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Nov 05, 2019 Michele Rizzitelli 351volte

Dublino (Eire) – 40° KBC Dublin Marathon: poi la scura sublime

L'autore con la consorte Angela Gargano L'autore con la consorte Angela Gargano M. Rizzitelli

27 ottobre - Non la folla osannante lungo i viali alberati, né la vista delle grandi architetture godute dal Gravity Bar al 7° piano della Guinness House, tempio della birra fresca e scura dalla schiuma densa, e neppure la grande cultura letteraria di una città che ha dato i natali a quattro premi Nobel, mi hanno impressionato alla Maratona di Dublino. Lungo la riva sinistra del fiume Liffey, poco prima che sfoci nel Mar d’Irlanda, lunghe figure emaciate si trascinano, in dolorosa processione, verso la banchina del porto per imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti. Hanno vestiti laceri, passo cadente, occhi dilatati e pelle inaridita. Sono sculture in bronzo di veemente potenza evocativa, dedicate al popolo irlandese costretto a emigrare in seguito alla Grande Carestia del 1845-49.

Nella povera Irlanda di quei tempi, dominion inglese, gli abitanti si cibavano quasi esclusivamente di patate, consumandone 5 kg al giorno. Nell’estate del 1845, un fungo velenoso fece marcire tutto il raccolto, e fu la Grande Carestia che durò quattro anni. Si moriva a decine di migliaia per fame, le malattie facevano il resto. Abbandonati lungo le strade, giacevano cadaveri con l’erba in bocca. Il governo inglese fece poco per alleviare le sofferenze della tragedia, e a livello politico prevalse l’idea di abbandonare l’isola all’azione delle “cause naturali”, mentre a livello religioso fu considerata “una benedizione inviata dalla Divina Provvidenza per dare una lezione ai papisti irlandesi”. I morti furono circa un milione e mezzo.
Per sopravvivere, l’emigrazione diventò l’unica possibilità per un numero sempre più consistente di persone. Ammassati su vecchie navi, partivano a migliaia verso il Canada e gli Stati Uniti. L’Atlantico si trasformò in un viavai di “coffin-boat” (navi-bara), le odierne ‘carrette’, che facevano la spola fra le due coste. Durante quegli anni, ben 5000 navi compirono i 5000 km della pericolosa traversata oceanica. Il viaggio aveva un costo, e spesso un solo componente di una famiglia poteva permetterselo, mentre gli altri lo salutavano sulla banchina, probabilmente per non rivedersi mai più. Falcidiati dalle malattie o annegati, in pochi giungevano nella terra promessa. Si calcola che in oltre un milione abbiano abbandonato la loro terra. The Flamine Memorial, questo il nome della toccante opera dello scultore dublinese Rowan Gillespire, vuole essere un monito perché in nessuna parte del mondo si ripeta la sorte toccata agli irlandesi.

E’ il ricordo indelebile che mi riporto dalla maratona di Dublino, città adagiata su un’ampia pianura affacciata sul mare, circondata da basse montagne e spaccata in due dal Liffey. E’ cosmopolita, moderna e storica, entusiasmante e rilassante. Se volete godervela, non aspettate il giorno della gara. Lungo le 26 miglia e rotti  del percorso, si tocca la Christ Church Cathedral (1172), St. Patrick’s Cathedral (1191) e si sfiora il Castello (1204), che sono poi i principali edifici cittadini. Tutte le altre architetture dovete scoprirle per conto vostro il giorno prima della maratona o dopo. Il consiglio è di cominciare non dal centro storico, da un museo, da una piazza, ma da un luogo di svago, il Guinness StoreHouse, e ve lo raccomanda uno che preferisce l’acqua alla birra e al vino. E’ un viaggio che ha inizio dal fondo della pinta

più grande del mondo e continua con una fulgida esposizione multimediale fino al settimo piano, ove è collocato il già citato Gravity Bar, con una vista mozzafiato sulla città. Da qui, il cielo di Dublino appare visibilmente irto di guglie. E non è che una lunga guglia moderna “The Spire”, un cono allungato di acciaio del diametro di 3 m alla base, 15 cm in cima e alto 120 m, che troneggia nella patriottica O’Connell Street, e rappresenta anche la lotta per l’indipendenza dall’Inghilterra.

Mentre sorseggio lentamente una pinta della migliore birra scura del mondo, individuo chiaramente St. Patrick’s Cathedral, Christ Church Cathedral, Trinity College, Custom House, Aviva Stadium, General Post Office, Croke Park e Fhoenix Park. Avuta un’idea generale della città, questi monumenti me li sono visitati uno per uno e, approfittando del tempo clemente, mi sono spinto a Capo Howth, un posto di pescatori con ristorantini affacciati sul porticciolo. E’ qui che Leopold Bloom si propose a Molly Bloom nell’Ulisse di James Joyce. Molly disse sì sette volte… evidentemente non aspettava altro!

Segna +1°C il termometro alla partenza della maratona e toccherà +9° nel corso della giornata.  Fa freddo, ma il cielo è terso, senza una nube. Non ho titubanze, correrò come al solito in maglietta a maniche lunghe e pantaloncini corti in cui le gambe godono di piena libertà. Ho in odio i pantaloncini da ciclista e i fuson o fuseaux. Il ritrovo è in Fitzwilliam Square, la deliziosa piazza del quartiere georgiano con le caratteristiche case in mattoni in cui spiccano i candidi ingressi a colonne e gli infissi a vivaci colori. Siamo una marea di podisti. Gli organizzatori dicono che gli iscritti a questa 40^ edizione sono 22.500, un record, la quarta più partecipata d’Europa. Nel 1980 furono 2100. La partenza viene data in quattro ondate distanziate di 20 minuti.

Abbiamo percorso appena mezzo miglio e già costeggiamo uno spazio verde affascinante, il St. Stephen Green, donato alla città da Sir Arthur Edward Guinness, uno di quelli della birra. Poco dopo, passiamo davanti a St. Patrick’s Cathedral, e non resisto alla tentazione di dare un’occhiata al suo interno. Allungo il passo e mi allontano dal percorso di gara, corro velocemente lungo il suo perimetro protetto da una inferriata, ma trovo chiuso il cancello d’entrata. L’altra porta d’ingresso è troppo lontana per raggiungerla, e ritorno deluso a confondermi nella massa dei corridori. Per cui, quando un attimo dopo si presenta davanti la sagoma maestosa di Christ Church Cathedral, il pensiero di curiosare all’interno non mi sfiora nemmeno, e non tento nessuna sortita.

A livello del 2° miglio saltiamo il fiume sul ponte dedicato a James Joyce, uno dei tanti scrittori che hanno reso grande Dublino assieme a Oscar Wilde, George Bernard Shaw, Samuel Beckett, Sean O’Casey, Richard Brinsley Sheridan. Il centro città con le sue principali architetture e la Grafton Street è a pochi passi, ma il percorso-maratona non lo prevede, lo costeggia e fluisce verso una strada alberata che immette trionfalmente nel Phoenix Park, annunciato da un obelisco che si staglia alto nel cielo e dedicato al duca di Wellington, il vincitore di Napoleone a Waterloo.

E’ il terzo miglio, usciremo da questo mare di verde di 712 ettari, uno dei più grandi del mondo, al decimo. Magica è l’atmosfera nel correre sui lunghi rettilinei. Accarezzate dal vento, le grandi foglie palmate dei platani cadono sui nostri corpi e sembrano darci il benvenuto nel parco, mentre quelle già al suolo si lamentano crepitando, stritolate dalle suole di migliaia di podisti. Siamo in pieno autunno, e il foliage è in piena esplosione. Quelle di color verde speranza resistono ancora, ma le foglie che stanno virando verso toni più caldi e accesi, caricandosi di sfumature rosse, gialle, arancione e marrone, ineluttabilmente cadono. E per un attimo un senso di precarietà mi invade: “Si sta come d’autunno  sugli alberi le foglie”... Poi i lunghi viali alberati cedono il passo agli immensi prati e il lunghissimo fiume di podisti multicolori descrive meandri in un mare d’erba.

Siamo a metà gara, e continuo a correre ad un ritmo costante e prudente, un po’ perché non voglio dannarmi l’anima e godermi il paesaggio, un po’ perché mi sono ben studiato il grafico dell’altimetria, che assomiglia ai denti di una sega. Fino al 20° miglio non c’è un tratto pianeggiante ed è una serie continua di saliscendi che oscillano fra i 15 e i 50 metri. E’ un percorso muscolare che va preso con le pinze se non si vuole pagare pegno nella parte finale.

Usciti dal parco, la maratona continua il suo percorso circolare intorno alla città, lontana dal centro storico, avara di monumenti e prodiga di viali alberati. Le case sono prevalentemente basse in mattoni con tutte le sfumature che vanno dal grigio al marrone, monotone e ordinate. Ad essere fantastico è il pubblico, da fare impallidire quello celebrato di New York, nonostante quest’ultima sia avvantaggiata dagli 11 milioni di abitanti e da un numero infinito di visitatori. E poi il pettorale qui costa 90 Euro, mentre a New York ti spennano con 400 dollari.

Una moltitudine impressionante di spettatori è assiepata dietro le transenne o ordinatamente schierata sui marciapiedi a gridare incessantemente a squarciagola “well done”. Si ha l’impressione che siano presenti non solo i dublinesi ma tutti i 4,83 milioni di irlandesi. A migliaia offrono caramelle gelatinose ricche di carboidrati, in modo che le energie ci sorreggano fino al traguardo.

Dopo il 20° miglio le difficoltà altimetriche scemano e il percorso è prevalentemente in discesa. Mancano 6 miglia all’arrivo, ormai è fatta, è tempo di abbandonare la condotta di gara prudente. Mi aspetta Merrion Square, delimitata da palazzi di tarda epoca georgiana. Allungo la falcata e la frequenza dei passi, e taglio il traguardo in un crescendo rossiniano sotto un cielo d’Irlanda per una volta sgombro da nubi. Hanno concluso la gara 17931 maratoneti. Hanno vinto Othmane El Goumri in 2:08:06 e Motu Gedefa in 2:27:48.

Tornato in hotel, dopo la doccia, a rimettermi in sesto ci ha pensato una pinta di “scura sublime” (James Joyce). Non solo nei momenti felici, anche in quelli tristi farebbe miracoli: “Quando la vita sembra nera come la mezzanotte, una pinta di birra risolverà tutti i problemi” (Flann O’Brien).

 

 

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