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Apr 22, 2019 1477volte

Gualtieri, 3° Un Po… di trail: in meno a faticare di più (con postilla pepponiana)

Il primo chilometro Il primo chilometro Foto di stefano Morselli

22 aprile - 36 volte “Pasquetta sportiva” a Gualtieri, terzo trofeo “Un Po… di Trail”, terza presenza del sottoscritto che ritrova i soliti amici appassionati, giunti fin qui nei territori di Peppone e don Camillo per condurre una tranquilla corsa senza altra velleità che ‘smaltire’ e respirare aria buona. Tutt’altro clima rispetto alle esagitate corse a circuito di dieci o trent’anni fa, privilegio di atleti gasatissimi e magari anche bombati.

Per la prima volta si parte all’ora giusta: nessuna fiera vicina o piena del Po impone il ritardo abituale negli anni passati; mentre per la terza volta il chilometraggio va in crescendo: nel 2017 erano 17,3 km, l’anno scorso 20,1, quest’anno abbiamo superato la distanza della maratonina (21,2 al mio Gps, 21,5 e più secondo altri; senza contare vari colleghi che hanno allungato il giro per errori di percorso). Tra le vittime, l’affezionato Giuseppe Cuoghi, che in realtà è stato indotto da uno sbandieratore a tagliare un paio di km (forse non lo riteneva in grado di fare tutti i km?) e alla fine ha correttamente dichiarato il suo ‘fallo’ non entrando nella classifica (foto 431-435 con pettorale onestamente tolto). Non si sa bene invece quanti km abbia fatto Giangi, partito col pettorale non competitivo ma alla fine possessore di vari buoni per il pranzo in piazza (quello, ottimo e abbondante, compreso nei 15€ di iscrizione). Forse più di lui ne ha fatti la Teida, la più camminatrice dei numerosi fotografi presenti, come da tradizione.

In ogni caso, l’organizzazione dichiara 1214 presenze in tutte le competizioni.

Direi che ci sia stato un incremento del tratto sterrato e, al suo interno, dei sentieri monotraccia (quelli, come diceva Cuoghi, dove l’ideale sarebbe stato avere una gamba più corta dell’altra) piuttosto che dei caradoni. Il giro comunque è piaciuto, a quei 113 che l’hanno portato a termine (ahimè, 105 in meno di quanti avevano osato nel 2018), sebbene al nostro livello di bassa classifica l’abbiamo un tantino sofferto nell’ultima parte, quando sentivamo la voce di Brighenti da Gualtieri e a tratti ne vedevamo la piazza e la cattedrale, ma i maligni triangoli rossi ci ributtavano ai bordi del grande fiume, per giunta col vento contrario.

Non sono mancati i soliti 4-500 metri sulla spiaggia, verso il km 12, quest’anno senza laghetti o pozzanghere ma con sabbia soffice quasi asciutta (sebbene poco prima della partenza fosse piovuto), al cui termine stavano le tradizionali corde con nodi per risalire (scelte come simbolo delle foto di Teida Seghedoni, ai cui numeri mi riferisco).

Due ristori, dopo 8,5 e 18,5 km (se non ne ho perso uno, mi sa che ce ne fosse uno in meno che l’anno scorso): acqua, tè di pesca e via andare. Amichevoli battaglie, nella zona nostra, con Gelo Giaroli e la coppia inseparabile Mascia-Bacchi, che arrivano decisamente avanti (vedeteli a metà gara nelle foto 289-293, mentre dalle 442-451 si vede che la happy family sta dando la polvere a Gelo, e si trascina in scia persino Marco Belli che non voleva saperne, e finirà appaiato a Giaroli), lasciando il sottoscritto più indietro in compagnia, come l’anno scorso, di Maurizia Gambarelli (foto 473-474 all’arrivo), e ancora di Roberto Manini che insiste a chiamarmi “professore”, e della new entry Barbara Spagni da Campegine (foto 457-462, nell’ultimo km di sofferenza).

Sul podio stanno premiando Lorenzo Gardini, vincitore con abbondanti 6 minuti e giusto vent’anni in meno del secondo, Massimo Sargenti (1.21:55 contro 1.28:13). Ottava assoluta, e prima donna, Bethany Jane Thompson, 4 minuti esatti (e sette anni in meno) da Simona Rossi (1.38:29, 1.42:29).

A chiudere il gruppo, un pelino sotto le 3 ore del tmax, scortati dal vecchio amico guastallese Bruno Benatti (uno che ha completato le sei Majors!), Cecilia Gandolfi, la ‘forza dell’ordine’ Nadia Rocchi e il maestro cioccolataio Luigi Bandieri. Almeno loro sono partiti in orario, non come quelli che si vedono nelle foto di Teida dalla 51 alla 144 (e mettetevi pure in posa che siete belli e state risparmiando 15 euro).

Al traguardo troviamo, nel solito ristoro nascosto sotto il portico, oltre lo stand di Boniburini, anche banane e arancine (dalla buccia sottile che non si stacca) e qualche biscotto da intingere nel tè alla pesca (in bottiglia).


Deposito borse custodito; docce al solito posto, a 150 metri, leggermente più freschine del solito (ma con un po’ di coraggio ci si può stare sotto e lavarsi perfino i capelli, preoccupazione che Gelo non ha); pacco gara con grissini e un plaid, forse evocatore di quando andavamo nelle golene dei fiumi con la nostra innamorata (salvo che il plaid attuale è a mezza piazza, come si fa?). Solo per i non comp c’è la rituale bottiglia di vino, che come ogni anno mi convince a comprare a prezzo onesto un cartone da sei di “Bucciamara”.

Si recupera l’auto nella zona delle cantine, e si saluta la stazione di Gualtieri, dove l’onorevole Peppone decise di non andare a Roma, scese dal treno a vapore e tornò a Brescello in bicicletta sulla strada dell’argine (che abbiamo appena percorso), ingaggiando una non competitiva con don Camillo.* Questi trail profumano anche di poesia.

 

PS *Stimolato da Gabriele Cavatorta, faccio volentieri una parziale emenda. In effetti la stazione di Gualtieri compare in almeno tre film del “Mondo piccolo”, ma non per l’episodio ricordato sopra, che si svolge tra la stazione di Boretto (paese di cui si vede sullo sfondo anche la cupola della chiesa) e la ex statale sull’argine del Po (la stessa che in piccola parte abbiamo percorso anche noi podisti del “Po di trail”, e dove si trova anche la cappellina con la Madonna che si vorrebbe abbattere e poi è risparmiata). È anche l’unica volta che Boretto è citata nel racconto di Guareschi, scritto appunto come sceneggiatura di quell’episodio.

In territorio di Boretto è stata girata anche la processione di don Camillo, solo con un cane, verso il Po, lungo uno di quei meravigliosi vialetti che portavano ai ponti di barche, del tutto identico al viale alberato, dentro la golena, del primo e dell’ultimo km del nostro trail.

Alla stazione di Gualtieri invece Don Camillo incontra i suoi parrocchiani, mentre sta partendo ‘in punizione’ per la montagna, nel finale sia del primo film del 1952 sia del tardo film del 1983 con Terence Hill (la differenza principale tra i due film è che il treno del 1952 ha la locomotiva, quello del 1983 una littorina diesel, come ci sono anche adesso).

https://www.youtube.com/watch?v=pOiMiZAhwA8

Nella finzione filmica, alla stazione successiva (dopo Gualtieri) del primo film, don Camillo è salutato dai comunisti con Peppone, ma il nome della stazione non si legge (probabilmente è la stessa Gualtieri, ma inquadrata in altro modo; si è pure detto che sia la stessa Brescello camuffata): nella realtà la stazione dopo Gualtieri è Guastalla, ma così non è nel film.

È stata anche rilevata la stranezza delle parole con cui Peppone saluta il parroco "prima che usciate dal territorio di nostra competenza": in realtà si era già fuori ‘territorio', perché Brescello e Gualtieri sono due comuni autonomi e neppure confinanti (in mezzo appunto c'è Boretto). C’è poi l’altra stranezza che Don Camillo sta andando verso la montagna, e dunque semmai dovrebbe andare in direzione opposta, cioè verso Reggio o Parma, non verso Suzzara/Mantova. Ad esempio dovrebbe passare per Boretto ma poi dirigersi verso Reggio lungo la ferrovia, oggi dismessa, Boretto-Reggio: una stazione su quella linea era Castelnovo di sotto, dove in effetti don Camillo accompagnerà Peppone nel finale di Don Camillo monsignore ma non troppo del 1961 (quando però la linea era già stata soppressa).

Per completare, alla stazione di Gualtieri è ambientato anche, ovviamente, l’inizio del film-tv su Ligabue; mentre alla stazione che allora si chiamava Brescello-Viadana è ambientata qualche scena del film “La strategia del ragno” di Bertolucci (col nome immaginario di Tara: suggestivo il finale con l’erba che cresce dove non passerà più nessun treno).

 

Va infine precisato che le storie scritte da Guareschi non si svolgevano a Brescello, Boretto e Gualtieri, ma in un “Borgo” in provincia di Parma (uno dei film fu girato a San Secondo), cioè nelle terre natali della famiglia Guareschi (Roccabianca, però scartata dal regista Duvivier perché poco adatta alle riprese cinematografiche). Gualtieri e Brescello non sono mai citate nei racconti; oltre a Boretto, della zona appare solo Guastalla, citata per inciso in due racconti degli ultimi anni, mai raccolti in volume dall’autore.

 

 

VIDEO

 

Informazioni aggiuntive

Fotografo/i: T. Seghedoni / S. Morselli
Fonte Classifica: Uisp RE

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