imposter (la traduzione è superflua) ovvero Speedy Gonzales che corrono fast as a tiger.

In queste ore, il maratoneta italiano più famoso oltremanica (e pure sulla stampa non solo pugliese) è un barese di 59 anni, Sabino Rinaldi, addirittura presidente della Asopico Runners, 3h32 in maratona (ma sei anni fa), 1h51 nell’ultima mezza maratona ufficiale documentata (Bari 2016); che però due settimane fa a Londra si è superato, registrando 3h19.

Purtroppo per lui, anche a Londra ci sono giornalisti stile Rodolfo Lollini, che annusano i tempi sospetti e li sezionano, giovandosi anche di colleghi podisti sorpresi o scottati dalle prestazioni altrui: così, alcuni giornalisti del “Times”, messi sull’avviso da un atleta italiano, un coetaneo di Rinaldi arrivato terzo di tutti gli italiani nella stessa categoria, mentre il secondo, per batterlo, risultava aver corso la seconda metà in 1h 04. Sono così partite le indagini, confortate da una bella mappa del percorso e dalla verifica dei punti di controllo (ogni 5 km, oltre che alla mezza): qui Rinaldi era passato sulle 2h15, salvo poi innestare il turbo e superare oltre 1150 coetanei nel secondo tratto. Dove però il percorso della maratona compie un ricciolo allettante che consente di risparmiare una quindicina di km percorrendone sì e no due…

Al termine dei controlli sono emerse 5 o 6 prestazioni ‘strane’, pubblicate sul “Times” di domenica 6 maggio, e presto rimbalzate sul “Daily Mirror”, sul “Sun” e sulla stampa italiana: un irlandese, certo O’ Connor, che addirittura correva per una raccolta fondi di beneficenza, risulta aver corso 14 km in 15 minuti, e si giustifica coll’aver soccorso una persona e poi essere ripartito “verso dove andavano gli altri”; un altro dice che era ammalato e voleva finire la gara a ogni costo. E così via.

Il nostro Rinaldi ha dichiarato di aver corso per divertimento senza guardare l'orologio (forse non ha guardato bene nemmeno le frecce direzionali…).

Il direttore della maratona di Londra ha preannunciato un altro interrogatorio, questa volta ufficiale, al termine del quale se l’atleta non saprà dare una spiegazione convincente, dovrà restituire la medaglia.

Chissà se Rinaldi ci legge e vorrà spiegarci come sono andate le cose…

In principio c’erano i due fratelli bavaresi Dassler, Rudolf e Adolf, che nel 1924 fondarono la “Fabbrica di scarpe Fratelli Dassler”, specializzandosi in scarpe da calcio ma presto con estensione all’atletica (erano Dassler le scarpe di Jesse Owens).

Venne la guerra e il disastro tedesco: nel 1948 i due fratelli decisero di dividersi pur continuando a fare lo stesso mestiere: Rudolf fondò la RuDa (dalle iniziali del nome), presto ribattezzata Puma; Adolf ("Ady") nel 1949 diede il nome alla AdiDas, che ha avuto il successo noto a tutti e controlla, oltre ai generi prodotti col suo marchio, quelli coi nomi di Salomon, Reebok e altro (mentre Puma, dopo aver calzato Pelé, Maradona, Buffon e altri fino a Usain Bolt, dal 2007 fa parte del gruppo francese Kering insieme a Gucci, Saint Laurent ecc.).

Dunque l’Adidas ha 69 anni: eppure, da febbraio circola sui social (Fb, Whatsapp), a partire (sembra) da Colombia e Messico, sotto il nome di un sito dall’ingannevole intestazione di adidas.com-wallet.org, un annuncio mirabolante connesso a un presunto 80° compleanno in occasione del quale sono messe in palio 5000 paia di scarpe per chi segue determinate procedure (sondaggi, e soprattutto rilancio del messaggio ai propri gruppi, di almeno 20 persone).

Non c’è niente di vero: nella migliore delle ipotesi il vostro indirizzo e quello degli amici cui avrete inoltrato la pubblicità sarà venduto a chi ha interesse a mandarvi pubblicità, frutterà qualche centesimo allo scammer che vi ha indotto ad aprire il suo messaggio, e a voi & amici la seccatura di ricevere spam.

Secondo un’ipotesi peggiore, vi addebiteranno mensilmente abbonamenti che non avete chiesto; secondo un’ipotesi ancora più nefasta (non ci risulta però che si sia finora realizzata) sul vostro cellulare o pc entrerà un virus che vi carpirà i dati privati, password, numeri bancari ecc.

Nel primo caso, basterà inserire nella posta indesiderata i messaggi che cominceranno a fioccare; negli altri due, gli esperti raccomandano di cautelarsi chiedendo al proprio fornitore telefonico di rimuovere eventuali abbonamenti a vostro nome; e di fare una scansione antivirus sul cellulare/computer.

Per eccesso di cautela, si possono naturalmente cambiare le password.

Se a qualcuno è capitata qualche conseguenza, saremo lieti di diffondere la sua esperienza a beneficio di tutti

Sebastiano Scuderi (http://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/1332-i-nodi-vengono-al-pettine.html ) ha già segnalato alcune contraddizioni e indefinitezze della circolare Fidal del 24 aprile, che sembra allargare i cordoni della borsa, riconoscendo al podismo amatoriale dei caratteri speciali rispetto alle austere gare in pista (dove io non ricordo di aver mai visto un atleta sorridere durante l’atto agonistico): le sole che la Fidal ha gestito fino a pochi anni fa, quando invece la necessità di ‘pettinare’ la parte più attiva del movimento atletico, cioè i podisti, l’ha indotta a sconfinare in terreni nei quali è apparsa spesso inadeguata tranne che nel battere cassa.

Facendo mie le considerazioni di Scuderi (in particolare, quella relativa al fatto che - al limite - ricadiamo tutti nel lato ‘severo’ delle regole, dato che tutti o quasi noi stradisti partecipiamo alle pletoriche classifiche di categoria) espongo qualche altro dubbio che mi ha preso alla lettura della circolare.

Va precisato subito che la Fidal dichiara di recepire norme emanate dalla Federazione Internazionale (la IAAF): la formula burocratica secondo cui la IAAF “ha inteso NON imporre limitazioni NON necessarie” si tradurrebbe meglio, in italiano per podisti, con “ha inteso togliere limitazioni ecc.”.

Sono i “non-élite” a poter sfuggire a norme, diciamo pure, militaresche: il problema è stabilire chi NON è d’élite. La IAAF dà indicazioni generali, lasciando le specificazioni al buon senso degli organizzatori, purché i patti siano chiari sin dall’inizio.

Un patto chiaro che condivido subito, e non da oggi, è quello di esibire il pettorale in gara: il non esporlo è solo roba da furbastri o da evasori (di quelli che fanno la gara “in modo non agonistico”, come mi ha precisato tra gli insulti il riccioluto modenese de cuius, dichiarandosi dunque in diritto di non pagare l’iscrizione se non compete). Io lo renderei obbligatorio anche per le gare non competitive, come contrassegno pure per gli estranei, comprese le auto in eventuale passaggio per la strada, le forze dell’ordine che vigilano gli incroci, gli addetti ai ristori ecc.

Buona idea è quella di pettorali (tutti numerati, s’intende: lo fanno nella Bassa mantovana e mirandolese, perché non ovunque?) dai colori diversi a seconda se sei élite o no, fermo restando un trattamento identico in gara, ai ristori ecc.

Maglia sociale: in teoria, sembra non essere più obbligatoria, ma il famigerato giudice pugliese potrebbe replicare che la circolare la impone dove ci siano modalità di classifica per società tramite punteggi o somma di tempi. Sembra quasi che i giudici abbiano bisogno di vedere il colore della maglia e il nome che c’è scritto sopra per fare una classifica: possibile, nell’era dei computer, degli smartphone, dei chip??

Permane la preferenza data al cosiddetto Gun time (negli Usa però dicono “Clock time”, che è meno bellicoso) rispetto al Real time, almeno per gli élite: che si suppone partano tutti sulla stessa linea. Sistema inapplicabile per le gare con migliaia di partecipanti, e molto complicato da applicare laddove ci siano partenze scaglionate (da Boston a Miami a Nashville ecc.). Di fatto, non applicato nelle maratone internazionali più affollate, o anche in quelle “medie” (come Interlaken, dove i 4000 partecipanti, che sfilano via in un quarto d’ora dallo sparo, hanno tutti e solo il tempo del chip). Capisco lo spirito della regola: impedire che un atleta giunto secondo risulti poi primo perché partito 15” dietro il vincitore: ma chi, tra i cacciatori di prosciutti o di dollari, rinuncia a partire marcando stretti gli avversari?

O forse c’è anche un tornaconto di parte: dato che il chip renderebbe inutili i giudici d’arrivo (come la tecnologia televisiva ha reso inutili i giudici di porta nel calcio), imponendo il cosiddetto Gun Time (e dagli!) la Fidal vuole perpetuare la categoria dei giudici che prendono a mano i numeri (e il colore della maglia…) degli arrivati. Siamo inutili, ma ci dichiariamo indispensabili. Come lo eravamo al tempo che il campionato italiano di maratona era ‘affollato’ da cinquanta partecipanti e c’erano da pagare 51 giudici.

Rientra invece nell’Ufficio Complicazione Affari Semplici la regola secondo cui i rifornimenti personalizzati sono riservati agli élite, salvo casi e sottocasi. Premesso che io, personalmente, li vieterei per tutti, perché tutti devono essere messi nelle stesse condizioni, e quanto al contenuto dei boccettini individuali… farò peccato ma ne penso male; se però sono ammessi, allora, li ammettiamo per chi fa 2.30 in maratona e non per chi fa 3 ore?? (quella dei tempi in gara è una delle norme per distinguere i normali dai super: e per chi fa solo maratone di montagna adotteremo il tempo compensato per capire se le 3 ore a Fiera di Primiero equivalgono alle 2:20 di Venezia?!).

Auricolari: la Fidal dice boh?, ma meglio no che sì, per gli élite no assoluto. La scusa della sicurezza mi sembra ridicola (allora, perché non vietare l’autoradio con musica ad alto volume quando guidi?); quella dettata dal sospetto di ricevere istruzioni dai tecnici esterni, poco meno: me le possono sempre mandare per telefonino o gridare dal bordo della strada; e se io so che Paolino mi sta dietro cento metri, cosa farò di diverso? E se, non potendo ascoltare Pretty Woman di Orbison, con quel meraviglioso attacco di batteria e lo stupendo giro di chitarra che dà la carica, me la farò cantare da Gianni Morandi, sarà sempre considerato ‘doping’?

Abbigliamento: Deo gratias, potrà essere consentito (a noi volgaroni) quello “non tecnico” purché “nel rispetto della morale pubblica”. Per l’ammissione delle atlete in due pezzi succinti decide la consulta degli Imam competente per il luogo della manifestazione? Fino a qualche anno fa, ai margini delle spiagge c’erano i cartelli che vietavano di circolare per strada in costume… Imporre il rispetto della morale pubblica non è compito della Fidal. O vogliamo demandare al giudice pugliese il verdetto su chi circola con tette finte incollate sopra la maglietta?

Handbike e simili non ammesse? Sono pericolose! fantastico, gli handicappati restino davanti alla tv! E se – bontà sua – un organizzatore li ammette, riservando ovviamente una partenza differenziata (cioè davanti), quando i podisti ‘normali’ raggiungono una carrozzella in difficoltà su una salita, questa va radiata? Qui l’UCAS si tinge di spietatezza, ovvero la Fidal dimostra la sua inadeguatezza a gestire corse al di fuori delle piste, dove non ci sono dislivelli, gli atleti sono tutti giovani e belli (anche se non ridono), mai più di 24 ma meglio se 8, le carrozzelle intralciano, e i reietti della società non devono trovare spazio.

Idem per il paragrafo dedicato a “bacchette Nordic Walking”. La Fidal nulla sa di gare in salita o su sterrato. Scuderi l’ha sempre scritto che non dovrebbe impicciarsi di “non stadia”; ma se lo fa per ‘pettinarci’, almeno venga per le strade e i sentieri a vedere chi siamo e come corriamo. Le bacchette sono pericolose? Per me, sono più pericolose le scarpe chiodate: e mò?

La Fidal è nata nel dicembre 1926, e dal marzo del 1927 “il Partito Nazionale Fascista a mezzo del Presidente del CONI Lando Ferretti nominò l'on. Leandro Arpinati Presidente sia della F.I.D.A.L. che della F.I.G.C.” (fonte: Wikipedia): con questo battesimo, si spiegano meglio certi atteggiamenti duceschi, il divieto di sorridere che connota gli atleti della pista: ma almeno ai tempi del Duce si vincevano medaglie olimpioniche e titoli mondiali. Adesso, il Duce federale è di cartapesta: si continua a non ridere, e a far ridere gli altri.

Sono 2143 i classificati in maratona entro il tempo massimo di 6 ore, e 20865 quelli della mezza maratona, partiti in contemporanea alle 7,15 di sabato 28 (in più erano programmate una 5 km e gare minori). Gli organizzatori parlavano di 4000 iscritti alla maratona: sicuramente molti sono arrivati fuori tempo massimo, come mi era facile dedurre quando, dal mio km 37 e seguenti che si svolgevano in buona parte sulla stessa strada nei due sensi, vedevo camminatori affrontare, già intorno alle 4h 45 dal primo sparo, gli ultimi loro 10-12 km inclusivi di salite. In più c'era la possibilità di optare, al bivio del km 19 e in altri due punti dove noi maratoneti rinvenivamo sul tracciato della mezza (sia pure con circa 8 km in più sul groppone), per autoridursi il percorso e concludere legalmente la gara rientrando in due classifiche 'speciali'. 

Da rilevare pure come gli arrivati in maratona siano equamente suddivisi tra uomini e donne, e per la mezza le donne siano quasi il doppio degli uomini: cose impensabili da noi in Europa, in Italia soprattutto. Non si tratta di supercampionesse: la vincitrice della maratona, la cipriota con doppio passaporto Stella Christophorou, ha impiegato quasi 2.54, infliggendo 13 minuti alla seconda, l'americana Heather Crowe. La vincitrice era smontata dal suo lavoro in Kentucky all'una di notte. Una volata in Tennessee per prendere il via, ma la fortuna di 'trovare' il marito, un militare americano, che faceva servizio come accompagnatore in bicicletta...  della prima donna! Immagino le lamentele delle italiche cacciatrici di prosciutti per un'eventualità del genere.

La maratona di Nashville, nata come 'Country music marathon' ma inserita da alcuni anni nel circuito Rock' n' roll (che comprende varie gare Usa e alcune europee), non è certo una maratona da tempo, per le molte asperità soprattutto della prima parte piuttosto collinare (già il nome di Belmont Avenue su cui si corrono parecchi chilometri è indicativo). Ha vinto per il sesto anno consecutivo il 36enne Scott Wietecha, migliorando il suo tempo del 2017 (quando fece davvero molto caldo), ma senza battere il suo miglior personale qui, in 2.28:18, con un minuto e mezzo di margine sul 22enne libanese Garang Madut. Le cronache fotografiche documentano anche il suo ricorso a una delle numerose toilette mobili disposte lungo il tracciato, davanti alle quali (appunto per la loro numerosità) non si generavano mai le lunghe code che siamo abituati a vedere di solito. Notevole pure che accanto a ognuna delle infinite postazioni per complessi rock ci fosse una toilette. È ovvio che non solo i podisti ma anche i musicisti abbiano certi bisogni durante 6-8 ore.

Anche in altri casi ho constatato con invidia la solita organizzazione americana, a cominciare dalla sistemazione nel vasto parcheggio gratuito dello stadio del football intitolato alla Nissan (che a Nashville ha la sede centrale per  tutti gli States): già nelle strade di accesso alla città (intasate questa mattina  come le nostre tangenziali alle 8 e alle 18 e quasi sempre in altre ore, anche per uno sciagurato camion che la sera prima aveva messo fuoriuso un sottopasso in un incrocio essenziale) c'erano code disperanti, che inducevano molti podisti ad accettare le offerte dei tanti parcheggi a pagamento da 10 dollari in su nelle vicinanze. Io invece ho avuto fiducia e giunto allo stadio verso le 6.15 ho trovato innumerevoli segnalatori che hanno guidato me e figlio (all'esordio sulla mezza) al settore D, zona G, piazzola 46. Da lì, 10 minuti a piedi verso la chiesa battista davanti alla partenza, dove una prima serie di bagni (o come le chiamano qui, sale da riposo) offriva sfogo alle impellenze fisiologiche, cui sopperivano poi altre toilette chimiche piazzate di fronte alla consegna bagagli.

Non sarà la più rinomata delle maratone Usa, ma una città che già nel 1907 aprì una fabbrica di auto chiamandola Marathon e assegnandole un podista come logo, di certe cose dimostra di avere una lunga esperienza...

Partenza nella centralissima Broadway, di fianco al palaghiaccio dove ieri i Predators locali hanno disputato la prima gara dei playoff scudetto. Si parte a ondate, distanziate di un paio di minuti l'una dall'altra, sebbene l'accesso ai vari settori non fosse controllato e comunque i settori non fossero separati. Cosicché,muovendomi in avanti appena sentito lo sparo, mi sono trovato con una coppia bolognese di amici di Podisti net, Andrea Sotgiu e Cristina Pasin, e insieme siamo partiti (loro per la mezza) dopo 13 minuti dal primo sparo. Naturalmente, checché ne pensino i soloni della Fidal, l'unico tempo valido per la classifica è quello registrato dal tuo chip attaccato al pettorale, dunque non serve sgomitare come in Italia. L' unica pecca del sistema è stata per me il non potermi fidare dei tempi indicati dai pacemakers (uno ogni 15 minuti), non sapendo in quale ondata fossero partiti: tant'è vero che sono arrivato a pochi metri dalla pacer delle 4.45, ma il mio real time risulta, come è giusto, di 4.55.

Percorso, a quanto ricordi, identico all'anno passato: il gps dichiara 42,850 metri (+500 di dislivello) ma sto abituandomi a non credergli troppo. Bella la prima parte, con lo stupendo coronamento del giro nel campo da baseball, ripresi dalla telecamera che vi proietta sul maxischermo; più monotona la seconda metà, stradoni, fabbriche, concessionarie e tanto sole. Induce invece a pensare la serie di cartelli esposta verso il km 16  dall'ospedale pediatrico St. Jude, che dà il nome alla maratona con finalità di raccolta fondi, ed esibisce le foto di tanti piccoli suoi pazienti, e alla fine la scritta: finché un solo bambino morirà di cancro,  noi non smetteremo di muoverci.

A proposito di scritte, i cartelli inalberati dal pubblico sono tra le cose più divertenti, seppure non tutte originali: come "su una scala da 1 a 10, tu sei 13.1" (l'equivalente in miglia della maratonina); oppure quello hard in mano a una donna: "hai un fucile sotto gli slip o sei contento di vedermi?". Piu saggio "la sofferenza dura un giorno, la classifica è per sempre"; sacrosanto " il matrimonio è una maratona, non uno sprint"; arguti "se pensi alla fatica che fai, pensa alla mia nel reggere questo cartello", oppure "mi sono allenata tutta la settimana per tenere su questo cartello". Noi italiani non siamo secondi a nessuno nel gestire in allegria le maratone, ma coi cartelli non siamo ancora a questo livello. Arriverà, come immagino che arrivi a breve Alexa, un robottino pazzesco che furoreggia nelle case, obbedisce a comandi a voce tipo "accendi la luce in cucina" o "mettimi una canzone di Joan Baez" o "chi ha vinto la maratona di New York?". Tutto per rendere più pigra e ottusa e obesa la gente: l'anno prossimo voglio chiederle di correre la maratona al posto mio...

Per fortuna, al momento corrono donne in carne e ossa: arrivato nel punto dove chi ne ha deve tirarne fuori, cioè alla deviazione degli ultimi 10 km verso il laghetto e il campo da golf sormontato da un ponte ferroviario come ne vediamo solo nei western o in Cassandra crossing, là dove gli addetti ai ristori (tanti!) cominciano a distribuire sacchetti di ghiaccio e bustine di sale, ingaggio pacifiche battaglie con due cavallone locali, i cui pettorali (nel senso di Bibnumber) dichiarano i nomi di Olson e Gwenthian. La prima mi supera inesorabilmente, la seconda invece sembra cedere, anche perché attardata dall'amica Julia. Insomma, un sacco di donne, che certi modenesi di mia conoscenza, ritratto vivente della sf* (in senso etimologico), che li porta a correre solo se affiancati da una di sesso opposto, ci farebbero più di un pensierino (specie se riuscissero a scroccare il pettorale anziché pagarlo 69 dollari come me).

Io invece arrivo al traguardo in solitudine (la biondina pacemaker fa il suo mestiere qualche decina di metri avanti). Solitudine integrata virtualmente dall'assistenza transoceanica di Roberto Mandelli, che mi rimbalza quasi minuto per minuto tempi di passaggio, piazzamenti ecc., e costruisce a getto continuo album fotografici mixando cene tennesseane e razzi di Alabama, come Alexa non saprebbe...

Dopo l'arrivo, la medaglia e i tanti generi di conforto (tra cui un benedetto asciugamani intriso di acqua fredda e una birra), trovo mio figlio con la medaglia al collo, entusiasta e che già progetta la gara del 2019 con colei che diventerà sua moglie. È giusto che noi anziani cediamo il passo a chi ha la gamba più sicura.

Lunedì, 23 Aprile 2018 10:41

A San Possidonio è quasi estate

I podisti “delle Basse”, raggruppamento geografico non ben definito ma che, direbbe Guccini, sta tra la via Emilia e il West (inteso come il corso del Po dalla reggiana alla ferrarese), si sono ritrovati domenica 22 a San Possidonio, uno tra i comuni più settentrionali della provincia di Modena, e tra i primi a coltivare il podismo di massa (era una tappa delle primissime edizioni della Sgambada, 1972 e dintorni), per una nuova edizione de “Al Gir dal Cumun” (il podismo di queste parti resta fedele al dialetto, altrocché Run e Trail o Trial o Challenge ecc.).

Gara che si svolge da decenni, dapprima solo su asfalto ma che da qualche anno ha inserito nel giro lungo di 18 km il passaggio per l’oasi naturalistica del Budrighello e una lunga sezione sull’argine destro del Secchia, dove una quindicina d’anni fa fu inaugurata la pista ciclabile fino al Po (e all’inaugurazione non mancò una corsa podistica da S. Martino Secchia a Rovereto organizzata dall’immancabile Ilva da Fossoli).

Terra purtroppo che reca ancora i segni dei terremoti del 2012: l’orologio del campanile segna da allora le 5,47, la chiesa è puntellata, nella piazza celebre per la maccheronata di fine agosto regna un’allegria un po’ mesta, da naufraghi che però vogliono riprendere la vita normale.

Come da tradizione, i pettorali distribuiti erano numerati perché c’è sempre una premiazione, particolarmente sentita per le categorie giovanili: su percorsi ridotti (vedere le foto di Teida Seghedoni 412-7) o anche per qualcuno più audace (288) sul percorso lungo.

Presenti anche bambini un po’ cresciuti, come Maurito figlio di Paolino (foto 351), Giangi (160-162, ma non pare gradisse molto essere ritratto), Gamba ed Legn Sala (31, 88) che continua a vantare il record di essere stato l’unico ad autogestirsi in una Modena-Abetone di un quarto di secolo fa, e la dinasty dei Gennari da S. Flis, già incoronata dai Passatori dei bei tempi (e incontrando il Gennari della foto 10 la domanda da fare era inevitabile: “tè sit Loris o Elvino?”).

Il caldo estivo è stato mitigato dalla frescura dell’oasi (foto 52-73), ma una volta saliti sull’argine (foto da 163 in poi), qualcuno ha osato inaugurare la prima tenuta da spiaggia dell’anno (239, 301, 307). Altri tempi, quando queste erano le nostre spiagge e in quell’acqua si faceva il bagno. Ma questa corsa d’altri tempi è viva come sempre.

 

Servizio di Teida Seghedoni

http://foto.podisti.net/p1031039355

 

Dopo una prima edizione 2017 molto contestata, e per la quale fa testo il report di Massimo Muratori che ospitammo su queste colonne e in parte riproduco, mi ero deciso a presenziare (s’intende, con scarpette ai piedi e zainetto in spalla) alla seconda edizione, o per essere più esatti a quella parte di tracciato (gli ultimi 55 km) ritagliata per la prima volta dai 125 del giro totale. Scelta personalmente (intendo: atleticamente) alquanto discutibile, ma utile giornalisticamente, nel senso che trovandoci noi del giro “corto” in gioiosa e/o sofferente convivenza con quelli del giro lungo, che transitavano dal Monte di Fò sotto il passo della Futa, da dove partivamo noi, al loro 70° km, abbiamo potuto scambiare impressioni che, unite a quanto ho visto di persona, mi danno un quadro abbastanza equo. Che naturalmente potrà essere arricchito o corretto da altri partecipanti.

Le prime parole che mi ha detto un super-trailer, già partecipante nel 2017, sono state: “quando si fanno delle critiche costruttive e gli organizzatori sono intelligenti, poi si aggiusta tutto”.

Dunque, aveva scritto Muratori:

Ristori (o, all’americana, Check Point): piazzati con il metodo del lancio dei dadi (alea iacta est, lo diceva già Giulio Cesare su queste strade) con distanze variabili tra i 10,3 e i 24,2 km, con zero punti intermedi di rifornimento acqua; e assicuro che con il mezzo litro richiesto nel materiale obbligatorio si sarebbe fatto ben poco. Solo nel tratto precedente S. Piero (23/93 km) sono state date bottiglie d’acqua in due punti ai volontari, forse dopo le numerose lamentele dei corridori che passavano al C.P.( all’italiana, ristoro) di Monte Fò, punto di cambio indumenti piazzato in un campo di calcio al sole, e dove un po’ di pastasciutta veniva data a patto di mangiarla con le mani, vista l’assenza di forchette.

Confesso di non aver visto il ristoro di Monte di Fò (frazioncina ancora ignota a qualche stradario: era più semplice dire che sta 4 km sotto il passo della Futa, lungo la stessa strada ex statale): il nostro luogo di raduno era all’interno di un camping, tutti i servizi concentrati in pochi metri, con ombra persino eccessiva dato il vento freddo che, a 800 metri di altezza, ci faceva cercare il sole; ma i super-trailer passavano cinque metri sopra di noi e si ricongiungevano solo dopo un km abbondante, dunque non saprei come fossero la loro nutrizione e dissetamento. Però la collega d’università Elena Pacetti, giovane ma apprezzata pedagogista nonché podista, di servizio a Monte Adone, mi assicura di aver visto “atleti sorridenti, capaci di ringraziarti e di scherzare anche se stremati dalla fatica, pronti a sostenersi a vicenda”.

Dal Fò in avanti, i due posti di ristoro anche solido programmati (appunto al km 23/93 e al 39/109) erano alternati a quattro punti di idratazione (6-15-31-43 secondo la nostra misurazione), con acqua, cola, tè (ma al 31 ho mangiato anche due ovetti di cioccolato…), ai quali aggiungo almeno due fontanelle cui mi sono abbeverato con voluttà, più un delizioso “ristorino” gestito, intorno al km 20, da quattro bambinelle di età tra i 4 (“li faccio il 26 di sgiugngno!”) e i 10 anni, che con una precisa turnazione ci offrivano acqua minerale fresca. Dunque non ho mai patito la sete, e ho fruito della mia riserva idrica solo dal km 40 in poi. A proposito di materiale obbligatorio, è la prima volta dopo l’Utmb del 2015 che il mio zaino è sottoposto a rigoroso controllo, PRIMA della consegna del pettorale, con richiesta anche dei materiali tipo maglia pesante, pantaloni lunghi, guanti, che la giornata soleggiata rendeva del tutto inutili, almeno per chi contava di arrivare prima di notte.

Parlare della mancanza di alimenti salati, della quasi cronica scarsità di bevande (solo acqua e sali erano presenti) è una costante. Per la coca assente a Sasso Marconi ci è stato precisato che a Monzuno ce n’era in abbondanza: mancavano solo 24 km! Del fatto che all’ultimo ristoro di Monte Senario alle 19 di sabato era rimasto ben poco da mangiare, e la solita coppia acqua e sali per bere, e dovevano passare ancora più di 60 persone, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa.

Sempre relativamente ai miei miseri 55 km, devo dire che il ‘pranzo’ di San Piero a Sieve era al livello di quelli dell’Utmb: panche e tavoli al coperto, piatti, forchette e coltelli, due primi (riso e maccheroni) secondi di vario genere tra cui ho privilegiato 4 fette di squisito prosciutto, frutta secca e fresca, birra tra le bevande - dove non mancavano mai l’acqua frizzante e gli integratori. Mi sono fermato ben 11 minuti; solo 5 in quello successivo di Monte Senario, dove a servirmi – tra gli altri – stava un tipo con aria vescovile. Gliel’ho fatto notare, e mi ha risposto che avevo un po’ indovinato, dato che è l’archivista dell’abbazia (in uno dei posti più belli del nostro percorso, sebbene al termine della salita più dura, 600 metri verticali da rimontare in 14 km, dopo dei quali vedi però, da un meraviglioso prato in falsopiano, Fiesole e Firenze).

Tracciatura: il trailer sia di notte che di giorno ha il chiodo fisso di non sbagliare strada. Non correndo su un biliardo molta attenzione la porge a dove va a mettere i piedi, e la primaria necessità è quella di avere costantemente in vista fettucce, frecce o cartelli che indichino la strada: ovviamente col buio la cosa è fondamentale. Se le bandelle vengono posizionate ogni 100/150 mt, e a volte molto di più, e vengono piazzate dopo una curva del sentiero anziché prima; se poi agli incroci si trova una sola bandella senza il richiamo nei 10/20 mt successivi del sentiero giusto; se le indicazioni date dai volontari sono a volte diverse da quelle indicate dalle frecce; se negli ultimi sei sette km di volontari non vedi l’ombra e ti fai un po’ di statale trafficata in solitudine, seguendo più i cartelli stradali che quelli scarsi della gara: se tutto ciò avviene ecco che il trailer mi diventa ansioso e un filo “irritato”.

Questo chiodo ce l’ho anch’io: anzi, visto lo scenario mistico in cui si svolge il secondo tratto, mi dicevo che era il diavolo tentatore a sibilarmi ogni mezzo km “hai sbagliato strada, torna indietro!”. Però dichiaro solennemente che quest’anno, a parte l’ultima quindicina di km dove un po’ di rarefazione c’era, siamo sempre stati guidati da bolli gialli a terra, freccine (piccolette a dire il vero) in prossimità dei bivii, bandelle biancoazzurre ad altezza d’uomo, qualche bandierina blu con catarifrangente giallo. Confesso di essermi sbagliato una sola volta, appunto a una decina di km alla fine (insufficiente irrorazione cerebrale?), ravvedendomi però nell’arco di pochissimi metri, e di avere avuto gli unici dubbi nella piazza centrale di S. Piero a Sieve, dove solo scrutando lungo le tre strade possibili si vedeva una bandella attaccata una trentina di metri oltre; e a Fiesole, dove era forse venuta a mancare la vernice per i bolli gialli e (mi hanno detto) qualche genietto dispettoso aveva strappato le bandelle. Di modo che, a una certa piazza che finiva in un bivio quasi all’ultimo km, ho fatto un ragionamento su quale strada scegliere (quella di destra) e mi è andata bene. Non ho mai dovuto chiedere niente a volontari, salvo, per eccesso di scrupolo, ripartendo da ogni ristoro “e adesso dove vado?” (ma qui c’entrava forse anche il mio obnubilamento da birra).

Percorso: la VdD è quella: non si discute, può piacere o non piacere, sicuramente più adatta ai corridori che agli arrampicatori, racchiude tratti di asfalto certamente superiori ai 25 km corrispondenti al regolamentare 20% (secondo il punto 1.5 della IUTA), e forse non potrebbe definirsi Ultra Trail, ma in questo caso i “punti” per la regina delle Ultra Trail sarebbero persi, e oggi si vive di punti anche per andare dal barbiere. Ciò che non si è capito bene è la reale lunghezza del percorso, tre km in più ci sono stati ufficializzati via mail senza però dire dove li avevano messi (o ti scarichi la traccia o ti gratti), ma gli altri 4/8 indicati dai vari concorrenti da dove sono arrivati? Azzardo un’ipotesi: qualche giro vizioso per aggiungere km e dislivello sempre in funzione punteggi?

I protagonisti della gara lunga mi hanno assicurato che nella prima parte l’asfalto era stato drasticamente ridotto, a volte costruendo sentieri nei boschi, con taglio di alberi e l’apporto del Cai. Sulla distanza non ci si pronunciava (anche perché la maggioranza dei Gps non reggono una carica di tante ore), ma pare che l’altimetria fosse giusta (rispettivamente più 5000 e più 2000); dal mio Gps, appena bastante per il giro ‘corto’, trovo sostanziale conferma dei 55 km; con un calcolo molto a braccio, direi che la parte asfaltata sarà stata sui 10 o 12 km, inevitabile quando attraversi o arrivi in un grosso centro abitato. Magari non sarebbe male mettere anche qualche paletto chilometrico a terra: non pretendo i segnali ogni 250 metri di Interlaken, però almeno ogni 5 km come a Davos, così ci potremmo regolare.

A un certo punto, quando ormai sulla stessa altimetria di Fiesole (dopo il quarto dei cinque ‘dentini’ che interrompevano la teorica continua discesa degli ultimi 16 km) ci siamo immessi sulla stradina che ci avrebbe portato al traguardo, un addetto ci diceva “mancano solo 3 km!”. Il mio vicino di gara del momento, uno Yuri romagnolo, ha detto di non fidarsi molto di questo tipo di segnalazioni, e ha cominciato a camminare fino al traguardo. Invece mi ha raggiunto e superato (dopo vano tentativo di resistenza mia, durato sì e no mezzo km) una ragazza di Treviso, Mariangela, col suo bravo pettorale verde del giro lungo: “Tu sì che sei eroica!” le ho detto. “Gli eroi sono ben altri”, è stata la sua risposta. Terza assoluta, a una ventina di minuti dalla seconda, Tatiana, che mi aveva superato al 41, con un’andatura per me del tutto insostenibile. Lasciamo chiudere al puntuale Muratori 2017:

Parlando del contorno alla gara: pasta party inesistente alla partenza, mi dicono buono all’arrivo (non ne ho usufruito); docce calde e buon servizio di navette per andata e ritorno, pacco gara di buon livello e, almeno nel mio caso, distribuito da una splendida e solare fanciulla alla quale non ho potuto non rivolgere un complimento.

Confermo il servizio di navette efficientissimo, che sopperiva alle scomodità dell’arrivo in centro ma con docce e pasta party ubicati a 3-4 km; e aggiungo di una navetta supplementare, non dovuta, ma preziosa per me e altri che avevano sciaguratamente lasciato l’auto a Monte di Fò rifiutando la navetta da Bologna del sabato mattina. Nel risalire a Firenze lungo la via “Nazionale Bolognese” (quella delle mitiche Mille Miglia, oggi guastata da troppe inutili rotonde) ci siamo imbattuti in vari addetti a sorvegliare ancora il passaggio dei supertrailer, che avevano tempo per arrivare fino alle 6 di domenica: ma a quanto appare dalle graduatorie apparse già in live nel sito Sdam, gli ultimi classificati sono stati aspettati addirittura fino alle 32 ore, cioè alle 8 (e come al solito mi viene il paragone col Sentiero di Corteno Golgi o con la Sellaronda, quando mettevano fuori gara anche per 5 minuti di ritardo a un cancello). A proposito, da uno dei concorrenti che otto giorni prima era stato al trail di Rocca Malatina (e che arriverà 19° del giro lungo, Riccardo da Fiorano) ho sentito lamentele, non solo sulle classifiche diffuse nell’immediato in forma sballata e corrette dopo cinque giorni, ma anche sul richiamo “tu sei fuori!” rivolto a un suo amico un pelino lento che per la prima volta si cimentava in un trail. “Quello che è giusto è giusto, ma umanamente non è il modo per incentivare la pratica del podismo in natura”. Purtroppo – gli ho commentato, incontrando l’approvazione di un altro compagno di strada – se ci fosse stata la Cecilia sul percorso lungo, la aspettavano, perché il tempo massimo era commisurato su di lei e sulle foto di suo marito… ma purtroppo ha fatto i 20 km!

Quanto al resto della nostra giornata tosco-emiliana, dalle graduatorie vedo 146 classificati (di cui 15 donne) sui 183 partenti dei 125 km: sono 20 in meno del 2017, compensati però dai 92 arrivati, con 13 donne (su 96 partiti), dei 55 km: qui non c’è stato bisogno di arrivare fino alle 02,30 del tempo massimo, perché in poco più di 12 ore (cioè alle 22,30) erano arrivati gli ultimi.

Gara certamente non estrema, paragonabile alla Abbotts way, anzi un po’ più morbida perché non ci sono deviazioni gratuite, fuori dell’itinerario storico, come invece dagli Abati (monte Lama): pochi tratti di discese un pelino pericolose (specie dalla cima più alta della Flaminia, cioè il Monte Gazzaro oltre i 1100 metri), con cartelli di avviso e addetti che ci esortavano alla prudenza, e persino una ventina di metri di corda corrimano. Suggestivo il passaggio dal castello mediceo di Trebbio sopra San Piero a Sieve e dalla badia di Bonsollazzo (spettrale nel suo abbandono, location ideale per film di fantasmi o di monaci medievali), a 525 metri, all’inizio dalla salita verso quell’autentico “Paradiso” di Monte Senario. Grandiosi i panorami ‘fiorentini’ degli ultimi 15 km; nella zona delle Croci- Olmo si interseca la strada Faentina in uno dei punti più antipatici del Passatore, quello dove tutte le auto degli accompagnatori e spesso trasportatori abusivi si affollano e ci rompono alquanto con le loro manovre e i gas di scarico; più pacifico il ricordo invece dell’Urban Trail di Firenze che attraversa Fiesole e le colline circostanti. Delizioso il borghetto delle Molina, anche perché lo affrontiamo in confortevole discesa, e su una mensola uno sconosciuto benefattore ha lasciato una bottiglia di Ferrarelle ancora fresca.

Molto originale l’arrivo nell’anfiteatro di Fiesole, medaglia con la scritta “Pervenit” (ci ho messo un minutino anch’io a capirla...), il vicesindaco di Vaglia (uno dei comuni attraversati) che saluta, si fa fotografare insieme a te e umilmente si piega a toglierti il chip dalla caviglia. Avrei visto volentieri anche Fausto Cuoghi, che ci aveva dato il via da Monte di Fò: ma forse era giustamente andato a festeggiare il suo **tesimo compleanno (diciamo che oggi ha cambiato di categoria MM). È anche grazie a lui, oltre che al commander-in-chief Riccardo Cavara, se la Bologna che da vent’anni non riesce a organizzare una maratona, e che prima annuncia poi cancella l’Urban Trail, è stata finalmente capace di proporre una corsa piacevole, ben allestita e istruttiva anche culturalmente parlando.

Primo ristoro in fondo all’anfiteatro (superata la pena di discendere i gradoni, apprezzatissime le patate lessate in olio, e ovviamente la frutta, l’ennesima birra, ma anche un ottimo tè caldo); poi pullmino per riconsegna bagagli con annesso pacco gara supplementare, docce (calde a patto di farle in non più di due per volta), massaggi e l’attiguo pasta-party (maccheroni al sugo, lonza di maiale, dolce, fragole, altra birra). Data la ristrettezza dello spazio, e anche il lungo arco temporale nel quale arrivavamo nonché la distanza tra arrivo e altri luoghi, è mancato il clima da pranzo collettivo, con speaker, allegria, premiazioni. O forse Cuoghi era là.

In ogni caso, dal sito Sdam ricopio le prime posizioni. Nella gara principe, il vincitore 2017, peggiorando di appena dieci minuti la sua prestazione di allora (ma ottenuta su un percorso più ‘stradale’), arriva secondo dietro Fabio Di Giacomo, che registra un tempo pazzesco di 13h 49. Il terzo arriva due ore e mezzo dopo del vincitore; quarto è Roberto Brigo, secondo nel 2017, che questa volta si peggiora di due soli minuti. Un po’ più ‘calme’ le donne, tra cui prevale Giulia Saggin (13° assoluta), davanti alle due mie sorpassatrici già citate. “Enfants du pays” alla ribalta nella gara corta (Naldi tra gli uomini in 5.04, Michela Migliori sesta assoluta e prima donna in 6.20), con l’eccezione della seconda donna, Sarah Eggleston americana, decima assoluta in 6.38.

Dal comunicato ufficiale già pubblicato (http://www.podisti.net/index.php/notizie/item/1211-ultratrail-via-degli-dei-e-flaminia-militare-i-vincitori.html ) e dal sito Sdam consultato domenica mattina riprendo la lista dei primi.

55 km

1        191     NALDI LORENZO      IL PONTE SCANDICCI         ita      SM45          1        5:04:00       

2        199     CASELLI CRISTIAN    RONDA GHIBELLINA TEAM   ita      SM             2        5:17:13       

3        210     DIANA FRANCESCO  NUOVA ATLETICA ISERNIA   ita      SM45          3        5:46:12

 

F

6        F36     MIGLIORI MICHELA   RUNNERS BARBERINO        ita      SF45   1        6:20:16       

10      F47     EGGLESTON SARAH            usa                        SF              2        6:38:28       

14      F48     CIANCI LUANA                  ita                         SF50           3        6:48:55       

 

125km

1        1        2        DI GIACOMO FABIO  RUNNERS VALBOSSA-AZZATE       ita      SM35          1         13:49:35      

2        2        1        RABENSTEINER ALEXANDER BERGAMO STARS ATLETICA ita      SM40          2         14:51:36      

3        3        27      GIROTTO VALERIO    MONTELLO RUNNERS CLUB           ita      SM45          3         16:24:40      

4        4        3        BRIGO ROBERTO      ATLETICA RIVIERA DEL BRENTA     ita      SM50           4         16:24:41      

 

F

 

13   F18     SAGGIN GIULIA        FRIESIAN TEAM      Ita      SF   1        18:31:59

20      F2      MACCHERINI TATIANA        RONDA GHIBELLINA ita      SF40           2        19:20:03

27      F8      CURINI MARIANGELA MONTELLO RUNNERS CLUB  ita      SF35           3        19:43:55      

Non ci sono solo i premi per i top runners alla maratona di Milano.

Giungendo al traguardo, il supermaratoneta ed ex marò veneziano Adriano Boldrin, che da anni continua a inanellare maratone malgrado seri problemi fisici, ha ricevuto, oltre alla medaglia, un piatto argentato con la dicitura “1° Premio Claudio Zamengo - A chi non si è mai arreso, e ha lottato per raggiungere i propri sogni e obiettivi”. A consegnarglielo sono stati la vedova di Zamengo, signora Silvia Stradelli, accompagnata dal piccolo Andrea figlio di Claudio, e Andrea Basso, già del comitato organizzatore della maratona di Venezia ed ora coordinatore generale di Milano Marathon. Presente anche Tiziano Lamera, titolare di un negozio di articoli sportivi a Martinengo (BG) e collaboratore di Milano Marathon oltre che della Mezza di Monza e di altre gare. Nella festa è stato coinvolto pure Gabriele Mancini, altro maratoneta di lungo corso arrivato al traguardo con Adriano.

Nella giornata delle due maratone italiane (per tacere dei bellissimi Colli Euganei, di Parigi, Rotterdam e di altre estere), della maratonina prestigiosa dei Dogi (oltre a quella dei 33mila di Berlino), e all’indomani del campionato regionale Uisp di trail, non ci si poteva certo aspettare dell’agonismo in una gara come sono le “risaie” di Fossoli, da sempre non competitiva, e nel depliant odierno specificata “a partecipazione volontaria” (conoscete gare a partecipazione obbligatoria?).

Eppure, questo appuntamento tradizionale del podismo modenese ha radunato il consueto migliaio abbondante di partecipanti (assenti però i reggiani, che avevano la loro gara a una ventina di km), diviso su 5 percorsi dai 4 ai 20 km, sebbene non sia facile capire quanti abbiano effettivamente corso, dal momento che arrivando in zona partenza mezz’ora prima del via ufficiale ho trovato il primo km di strada già pieno di camminatori o simil-corridori.

Il percorso ricalca in parte quello della cosiddetta maratonina Città di Carpi, collocata a Cibeno ossia a 4 km da qui, nella parte più a sud (tra San Marino e Cibeno), ma si spinge un po’ più a nord lungo la vecchia e malandata via Remesina, già calpestata ogni inizio estate dalla corsa del festival dell’Unità, oltrepassando lo spettrale ex campo di concentramento (nel servizio di Teida Seghedoni, linkabile anche qui sotto, lo vedete nelle foto 51-56) e sconfinando nel comune di Novi, con passaggio dal centro della frazioncina di Gruppo: ormai abitato-fantasma per le scuole elementari datate 1932 e chiuse da decenni, la torre da cui ogni anno cade già qualche mattone (gli amministratori se la cavano recintando la zona e apponendo il cartello “Pericolo di crollo”), la strada un tempo forse asfaltata ma ormai dominio di buche e ghiaino, oppure, per un tratto di almeno 4 km, mai asfaltata (foto 206, 214, e per altri tratti in disfacimento, 238-9). A poche centinaia di metri da lì, a Santa Maria, è nato Ivano Barbolini.

Paesaggi tipici della Bassa, con poche risaie residue (foto 204, 210), pochi alberi, molti canali di bonifica (218-9) se non sbaglio risalenti al tempo del podestà Conte Zuccolini, davanti alla cui ex villa transitiamo verso il km 14 (foto 370-1), qualche laghetto forse per pescarci il pesce gatto, la collina del rusco di Carpi (222), un paio di trattorie fuori mano e molte ex fattorie agricole apparentemente abbandonate (215, 451, 508. 512).

Eppure ha il suo fascino, e ho visto qualche podista fermarsi a fotografare. Io ci transito con un po’ di magone ricordando quando con mio padre ci passavamo in sella a una Vespa modello 1949 con cambio a bacchetta, diretti a Rolo dallo zio; e con un po‘ di rimorso per quella volta (credo fosse il 1961) quando, sempre per decisione del babbo dopo che la mamma aveva pianto vedendo il lettone sporcato dalle pipì dei gatti (non avevamo la lavatrice, le lenzuola si lavavano con la cenere), portammo in un sacco i suddetti gatti e li abbandonammo in un’aia dove razzolavano galline. Ora non ci sono più né gatti né galline, e i due addetti al ristoro di Gruppo non sono del luogo.

Precise le segnalazioni e buona la sorveglianza sul percorso: l’inflessibile vigile Pavesi (foto 446) ci costringe a stare sul lato sinistro della San Marino-Fossoli, perché così prescrive il codice, anche se ci sarebbe uno spazio più ampio a destra della striscia bianca continua di fine carreggiata (tra la strada e le case o il fosso: vedi foto 376, 413).

Si è rivisto l’ex assessore allo sport di Carpi, e maratoneta, Carmelo Alberto D’Addese (foto 29-30): dopo di lui, la maratona di Carpi è andata a rotoli, sebbene giunga notizia che la maratona stessa abbia uno stand all’Expo della maratona di Milano, e che tra due settimane il sindaco, con immancabile delegazione, sarà alla maratona di Londra per esibire la coppa di Dorando Pietri. Ma rischia di diventare un cimelio la maglietta della maratona 2016 che la podista delle foto 39-40 esibisce. Un numeroso gruppo carpigiano, infarcito di politici, andò a Londra già dieci anni fa per una sorta di gemellaggio: ma gli atleti inglesi che si iscrissero a Carpi quell’anno risultarono meno dei carpigiani andati (non tutti a spese proprie) a Londra.

Solito euro e mezzo di iscrizione, in cui contraccambio si riceve alla fine mezzo chilo di riso locale: viva l’Ilva fossolese che organizza tutte le gare, di qualsiasi colore, si tengano a queste latitudini, e nella quale hanno creduto anche Lupo-sport e Migliorini (foto 17-19) venuti a conferire un carattere anche commerciale a questo disimpegnato raduno di una primavera finalmente sbocciata.

 

http://foto.podisti.net/f491229147

 

Per il terzo anno consecutivo sono andato a questo trail, non solo perché è vicino a casa ma anche per le buone impressioni ricevute negli anni precedenti. Essendomi autoretrocesso al giro ‘corto’ di 20 km (e come me ha fatto Massimo Muratori, che l’hanno scorso si era analogamente misurato sul tracciato lungo di 34 km), il giudizio ridiventa ottimo, dato che le maggiori pecche erano state rilevate nella seconda parte, a volte apparsa inutilmente punitiva per gli atleti non di primo piano.

Forse per dare motivi di partecipazione anche ai non specialisti, quest’anno, oltre alla conferma di un “minitrail” competitivo per giovanissimi (ammesso ora nel Circuito nazionale minitrail), c’era la novità di un trail non competitivo , su percorso “facile e suggestivo di 10 km intorno ai Sassi, al costo di soli 2 € “ (così il comunicato degli organizzatori): in realtà il percorso era stato ridotto alla miseria di 7 km, che ha indotto signore di mia conoscenza (camminatrici di lunga lena) a inventarsi loro un percorso un po’ più dignitoso.

Quanto ai 20 km (confermati dal Gps, che semmai avrebbe da ridire sul dislivello annunciato di 1000 metri, rivelatisi poco meno di 800), come l’anno scorso erano perfettamente tracciati (mai viste tante frecce e bandelle, nemmeno all’UTMB o a Davos-Interlaken che sono il non plus ultra)e si giovavano di 80 (dicono) segnalatori lungo il percorso, aggiunti ai vigili lungo i rari attraversamenti di strade asfaltate. Tra gli addetti, gente che sta facendo la storia dell’ultratrail internazionale, come l’Ermanna Boilini ritratta al rientro della sua fatica nella seconda cartella di Teida Seghedoni (n. 342).

Sul percorso però, i piccoli mutamenti annunciati nella prima parte si sono ridotti a poca cosa, lasciando inalterati i due punti più critici dei primi 6 km, cioè due salite secche su sentiero monotraccia che, vedendo il gruppo quasi compatto (a parte i primi che si erano già involati), ha costretto noi medio-scarsi a fermarci aspettando pazientemente che quelli davanti a noi, scivolando e aggrappandosi agli alberi, arrancassero finalmente verso gli slarghi. È l’effetto "safety car" che Muratori aveva già denunciato l’anno scorso, ma a quanto pare inutilmente. Ammesso che non esistano sentieri alternativi (ne dubito), sarebbe forse saggio invertire la marcia, dato che nell’altro senso l’ultima parte del trail “corto”, di 7-8 km, si svolge quasi tutta per prati e su carraie relativamente larghe.

Ottima la gestione della zona di partenza-arrivo, se si esclude l’inesistenza del deposito borse annunciato (ci siamo fidati a lasciarle nel salone – ho sentito dire di qualche indumento scomparso negli spogliatoi femminili), ed eccettuate le docce tendenti al tiepido/freschino quando le ho fatte io, cioè dopo tre ore e mezzo dal via, dove insomma mancava ancora quasi metà dei partecipanti.

Frequenti i ristori, all’incirca uno ogni 5 km, e suggestivi molti passaggi della corsa, come gli attraversamenti dei due antichi villaggi di Samone e Montecorone, oltre che il periplo e le ascensioni, per quanto faticose, ai caratteristici “sassi”: per la cui durezza (già conclamata l’anno scorso) basti vedere le foto della seconda cartella di Teida, 146-147, 153-158, 178-181, 285-288 ecc.

Grandioso il pacco gara (per cifre di iscrizione iniziali fra i 15 e i 20 euro, senza sovrattasse per pagamenti online): birra, salamino, crescentine ecc. (sebbene non giurerei che il bicchierino di gomma incluso, pardon, la “soft cup speed, che si piega e sta in tasca”, valga davvero i 10 euro dichiarati); c’era però un sovrappiù per chi aveva l’accortezza di recuperare, dai tanti foglietti inclusi nel sacchetto (non nel mio) o disponibili su un tavolone, il buono per ritirare un vino pregiato da una cantina a una decina di km.

Confermato il meraviglioso pranzo finale (per 5/8 euro di supplemento): tortellini alla panna o spaghetti al sugo; tre crescentine con possibilità di scegliere tra cinque farciture; tre tipi di insalatoni; crostate e torte casalinghe; acqua fresca frizzante erogata da un’attigua serie di rubinetti (più birra e altri generi da bar a pagamento).

Insomma, si spendeva meno a venire a correre e a mangiare che a stare a casa: eppure, sono stati rilevati una decina o più di ‘portoghesi’: uno (foto di Teida, km 3, n. 417-418; per altri casi sospetti vedi 302, 404, 428) mi ha passato dopo qualche km, poi l’ho ripreso, poi mi ha ripassato e si è presentato al traguardo festeggiatissimo dallo speaker Brighenti. La sua maglietta biancoverde con tanto di scritta (per niente occultata da un pettorale che non esisteva) non lasciava dubbi sull’appartenenza alla Polisportiva Madonnina, che un tempo era la società più seria ed esemplare della provincia modenese, e adesso a quanto pare alleva partenti anticipati e podisti a ufo. Gli ho chiesto come mai non avesse il pettorale: mi ha risposto che anche due anni fa qui aveva corso senza, perché queste corse non gli piacciono un granché. Cioè: io vado a un ristorante che non mi piace, mangio e poi non pago perché il cibo offerto non era di mio gradimento.

Se a voi organizzatori e speaker va bene così, continuate pure nella tolleranza. Si squalifica gente che corre con pettorale altrui, ed è giusto; ma almeno quel pettorale è stato pagato. Allora, che fare per chi non si sogna nemmeno di pagare? È forse troppo chiedere agli addetti ai ristori di negare il bicchiere a chi non ha i requisiti; ma ad esempio la società per cui l’atleta è tesserato potrebbe sospenderlo. E lo speaker (di cui si ricorda, in anni passati, una frase all’indirizzo della stessa società modenese: “mi vergogno di avere concittadini così”) potrebbe non farsi ammaliare dai riccioloni e dalla parlantina di un personaggio poco festeggiabile.

Rispetto all’anno scorso, si era rinunciato (per evidenti motivi di bilancio) ai chip della Tds; col risultato che malgrado l’impegno dei volonterosi giudici e cronometristi, dopo oltre 24 ore non c’è traccia di ordine d’arrivo sui siti dell’organizzazione e dell’Uisp. Peccato perché quest’anno le due gare valevano quale prova unica del campionato regionale Uisp di trail, che aveva attirato podisti da tutta la regione (in particolare, per quanto ho visto direttamente, dal parmense), senza però ‘scacciare’ buongustai fedelissimi come Lolo Tiozzo della Ovunque, in partenza per Boston e (tra qualche mese) per New York con Podisti.net (foto 479 della prima cartella).

Nella serata di domenica 8 appaiono le classifiche, da cui si nota la stazionarietà degli arrivati nei 34 km (153 contro i 150 del 2017), e invece un deciso aumento per i 20 km, con ben 330 atleti contro i 265 dell’anno scorso. PS: Salvo che le classifiche contengono evidenti errori, e se sulle prime non avevo segnalato (data l'irrilevanza del fatto) che il mio tempo ero stato peggiorato di oltre un minuto, e la ragazza giunta appena dietro a me risultava invece dietro di un altro minuto, all'apparire delle classifiche vere (speriamo), una settimana dopo, non solo i classificati della 20 km aumentano di 6 unità, e di 3 unità quelli della 34 km, ma soprattutto va segnalata la 'cancellazione' della presunta vincitrice dei 34 km, tal Righi Silvia che sembra avesse fatto i 20 km e comunque adesso è sparita. Il suo tempo di 3.55 adesso è attribuito alla ex seconda, ma legittima vincitrice; dunque aggiorno qui sotto le prime posizioni (invariate, per fortuna, le altre classifiche 'da podio').

Risparmiare va bene, ma se saltano fuori pasticci del genere (tanto più in un campionato regionale), allora sarebbe meglio chiedere qualche euro in più agli iscritti, oppure far pagare la quota agli abusivi, e non si farebbero queste figuracce [aggiunto il 15 aprile 2018]

 

CLASSIFICA MASCHILE TRAIL 34 KM

Pos Tempo Cognome Nome Società Anno Ente Sex

1 3:05:38,15 MODENA CHRISTIAN TEAM MUD AND SNOW ASD 1984

2 3:14:27,33 GALEATI GIANLUCA A.S.D. Leopodistica 1983

3 3:23:37,95 VILIOTTI ROBERTO TEAM MUD AND SNOW ASD 1985

 

CLASSIFICA FEMMINILE TRAIL KM 34

1. 3:55:41,89 CONTI ANNA ATLETICA PARATICO 1980

2. 4:20:07,39 GOLINELLI GIADA A.S.D. Leopodistica 1987

3. 4:25:52,23 MUZZI FRANCESCA A.S.D. Leopodistica 1977

 

 CLASSIFICA MASCHILE TRAIL 20KM

Pos. Tempo Cognome Nome Società Anno

1 1:45:02,39 GHEDUZZI ROBERTO MUDANDSNOW 1995

2 1:49:56,56 BINDA MASSIMILIANO ASD RUNNERS VALSERIANA 1992

3 1:50:30,53 VENTURELLI ALESSANDRO ATLETICA MDS PANARIA GROUP 1977

 

CLASSIFICA FEMMINILE TRAIL 20KM

Pos. Tempo Cognome Nome Società Anno

1 2:13:02,15 BIGNARDI ANTONELLA Stone Trail Team 1970

2 2:16:42,10 ROSSI SIMONA Podistica Correggio 1973

3 2:19:26,37 MUNARI ROSSELLA road runners club Poviglio asd 1978

 

 

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Lunedì, 02 Aprile 2018 18:09

Un Po… (più) di trail e di trailer

Continua la tradizione della Pasquetta sportiva di Gualtieri: siamo alla 35a edizione, alla seconda del trail lanciato l’anno scorso. C’ero anche nel 2017 (il 17 aprile, perché Pasqua era più “alta”), e avevo scritto: “Denominazione discutibile, insomma, ma esperienza positiva per chi l’ha corsa. Per chi l’ha organizzata, si capirà l’anno prossimo”.

Visto che i classificati sono passati da 133 a 218, si direbbe che la ricetta abbia funzionato (erano stati 205 i classificati nell’ultima Pasquetta competitiva, a Gualtieri, nel 2010). Una cosa in comune col 2017 c’era: la partenza con un ritardo di un quarto d’ora. L’anno scorso ci fu “la scusa fantasmagorica di una fiera-mercato che occupava le strade (i caradoni del Po?)”, quest’anno è stato detto della necessità di cambiare il percorso all’ultimo momento causa piena del Po. Se piena c’era stata, questa non è venuta certo stamattina (giornata limpidissima come ieri: si vedevano gli Appennini e le Alpi, tutto innevato); posso solo dire che il “tratto sulla spiaggia” di cui ha scritto Morselli, al km 14, aveva un centinaio di metri fangosi, prima della famosa corda alpinistica con cui tirarsi su; e prima, qualche pozzanghera. Il Po mi è sembrato al solito livello, e in spiaggia c’era perfino qualche turista (non dirò bagnante). A parte interventi dell’ultima ora, che il percorso fosse stato modificato e allungato lo si sapeva già prima della partenza: nel vero e proprio alveo del Po siamo entrati dopo circa 10 km e dopo aver fatto, dall’uno e dall’altro lato, un lungo tratto di argine della parte terminale del Crostolo (quello che, un po’ più magretto, ci accompagna all’ingresso in Reggio della maratona). Quest’anno il Gps mi segna 20,140 km, cioè 2,800 in più della distanza effettiva del 2017, e un dislivello di 65 metri contro i 39 del 2017: ci ho messo 25 minuti in più, superando oggi senza meriti sportivi Ideo Fantini che però aveva da curare la Graziella (che ogni tanto si fermava). Mi ha ‘spinto’ la Maurizia Gambarelli, che tornava ai trail dopo tre anni; e mi ha superato al penultimo km, proprio allo scavalco dell’argine maestro, la carpigiana Stefania Camurri; mentre c’era stato il tempo solo per l’in bocca al lupo iniziale col veterano Giuseppe Cuoghi , che come di consueto chiude il gruppo.

Percorso segnato abbastanza bene, salvo gli ultimi 2 km nella golena esterna, dove le fettucce evidentemente erano andate esaurite; tre ristori un po’ spartani (acqua, tè freddo, qualche biscottino), abbondanza di fotografi (soprattutto però in un raggio di 2 km dall’arrivo – al sabbione non è arrivato nessuno!); discreta la presenza di sorveglianti, tra cui itinerante in bici vedo Luca Salardini, e saldo a controllare, il giudice Giaroli che sabato aveva corso con me a Modena, dandomi un certo permesso ‘giornalistico’ per la corsa di oggi...

Immutato il fascino dei luoghi: proprio sul “Giornale” online odierno Michele Brambilla ricorda, citando Guareschi, che siamo «in quella fettaccia di terra distesa lungo la riva destra del Po, fra Piacenza e Guastalla, con le sue strade lunghe e diritte, le sue case piccole pitturate di rosso, di giallo e blu oltremare, sperdute in mezzo ai filari di viti», dove anche i cani hanno un’anima. E la memoria di don Camillo & Peppone si impone: la stazioncina di Gualtieri è quella dove la banda comunale salutava don Camillo in partenza, o dove Peppone, appena partito per Roma, si pentiva e scendeva dal treno per tornare a Brescello su una bici prestatagli dal reverendo (ma almeno lui era stato eletto, cosa che non è invece capitata ultimamente a un certo suo tardivo compagno di partito, ex senatore ed ex maratoneta di queste bande, che si era abbondantemente esibito -in borghese - ai podisti nelle festività pre-elettorali, ma adesso medita con la sola certezza dei 1000 euro mensili di vitalizio che si è, ehm ehm, meritati). Torna anche il ricordo di altre corse reggiane su scenari simili, come l’estinta Caminada cun i amigh dla Tajada, quella di luglio e della polenta arrostita col lardo sopra, e delle cocomere, dove una ventina d’anni fa corsi insieme a un certo Stefano Morselli “gambero” che conoscevo solo via mail, e durante la via ragionammo se non fosse il caso di creare un sito dedicato al podismo corso in avanti.

I campanili delle chiese qua e là dal grande fiume scandiscono le ore, peccato non ci sia più il ponte di barche dove portava la strada fiancheggiata da pioppi su cui facciamo qualche centinaio di metri; mezzogiorno è già scoccato (complice il ritardo nella partenza) mentre noi ci presentiamo di nuovo alla piazza Bentivoglio già affollata dai tantissimi rimasti al pranzo (e quando arrivo io, Brighenti invita a deporre le forchette, non per la mia presenza che giustamente passa inosservata , ma per applaudire i premiati sul palco).

Docce al solito posto, a cento metri; pacco gara ricco e comprensivo di pasto per i competitivi (forse però era meglio offrire anche un 'prezzo netto', per l'iscrizione senza pasto, diciamo intorno ai 5 euro, che avrebbe probabilmente attirato un numero di corridori paragonabile a quelli che facevano i 17 km della Tagliata); per i non comp c’è la rituale bottiglia di vino, che come l’anno scorso mi convince a comprare un cartone da sei. Anche Pietro Boniburini, appostato vicino al traguardo in modo da coprire il ristoro finale (povero come quelli lungo il tracciato) fa buoni affari: e lasciamo pure che i puristi dei trail (quelli per i quali bisogna perlomeno rischiare la vita) e delle calzature con tripla Eva e quadruplo Adamo si ritraggano sdegnati di fronte alle sue scarpe da 60 euro. Aprite le finestre al nuovo sole, è primavera.

 

VIDEO di Nerino Carri

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