Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

Non ci sono solo i premi per i top runners alla maratona di Milano.

Giungendo al traguardo, il supermaratoneta ed ex marò veneziano Adriano Boldrin, che da anni continua a inanellare maratone malgrado seri problemi fisici, ha ricevuto, oltre alla medaglia, un piatto argentato con la dicitura “1° Premio Claudio Zamengo - A chi non si è mai arreso, e ha lottato per raggiungere i propri sogni e obiettivi”. A consegnarglielo sono stati la vedova di Zamengo, signora Silvia Stradelli, accompagnata dal piccolo Andrea figlio di Claudio, e Andrea Basso, già del comitato organizzatore della maratona di Venezia ed ora coordinatore generale di Milano Marathon. Presente anche Tiziano Lamera, titolare di un negozio di articoli sportivi a Martinengo (BG) e collaboratore di Milano Marathon oltre che della Mezza di Monza e di altre gare. Nella festa è stato coinvolto pure Gabriele Mancini, altro maratoneta di lungo corso arrivato al traguardo con Adriano.

Nella giornata delle due maratone italiane (per tacere dei bellissimi Colli Euganei, di Parigi, Rotterdam e di altre estere), della maratonina prestigiosa dei Dogi (oltre a quella dei 33mila di Berlino), e all’indomani del campionato regionale Uisp di trail, non ci si poteva certo aspettare dell’agonismo in una gara come sono le “risaie” di Fossoli, da sempre non competitiva, e nel depliant odierno specificata “a partecipazione volontaria” (conoscete gare a partecipazione obbligatoria?).

Eppure, questo appuntamento tradizionale del podismo modenese ha radunato il consueto migliaio abbondante di partecipanti (assenti però i reggiani, che avevano la loro gara a una ventina di km), diviso su 5 percorsi dai 4 ai 20 km, sebbene non sia facile capire quanti abbiano effettivamente corso, dal momento che arrivando in zona partenza mezz’ora prima del via ufficiale ho trovato il primo km di strada già pieno di camminatori o simil-corridori.

Il percorso ricalca in parte quello della cosiddetta maratonina Città di Carpi, collocata a Cibeno ossia a 4 km da qui, nella parte più a sud (tra San Marino e Cibeno), ma si spinge un po’ più a nord lungo la vecchia e malandata via Remesina, già calpestata ogni inizio estate dalla corsa del festival dell’Unità, oltrepassando lo spettrale ex campo di concentramento (nel servizio di Teida Seghedoni, linkabile anche qui sotto, lo vedete nelle foto 51-56) e sconfinando nel comune di Novi, con passaggio dal centro della frazioncina di Gruppo: ormai abitato-fantasma per le scuole elementari datate 1932 e chiuse da decenni, la torre da cui ogni anno cade già qualche mattone (gli amministratori se la cavano recintando la zona e apponendo il cartello “Pericolo di crollo”), la strada un tempo forse asfaltata ma ormai dominio di buche e ghiaino, oppure, per un tratto di almeno 4 km, mai asfaltata (foto 206, 214, e per altri tratti in disfacimento, 238-9). A poche centinaia di metri da lì, a Santa Maria, è nato Ivano Barbolini.

Paesaggi tipici della Bassa, con poche risaie residue (foto 204, 210), pochi alberi, molti canali di bonifica (218-9) se non sbaglio risalenti al tempo del podestà Conte Zuccolini, davanti alla cui ex villa transitiamo verso il km 14 (foto 370-1), qualche laghetto forse per pescarci il pesce gatto, la collina del rusco di Carpi (222), un paio di trattorie fuori mano e molte ex fattorie agricole apparentemente abbandonate (215, 451, 508. 512).

Eppure ha il suo fascino, e ho visto qualche podista fermarsi a fotografare. Io ci transito con un po’ di magone ricordando quando con mio padre ci passavamo in sella a una Vespa modello 1949 con cambio a bacchetta, diretti a Rolo dallo zio; e con un po‘ di rimorso per quella volta (credo fosse il 1961) quando, sempre per decisione del babbo dopo che la mamma aveva pianto vedendo il lettone sporcato dalle pipì dei gatti (non avevamo la lavatrice, le lenzuola si lavavano con la cenere), portammo in un sacco i suddetti gatti e li abbandonammo in un’aia dove razzolavano galline. Ora non ci sono più né gatti né galline, e i due addetti al ristoro di Gruppo non sono del luogo.

Precise le segnalazioni e buona la sorveglianza sul percorso: l’inflessibile vigile Pavesi (foto 446) ci costringe a stare sul lato sinistro della San Marino-Fossoli, perché così prescrive il codice, anche se ci sarebbe uno spazio più ampio a destra della striscia bianca continua di fine carreggiata (tra la strada e le case o il fosso: vedi foto 376, 413).

Si è rivisto l’ex assessore allo sport di Carpi, e maratoneta, Carmelo Alberto D’Addese (foto 29-30): dopo di lui, la maratona di Carpi è andata a rotoli, sebbene giunga notizia che la maratona stessa abbia uno stand all’Expo della maratona di Milano, e che tra due settimane il sindaco, con immancabile delegazione, sarà alla maratona di Londra per esibire la coppa di Dorando Pietri. Ma rischia di diventare un cimelio la maglietta della maratona 2016 che la podista delle foto 39-40 esibisce. Un numeroso gruppo carpigiano, infarcito di politici, andò a Londra già dieci anni fa per una sorta di gemellaggio: ma gli atleti inglesi che si iscrissero a Carpi quell’anno risultarono meno dei carpigiani andati (non tutti a spese proprie) a Londra.

Solito euro e mezzo di iscrizione, in cui contraccambio si riceve alla fine mezzo chilo di riso locale: viva l’Ilva fossolese che organizza tutte le gare, di qualsiasi colore, si tengano a queste latitudini, e nella quale hanno creduto anche Lupo-sport e Migliorini (foto 17-19) venuti a conferire un carattere anche commerciale a questo disimpegnato raduno di una primavera finalmente sbocciata.

 

http://foto.podisti.net/f491229147

 

Per il terzo anno consecutivo sono andato a questo trail, non solo perché è vicino a casa ma anche per le buone impressioni ricevute negli anni precedenti. Essendomi autoretrocesso al giro ‘corto’ di 20 km (e come me ha fatto Massimo Muratori, che l’hanno scorso si era analogamente misurato sul tracciato lungo di 34 km), il giudizio ridiventa ottimo, dato che le maggiori pecche erano state rilevate nella seconda parte, a volte apparsa inutilmente punitiva per gli atleti non di primo piano.

Forse per dare motivi di partecipazione anche ai non specialisti, quest’anno, oltre alla conferma di un “minitrail” competitivo per giovanissimi (ammesso ora nel Circuito nazionale minitrail), c’era la novità di un trail non competitivo , su percorso “facile e suggestivo di 10 km intorno ai Sassi, al costo di soli 2 € “ (così il comunicato degli organizzatori): in realtà il percorso era stato ridotto alla miseria di 7 km, che ha indotto signore di mia conoscenza (camminatrici di lunga lena) a inventarsi loro un percorso un po’ più dignitoso.

Quanto ai 20 km (confermati dal Gps, che semmai avrebbe da ridire sul dislivello annunciato di 1000 metri, rivelatisi poco meno di 800), come l’anno scorso erano perfettamente tracciati (mai viste tante frecce e bandelle, nemmeno all’UTMB o a Davos-Interlaken che sono il non plus ultra)e si giovavano di 80 (dicono) segnalatori lungo il percorso, aggiunti ai vigili lungo i rari attraversamenti di strade asfaltate. Tra gli addetti, gente che sta facendo la storia dell’ultratrail internazionale, come l’Ermanna Boilini ritratta al rientro della sua fatica nella seconda cartella di Teida Seghedoni (n. 342).

Sul percorso però, i piccoli mutamenti annunciati nella prima parte si sono ridotti a poca cosa, lasciando inalterati i due punti più critici dei primi 6 km, cioè due salite secche su sentiero monotraccia che, vedendo il gruppo quasi compatto (a parte i primi che si erano già involati), ha costretto noi medio-scarsi a fermarci aspettando pazientemente che quelli davanti a noi, scivolando e aggrappandosi agli alberi, arrancassero finalmente verso gli slarghi. È l’effetto "safety car" che Muratori aveva già denunciato l’anno scorso, ma a quanto pare inutilmente. Ammesso che non esistano sentieri alternativi (ne dubito), sarebbe forse saggio invertire la marcia, dato che nell’altro senso l’ultima parte del trail “corto”, di 7-8 km, si svolge quasi tutta per prati e su carraie relativamente larghe.

Ottima la gestione della zona di partenza-arrivo, se si esclude l’inesistenza del deposito borse annunciato (ci siamo fidati a lasciarle nel salone – ho sentito dire di qualche indumento scomparso negli spogliatoi femminili), ed eccettuate le docce tendenti al tiepido/freschino quando le ho fatte io, cioè dopo tre ore e mezzo dal via, dove insomma mancava ancora quasi metà dei partecipanti.

Frequenti i ristori, all’incirca uno ogni 5 km, e suggestivi molti passaggi della corsa, come gli attraversamenti dei due antichi villaggi di Samone e Montecorone, oltre che il periplo e le ascensioni, per quanto faticose, ai caratteristici “sassi”: per la cui durezza (già conclamata l’anno scorso) basti vedere le foto della seconda cartella di Teida, 146-147, 153-158, 178-181, 285-288 ecc.

Grandioso il pacco gara (per cifre di iscrizione iniziali fra i 15 e i 20 euro, senza sovrattasse per pagamenti online): birra, salamino, crescentine ecc. (sebbene non giurerei che il bicchierino di gomma incluso, pardon, la “soft cup speed, che si piega e sta in tasca”, valga davvero i 10 euro dichiarati); c’era però un sovrappiù per chi aveva l’accortezza di recuperare, dai tanti foglietti inclusi nel sacchetto (non nel mio) o disponibili su un tavolone, il buono per ritirare un vino pregiato da una cantina a una decina di km.

Confermato il meraviglioso pranzo finale (per 5/8 euro di supplemento): tortellini alla panna o spaghetti al sugo; tre crescentine con possibilità di scegliere tra cinque farciture; tre tipi di insalatoni; crostate e torte casalinghe; acqua fresca frizzante erogata da un’attigua serie di rubinetti (più birra e altri generi da bar a pagamento).

Insomma, si spendeva meno a venire a correre e a mangiare che a stare a casa: eppure, sono stati rilevati una decina o più di ‘portoghesi’: uno (foto di Teida, km 3, n. 417-418; per altri casi sospetti vedi 302, 404, 428) mi ha passato dopo qualche km, poi l’ho ripreso, poi mi ha ripassato e si è presentato al traguardo festeggiatissimo dallo speaker Brighenti. La sua maglietta biancoverde con tanto di scritta (per niente occultata da un pettorale che non esisteva) non lasciava dubbi sull’appartenenza alla Polisportiva Madonnina, che un tempo era la società più seria ed esemplare della provincia modenese, e adesso a quanto pare alleva partenti anticipati e podisti a ufo. Gli ho chiesto come mai non avesse il pettorale: mi ha risposto che anche due anni fa qui aveva corso senza, perché queste corse non gli piacciono un granché. Cioè: io vado a un ristorante che non mi piace, mangio e poi non pago perché il cibo offerto non era di mio gradimento.

Se a voi organizzatori e speaker va bene così, continuate pure nella tolleranza. Si squalifica gente che corre con pettorale altrui, ed è giusto; ma almeno quel pettorale è stato pagato. Allora, che fare per chi non si sogna nemmeno di pagare? È forse troppo chiedere agli addetti ai ristori di negare il bicchiere a chi non ha i requisiti; ma ad esempio la società per cui l’atleta è tesserato potrebbe sospenderlo. E lo speaker (di cui si ricorda, in anni passati, una frase all’indirizzo della stessa società modenese: “mi vergogno di avere concittadini così”) potrebbe non farsi ammaliare dai riccioloni e dalla parlantina di un personaggio poco festeggiabile.

Rispetto all’anno scorso, si era rinunciato (per evidenti motivi di bilancio) ai chip della Tds; col risultato che malgrado l’impegno dei volonterosi giudici e cronometristi, dopo oltre 24 ore non c’è traccia di ordine d’arrivo sui siti dell’organizzazione e dell’Uisp. Peccato perché quest’anno le due gare valevano quale prova unica del campionato regionale Uisp di trail, che aveva attirato podisti da tutta la regione (in particolare, per quanto ho visto direttamente, dal parmense), senza però ‘scacciare’ buongustai fedelissimi come Lolo Tiozzo della Ovunque, in partenza per Boston e (tra qualche mese) per New York con Podisti.net (foto 479 della prima cartella).

Nella serata di domenica 8 appaiono le classifiche, da cui si nota la stazionarietà degli arrivati nei 34 km (153 contro i 150 del 2017), e invece un deciso aumento per i 20 km, con ben 330 atleti contro i 265 dell’anno scorso. PS: Salvo che le classifiche contengono evidenti errori, e se sulle prime non avevo segnalato (data l'irrilevanza del fatto) che il mio tempo ero stato peggiorato di oltre un minuto, e la ragazza giunta appena dietro a me risultava invece dietro di un altro minuto, all'apparire delle classifiche vere (speriamo), una settimana dopo, non solo i classificati della 20 km aumentano di 6 unità, e di 3 unità quelli della 34 km, ma soprattutto va segnalata la 'cancellazione' della presunta vincitrice dei 34 km, tal Righi Silvia che sembra avesse fatto i 20 km e comunque adesso è sparita. Il suo tempo di 3.55 adesso è attribuito alla ex seconda, ma legittima vincitrice; dunque aggiorno qui sotto le prime posizioni (invariate, per fortuna, le altre classifiche 'da podio').

Risparmiare va bene, ma se saltano fuori pasticci del genere (tanto più in un campionato regionale), allora sarebbe meglio chiedere qualche euro in più agli iscritti, oppure far pagare la quota agli abusivi, e non si farebbero queste figuracce [aggiunto il 15 aprile 2018]

 

CLASSIFICA MASCHILE TRAIL 34 KM

Pos Tempo Cognome Nome Società Anno Ente Sex

1 3:05:38,15 MODENA CHRISTIAN TEAM MUD AND SNOW ASD 1984

2 3:14:27,33 GALEATI GIANLUCA A.S.D. Leopodistica 1983

3 3:23:37,95 VILIOTTI ROBERTO TEAM MUD AND SNOW ASD 1985

 

CLASSIFICA FEMMINILE TRAIL KM 34

1. 3:55:41,89 CONTI ANNA ATLETICA PARATICO 1980

2. 4:20:07,39 GOLINELLI GIADA A.S.D. Leopodistica 1987

3. 4:25:52,23 MUZZI FRANCESCA A.S.D. Leopodistica 1977

 

 CLASSIFICA MASCHILE TRAIL 20KM

Pos. Tempo Cognome Nome Società Anno

1 1:45:02,39 GHEDUZZI ROBERTO MUDANDSNOW 1995

2 1:49:56,56 BINDA MASSIMILIANO ASD RUNNERS VALSERIANA 1992

3 1:50:30,53 VENTURELLI ALESSANDRO ATLETICA MDS PANARIA GROUP 1977

 

CLASSIFICA FEMMINILE TRAIL 20KM

Pos. Tempo Cognome Nome Società Anno

1 2:13:02,15 BIGNARDI ANTONELLA Stone Trail Team 1970

2 2:16:42,10 ROSSI SIMONA Podistica Correggio 1973

3 2:19:26,37 MUNARI ROSSELLA road runners club Poviglio asd 1978

 

 

http://foto.podisti.net/p276436653

http://foto.podisti.net/p312409471

 

 

 

Lunedì, 02 Aprile 2018 18:09

Un Po… (più) di trail e di trailer

Continua la tradizione della Pasquetta sportiva di Gualtieri: siamo alla 35a edizione, alla seconda del trail lanciato l’anno scorso. C’ero anche nel 2017 (il 17 aprile, perché Pasqua era più “alta”), e avevo scritto: “Denominazione discutibile, insomma, ma esperienza positiva per chi l’ha corsa. Per chi l’ha organizzata, si capirà l’anno prossimo”.

Visto che i classificati sono passati da 133 a 218, si direbbe che la ricetta abbia funzionato (erano stati 205 i classificati nell’ultima Pasquetta competitiva, a Gualtieri, nel 2010). Una cosa in comune col 2017 c’era: la partenza con un ritardo di un quarto d’ora. L’anno scorso ci fu “la scusa fantasmagorica di una fiera-mercato che occupava le strade (i caradoni del Po?)”, quest’anno è stato detto della necessità di cambiare il percorso all’ultimo momento causa piena del Po. Se piena c’era stata, questa non è venuta certo stamattina (giornata limpidissima come ieri: si vedevano gli Appennini e le Alpi, tutto innevato); posso solo dire che il “tratto sulla spiaggia” di cui ha scritto Morselli, al km 14, aveva un centinaio di metri fangosi, prima della famosa corda alpinistica con cui tirarsi su; e prima, qualche pozzanghera. Il Po mi è sembrato al solito livello, e in spiaggia c’era perfino qualche turista (non dirò bagnante). A parte interventi dell’ultima ora, che il percorso fosse stato modificato e allungato lo si sapeva già prima della partenza: nel vero e proprio alveo del Po siamo entrati dopo circa 10 km e dopo aver fatto, dall’uno e dall’altro lato, un lungo tratto di argine della parte terminale del Crostolo (quello che, un po’ più magretto, ci accompagna all’ingresso in Reggio della maratona). Quest’anno il Gps mi segna 20,140 km, cioè 2,800 in più della distanza effettiva del 2017, e un dislivello di 65 metri contro i 39 del 2017: ci ho messo 25 minuti in più, superando oggi senza meriti sportivi Ideo Fantini che però aveva da curare la Graziella (che ogni tanto si fermava). Mi ha ‘spinto’ la Maurizia Gambarelli, che tornava ai trail dopo tre anni; e mi ha superato al penultimo km, proprio allo scavalco dell’argine maestro, la carpigiana Stefania Camurri; mentre c’era stato il tempo solo per l’in bocca al lupo iniziale col veterano Giuseppe Cuoghi , che come di consueto chiude il gruppo.

Percorso segnato abbastanza bene, salvo gli ultimi 2 km nella golena esterna, dove le fettucce evidentemente erano andate esaurite; tre ristori un po’ spartani (acqua, tè freddo, qualche biscottino), abbondanza di fotografi (soprattutto però in un raggio di 2 km dall’arrivo – al sabbione non è arrivato nessuno!); discreta la presenza di sorveglianti, tra cui itinerante in bici vedo Luca Salardini, e saldo a controllare, il giudice Giaroli che sabato aveva corso con me a Modena, dandomi un certo permesso ‘giornalistico’ per la corsa di oggi...

Immutato il fascino dei luoghi: proprio sul “Giornale” online odierno Michele Brambilla ricorda, citando Guareschi, che siamo «in quella fettaccia di terra distesa lungo la riva destra del Po, fra Piacenza e Guastalla, con le sue strade lunghe e diritte, le sue case piccole pitturate di rosso, di giallo e blu oltremare, sperdute in mezzo ai filari di viti», dove anche i cani hanno un’anima. E la memoria di don Camillo & Peppone si impone: la stazioncina di Gualtieri è quella dove la banda comunale salutava don Camillo in partenza, o dove Peppone, appena partito per Roma, si pentiva e scendeva dal treno per tornare a Brescello su una bici prestatagli dal reverendo (ma almeno lui era stato eletto, cosa che non è invece capitata ultimamente a un certo suo tardivo compagno di partito, ex senatore ed ex maratoneta di queste bande, che si era abbondantemente esibito -in borghese - ai podisti nelle festività pre-elettorali, ma adesso medita con la sola certezza dei 1000 euro mensili di vitalizio che si è, ehm ehm, meritati). Torna anche il ricordo di altre corse reggiane su scenari simili, come l’estinta Caminada cun i amigh dla Tajada, quella di luglio e della polenta arrostita col lardo sopra, e delle cocomere, dove una ventina d’anni fa corsi insieme a un certo Stefano Morselli “gambero” che conoscevo solo via mail, e durante la via ragionammo se non fosse il caso di creare un sito dedicato al podismo corso in avanti.

I campanili delle chiese qua e là dal grande fiume scandiscono le ore, peccato non ci sia più il ponte di barche dove portava la strada fiancheggiata da pioppi su cui facciamo qualche centinaio di metri; mezzogiorno è già scoccato (complice il ritardo nella partenza) mentre noi ci presentiamo di nuovo alla piazza Bentivoglio già affollata dai tantissimi rimasti al pranzo (e quando arrivo io, Brighenti invita a deporre le forchette, non per la mia presenza che giustamente passa inosservata , ma per applaudire i premiati sul palco).

Docce al solito posto, a cento metri; pacco gara ricco e comprensivo di pasto per i competitivi (forse però era meglio offrire anche un 'prezzo netto', per l'iscrizione senza pasto, diciamo intorno ai 5 euro, che avrebbe probabilmente attirato un numero di corridori paragonabile a quelli che facevano i 17 km della Tagliata); per i non comp c’è la rituale bottiglia di vino, che come l’anno scorso mi convince a comprare un cartone da sei. Anche Pietro Boniburini, appostato vicino al traguardo in modo da coprire il ristoro finale (povero come quelli lungo il tracciato) fa buoni affari: e lasciamo pure che i puristi dei trail (quelli per i quali bisogna perlomeno rischiare la vita) e delle calzature con tripla Eva e quadruplo Adamo si ritraggano sdegnati di fronte alle sue scarpe da 60 euro. Aprite le finestre al nuovo sole, è primavera.

 

VIDEO di Nerino Carri

Dopo l’appuntamento podistico che di solito si svolge il giorno di Santo Stefano, l’altro incontro tradizionale, questa volta del sabato santo, per i podisti modenesi e reggiani è alla polisportiva Modena Est, affogata in un quartiere industriale poco ameno, ma con la fortuna di trovarsi in linea d’aria a meno di due km dal corso del fiume Panaro: lo stesso fiume che fa da scenario, poco più a monte, per innumerevoli corse tra S. Donnino, S. Damaso e S. Ambrogio.

Gara non competitiva e alquanto ruspante, come appare fin dal volantino in cui si è inserito uno strano indirizzo di Montegrotto Terme, e dalla distanza dichiarata della gara più lunga che oscilla tra i 10, i 10 e mezzo e gli 11 a seconda delle varie scritte su cartelli (si veda la foto 9 del servizio, luminoso come la primavera finalmente sbocciata, di Teida Seghedoni). Il fatto è che, a seconda delle condizioni climatiche, i circa 3 km di argine del fiume Panaro possono essere percorsi o no, dunque quanto sarà lunga in tutto lo scopriremo solo vivendo (stavolta i Gps si fermano a 10,300).

Gara a partenza alquanto “liberalizzata”: nemmeno chi voleva partire all’orario giusto riesce a farlo, perché il via, o meglio il “rompete le righe”, è dato tre minuti prima. Le foto di Teida vi danno un’idea dell’allegro caos prepasquale: il primo corridore ‘vero’, preceduto da una “staffetta”, transita solo a partire dalla foto 136; la prima donna è alla foto 170. Chissà se il cagnolino, sperduto sull’argine alla foto 76, e poi “salvato” (foto 1 e 424), era partito col suo padrone, o si è intrufolato, o è scappato di fronte all’orda, ma alla fine ha trovato una famiglia che farà mangiare un po’ di colomba anche a lui.

Per fortuna, la squallida zona industriale ed ex sportiva (in zona ci sono un bocciodromo dove si disputarono dei campionati italiani, e ora cade a pezzi, e un campo da rugby che il Comune ha reso edificabile) viene abbandonata dopo un km, e l’asfalto dopo 2,5; Teida (che, a differenza dei fotografi stabilmente arroccati in zona traguardo, gira per tutto il tracciato) ha modo di eseguire scatti (da 31 in poi, per esempio) che se fossero firmati Franco Fontana verrebbero disputati a suon di yen e yuan e magari andrebbero a rimpolpare le tristi mostre fotografiche del Comune di Modena; invece ce le gustiamo solo noi, saltando rapidamente i podisti in posa e che si scontorcono e fanno ciaomama, per passare alle immagini panoramiche.

Dalla foto 53 si sale sull’argine, dove un cicerone d’occasione tenta di descrivere quelle che secondo lui erano le “sacche d’espansione” del fiume (in realtà, mai state lì e mai chiamate così: semmai era il “drizzagno del Panaro”).

Modena - A dre Panera 2018


Ecco la lunga teoria dei camminatori ed anticipatori, simbolicamente capeggiata dalla solita coppia carpigiana, il cui bambino cinquantenne qualche km più avanti avrà un litigio con un altro bambino cinquantenne sul tema del ritmo da tenere in gara. Altre coppie regolamentari, e spesso competitive, seguiranno alle foto 347 e 350, mentre la più desiderata delle podiste questa volta fa coppia con un “trentino”, mentre il suo compagno appiedato aspetta fiducioso in borghese al traguardo.

Passano gli ex indiani, entrambi con vistosi segni di sofferenza alle ginocchia (290, 385), passano le signore che hanno fatto la storia delle ultramaratone ma ora si concedono una camminata rilassante tra le fioriture (396, 413 ecc.); insomma, passiamo tutti reimmergendoci di nuovo nel paesaggio industriale e nel traguardo polisportivo.

Come premio gradito ci aspetta un uovo di Pasqua della fabbrichetta modenese di via Scanaroli che tutti i vecchi geminiani frequentano in questa stagione (nel negozio, le uova rotte sono di libero assaggio); alle uova si aggiungono colombe e spumante, ammanniti con larghezza ai tavolini delle singole società. Il Gps ci informa che il percorso lungo ci è costato 850 calorie, mi sa che le recuperiamo con gli interessi.

 

VIDEO di Nerino Carri

Weekend di scarico vicino a casa, e occasione per partecipare a due corsette mai fatte finora.

Si comincia sabato 24 a San Prospero di Modena, zona della Bassa mirandolese dove il podismo quarantacinque anni fa nacque mentre adesso langue (per forza: se da 45 anni siamo le stesse facce, tranne i defunti e i lungodegenti, c’è poco da sperare). Ma questa corsa è relativamente nuova (pare sia all’ottava edizione, sebbene il volantino non lo precisi) ed ha il coraggio di presentare una sezione competitiva che inaugura il Gran Prix modenese 2018. Distanza di 10 km, confermata dai Gps; circa 200 i competitivi (in maggioranza, decisamente tranquilli, cioè non assatanati dal salamino di premio); più numerosi i non comp, che hanno modo di ammirare, lungo un tracciato periferico e non trafficato, un susseguirsi di ville nobiliari – specie attorno alla frazione di Staggia, patria del filosofo Zanfrognini e del germanista Bonfatti - che non hanno molto da invidiare alle decantate ville venete e toscane.

Nove secondi separano il vincitore, il ‘forestiero’ Marco Montorio, dal secondo, Alessandro Donati; tra le donne non c’è proprio partita, con la habituée Laura Ricci oltre un minuto davanti a un cognome illustre, Francesca Prodi: 194 competitivi arrivati, di cui 35 donne.

Pomeriggio di sole tiepido, e dopo che Brighenti sul traguardo ci ha nominati uno per uno (spesso aggiungendo un dettaglio aneddotico per ciascuno), si passa all’eccellente ristoro finale, comprensivo di pere sbucciate e tagliate a spicchi, e di cubetti di mortadella da infilzare con lo stecchino d’ordinanza.

 

Scatta l’ora legale, inutile scocciatura legata alla pretesa antiscientifica del “m’illumino di meno” (come se il consumo elettrico dipendesse dalle lampadine, e non –per dirne qualcuna – dai televisori, pc, impianti di condizionamento, ferrovie ecc., che vanno col buio e con la luce); e il 25, domenica delle Palme e anche dell’Incarnazione (cioè quella data in cui, ancora tre secoli fa, molte città toscane e venete cominciavano l’anno nuovo), si rimane nei territori delle Basse fecondati e minacciati dal lato destro del Po, andando a cercare la benedizione di un altro santo, cioè il San Giorgio patrono ferrarese.

Proprio nella sede medievale della città di Ferrara (la “Ferrariola”, tre km dal centro, sulla strada di Comacchio), è organizzata dal 1974 la “Caminada par San Zorz”, che è diventata la seconda corsa più anziana di tutto il Ferrarese. Corsa nata come competitiva, e che tra i suoi vincitori annovera Massimo Magnani (proprio nell’edizione 1974, poi altre tre volte fra il 1976 e il ’78), Pambianchi (5 vittorie fra l’80 e l’86), e persino Pizzolato nel ’91; tra le donne, un successo della Fogli nel ’76, dodici vittorie di Margherita Gargioni tra il 1977 e il 2006, e ancora successi di Nicolae, Maisto, Bulzoni (la quale ultima era presente anche oggi), fino a Daniela Ferraboschi l’anno scorso.

Distanza ufficiale di 14 km (il Gps dirà 13,750), di cui un paio sterrati; si va in uscita da Ferrara attraverso Cocomaro: sfiorando cioè, ma rimanendo a sud del Po di Ferrara (alias di Volano), il giro della vecchia maratonina del compianto Corà, fino a Cona e al nuovo ospedale, da dove una curva stretta a destra porta verso ovest per tornare a S. Giorgio, tra campi coltivati e un paio di manicomi più o meno in disuso. Eccezionale lo schieramento di vigili a proteggere il percorso, sostanzialmente esente dal traffico anche nei primi 5 km di strada principale.

Lotta abbastanza serrata tra i primi due, il bondenese Angelini e l’ucraino (trapiantato in Emilia) Vaskovniuk, finiti a 11 secondi; nessun problema per la imolese (sic) Chubak a regolare, come le capita quasi sempre in queste gare ferraresi, le avversarie.

In totale, 700 partecipanti divisi abbastanza equamente tra competitivi e no (stante il prezzo molto popolare del pettorale competitivo): così va nelle Basse, mentre altrove, anche a pochi km di distanza, i “fenomeni” sono una categoria numericamente molto più ristretta rispetto ai bipedi normali.

Da notare anche le competizioni sulle distanze minori: 8 km per gli allievi, 600 e 1200 metri per i giovanissimi. Categorie del tutto assenti, il giorno prima, a San Prospero, e salvo rare eccezioni, in tutta l’annata modenese.

Cielo semicoperto, ma si sta sui 7-8 gradi dunque ci si difende, fino ad arrivare alla piazza della partenza-arrivo; buon premio di partecipazione, di fronte a un costo di iscrizione di 3 € per i non comp e di soli 5 per i comp. Ristoro decisamente gradevole, con un tè molto saporito, frutta e di nuovo cubetti di mortadella col rituale stecchino.

Nessuna possibilità di lavarsi dopo la gara (nello specifico, meglio San Prospero dove c'erano spogliatoi e docce), ma i concorrenti sono quasi tutti locali (la società più lontana viene da Porto Tolle, 80 km), e comunque Ferrara è accogliente, specialmente per le sue immancabili, straordinarie mostre d’arte: il solito evento eccezionale a Palazzo dei Diamanti, e una mostra ancora più straordinaria in Castello, per 130 opere possedute da Vittorio Sgarbi e famiglia. La sapienza e l’oculatezza degli amministratori locali si vedono anche dall’esistenza di un parcheggio centralissimo (di fianco al palazzo dei Diamanti), che costerebbe 2 euro al giorno, ma nei festivi è gratis. Qui, Ferrara batte Modena senza nemmeno sudare: Castello Estense e Palazzo dei Diamanti contro Mata e mostra di fotografia 10 a zero.

Da giovane, mi dicevo di andare a Ferrara per prendere lezioni di corsa; adesso, le lezioni sono di vita e di civiltà a tutto tondo. Peccato che gli amministratori modenesi non conoscano Ferrara.

 

Classifica delle Ville di S. Prospero (km 10)

 

Maschile

1 33:39,10 MONTORIO Marco 1986 FI M ATLETICA RIGOLETTO

2 33:48,93 DONATI Alessandro 1985 MO M ATLETICA MDS PANARIAGROUP

3 34:21,91 BERNARDI Francesco 1995 MO M ATLETICA MDS PANARIAGROUP

4 34:25,84 BORGONOVI Manuel 1980 IT M ATLETICA RIGOLETTO

5 34:55,57 VANDELLI Fabio 1990 MO M POD. FORMIGINESE

6 34:58,90 CAPITANI Filippo 1985 MO M MODENA RUNNERS CLUB ASD

7 35:26,94 D'ORONZIO Davide 1973 RE M AVIS SUZZARA

8 35:32,96 GENTILE Fabrizio 1972 MO M MODENA RUNNERS CLUB ASD

9 35:35,77 BENEDETTI Fabrizio 1976 MO M POD. FINALE EMILIA

10 35:37,87 ROMAGNOLI Riccardo 1998 MO M S.G.LA PATRIA 1879 CARPI

 

Femminile

 

1 37:46,68 RICCI Laura 1979 MO F CALCESTRUZZI CORRADINI EXC

2 39:10,81 PRODI Francesca 1996 RE F TRICOLORE SPORT MARATHON A

3 39:28,17 VENTURELLI Gloria 1979 MO F ATL. R.C.M. CASINALBO

4 39:36,00 GUALTIERI Lara 1972 MO F G.P. LA GUGLIA

5 39:40,54 COMERO Elisabetta 1968 MO F ATL. REGGIO ASD 50 F

 

Classifica della Competitiva di S. Giorgio (Km 14)

 

Maschile

1 Daniele Angelini – Atl. Bondeno 45:14

2 Oleksandr Vaskovniuk – Corriferrara 45:25

3 Nicolò Conti – Atl. Estense 47: 26

4 Federico Valandro – Gp Monselicese 49:18

5 Federico Soriani – Quadrilatero 50:29

6 Daniele Di Fresco – Faro Formignana 50:58

7 Nicola Avigni – Salcus 51:21

8 Alessandro Grenzi – Corriferrara 51:23

9 Michele Mantovani – Faro Formignana 51:36

10 Andrea Rosati – Corriferrara 52:14

 

Femminile

1 Nadiya Chubak – Lughesina 54:56

2 Giorgia Mancin Running Comacchio 56:49

3 Giulia Bellini Corriferrara 58:19

4 Catia Roani – Corriferrara 1.00:37

5 Elisabetta Lambertini – Quadrilatero 1.00:44

Bisogna ammettere che qui, nel Veneto confinante col Friuli, quanto a maratone hanno spirito d’iniziativa, anche a rischio di pestarsi un po’ i piedi. Un anno fa, di questi giorni, eravamo a Longarone per la partenza di un’altra “edizione unica”, la maratona Longarone-Busche; molti anni prima, già venivamo a Vittorio Veneto per la partenza della maratona di Treviso (che più tardi era stata spostata a Conegliano, cioè dieci km più a sud). Adesso la maratona di Treviso torna nel capoluogo con un percorso circolare, e quelli di Vittorio Veneto hanno pensato, non dirò come Strafe-Expedition (una settimana prima della data di Treviso!), ma insomma, nello spirito dell’ “a ciascuno il suo”, di costruirsi la loro 42: estrema commemorazione della fine della Grande Guerra, che prende appunto il nome dalla battaglia cominciata da queste parti cent’anni fa e finita, come una volta si studiava a memoria, col bollettino della Vittoria datato 4 novembre.

Va aggiunto che la stessa guerra, e il Piave che mormorava “non passa lo straniero”, erano già entrati in alcune edizioni della citata maratona di Treviso, che scaglionarono la partenza da tre luoghi diversi; e, se andiamo alla preistoria, diciamo pure che in altre località trevigiane (Vedelago, Mareno, Cappella Maggiore con la sua “Trevisando”, Fregona e forse ancora altrove) si sono celebrate maratone, spesso piovose e fangose ma tuttavia meta di appassionati. Insomma, le popolazioni di qua sono abituate a vedere podisti per le loro strade, e le società sportive e gli amministratori locali più lungimiranti sanno come si mettono su le maratone.

Detto fatto, ecco apparire verso l’estate scorsa il preannuncio della maratona, nuova e unica, di Vittorio Veneto (conglomerato ‘artificiale’ del 1866 di due storiche cittadine, Cèneda e Serravalle, intitolato a Vittorio Emanuele II), sulle orme dei soldati che un secolo fa ripartirono dal Piave per arrivare fino al Brennero (dove non volevano nemmeno arrivare: gli bastavano Trento e Trieste …): tariffe decisamente popolari (28 euro scontabili), contorno di una mezza maratona e di una 10 km, insomma, gli ingredienti del successo.

E il sabato 17 pomeriggio, al ritrovo fissato in un palazzetto dello sport funzionale sebbene molto scomodo (3 km dal centro), ci sono quasi tutti gli appassionati di queste gare, cominciando dai “supermaratoneti” che stavolta abbandonano gare cui pure erano affezionati, per non perdersi questa, ora o mai più. Non può mancare il propugnatore della “gara unica”, Hartmann Stampfer, uno che proprio alla battaglia di Vittorio Veneto deve la sua cittadinanza attuale, italiana e non tirolese: va aggiunto che Hartmann per essere presente è guarito in tempo da un inconveniente non secondario, ma dalle parti dello Schlern non ci si blocca per così poco… l’intendenza seguirà.

Allo stesso modo, “Ol Sindic” Simonazzi da Mantova è qui, esternando dubbi sulla sua capacità di finire la corsa, che invece concluderà una buona ora sotto il tempo massimo (generosamente fissato in 7 ore, considerando anche i 500 o passa metri di dislivello da affrontare). Idem per il marò Adriano Boldrin da Bojon: el zenocio el g’à da dir quèo, ma no ghe pensemo, che ala fin g’arivemo, e gnanca ùltemo.

E ghe xe anca el sior Vitorio Bosco da Manzano, allenatore della Debora Serracchiani (le rare volte che la presidentessa della regione Friuli passa dal Friuli), che dice di non correre più maratone: ma qui combatte e passa l’esame anche lui, come tutti o quasi (smetto di citare i volti noti perché andrei avanti parecchio). Quanto alle signore, ecco immancabili “Carlotta” Gavazzeni dalla bergamasca, primadonna dell’annata quanto a numeri (e che riesce finalmente a consegnarmi un cuore biscottato commemorante una certa cifra tonda), e Angela Gargano dalla Puglia, la prima e forse unica che raggiunse le cento maratone in un anno: con calma, ma ci ritroveremo tutti alla fine delle rispettive battaglie.

Dopo il ritiro pettorali ci si sparpaglia negli alberghi per un raggio di una decina di km (non è che la ricettività nel doppio centro cittadino sia molto elevata); qualcuno trova il tempo per una passeggiata turistica (più appagante a Serravalle, la zona nord dove passeremo al secondo e al penultimo km, che nella semideserta Cèneda, che domani attraverseremo solo in partenza).

I meteo-astrologi hanno previsto pioggia e neve, e infatti tutta la notte fra sabato e domenica diluvia; la domenica mattina le cime dintorno sono imbiancate, però è smesso di piovere: e resteremo all’asciutto per tutta la giornata, con una temperatura tra i 7 e i 10 gradi che consentirà a molti di osare pantaloncini e canottiera.

Alle 9,05 parte la maratona, preceduta di pochi minuti dalle carrozzelle dei disabili; alle 9,45 la maratonina, su un percorso del tutto diverso; alle 10 la non competitiva, su un altro giro ancora. Qui non si punta al risparmio, al percorso solo suddiviso in 4 o 5 tipi di gara a disputarsi strade e ristori!

Strade perfettamente chiuse al traffico: un primo anello di 6 km ci fa scorrere la scenografia dei due centri storici, poi ci si immette verso ovest per una serie di pittoreschi paesotti appollaiati sulle pendici (sopra le quali, immaginiamo, erano puntati i cannoni austriaci); e ogni volta il tracciato ci fa arrampicare per quel centinaio o quasi di metri verticali, onde farci gustare l’urbanistica e l’accoglienza di Revine (120 metri più alta di Vittorio Veneto) , Cison e frazioni varie di Valmarino alias Valmareno, fino a Follina dove la strada fa un ricciolo, con brevi tratti sterrati, tra il 19 e il 26 (ristoro unico che vale doppio). Fin qui ci siamo quasi divertiti, e il fischio dell’unico rilevamento chip intorno alla mezza maratona ci suona ancora allegro.

Passato il fiume, siamo a quota 210, ma ci aspetta la “salita degli eroi”, 1500 metri di tornanti al 10%, che invogliano o costringono a camminare facendo due chiacchiere coi pacer delle 4.30 e delle 5.00 (decisamente in anticipo, ma Anna, già “angelo custode” allo Stelvio e al Primiero, preferisce tenersi un po’ di margine). Intorno al 28, nella zona di Tarzo e infinite frazioncine (Zuel de qua e Zuel de là, per esempio) siamo sul crinale, che immagino fosse il fronte italiano (infatti c’è un cannone puntato contro l’austriaco oppressore, morte a Franz viva Oberdan); ma sono in agguato quasi cinque km di salite e discesine illusorie: al km 31 tocchiamo quota 375, pare si scenda ma al 33 siamo di nuovo a quota 335. Finalmente si va giù, ma raggiunti i laghi di Revine (dal lato opposto rispetto a dove li avevamo costeggiati nell’andata) ci aspetta uno strappetto per riportarci sulla strada provinciale del primo tratto, a 240 metri d’altezza.

Ottime le segnalazioni, sia con frecce sia ‘umane’, anche per noi ormai sparpagliati; fornitissimi i ristori (ma le bottiglie di vino sono già vuote …), e c’è ancora qualche residente che dopo l’una rimane in strada a dirci che è quasi finita. Riecco Serravalle, i portici caratteristici e il suo ciottolato, suggestivo sebbene martirizzante per le piante dei piedi; poi il rettilineo d’arrivo, il ristoro finale dove spuntano formaggi e grosse fette di salame. Pesante la medaglia commemorativa, e ci si interroga su chi sia il personaggio ritratto a destra, di fronte al “re Viturìn”: qualcuno lo trova somigliante al Duce…

Il Gps segna circa 300 metri in più della distanza canonica, ma pare che l’ultima strategia dei fabbricanti di Gps sia di abbondare nelle misure così da illuderci che i nostri 7’ a km siano in realtà 6:55. Due sedi per le docce (dal tiepido in giù), grosso modo a un km dall’arrivo e da raggiungere a piedi; poi c’è da tornare al lontano palazzetto dell’Expo dove si usufruisce del pasta party. Alla lettera, solo pasta al pomodoro, più due confezioni di grissinetti, una bottiglietta d’acqua, una mela da mangiare a morsi perché il coltello non è fornito: decisamente esagerato il prezzo di 5 euro per gli “ospiti”.

Nel primo pomeriggio appaiono le classifiche sul sito Tds (vigila su tutto Sandrone Della Vecchia), mentre il sito della maratona non viene più aggiornato, anche adesso a 48 ore dall’evento. La vittoria formale è arrisa a Fabio Bernardi, un M 45 di Conegliano ufficialmente alla sua ultima maratona agonistica, che giunge sul traguardo appaiato al cembrano M 35 Matteo Vecchietti, insieme a cui ha sempre corso, in 2.41:40. Non si tratta di tempi scarsi, data la durezza del percorso; terzo è il supertrailer Ivan Geronazzo, poco sotto le 2.51.

Più modeste le prestazioni femminili: vince la trevigiana Elisabetta Mazzocco in 3.12, quasi cinque minuti meglio della vittoriese (ma tesserata Brugnera) Marta Santamaria, e otto minuti davanti alla friulana, di Cordenons, Manuela D’Andrea. Giorgio Calcaterra, pettorale numero 1, onora il suo ruolo di pacer delle 3.30 (3.28:54, come il chiacchierato Roberto Toniatti); da meno di due minuti è arrivato Daniele Cesconetto, che un anno fa a Conegliano corse a ripetizione sul tapis roulant per beneficenza, mentre qui si è cimentato, allo stesso scopo e per cinque giorni consecutivi dal 14 a oggi, sul nostro percorso stradale: duemila gli euro raccolti.

Tra le 4.30 e le 5.20 arriva il grosso dei supermaratoneti, come cento anni fa arrivò il Duca d'Aosta: avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

Saremo in 919 classificati, stavolta senza nessun generoso sgarro al tempo massimo ufficiale; più altri 999 alla mezza, già alla quinta edizione. Se c’era Garibaldi facevano i Mille, ma in compenso c’erano nomi più ‘commerciali’, habitués delle gare monetizzabili: con 1.06:44 vince il keniota Gideon Kurgat (Atletica Virtus) col nuovo record della corsa, strappato ad Abdoullah Bamoussa oggi secondo con 1.07:56; terzo con 1.08:27 il modenese Alessandro Giacobazzi già vincitore alla maratona di Torino. Nomi arabi per il quarto e il quinto; mentre è la etiope Gedamnesh Yayeh a vincere tra le donne in 1.16, anche lei col nuovo record della gara. Sette minuti dietro, Giovanna Ricotta; a dieci minuti Maurizia Cunico del Casone Noceto.

Infine, 650 sono i partecipanti alla non competitiva che si beccano una stupenda bottiglia di vino locale (che a noi maratoneti è stata negata: il vino fa male…).

Vedremo l’anno prossimo, finalmente esente da motivazioni belliche, cosa si inventeranno in queste terre. Suggerirei qualcosa di ispirato al prosecco, ma vero, non solo annunciato come a Conegliano un anno fa, e fatto appena sfiorare ai maratoneti di oggi…

 

https://www.youtube.com/watch?v=jGZA8sO5Nlk

Domenica, 11 Marzo 2018 20:20

Terre del lambrusco: un weekend post-antico

In questo fine settimana, nel quale gli oracoli più consultati sono stati i bollettini meteo e i comunicati di annullamenti gare, i modenesi e limitrofi (con qualche bolognese e una discreta pattuglia reggiana) sono insperatamente riusciti a correre le gare previste dal calendario annuale sia al sabato sia la domenica.

Si è cominciato sabato 10 a Cortile, frazione orientale di Carpi al confine con Novi e Cavezzo, terra di Lambrusco Salamino (oltre che di bianchi decisamente mediocri): sarà forse per l’aria quasi extradoganale, ma è stata sfatata la triste abitudine carpigiana di sopprimere le corse al penultimo minuto (cominciando dalla maratona e finendo coi trail intitolati a Olmo albero nonché atleta). Fallite anche le previsioni del tempo che davano pioggia al 65%, e insomma alle 15,30 si sono ritrovate, sotto il sole o quasi, a occhio 3-400 persone per il 25° Giro di Cortile, una non competitiva che nel percorso più lungo dichiarava km 7,800, rivelatisi poi 8,500: quasi tre dei quali, i più pittoreschi, sull’argine sterrato del Secchia (a sua volta discretamente gonfio, sopra il livello delle campagne circostanti). Tracciato in parte nuovo, rispetto a quelli assai più monotoni che si svolgono in estate, e che veniva a toccare quello dell’ultima tappa del trail notturno di qualche mese fa con partenza dalla vicina frazione di S. Martino Secchia.

Anche se la gara era non competitiva, come al solito qualcuno, ovvero il sempiterno Valentini del Cittanova, si è premurato di prendere giù i primi arrivati, che la locale Gazzetta colorerà coi suoi titoli ad effetto, sul tipo “A Cortile incanta Gianluca Mazzi”: infatti il portacolori de La Patria (veramente sul quadernino sta scritto “Massi”) ha prevalso su Luca Raimondi e Matteo Guidetti. Tra le donne, pronostichiamo un titolo quale “Delirio del pubblico e mimosa d’oro per Silvia Torricelli” (altra valente carpigiana), mentre non sono sicuro, nemmeno con l’aiuto di Italo Spina, di decifrare bene il brogliaccio per il nome della seconda arrivata, che sembra Laura Lipintola o qualcosa del genere; terza Morena Cerchiari. Ordine d’arrivo, ovviamente, garantito dall’onestà dei partenti anticipati, che al traguardo si chiamano fuori.

Solito euro e mezzo di iscrizione, che oltre al ristoro intermedio e finale ha garantito mezzo chilo di pasta per tutti. Un po’ di nostalgia per chi ricorda come a Cortile, nello stesso parchetto oggi sede del ritrovo, anni fa in questa occasione stava seduto Ivano Barbolini per vendere in anticipo, a 5 euro, i pettorali delle sue leggendarie Tre Sere. Non mancava invece nemmeno oggi Pietro Boniburini, ex campione e apprezzato scarparo, che pare abbia fatto notevoli affari (io pure ho corso oggi con delle Mizuno che mi vendette lui un anno fa).

Il tempo per una doccia e una dormita, e rieccoci alle 9 di domenica 11 a Solignano, comune di Castelvetro cioè terra del lambrusco Grasparossa e del Pignoletto: è la 37° edizione della Camminata, che nei primi anni si svolgeva in forma competitiva (ricordo un Rossano Galli che sorpassò in tromba, sull’ultima salita, noi che facevamo i 15 km, e ci fermammo ad applaudirlo e incoraggiarlo); ma ben presto è stata roncaratizzata a non competitiva, su un percorso giudicato il più bello della provincia di Modena (esclusa l’area montana), non a caso scelto da molti di noi come terreno di allenamento, singolo o collettivo: e il ricordo va purtroppo a un altro che non c’è più, quel Gianni Vaccari che tutti gli anni riusciva a radunare qui cento e più amici, la vigilia di Natale, per una sgambata su percorso identico a quello di sempre, dai 90 metri di Solignano Nuovo alla Bolognina (dove oggi si è spinta Teida la fotografa per i suoi scatti itineranti) e su per via Medusia ai 200 metri del castello di Levizzano, dopo 6 km con un breve tratto di sterrato, e ai 311 della Madonna di Puianello dopo 8,5, al culmine della salita dei Buricchi impegnativa e pittoresca.

Solignano 2018


Da lì il ritorno a Levizzano per un’altra strada, e la lenta discesa, con qualche strappetto, verso la chiesa di Solignano Vecchio (altro luogo panoramico, anche per la presenza di storici tini Maselli, ora collocati in un parchetto come tane per giochi di bambini); indi una serpentina un po’ ripida, e un’ultima salitina dove si è di nuovo appostata Teida a scattare, porta al traguardo (che comunque non è marcato in nessun modo) dopo 18,600 km (per un totale di 325 metri di dislivello). Erano disponibili anche percorsi di 15 km (il più gettonato, direi) e su distanze minori.

Iscrizioni alla quota di 1 euro, roba da “reddito di cittadinanza”, che dà diritto a quattro ristori lungo il percorso maggiore, più ovviamente il ristoro finale, dove riceviamo anche una confezione di piade; purtroppo non c’è più il ristoro “di-vino” presso uno dei tanti agriturismi della zona, intorno al km 14. Pensare quando, nei tempi del podismo antico, la bottiglia di vino era il premio più tipico…

Piove (blandamente) alla partenza e per la prima ora di gara: le previsioni meteo davano pioggia al 90%, forse per questo non si vedono le folle oceaniche di altri tempi, sebbene l’elenco delle società in classifica (dominato dalla solita Cittanova, che ha comprato ben 180 pettorali!) dia un conteggio di almeno mille iscritti tesserati per qualche gruppo.

È possibile che i più competitivi siano andati alla vicina Pieve di Cento, per una 21 tra i gioielli del podismo regionale; altri patiti di “fango e neve” sono andati a trail nel parmigiano o nel ravennate (in effetti, un anno fa anch’io ero a Langhirano con Massimo Muratori per il trail a coppie, ma oggi ci troviamo entrambi qui per una giornata di quasi-scarico); di qualche altro, già podista di rango, si sa che “è andato a mangiare il pesce”. Ah – dico -, bella idea, quella di fare una corsa in riviera e poi restare là a pranzo! – Macché corsa in riviera, quelli sono andati a mangiare e basta! – è la risposta. Le fatiche e le glorie antiche finiscono sui tavoli dei ristoranti rivieraschi a mangiare pesce del Vietnam.

Certo non eravamo in mille alla partenza, stante l’abitudine (qui piuttosto consolidata) di partire prima con la giustificazione, normale in questa gara, che “non ti aspettano”, inteso che sbaraccano tutto. Cosicché dalle foto traspaiono alcuni ex campioni (soprattutto appartenenti alla società del citato Roncarati, o a gruppi che a lui si ispirano) bellamente per strada mezz’ora o più prima del via. Peggio per loro, che si sono beccati tutta l’acqua, mentre su noi regolari, dal passaggio per Puianello, non solo è smesso di piovere ma è persino spuntato un barlume di sole, con temperatura salita fino ai 10 gradi. Cosicché quel tal podista di Mirandola che ha corso in canottiera (direi l’unico, tra tanti impermeabili e berretti e guanti) non ha patito freddo.

E posso attestare che almeno fino alle due ore e mezzo di gara gli incroci erano presidiati e il ristoro finale in piena efficienza. Ma in questo weekend post-antico, i corridori antichi, gli ex atleti che un tempo si sfidavano sulle nostre dolci alture, per ogni anno che passa aumentano di numero e accentuano i loro vizietti post-sportivi: finché artrosi od osteoporosi od obesità o propensione alle mangiate di pesce vietnamita non li separino dal nostro mondo. Quanti torneranno a Solignano tra vent’anni?

Nella moria delle corse dell’Emilia centrale, solo ad Albinea non hanno paura di neve, ghiaccio, nebbia e temperatura che non ha nessuna intenzione di varcare lo zero. D’altra parte, qui non è terra di pensionati che una volta all’anno si propongono come organizzatori di gare: piuttosto, è la patria di William Govi, che tutti i giorni partendo con qualsiasi tempo alle 17,30 si allenava su questi colli: colli sui quali ha passato gli ultimi tristi anni di vita, per ridiscendere alfine nella terra consacrata del suo paese, che lo ospita ormai per sempre.
Detto dunque che nessun podista d’Italia può andare ad Albinea senza pensare a William (sarebbe come andare ad Arquà senza pensare a Petrarca, o a Bolgheri senza pensare a Carducci), eccoci dunque per la 33^ edizione del Mimosa Cross, che dopo otto giorni di nevicate ha ridotto solo di poco il chilometraggio (dai 22,9 ai 19,5), rinunciando al tratto di bosco e sentieri e alla quota 470 del massimo livello, ma offrendo ugualmente agli atleti un buon allenamento di salite e discese: il Gps segnala 250 metri verticali in totale, tra i 65 metri slm del km 5,5 e i 247 del 17,2, per tornare infine ai 155 della partenza-arrivo.
Al via anzi il sole fora la coltre di nebbia: è il saluto di Govi, che si farà più fioco quando da Borzano ci inerpicheremo sulla salita della Madonna di Montericco, godendo tuttavia di squarci panoramici che le foto di Teida Seghedoni ripropongono anche per gli assenti: si vedano, dalla sezione “Pregara e primi passaggi” immagini come la 101, 150, 272, 283 e tante altre; e dalla sezione relativa alla discesa da Montericco, la 298, 307 ecc.
Due euro di iscrizione per la gara non competitiva (in teoria ristretta ai 5 e 12 km, e premiata con una bottiglia di lambrusco locale); dagli 8 ai 10 per la competitiva, ovviamente con pacco gara più ricco, oltre che premiazioni per i primi 20 uomini e 10 donne (su 178 arrivati in totale).

Albinea 2018



Dalle foto (anche di Morselli, Carri e Petti, che però non hanno fatto il giro alto  potete farvi un’idea della gara e del clima: da quella piazza Cavicchioni con un pilastro/campanilino in mezzo, ma l’orologio a lato su un piccolo piedistallo (sembra uno di quegli orologi dei paesi terremotati), piazza che pian piano si popola mentre il sole tenta di affermarsi; agli abbigliamenti scelti dai podisti: pochi ardimentosi con pantaloni a mezza gamba, poche a capo scoperto (ma la coda bionda di Francesca e la fluente chioma di Alessandra sono ben protette da ampie bandane), molti con giacca a vento che nasconde (speròmm) il regolamentare pettorale; la maggioranza con berretto di lana, tutti rigorosamente coi guanti, qualcuno coi bastoncini. Al via anche vari cani (foto Morselli da 141 a 147), ma qui all’arrivo c’erano giudici come Mainini e Iotti, non il famigerato De Lillo pugliese.
Forse per le modifiche dell’ultimo istante, il percorso ‘nuovo’ non era sempre segnato e frecciato come doveva; per fortuna, quasi ad ogni incrocio c’erano addetti che ti guidavano. Saporito il tè dei due ristori, mentre all’arrivo per noi tardigradi era già finito.
Il ghiaccio, paventato all’inizio soprattutto nella discesa finale, non ci ha dato problemi. Insomma, basta aver coraggio e le corse si riescono a fare, come recitano i volantini, “con qualsiasi condizione climatica”.

 

IL VIDEO DI NERINO CARRI

 

IL VIDEO DI STEFANO MORSELLI

 

Il 28 febbraio ad Atlanta, in Georgia, è scomparso a 78 anni David Martin, dopo una militanza di venticinque anni nell’AIMS (l’associazione mondiale degli organizzatori di maratone e corse su strada).

Nato nel Wisconsin, USA, era professore emerito dell’università dello Stato di Georgia. La sua attività professionale di ricercatore, statistico e legale, e quella sul campo come allenatore, gli permisero di lasciare una traccia profonda nello sport. Ad esempio, fu tra i primi a voler ammettere le donne alle maratone, e fu grazie a lui che nei giochi olimpici del 1984 venne introdotta la maratona femminile.

Oltre al suo lavoro presso l’ AIMS, Martin ricoprì cariche importanti nell’associazione statunitense Track & Field (per lo sviluppo della maratona e la tenuta degli albi d’oro), nell’associazione della stampa sportiva e nella Società internazionale degli storici delle Olimpiadi. Le sue competenze in campo medico gli permisero di far parte della American Physiological Society e della società internazionale dei medici di maratona (IMMDA).

Fece parte del comitato che preparò gli atleti americani per le Olimpiadi di Atene del 2004: si devono anche a lui le medaglie d’argento di Meb Keflezighi e di bronzo di Deena Kastor in quelle maratone.

Autore di libri di successo come The Marathon Footrace (1979), The High Jump Book (1987), Training Distance Runners (1991), Better Training for Distance Runners (1997), The Olympic Marathon (2000), e centinaia di saggi nel campo dell’atletica e della medicina dello sport. I suoi libri e cimeli sono stati recentemente donati al Museo dell’AIMS a Berlino.

Il presidente AIMS Paco Borao ricorda la “grande finezza, intelligenza e passione di quest’uomo così umile, che trattava tutti con rispetto e cortesia”. (da un comunicato AIMS)

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