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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

Venerdì, 01 Novembre 2019 22:50

Bomporto (MO), 44° Camminata del Lambrusco

1 novembre – Erede di una antica tradizione che un tempo si svolgeva per S. Martino, giorno in cui tradizionalmente “va l’aspro odor dei vini  - l’anime a rallegrar”, questa camminata, del lambrusco ormai porta solo il nome, non più la mostra dei vini (con caldarroste) che si teneva un tempo nel teatrino adiacente all’arrivo, né tantomeno la bottiglia di lambrusco data come premio di partecipazione. Oggi, i più hanno ricevuto la trentacinquesima bottiglietta di aceto della stagione; qualcuno ha avuto anche un paio di calze (io no), altri, invece dell’aceto, hanno avuto dei wafer. Comunque per due euro va sempre di lusso.
Gli organizzatori dichiarano 1534 pettorali venduti, di cui 182 alla prima società classificata, la solita Cittanova, e 171 alle scuole medie locali (dove fossero questi scolari, proprio non so, né appaiono nelle foto di Teida Seghedoni – vecchia prassi quella delle iscrizioni scolastiche gonfiate per ottenere premi a beneficio della scuola). Nelle foto invece appaiono i soliti partenti anticipati alla spicciolata, e la rarità di quelli che indossano il pettorale. Al punto che suggerirei al regnante governo, in caccia di tasse stravaganti da imporre e di manette da proclamare, di mettere in manette chi si spilla ancora il pettorale, come Massimo Bedini (foto ultima), colpevole di classismo, razzismo competitivo, esibizionismo reazionario e quant’altro volete.
Al di là di ciò, la corsa, assolutamente non competitiva, è consistita nella sua versione lunga (variamente dichiarata di 15, 16, 17 km) in un avant-indree sui due argini sterrati del Panaro, l’antico limes langobardicus ossia il confine tra “Lombardi” imperiali e “Romani” papisti: nell’andata avevamo a destra la “Romagna” e le ex paludi prosciugate dai Benedettini a beneficio dei villici “partecipanti”; al ritorno, dopo il ponte in ferro di Solara (residuato bellico rimesso in sesto: foto 153), la direzione sud ci mostrava a destra una serie di belle ville, dotate un tempo di porticciolo privato sul fiume, che era la via principale per raggiungere Ferrara e Venezia (e ci passava persino il Bucintoro degli Estensi: infatti la destinazione finale del Naviglio, che proprio a Bomporto si staccava dal Panaro nelle chiuse cosiddette leonardesche delle foto 43-50, era il palazzo ducale di Modena centro, antico porto-terminal delle merci). Alcune ville si vedono nelle foto 174 e segg., 191 e segg., 239-265. Abbondano anche gli edifici fatiscenti o terremotati (347, 382, 426…) o (dicono) a volte fatti passare per tali; ma c’è anche (preannunciato da una vistosa tettoia in eternit, foto 96-99) un pittoresco suinificio, che assicura la ricchezza e il prestigio delle nostre terre, almeno finché la cultura dell’ “accoglienza” non ci indurrà a sopprimere l’allevamento di questo animale “impuro” (l’unico, diceva Churchill, che ci guarda da pari a pari).
La distanza effettiva è risultata di 14,4 km; era a disposizione anche un percorso da 8 km, in direzione opposta. Partenza e arrivo non più in centro paese, dove probabilmente imperano le bancarelle, ma in un’area di laghetti, dove galleggiano animali di vario genere (foto 14-17) e altri di più ardua identificazione (18). I parcheggi ogni anno si riducono perché avanzano le costruzioni, di quelle villette che Celati chiamava “geometrili”, tutte uguali secondo le mutevoli mode.
Che volere di più? Nella prima giornata con temperatura autunnale, ci siamo rilassati con poca spesa; le competizioni pancia a terra possono aspettare.

27 ottobre – Il primo a parlarmi bene di questa gara era stato il povero William Govi, che la corse nel suo anno di lancio, 2007. Poi sono venuti i referendum tedeschi della rivista “Marathon4You”, che hanno issato Lucerna al settimo posto assoluto del Centro Europa. In mezzo, ci ho messo una consuetudine più che ventennale con le maratone svizzere, sempre ben organizzate… ecco perché in questa domenica così ricca di maratone europee tra le più famose ho scelto di ripassare il tunnel del S. Gottardo e colmare una lacuna personale. Non me ne sono pentito per niente.
Accanto alla maratona, che ha totalizzato 1064 arrivati (232 donne), più una cinquantina di non competitivi, con una leggera crescita sul 2018, si sono svolte una maratona a staffetta di due, una maratonina (che ha raccolto il numero più alto di partecipanti, quasi 6000 con 1939 donne) , una 10 km agonistica con 2320 classificati (997 donne), più altre gare su distanze minori, compreso il “miglio per l’Unicef” cui eravamo invitati pure noi maratoneti dopo il nostro arrivo (eh no, grazie tante ma scusate...).
A prima vista, il costo dei pettorali può sembrare alto (dai 40-50 franchi per la gara più breve ai 120-140  degli ultimi mesi per la maratona), ma non è colpa degli svizzeri se l’euro - che le veline di questi giorni dichiarano “salvato” da quel certo direttore italico – in pochi anni ha perso il 30% rispetto al franco, e insomma quando cominciai a venire da queste parti, con due euro mi davano 3 franchi, mentre adesso il cambio sta a 1,045. Insomma, è come se, ogni tre euro, uno fosse andato nella cartastraccia. E lo chiamano salvataggio.
Il pacco gara non  è ricchissimo, ma solo in Italia si corre per avere una sporta della spesa (vi ricordate il successo del Custoza? ci veniva gente che non corre mai ma che ci teneva alle 6 bottiglie di vino e al pranzo finale omaggio!); va tuttavia aggiunto che, secondo una consuetudine delle migliori gare svizzere (le immancabili Davos e Interlaken, la grandiosa 100 km di Biel, la Stralugano ecc.), il pettorale dà diritto al trasporto gratuito sui treni, bus, tram ecc., all’interno di tutta la Svizzera (cioè dal confine in poi, da e per il luogo di svolgimento della gara). Provate a immaginare quanto mi sarebbero costati 300+300 km di eurocity svizzero (il Milano-Zurigo, con cambio a Arth-Goldau), e adesso capirete perché il sullodato Govi per risparmiare i pernottamenti in hotel preferisse farsi scarrozzare, nella notte precedente la gara, dalle ferrovie elvetiche…
Non me la sono sentita di fare altrettanto, e anche per il soggiorno ho approfittato di un pacchetto offerto dall’organizzazione: albergo di fianco alla stazione e all’imbarco dei traghetti, colazione la domenica mattina dalle 5.30, sacco viveri per il pranzo della domenica (foto 36; in alternativa, pranzo a prezzo convenzionato), rilascio della camera alle 17. E la donna delle pulizie ha lasciato scritti in camera i propri auguri sulla porta della doccia (vedere l’ultima foto del servizio)!
Rapida la consegna dei pettorali, in un prestigioso albergo del centro, sul lungolago, grosso modo al km 2 del tracciato (foto 1-2), contrassegnato da cartelli “la corsa rende felice / sexy / porta divertimento” ecc.; la città si prepara alla corsa e ha tappezzato le strade di passaggio di grossi cartelli di incitamento in tutte le lingue (3-4). Il sabato è dedicato alla visita della bellissima Lucerna, sita in posizione invidiabile al fondo del lago dei Quattro Cantoni (attraversato al suo termine da due meravigliosi ponti coperti, foto 12 e 25), cinta in alto da mura e torri con un camminamento che va fatto per forza (alla fine il gps dirà che ho camminato una dozzina di km: non sarà la preparazione ideale per la maratona, ma arricchisce lo spirito); dotata di alcune notevoli chiese cinque-seicentesche, e soprattutto di un museo (la Collezione Rosengart) ricco del meglio dell’arte otto-novecentesca: da Cézanne a Modigliani, da Matisse a Mirò, da Braque a Kandinskij, da Klee a Chagall, e soprattutto con una sfilza incredibile di Picasso (saranno cento?), che ti danno i brividi. O voi che esaltate il MoMa (pieno di bella roba ma anche di molto kitsch), date un’occhiata alle foto 26-30, e soprattutto venite al Rosengart, la cui cofondatrice Angela, classe 1932 e più volte ritratta da Picasso, è tuttora attivissima in sede.
Per finire la vigilia, verso sera nel duomo (Hofkirche, di fianco alla consegna pettorali: foto 35) c’è una messa cantata in latino e officiata in italiano da un vescovo missionario in Iraq, che ci racconta le sofferenze della popolazione, specie cristiana, erede di una Chiesa fondata addirittura dall’apostolo Tommaso. Dura un’ora e mezzo ma non ci si annoia proprio. I bambini possono lasciare in fondo alla chiesa le loro biciclettine, monopattini, caschi ecc. (foto 34) Chiamasi civiltà, chiamasi Svizzera.
E adesso, siamo pronti per il ‘lavoro’ per cui abbiamo pagato (anche qui, un cartello lungo la strada dice “non lamentarti, hai pagato per questo”). Il giornalino di gara è ricco di notizie e chiacchiere ma non altrettanto di informazioni pratiche, che invece sono magnificamente spiegate sul sito: il mezzo migliore per raggiungere la zona della partenza (nel parco lungolago attorno al grande Museo dei mezzi di trasporto, altra eccellenza da visitare), stante la chiusura delle strade e il dirottamento dei bus, sono i battelli, gratuiti, che partono a getto continuo dalla stazione treni e terminal bus, anche qui contrassegnati dalle solite sagome di podisti con scritte gioiose: dieci minuti di traversata, con possibilità di ammirare i due lati di Lucerna, altri dieci minuti a piedi per gli spogliatoi e depositi bagagli (in due sedi diverse per uomini e donne) e degli oggetti di valore (custoditi a parte in buste sigillate). Ampia disponibilità di toilette, non solo le Toi-Toi chiuse, un po’ macchinose e puzzolenti, ma anche comodissimi urinators aperti eppure con pieno rispetto della privacy (cioè ognuno fa la pipì da solo e non in un tubo di scolo dove la fanno altri cento): per farsi un’idea, foto 42-64.
Siamo pronti per la partenza, che viene scaglionata tra le 9 e le 9.30 a seconda del tempo atteso da ciascuno, che però è lasciato completamente libero di scegliersi la sua ‘ondata’ (indicativamente, ci sono i pacemakers coi rispettivi tempi, scaglionati lungo circa 200 metri). In effetti, è un po’ crudele che uno che la fa in 5 ore o più sia fatto partire alle 9,30, quando la chiusura del tutto avverrà alle 15 cioè dopo 6 ore dal primo sparo.
Ovviamente il cronometraggio avviene mediante chip (Datasport allegato al pettorale) e col solo tempo netto, come per le gare di massa accade in quasi tutto il mondo tranne che in Italia. I tappeti rilevatori sono sistemati alla partenza, dopo 108 metri e ancora dopo 1586 metri (precisione tipicamente svizzera, che confessa - senza nascondersi nello stile italiano - come la lunghezza complessiva della gara sia di 42,373, ma colloca un tappetino chip anche al 42,233 in modo da soddisfarci pure col tempo ‘teorico’ al passaggio).
In totale, sui due giri della maratona, avremo 14 rilevamenti, ognuno misurato al metro, e dichiarato anche nella sua altimetria (si parte e arriva ai 437 metri slm, ma si sale in tre ascese, tra i km 5/26 e 15/36, fino a 470; il dislivello che dà il mio Gps sarebbe 355 metri).
Chiusura totale al traffico, anche nella zona della stazione dove nei giorni normali si concentrano tutte le vie principali di transito; passaggio spettacolare nello stadio di Horw (km 14/35) dove un maxischermo proietta il tuo incedere per una cinquantina di metri, e altro passaggio all’interno del Museo d’Arte (km 18/39, foto 41) con luci psichedeliche. Segue l’attraversamento delle strade più caratteristiche del centro, oggi rigorosamente recintate (i turisti della domenica possono aspettare: fate il confronto con le maratone nelle città d’arte italiane, dove c’è sempre qualche comitiva di pensionati da scansare), e poi sul lungolago verso il traguardo, dove al primo giro avviene la “Wende” ovvero il “Wechsel” tra staffettisti, al secondo si va invece a sinistra per l’arrivo nel museo dei trasporti.
Percorso quasi sempre panoramico, in parte  lungo il lago, in parte sulle colline dove pascolano greggi e mandrie; nei tratti urbani due muraglie di pubblico incitano, diciamo così, all’americana; ma nell’area di campagna sono gli addetti, numerosissimi, che ci applaudono e incoraggiano. Noto che il tifo è selettivo, informato: nel secondo giro, quando noi maratoneti ormai stanchi siamo affiancati dai velocissimi plotoni di coloro che corrono i 10 km (in discesa da Horw al lago), gli incitamenti sono però riservati a noi soli: il nostro nome, stampato in grossi caratteri sul pettorale (foto 7), è ripetuto dal pubblico, con applausi, offerte di “cinque”, complimenti vari: e se rispondi per ringraziare, o alzi un braccio in segno di saluto, subito il nome rimbalza agli spettatori del tratto successivo. Ad un passaggio per il centro, dove le nostre transenne sono rivestite di plastica o qualcosa del genere, il pubblico fa un rumore dell’ostrega picchiando le mani sul rivestimento. Viene un groppo alla gola: questa gente è qui da 4 ore o più, i primi sono arrivati e già docciati, non sei loro parente, e ancora ti fa il tifo!
Ad accrescere la carica contribuiscono la ventina di gruppi musicali sparsi per il giro (dunque, quasi uno a km): si va dalle percussioni agli xilofoni, dai lugubri corni della Jungfrau al coro vocale, dai pochi complessi rock alle tante bande impegnate sul repertorio più vario: verso Horw, mi sento costretto a mettere le parole alla musica di “…uno a te, uno a me, tanto facile è sognar… ti voglio bene, ma bene tanto tanto…” .
E se ti viene la gola secca, ecco un ristoro circa ogni due km: bevande sempre in bicchieri di carta (l’idrosalino ti lascia un simpatico retrogusto di… sardine in scatola), acqua freschissima, banane, barrette energetiche. La salita più dura del km 8/29 trova al culmine un ristoro ufficiale, ma un mezzo km prima un abbeveraggio ‘privato’, gestito da bambine biondissime di 6-7 anni al massimo: anche questa è civiltà,  impossibile non fermarsi!
Se proprio devo muovere un appunto, è per la mancanza di spugnaggi, di cui non avevo letto niente: peraltro, come da abitudine parto con la spugna personale, che intingo o nei bicchieri d’acqua o nelle tante fontane pubbliche. In ogni caso, la temperatura non supera mai i 20 gradi, alle mie andature non si suda granché.
Dal km 41 al traguardo non si arriva mai… per forza, sono quasi 1400 metri misurati. Medaglia dal disegno originale (una nave, il profilo della città, le onde e i podisti), birra, mela, borraccia (vuota, sta scritto sull’involucro, casomai che qualche americano la credesse piena). Un po’ caotico il piazzale del ritrovo, per fortuna i box delle informazioni ti indirizzano prima agli spogliatoi e poi alle navi del ritorno (attraversando il museo e sovrappassando con un ponte il viale d’arrivo: 65-66). Di nuovo l’imbarco e il panorama dal lago, col rimpianto che sia finita.
Ha vinto il tedesco Kay-Uwe Müller in 2.27, con sei minuti sullo zurighese  Philipp Arnold; tra le donne, la svizzera Franziska Inauen in 2.55, un minuto e mezzo davanti alla connazionale Miriam Niederberger. Nella mezza, Niel Burton da Basilea in 1.06:38, tre minuti davanti al connazionale Elias Gemperli; svizzere anche le prime due le donne,  Melina Frei 1.17:52 su Flavia Stutz 1.20:36. Gli italiani censiti sono 28 in tutto (8 maratoneti); all’expo, le uniche due pubblicità italiane sono la maratona di Padova (in inglese) e la mezza di Verona (solo figure).
Con tutto comodo, si prendono i treni (gratuiti) del ritorno: la stazione brulica di podisti. Il mio eurocity per Milano viaggia con puntualità svizzera fino a Chiasso; da lì in 60 km (gestione FS, a pagamento) fa 28 minuti di ritardo, senza che l’altoparlante dica beo, e ovviamente si guardi bene dall’annunciare che hai perso la coincidenza. Bentornati in Italia.

Più di quindicimila appassionati, di 19 nazioni, hanno partecipato al referendum indetto per la 14^ volta dall’egregio magazine tedesco Marathon4you.de per scegliere le migliori maratone dell’anno 2018 nell’area germanofona.

https://www.marathon4you.de/voting/

Ha rivinto, per la quinta volta consecutiva, il Rennsteiglauf, molto più di una maratona annoverando distanze varie, dai 75 e 42 km delle due gare principali (che partono rispettivamente da Eisenach, la città natale di Bach, e da Neuhaus, nel Land di Sassonia) fino a gare più brevi, per concludersi nella pittoresca conca collinare di Schmiedefeld, dopo percorsi quasi totalmente boschivi.

Al secondo posto si è piazzata la maratona di Francoforte, certamente la più continua nei favori dei praticanti, dato che dall’inizio del concorso è scesa dal podio delle prime tre soltanto una volta. Terza per il 2018 è risultata la maratona della Jungfrau, con partenza dalla svizzera Interlaken e arrivo a quota 2100, in un scenario che non ha uguali, e che si sposa ad una organizzazione semplicemente perfetta.

Da notare che il vertice della graduatoria mette insieme una maratona extraurbana-collinare, una totalmente cittadina e una di alta montagna, senza distinzioni ‘puristiche’.
Quarta assoluta è la maratona di Colonia, relativamente poco conosciuta dagli italiani (e invece meriterebbe, se non altro per la bellezza della città); quinta la maratona di Berlino, quella che ogni anno stabilisce nuovi record. Sesta è Hannover; settima è un’altra svizzera, la relativamente giovane Lucerna. Mentre per incontrare la prima austriaca bisogna scendere al decimo posto, dove troviamo non Vienna (scesa al 30° posto assoluto) ma la maratona del Danubio di Linz, seguita da Salisburgo e dalla “Maratona delle tre nazioni” (Dreiländer), che in Austria ha il traguardo (Bregenz), ma in Germania la partenza (nella stupenda lacustre Lindau) e un passaggio in Svizzera. La quale Svizzera colloca al terzo posto nazionale la maratona di Zermatt, che si arrampica fino ai piedi del Cervino (in sostanza, a immagine e somiglianza di Interlaken-Jungfrau).

Le classifiche “di specialità” regalano qualche soddisfazione all’Italia tra le maratone di montagna: dopo l’inarrivabile Jungfrau, e la Allgäu (ultramaratona della Baviera), si piazza terza la maratona di Bressanone (17^ nella classifica generale), davanti a due svizzere, Zermatt e la decaduta Davos; al sesto posto abbiamo poi la maratona dello Stelvio, e al nono quella del Rosengarten di Sciliar.

Il Rennsteiglauf, come detto, è anche la prima tra le maratone extraurbane-collinari, seguita dalla piccola ma bellissima gara di Monschau (che chi scrive si è permesso di raccomandare due mesi fa) e dalla renana Bottwartal; quarta assoluta è la già citata Tre Nazioni, che precede la Oberelbe, suggestiva maratona in linea lungo il corso del fiume Elba, con arrivo a Dresda (la quale Dresda annovera anche, al 24° posto generale, la sua maratona urbana).

Una classifica da tener presente, per chi volesse programmare una gara un po’ fuori dagli “influencer” soliti.

 

Devo emendarmi: raccontando della mezza maratona di Correggio, nelle ultime righe, con l’intenzione di fare un complimento agli organizzatori e giudici, avevo scritto

Da notare (come mi risulta confrontando  i tempi ufficiali con quello visto sul display all’arrivo e quello del mio cronometro) che la classifica è data secondo real-time e non col gun-time. Più che giusto.

http://podisti.net/index.php/cronache/item/5037-correggio-re-36-camminata-di-san-luca.html

Volevo dire: “benvenuti in Europa”. E invece dalla Toscana mi arriva (colla soliha sihumera he honosciamo diggià da un rescente hapo deggoverno che aggoverno sciè appena hornaho mappoi sé ddefilaho), la reprimenda:

E bravo il prof. Marri!!! Viva il "real time", alla faccia di tutti i regolamenti! Deve studiare Professore. Soprattutto il regolamento delle corse su strada.

I giudici-cronometristi di Correggio (cioè la Uisp di Reggio) mi hanno precisato “Alla gara di Correggio non c'era il real time. Certo che come Uisp rispettiamo le norme sul cronometraggio”. Dunque non mi resta che ammettere l’errore: il tempo delle classifiche è quello “sporco”, lasciamo pure che all’antiregolamentare tempo netto si adeguino horsette da ddù soldi come le maratone di New York, Berlino, Chicago, Interlaken, Nashville eccetera straeccetera (e pure Egna e Carpi, ai tempi della Buonanima): nemmeno loro hanno ‘studiato’ il glorioso regolamento italico, che vergogna. Dobbiamo invece essere orgogliosi della nostra italianità, o come dice Vasco Rossi: “siamo solo noi”.

Ma come mai uno solitamente così pignolo e cavilloso come iMMarri l’ha sbagliaho? L’aveva scritto: confrontando  i tempi ufficiali con quello visto sul display all’arrivo e quello del mio cronometro. E – aggiungo -  coi fotofinish di Morselli, forse non omologati dall’Uisp né dall’orologio del campanile di Giotto, eppure visibili online:

1 - la classifica ufficiale mi dà con lo stesso tempo di un altro atleta, eppure le foto del mio stanco arrivo mi documentano in perfetta solitudine. Perché il nostro tempo coincide?

2- la stessa classifica ufficiale mi accredita di 2.10:49  quando la foto scattata appena dopo il traguardo mostra il tabellone che segna 2.11:14. Guarda caso, 2.10:49 è lo stesso tempo registrato dal mio cronometro, fatto scattare al passaggio sotto l’arco di partenza e non al momento dello sparo.

D’accordo, mi sono basato su una singola rondine che – purtroppo – non ha fatto primavera. Peccato. Ritiro i complimenti, e soprattutto, con amarezza, il “benvenuti in Europa”.

Domenica, 13 Ottobre 2019 19:27

Correggio (RE) - 36^ Camminata di San Luca

SERVIZIO FOTOGRAFICO - 13 ottobre – Proverbio emiliano: Per San Locca – chi an’ha semnée se splocca , “per San Luca (ufficialmente il 18 ottobre), chi non ha seminato si strappa i peli”; cioè chi non è previdente, peggio per lui. Bisogna dire che a Correggio stanno seminando bene da parecchio, ed ogni anno in questa occasione – come misura dell’affollamento - si fa sempre più fatica a parcheggiare nei pressi dello stadio.

Che a sua volta è divenuto il centro forse più nevralgico di tutto il podismo reggiano (come dichiaro da vent’anni, il più avanzato della regione): basti pensare che questa gara era la quarta delle cinque tappe competitive del “Circuito correggese”, cui si aggiungono le tantissime non competitive della stagione estiva nel territorio comunale (Prato, Fazzano, Lemizzone, San Martino e chi più ne ha più ne metta, aggiungendo poi anche le campestri).

Nell’ultima curva prima del traguardo,  ho salutato il grande Franco Pederzoli, classe 1945, che pur essendo di San Martino in Rio (cioè a 4 km) è tuttavia l’anima della Podistica Correggese, ed oltre a spendersi per la società ha anche un curriculum di podista niente male, inclusi vari Passatori.

E nella busta contenente il pettorale erano inclusi i volantini di due altre gare previste a Correggio (questa volta in centro) nello stesso pomeriggio del 26 ottobre: la 5^ Camminata in rosa alle 15,30, e i Diecimila alle 17. (Non sto a chiedermi come gestiranno le due diverse onde di podisti: ce la faranno certamente).

Oggi intanto, la maratonina competitiva ha classificato ben 412 partecipanti (72 donne), grosso modo il doppio di quelli che solitamente si vedono in gare del genere: merito, certamente, dell’inclusione nel circuito Corriemilia (oltre che nel campionato provinciale reggiano), e del convergere qui di ben tre coordinamenti, Reggio Modena e Bassa padana (tra Mirandola e Mantova). Altri tempi, quelli in cui oggi si correva la maratona di Carpi e gli agonisti dovevano fare la propria scelta: adesso invece i vari Mastrolia, Paolino & Maurito Malavasi, Werter & Silvia Torricelli, Allesimo e Du Bien Sen non avevano alternative.


Poi c’era l’orda dei non competitivi da 2 euro, persone rispettabili quasi tutte, salvo quelle che già mezz’ora (o un’ora?) prima dell’orario stabilito erano per strada e in qualche caso si stavano dirigendo verso il traguardo (o meglio, verso il ristoro finale), non sempre inalberando il pettorale (foto di Morselli dalla 23 in avanti). Il fenomeno dilaga, ma si potrebbe tentare di limitarlo se gli sbandieratori non fermassero il traffico di chi sta legittimamente andando in auto al ritrovo per lasciar passare, più o meno sulle strisce, questi abusivi, del tutto privi di copertura assicurativa in caso d’incidente.

Il percorso è quello ormai collaudato nelle ultime edizioni (dopo l’abbandono definitivo di quello che si svolgeva a nordest del centro, in direzione di Carpi), che ricalca soprattutto la seconda tappa delle “Tre sere”, allungandola verso Prato e Lemizzone: alquanto monotono nella prima metà, dove consiste prevalentemente in una ciclabile a fianco dello stradone per Reggio; più vario, con tratti campestri, nella seconda, che si chiude con l’attraversamento di due parchi correggesi e il rientro in zona stadio, con i percorsi (competitivo e non comp) separati non solo negli ultimi venti metri come spesso succede ma  a oltre mezzo km dall’arrivo.

Traffico pressoché assente, eccellente controllo agli incroci (noi ‘regolari’ ne avevamo diritto, mica i partenti all’alba), quattro ristori in corsa e uno extralusso al traguardo, comprensivo di mortadella affettata e in cubetti. Pacco gara con bottiglia di moscato o rosé per tutti, e per i competitivi anche pasta all’uovo, mezzo kg di mortadella al pistacchio e mezzo kg di parmigiano, ovviamente a km (quasi)zero.

La gara agonistica è stata dominata, in campo maschile, dal 26enne Riccardo Vanetti (che nel nome sociale ricorda il grande Vito Melito scomparso pochi mesi fa), con un vantaggio di 3 minuti e mezzo (praticamente un km) sul secondo, Lorenzo Gardini più anziano di lui per due soli anni (viva i giovani che garantiscono il futuro del nostro movimento!); i primi due veterani, intendo over-40, sono i due correggesi Davide Salsi ed Emilio Mori (sesto e settimo, dietro il coéquipier Federico Davoli che però ha ‘solo’ 33 primavere).

Più scontata e ‘veterana’ la classifica femminile: quando mancano Morlini e Alfieri, il successo va o alla quarantenne Laura Ricci (che oggi ha corso coi colori nativi della Pod. Formiginese), o alla quarantacinquenne Daniela Ferraboschi, distanziate di mezzo minuto e che hanno fatto il vuoto dietro sé (la terza è a 6 minuti). Nessuna under 35 tra le prime 10, di cui qui vedete le classifiche.

Da notare (come mi risulta confrontando  i tempi ufficiali con quelli visti sul display all’arrivo e quello del mio cronometro) che la classifica è data secondo real-time e non col gun-time. Più che giusto.

 

Ordine d'arrivo Maschile

1 262 1:13:50 VANETTI Riccardo FI ASD ATLETICA MELITO BOLOGNA M AM 1993

2 138 1:17:24 GARDINI Lorenzo UI ATLETICA VIADANA M AM 1991

3 373 1:18:02 VILLA Lorenzo UI ATLETICA MDS PANARIAGROUP ASD M AM 1980

4 16 1:18:27 DAVOLI Federico UI PODISTICA CORREGGIO A.S.D. M AM 1986

5 302 1:18:51 MANTOVANI Michele UI ASD FARO FORMIGNANA M AM 1983

6 35 1:19:34 SALSI Davide UI PODISTICA CORREGGIO A.S.D. M BM 1979

7 28 1:19:37 MORI Emilio UI PODISTICA CORREGGIO A.S.D. M BM 1979

8 275 1:20:04 COSTI Claudio UI GRUPPO PODISTICO LA GUGLIA SASSUOLO SSDM BM 1975

9 258 1:20:11 TOSTI Fernando FI ATLETICA 85 FAENZA M BM 1977

10 66 1:20:11 BERTOLINI Davide INDIVIDUALE M AM 1994

 

Ordine d'arrivo Femminile

1 287 1:25:21 RICCI Laura UI PODISTICA FORMIGINESE ASD F BF 1979

2 319 1:25:55 FERRABOSCHI Daniela UI ATLETICA MDS PANARIAGROUP ASD F BF

1974

3 260 1:31:17 TURRINI Eleonorachiara UI ASD SAMPOLESE BASKET & VOLLEY F AF 1984

4 392 1:31:58 RICCHI Lucia UI 60 ALLORA F AF 1982

5 293 1:33:13 AGNOLETTO Elenia UI ASD FARO FORMIGNANA F BF 1979

6 251 1:35:01 TEACA Galina FI ATL. VIADANA F BF 1979

7 265 1:35:52 VENTURELLI Francesca UI PODISTICA FORMIGINESE ASD F BF 1979

8 290 1:36:10 TORRICELLI Silvia FI CIRC.RICREATIVO CITTANOVA F AF 1983

9 212 1:36:22 PICCINNI Gloria UI ASD SAMPOLESE BASKET & VOLLEY F AF 1983

10 364 1:36:29 BALBONI Anna FI S.G.LA PATRIA 1879 CARPI F BF 1974

6 ottobre – Sul tracciato, sostanzialmente lungomare, che tra due settimane vedrà lo svolgimento della maratona pescarese, ma ovviamente con percorso ridotto, circa 220 dipendenti universitari (di cui ben 78 donne), da una ventina di atenei, hanno disputato la loro competizione annuale, che ogni anno è assegnata ad  una università diversa (nel 2018 fu Pavia; nel 2020 pare sarà Milano, che col suo storico presidente Manfredi Tretola diede impulso a questi campionati, un tempo abbinati alla Stramilano).

Lotta abbastanza serrata per il successo assoluto nella gara maschile, sugli 8,5 km (con una sessantina di metri di dislivello per il passaggio attraverso due ponti sul fiume Pescara): ha prevalso un ‘naturalizzato’,  Eric Edoardo Sanchez Chavez, in rappresentanza dell’Università della Calabria, in 28:57, 10 secondi meglio di Berardo  Nicese (Firenze), che a sua volta ha preceduto di 7” Domenico Perilli di Pisa. A meno di un minuto dal vincitore assoluto è giunto il 4°, primo degli M 40, Francesco Gioviale di Salerno. Un nome illustre quello del vincitore tra gli M 50, Giovanni Guareschi, ovviamente di Parma (31:07).

Parmense è la vincitrice assoluta tra le donne, sui 5 km: Roberta Maestri, 21:32, con oltre un minuto di vantaggio sulla seconda, Veronica Lunerti da Camerino, e due minuti sulla terza, Loredana Rollandi della Statale di Milano. Anche in campo femminile, la quarta assoluta, Silvia Borselli (Firenze) è la prima F 40, immediatamente seguita tra il 5° e l’8° posto nella graduatoria generale dalle vincitrici delle altre categorie: Simona Grimaldi (Catania, F 45), Irene Marzoli (Camerino, F 50), Annamaria Nistri (Firenze, F 55), Cecilia Scoccia (Ancona, SF).

Onore anche ai più anziani: Lina Guglilmello (Milano), unica F 75, ma che ha lasciato dodici podiste dietro sé; Sandro Balelli (Camerino) e Arnaldo Becherucci (Genova), i due M 75, anche in questo caso tutt’altro che ultimi.

La classifica per società (che sommava i punti di partecipazione a quelli dei migliori piazzamenti) è stata vinta nettamente dall’università della Calabria, giunta a Pescara in forze (ben 48 partecipanti), davanti a Firenze (che però schierava solo 19 atleti) e ai padroni di casa di Chieti-Pescara (25 atleti).

La classifica “di merito” (alias “premio qualità”), che suddivideva il punteggio generale per il numero effettivo di podisti,  è stata infatti vinta da Firenze, davanti a Camerino (15 classificati) e alla Calabria. Notevole il quarto posto ‘compensato’ di Parma, giunta a Pescara con soli 10 rappresentanti, ma evidentemente di valore, e di Padova, sesta con 9 atleti soltanto.

Tracciato quasi tutto su strada (chiusa al traffico, con notevole spiegamento di vigili), tranne qualche centinaio di metri su pista ciclabile, in particolare nel modernissimo Ponte del Mare alto 50 metri, e tra i più lunghi d’Europa nella sua categoria. Freccine direzionali non sempre evidenti, specie alla divisione dei percorsi tra uomini e donne, e negli ultimi 2 km dopo il Ponte del Mare, per cui ai corridori è stata praticamente lasciata la scelta fra strada, ciclabile e marciapiedi pedonali. Ottime le strutture di partenza-arrivo, squisitamente completate da torte casalinghe; e pronta l’esposizione delle classifiche by Sdam  (coi chip a ‘disco volante’); non avrebbe guastato un tappetino di controllo al giro di boa maschile, dopo circa 4 km.

Dopo qualche aggiustamento, specie nelle classifiche di categoria, le premiazioni si sono svolte regolarmente, al centro-gara in un albergo a cento metri dal traguardo, poco più di un’ora dopo l’arrivo dell’ultimo. Festa completata dal pranzo sociale nello stesso albergo, durato meno del previsto e che ha consentito a chi lo volesse, prima della partenza degli affollati e ritardanti treni per il nord, una visita alla Pescara storica, soprattutto alla casa natale di D’Annunzio aperta straordinariamente anche la domenica pomeriggio.

Venerdì, 04 Ottobre 2019 22:14

Bologna: un San Petronio “Strafico”

4 ottobre – Nella ricorrenza del patrono di Bologna, San Petronio, si è svolta la seconda edizione della StraFICO, la corsa enogastronomica non competitiva per tutti all'interno della cittadella dell’alimentazione contadina  sorta a nord di Bologna. I dati ufficiali Uisp parlano di 1000  partecipanti, non solo bolognesi (rimasti orfani al penultimo momento della gara ufficiale del Cordinamento, ‘intelligentemente’ programmata a un km da FICO), ma da tutta Italia, anche stranieri come tedeschi e americani.

È stata una corsa o camminata di 5 km, ognuno dei quali marcato da una ‘tappa’ o ristoro di specialità tipiche (polenta, piadina, purè, squaquerone… e vini o bevande analcoliche sempre diverse), con l’ accompagnamento di Radio Bruno e dello speaker Leonello Viale che domenica scorsa era a Ferrara e oggi ha annunciato le prossime maratone, non solo di Bologna (sempre sponsorizzata da FICO) ma addirittura di Carpi. E se su Bologna qualche dubbio l’abbiamo, su Carpi poi…

Il tracciato era in sostanza il perimetro interno del parco, tra i vigneti, le piante rare e gli animali (particolarmente apprezzati dai bambini, attratti soprattutto dai somarelli e dai maialoni di varie razze e dimensioni enormi, alla faccia di chi non li vuole gustare perché il Libro lo vieta), con uno zigzag un po’ più lungo nello spazio del festival “Lanterne”, ovvero estremo-orientale tra Budda e pagode (e ai margini i dinosauri, la cui pertinenza resta dubbia, e certamente non si mangiano).

Qualche piccolo disguido di segnalazione, negli attraversamenti all’interno dell’area coperta quando si presentavano i bivii per il primo o il secondo giro, non ha fatto comunque perdere nessuno, perché come diceva Dalla, a Bologna non si perde neanche un bambino.

Quote di iscrizione non particolarmente popolari (10 euro per gli adulti, 8 per i bambini, gratis per gli under 5 e… i cani), ma compensate da vari benefit, come l’accesso gratuito alle giostre e il parcheggio gratuito, e naturalmente dai ristori gastronomici, inclusa la mela che i due piccoli della foto stanno assaporando con gusto dopo la fine della prova.

Mentre a pochi chilometri andava in scena l’ennesima calata di braghe della fu-civiltà cattolica, sotto forma dell’invito vescovile a confezionare tortellini senza carne di maiale (e perché non anche vino senza alcol?) per ‘accogliere’ chi, a casa sua, non esita a trattare in ben diverso modo gli ‘infedeli’, e a casa nostra non ha paura, poniamo, a castigare come sa lui la figlia che rifiuta il matrimonio combinato col settantenne, qui si è conservato l’orgoglio di proclamare al mondo la propria unicità, culturale, sportiva, gastronomica. Non esente da dubbi (perché solo i talebani di ogni confessione non hanno dubbi), come aveva già capito Guccini: “Lo sprechi il tuo odor di benessere  - però con lo strano binomio - dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio - E i tuoi bolognesi, se esistono - ci sono od ormai si son persi - confusi e legati a migliaia di mondi diversi”; però bolognese: “bolognese invece”, si diceva una volta; quando il romanesco Trilussa inscenò un maiale filosofo a predire al somaro “via, nun fa’ lo scemo - ché forse un giorno ce ritroveremo - in quarche mortadella de Bologna”.

Fin che dura, come si dice in gergo, è “tutto molto fico”.

Martedì, 01 Ottobre 2019 00:19

La maratona di Bologna ricomincia da 1

Perfino il “Corriere della sera” di Bologna, ieri 29 settembre, ha dedicato una pagina intera (o perlomeno, un titolo a tutte colonne) all’evento, sia pure mettendolo insieme alla fantasiosa idea delle Olimpiadi 2032 che puzza alquanto di propaganda elettorale (le olimpiadi in una città che sta radendo a zero la pista d’atletica dello stadio? Ai membri del CIO faranno vedere il campo Baumann?).
In ogni caso, ecco il comunicato di Bologna Sport Marathon ASD emesso il 28 settembre:

Il prossimo anno è in arrivo una grossa novità nel calendario dei grandi eventi sportivi nazionali.

Finalmente anche la città di Bologna avrà la Maratona.

La FIDAL ha ufficializzato che Domenica 1 marzo 2020 si svolgerà la prima edizione della “Bologna Marathon”, progetto sul quale già da mesi l’assessorato allo Sport del Comune di Bologna assieme al team organizzativo della “Bologna Sport Marathon ASD” stanno lavorando.

Tante novità verranno proposte per questo evento, che si candida già come riferimento per il mondo podistico italiano e non solo.

Sarà un percorso cittadino, con partenza ed arrivo in Piazza Maggiore, che attraverserà le più belle piazze e strade della città, coinvolgendo i principali portici cittadini, valorizzandone anche la recente candidatura a Patrimonio Unesco.
Oltre alla distanza classica dei 42 km, verranno proposte una gara di 30 km, ideale come preparazione per altre distanze lunghe, ed una corsa non competitiva di 6 km, aperta a tutti.

L'Expo Village, centro di riferimento nei giorni precedenti all'evento, sarà organizzato presso Fico Eataly World, presentandosi come un'occasione nella quale gli atleti e i visitatori potranno vivere un’esperienza a tutto tondo all’insegna dello sport endurance e non solo.

Il progetto, in sinergia e collaborazione con le numerose realtà sportive e podistiche di Bologna, intende proporsi come punto di riferimento di altre iniziative sportive sul territorio che verranno organizzare durante tutto l'anno.

L’obiettivo della Bologna Marathon sarà quello di entrare tra i grandi eventi della città, per la città. Tutti i dettagli saranno condivisi nei prossimi giorni attraverso i canali ufficiali di comunicazione dell’organizzazione.

 

Mancano cinque mesi e due giorni alla data presunta del parto, ma il sito appena messo in piedi non dà altre informazioni, ad esempio sul percorso: le poche foto messe in circolo mostrano podisti che corrono anche sui ciottoli di via S. Stefano, fondo – direi – turisticamente suggestivo ma alquanto improbabile per chi corre con scarpette sottili. Correre nei portici, poi? Ricordo la prima personale maratona di Bologna che corsi nel 1991, anche allora partenza e arrivo in piazza Maggiore: in via dei Mille osai andare sotto il portico, subito un addetto dell’organizzazione mise la mano al taccuino minacciando la squalifica; oggi poi che tutti i portici sono occupati da sedie e tavoli dei bar, con l’aggiunta di qualche scivoloso residuo canino, sarà una bella lotta farci passare i podisti.

Comunque, la Fidal ha già omologato e assegnato la data: è vero che aveva pure già omologato e assegnato la data del 1° novembre 2018, dove poi a correre la maratona si ritrovarono Alessio Guidi e pochi altri, compreso uno che non doveva esserci…, dunque non è che una data sul calendario significhi che la corsa si faccia davvero.

A mia memoria, l’ultima maratona bolognese capitò quella domenica di aprile 1996 che segnò il trionfo elettorale del bolognese (e, dicono, maratoneta) Prodi, ma segnò pure il tracollo dei partecipanti (solo 400) e il tracollo finanziario dell’organizzazione di allora, che qualcuno mi quantificò in 26 milioni di lire: il capo di quell’organizzazione (dicunt, aiunt) da allora impedì a chiunque altro di usare il marchio registrato della maratona: ma il benemerito personaggio è morto lo scorso febbraio, e adesso (dicunt, aiunt) la maratona si farà.

Per usare una frase fatta, avremo modo di riparlarne.

29 settembre – Secondo alcune numerazioni, più o meno ufficiali, questa sarebbe la 46^ edizione della maratona di Ferrara. Curiosamente, quando ci avevo partecipato per la settima e (allora) ultima volta, il 27 marzo del 2011, quell’edizione si presentava come “1^ Ferrara Marathon & Half Marathon”, sia pure raccogliendo l’eredità della maratona di Vigarano, esistente già da prima che il sottoscritto cominciasse a correre le 42 km (dunque molti, molti anni fa). Ricordo il compianto Corà padre, che batteva i nostri raduni di podisti offrendo i pettorali della rinascita a 10 euro, quel tracciato ricavato dalla mezza maratona di Ferrara, e che per la prima volta non faceva tappa a Vigarano, alla Diamantina, al petrolchimico con la fiamma accesa in alto sulla ciminiera…

Comunque sia, ben venga la numerazione complessiva, che ci riporta al tempo in cui il podismo si organizzava e si correva in dialetto… Altri tempi: oggi, il major sponsor (da ringraziare, ci mancherebbe altro!) si presenta come specialista di bakering, quello che una volta si chiamava, da queste parti, furnaar, quel c’al fava al ciòppi, ma adesso è più moderno definire “professionista della panificazione”; e le sue cioppe tenere e squisitissime, distribuite al ristoro finale, si chiamano ‘coppie’ (non oso chiedere il loro nome in inglese).

L’Italia ha il fiato corto, pende dalle labbra dei big brothers o di Pippi calzelunghe, e lo sport non fa eccezione: la maratona di Ferrara, che negli anni eroici sfiorava i mille partecipanti, l’anno scorso per… colpa della Juventus dovette spostare la data tradizionale da marzo (“Vigarano di marzo fiorisce tra Pieve e Mainarda”, cantava al Battisti ad nuàtar) a fine settembre, pagandola con la perdita di un quarto dei partecipanti (445 arrivati contro i 596 del 2017). Si è insistito sul settembre, e gli arrivati sono calati ancora, oggi a 411: certamente non ha influito la concomitanza con la ecomaratona bolognese di Monte Sole (desertificata da ben 31 finisher !), forse qualcosa hanno tolto le maratone di Berlino e di Budapest, molto apprezzate dai maraturisti. Il bilancio ferrarese diviene però più allegro se si sommano i 506 che hanno finito i 30 km (diciamo, 29), e i 788 al termine della mezza maratona.

Insomma, questa mattina di fine estate (sic) ha visto Ferrara riempirsi di gente allegra, ben sopportata (non supportata)  dai residenti, e ottimamente sostenuta dall’apparato comunale: in Italia, non ho mai visto tanti vigili presidiare le strade come oggi, e tante rotonde transennate precisamente, con vie di passaggio sempre chiarissime. Chissà che anche da questo non si veda il volto nuovo di un’amministrazione finalmente rinnovata dopo settant’anni alquanto, diciamo così, monocordi.

L’allegria è massima nella zona occupata dagli “Arrivo piano, ma arrivo” di Alessio Guidi (Un presidente, c’è solo un presidente!), che ha incluso questa maratona tra le sue Six Minors, ma non la può correre per le deplorevoli ragioni che sappiamo: intanto, celebra i cento nuovi tesserati al suo gruppo per quest’anno. Merita davvero la squalifica per eccesso di proselitismo.

Non male l’organizzazione: due parcheggi gratuiti a disposizione entro un km dal via, entrambi molto vicini alla doppia collocazione delle docce (peccato però che il pastaparty fosse a 150 metri da uno dei due parcheggi, ma a quasi 2 km dall’altro); consegna pettorali veloce e senza troppe formalità, servizi tutti collocati nei dintorni del castello (ma mi chiedo se la custodia borse non poteva essere più vicina, specie considerando la lunga camminata poi necessaria per raggiungere le docce); bel pacco gara, con maglietta, asciugamano, uno squisito succo di mela, e le solite bustine fitofarmaceutiche che ormai ti danno in tutte le corse, supponendo che i maratoneti abbiano bisogno di fare tanta plin-plin mentre semmai, data la loro età prevalente, avrebbero bisogno di farla meno spesso…

La novità del percorso era stata vantata, specie per i 14 km (forse 12-13, anche considerando il km a doppio senso all’altezza del giro di boa del 21) corsi sull’argine destro del Po, indubbiamente comodi per la mancanza di traffico (oggi vietato anche alle bici), affascinanti per taluni squarci (le isolette a pelo d’acqua popolate di gabbiani, le chiesette che emergono nell’aria brumosa), ma che dobbiamo abbandonare proprio quando il corso del fiume diventa più vario, piegando a nord verso Ro e Polesella (dove c’era l’ultimo ponte di barche, e dove Visconti ambientò il suo film tutto ferrarese, “Ossessione”, presto imitato dal ferrarese Antonioni con "Cronaca di un amore").

Rivedo nella mente i camion che, all’epoca, percorrevano la statale proprio sull’argine; o Guareschi che la fece in bicicletta cercando qualche traccia del “mondo piccolo” (e infatti la foto fatta dall’argine, di uno di quei paesini che vediamo anche noi oggi, divenne la copertina del primo Don Camillo); ogni tanto, un suono di campane nascoste viene dall’altra riva.

Il momento epico (per dirla con Carducci “Canta del Po l’ondisona riviera. - O terre intorno a gli alti argini sole - ove pianser l’Eliadi…") finisce con la discesa in pianura (località Ruina, nome-presagio); ora la strada in pratica costeggia l’argine da basso: vediamo gli ultimi podisti ancora sull’argine, prima del km 20, e ci chiediamo se staranno nel tmax delle 6 ore (con un po’ di tolleranza, sì). Non è che i paesaggi siano molto attrattivi: a Fossa d’Albero si intravede un “luogo di delizie” estensi, divenuto albergo; più avanti (Pescara?) c’è una chiesina che il cartello indica del Quattrocento, ma all’esterno sembra tutta moderna. Poi si comincia a vedere all’orizzonte il palazzone vicino alla stazione di Ferrara, e respiriamo odore di traguardo (ma mancano quasi 10 km, compreso il giro quasi per intero da fare sotto le mura).

I pacemaker con palloncino ci superano sempre prima di quanto speriamo; spesso sono soli, eppure fischiano come se dovessero avvertire il pubblico ai bordi (voglio esagerare dicendo che prima di tornare in città ho visto al massimo venti persone sulla strada, a parte gli addetti). Al km 26, puntuale come in ogni maratona, mi supera il compatriota Aligi Vandelli, SM 70, che resisterà ai crampi finendo appena sotto le 5 ore (e al traguardo mi dirà con giustificato orgoglio che suo figlio ha finito il Tor des Géants in 138 ore); l’altro paisà Lorenzo Borghi, che avevo passato alla mezza quando camminava insieme a Maurito, si riporta sotto e con la sua tattica di alternare tratti di corsa ad altri di passo raduna qualche suiveur e mi precederà, come fa Giorgio Salimbene, già ‘sfidato’ a Prato due settimane fa, dopo uno sprint al rallentatore che dura per tutto il monumentale km di corso Giovecca. Siamo tutti col fiato corto, e da quel bel po’.

Ristori sempre puntuali e ben forniti, con acqua fresca distribuita sia nei bicchieri sia in bottigliette: al 35 (eravamo già dopo l’una, e anche se non c’era l’afa di Doha, i 30 gradi li stavamo sfiorando) bevo quattro bicchieri, due di acqua e due di idrosalini (“al saal ad Fraara”, molto gradito), poi da un’auto di passaggio un atleta ritirato mi offre una bottiglia intatta, e finirò anche quella, versandola pure sulla spugna, dato che negli spugnaggi ci sono solo bacinelle di acqua stagnante, alimentate ogni tanto da tanichette, e con tanta gente che ci ha messo le mani…

Opportuna la collocazione dei quattro rilevamenti Tds (10, 21, 30 e partenza-arrivo, che ci dà anche il tempo netto), a scongiurare tagli: giusto tra il 10 e il 21 sto con Franco da Pont Saint Martin, tra gli organizzatori della maratona di Val d’Aosta, e il discorso scivola su quel rilevamento che non scattò là (e alcuni furono ‘graziati’, altri no, come il buon Bubu Furlan che ci sta dietro di poco con Paola Noris, in fotocopia rispetto a Prato).

Il castello ci appare all’ultimo istante (come il Duomo di Colonia all’arrivo di quella maratona); i nostri Gps hanno segnato il 42,2 già da quattro o cinque centinaia di metri, ma questo percorso è omologato Fidal,  come contestarlo? Utilissimo il ristoro finale, incluse al cioppi ed pan ad Frara (per il vino si può andare quasi di fronte, all’enoteca ariostesca-copernicana di Cucchiulino); un po’ meno belli i quasi 2 km da qui al recupero bagagli e poi alle docce (tiepide) presso la palestra del liceo Ariosto, e al pasta party che sta per chiudere, alle 15,30, quando arriva l’ingegner Liccardi con qualche altro finisher intorno alle 6 ore (e allora è giocoforza servire anche loro).

Ferrara è gloriosa parte nella storia della maratona italica; si vedrà l’anno prossimo se le novità del 2019, e la chiave consegnata come medaglia, terranno aperto il cuore al popolo delle lunghe.

Per il comunicato ufficiale:

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/4935-ferrara-marathon-vincono-kibet-ken-mutai-e-federica-moroni.html

21-22 settembre – Il passaggio di stagione è stato celebrato, a Modena e dintorni, con due corse ‘abbastanza’ ludico-motorie, tra il centro città e il confine sud del Comune. Finita la stagione delle infrasettimanali, con l’autunno che ogni giorno sottrae luce, si sfruttano unicamente i weekend: il pomeriggio non troppo avanzato del sabato (perché alle 7 fa già buio) e la mattina della domenica, che per i cosiddetti “partéss prémma” è anticipata alle prime luci dell’alba. Naturalmente restano possibilità di evasione fuori provincia: sta anzi cominciando la stagione più intensa delle maratone e delle mezze; ma per chi non se la sente o non è capace, benvenuti anche gli scampoli settembrini.

Eccoci dunque sabato 21 al cosiddetto Parco Ferrari, che per un annetto fu chiamato Modena Park dopo che il Vasco ci fece il concertone (adesso però è un pezzo che la canzone “ModenaPark”, ovvero “Colpa di Alfredo”, non si sente più: tout passe, tout se remplace), e che i vecchi modenesi continuano a chiamare “Aftodròmo”, memori di quando ci sfrecciavano le auto di F1, tra Ascari e Surtees, o le moto di Provini, Agostini, Francesco e Walter Villa.
Sabato 21, dicevo,  si va al 2° “Allena la mente” (in meritorio sostegno dei malati di Alzheimer), dopo aver scelto tra le due facciate del volantino, una delle quali dichiarava la gara “domenica 21 settembre”, e l’altra “sabato 21 settembre”.

Lochèscion, il Parco, arcinota anche ai podisti, che la incontrano come sede, o passaggio, di almeno altre sei- sette gare ogni anno, inclusa la tappa intermedia della defunta maratona d’Italia, nonché di allenamenti a volte condotti, cronometro alla mano, dai due venerati santoni Gigliotti-Finelli.

Ma qui siamo al livello più ludico possibile, come svela già, all’arrivo, la voce di due speaker impostati sullo stile Gialappas, che fanno apparire sobrio persino il Paolo Mutton di secoli fa, e addirittura un austero regimental il Brighenti quotidiano: e riescono a coinvolgere nella loro forzata sproloquiante allegria persino l’assessora, convenuta malgrado il suo fisico dimostri poca dimestichezza con la pratica sportiva (lo potete commisurare nella foto 383 di Teida Seghedoni, quando al traguardo si confronta con una sportiva autentica, la Tina Turner dalla criniera al vento nelle foto 312-313).

http://podisti.net/index.php/component/k2/item/4882-21-09-2019-modena-2-allenalamente.html

Per il resto, è come andare in piscina: ci si tuffa quando si vuole, si esce dalla vasca a proprio piacimento, ci si rientra, si flirta con la vicina di asciugamano, si fanno dieci metri a tutta e quaranta in souplesse, si fa il ciaomama alla fotografa in attesa di postarlo su Fb, ecc.
Una mezz’ora prima del via, come le foto vi documentano, è tutto un girare in tondo: alla partenza ufficiale delle 17 ci presentiamo forse in un centinaio (su 500 iscritti dichiarati complessivamente). Mi colpisce la deliziosa scia profumata (a me pare talco, ma lei precisa trattarsi di vaniglia più zenzero) della più desiderata tra le podiste modenesi,  imperlata ma non imbruttita dal sudore per un giro già finito, e stranamente non circondata da stuoli di calabroni maschi, ma quasi esclusivamente da donne, o addirittura solitaria (Teida la immortalerà mentre si allaccia una scarpina nel bosco, foto 243-247). A grande richiesta, si concede per altri due giri; per gli altri due (tali da finire il plenum nominale di 10 km), la compagnia sarà offerta da Allesimo, e in particolare da Simona, che deve raccontarmi forse di nove maratone corse nelle ultime nove settimane e mezzo… e ha già la borsa fatta per andare con Alle  domani alla maratona del Mugello. Così passa un’oretta piacevole, tanto per riprendere confidenza coi battiti cardiaci, fra una 42 e un’altra.

L’indomani, il calendario del coordinamento prescrive una corsa a Quarantoli (Mirandola), estrema periferia nord della provincia, a quasi 40 km dal capoluogo. Da quelle parti hanno avuto or ora la forza di cambiare l’amministrazione comunale, dopo 70 anni di predominio di una parte sola (con annessi affidamenti famigliari alla famosa associazione Hansel & Gretel) ; ma non sono ancora riusciti a convincere i modenesi a sud di Carpi a frequentare le loro corse (fortemente decadute rispetto ai tempi mitici della Sgambada). Risultato, a Quarantoli dichiarano 400 presenze (quando la media modenese sta sempre sopra le 1000, talora 1500). E gli altri? Personalmente, come negli ultimi due anni vado alla “Meridiana” (a Casinalbo, una decina scarsa di km a sud di Modena), convinto di trovarmi, al pari degli anni precedenti e anche in forza della pioggia, insieme a poche decine di amici, intrufolatisi in quella che da 9 anni è la sfida competitiva tra i due circoli tennis appunto della Meridiana e del Villaggio Zeta di Modena (da qui il nome “Merizeta”).
Invece, Dio li benedica, eccomi coi parcheggi già pieni a mezzo km dal posto, la Teida in bici che fatica anche lei a trovare un parcheggio, varie  tende sociali (anche di società fedelissime al Coordinamento: foto 20) piantate nel prato antistante alla partenza… E soprattutto, all’iscrizione, mi sento dire dalle addette che i pettorali sono esauriti (possibili le iscrizioni solo per gli appartenenti ai circoli, impegnati nella sfida).
Ma abbiamo ugualmente il permesso di correre, eventualmente corrispondendo un eurino di libera offerta; è la seconda volta in vita mia che corro senza pettorale (la prima fu per uno sciopero dichiarato), e penso a quei personaggi che, abituati a correre da portoghesi, oggi lo faranno senza poter essere accusati da nessuno ( un compatriota ad honorem di Cristiano Ronaldo compare anche nelle foto di Teida, e fa perfino l’allegrone sbracciandosi quando vede la fotocamera: tanto, è gratis anche quella).
Quanti saremo? Boh? Il calcolo è reso arduo dall’inevitabile conseguenza del calo di qualità dei presenti: nel senso che, dico poco, duecento persone sono già in giro sul percorso (un avant-indree da 5,350 km x 2), magari con gli ombrelli; degli altri, solo i tennisti competitivi paiono soffrire nello sforzo agonistico (foto 204 per esempio), mentre i restanti si divertono, chi come suo solito annusando la scia di donnine mentre la moglie sovrappeso è rimasta alla tenda, altre invece correndo in tutta solitudine e grazia (foto 300, 330).

Tutto molto bello, per citare ancora la Gialappas. Che succederà fra un anno? Magari, la Merizeta sarà promossa a gara ufficiale del Coordinamento (chissà se voleranno gli stracci alla prossima riunione mensile), e ai mirandolesi resterà la vendetta che mi annunciarono minacciosamente quando li scoprii alla Corrida senza pettorale: “Vuàtar mudnìas an gnii minga al nòstar cùrsi, alora nuàtar a vgném a Modna e an paghèm minga”.

15 settembre - Ci sono due sole cose che non quadrano in questa seconda ecomaratona di Prato: prima, ma non in ordine d’importanza, la mancanza di docce, che ha ridotto noi arrivati ad attingere all’unica fontanella in zona (nella foto 33 vedete l’avvocato Reali, nella 34 Gianfranco Toschi, il ‘supermaratoneta dell’alba’, che si rinfrescano dopo l’arrivo). C’erano, è vero, molti bagni chimici, ma ovviamente senza acqua; eppure, se non si voleva allestire docce da campo, ci si poteva indirizzare verso i vicini campi sportivi, o in qualche palestra scolastica: non eravamo legioni.
La seconda cosa, più grave, viene dai numeri: di fronte alla tenuta degli arrivati nella mezza (305, contro i 307 del 2018), la maratona vede entro le 7 ore del generoso tempo massimo solo  139 podisti (di cui 29 donne), col risultato che parecchi dei tantissimi premi di categoria (ben 120, oltre ai premi per gli assoluti: vedete il mio nella foto 43) sono rimasti senza aggiudicatario’.  Segnalo peraltro che era disponibile anche una maratona-walking non competitiva, partita un’ora prima (e io ci ho messo una trentina di km a raggiungere quel nugolo di simpatiche magliette gialle); e una camminata di 7 km, cui ha partecipato, col papà, Indro Neri, leggendario iniziatore della Dead Runners Society e rientrato da poco dagli Usa.
Peccato per il calo, dico (mi sussurrano che potrebbe dipendere dalle cattive impressioni sul tracciato del 2018, più bruttino di questo): perché a differenza di una disastrosa maratona stradale allestita a Prato per pochi anni al principio del secolo, questa Ecomaratona ha un percorso molto bello, cominciando dalla sede della partenza, dei primi e degli ultimi due km (foto 17-20, ecc.), il Parco delle Cascine di Tavola (a ovest di Paperino, per ricordare quel capolavoro di comicità toscana del 1981); proseguendo con la dolce salita al parco e alla villa medicea di Poggio a Caiano del km 11; poi il bellissimo bosco ovvero “Bargo” dei km 14-16, seguito dal lungo argine dell’Ombrone che, con qualche interruzione e trasbordo da una riva all’altra, da un canale all’altro, da un boschetto all’altro, anche attraverso la comoda ciclabile “Fausto Coppi”, porta a Quarrata e da lì al bel parco-museo Quinto Martini di Seano, con tante umanissime statue di bronzo (la ragazza che vuol prendere l’oca ci scorre proprio di fianco) dell’artista locale scomparso da pochi anni.
Ancora argini, riecco il km 39 che era già stato il nostro 18, ma questa volta non ci costringono a voltare a sinistra per l’Ombrone (“non siamo noi che ti costringiamo, sei tu che scegli di andare per di là”, mi aveva rimbeccato argutamente lo sbandieratore), instradandoci invece sul percorso che era stato della 21, col rientro nelle Cascine per arrivare anche noi, Deo gratias.
A occhio e croce, almeno i 3/4 del tracciato erano su sterrato, con tanta ombra nei boschi e un sole implacabile sugli argini: il gps parla di un dislivello di 225 metri. I pochi tratti su asfalto (il più monotono, quello iniziale nel centro di Tavola) erano presidiati in modo eccellente; abbondanti le segnalazioni (frecce, bandelle) lungo il percorso, con l’aggiunta di segnalatori ‘umani’, spesso in vista l’uno dell’altro. Ristori e spugnaggi (compresa acqua da bere) molto numerosi e forniti.
Quanto alla, diciamo così, ospitalità, i pratesi si sono collocati nella migliore usanza toscana (direi soprattutto senese): un pasta party del sabato sera che era un vero cenone (da due primi a due piatti di carne al dolce alla birra: foto 21-22), gratuito per gli iscritti alla maratona, a 6 euro per gli altri; una festa del Csi la sera prima e nell’imminenza del via, dove l’antica tradizione Csi di signore (anzi, ‘signorine’ nubili in età sinodale) non di fascino raggiante è smentita dalle giovani ballerine della foto 24. E di nuovo si ritrovano quasi le stesse vivande della cena (con aggiunta di vino rosso) nel ristoro finale,  da consumare comodamente seduti (foto 35-38), raccontandoci le nostre ‘imprese’, ironizzando sul  terzo posto nella categoria “oro” (over 70, vinta con un tempo strepitoso da Leandro Giorgio Pelagalli, foto 37) dell’ingegner Liccardi (foto 35), piazzamento che andrebbe verificato da chi starnazza su Fb e dall’agenzia DonnaNuda o come si chiama, visti i trascorsi cortisonici del suddetto (sui quali esprime un parere tecnico competente ‘Bubu’ Furlan), mentre l’architetta Noris si fa spiegare i dettagli di quel ponte crollato a Bologna perché l’ingegnere capo non aveva seguito le raccomandazioni dell’ing. Liccardi (che infatti fu l’unico assolto nel processo che ne seguì: ma era il 2001 e ben altri crolli interessarono l’opinione pubblica).
Insomma, non siamo venuti a Prato solo per aggiungere una tacca al curriculum di forzati delle 42 km: preliminarmente, il centro del capoluogo va visitato per il Duomo e la chiesa rinascimentale delle Carceri (foto 13, in allestimento matrimoniale), per il castello e i due musei, comunale e vescovile, ricchi di capolavori, da Donatello a Michelozzo, dai Della Robbia ai Pisano ail ‘locali’ Ardengo Soffici e Lorenzo Bartolini (foto 1-11), e con un eccellente panorama sulla città: ma anche il ‘maledetto toscano’ Malaparte era di queste zone ed è sepolto in posizione dominante. Per chi volesse rivedere il tutto in un allestimento podistico, si presenti o 6 ottobre secondo le indicazioni della foto 45.
Né può mancare un passaggio (foto 39-42) da Paperino, nome leggermente in contrasto con la solennità dei nomi di strade che ci portano (Viale Moro, Viale Berlinguer, e magari anche via Toscana dove le insegne sono però tutte in cinese, qualcuna pure in russo), ma irresistibilmente trascinato dal film che dicevo: d’altronde, se le orde vanno al lago di Braies per suggestione di Terence Hill e delle inverosimili storiacce di poliziotti barbuti e  innamorati, io posso ben permettermi Paperino pensando a Benvenuti che telefona fingendo di  avere una partita di droga dentro una scatola di Tampax (“T come Tossicodipendente, A come Ascisc, senza l’acca”).
Anche a Paperino, e soprattutto ad ovest, c’è qualcosa di buono.

 

Venerdì, 13 Settembre 2019 23:04

Il tramonto dell’estate podistica modenese

11-13 settembre - Ultime gare del tardo pomeriggio nel comprensorio di Modena, sempre presente con manifestazioni (a parte un inevitabile rallentamento ad agosto) per accontentare chi non è in vacanza. Con l’aiuto della vicina Reggio, a giugno-luglio non c’è stata quasi serata in cui non ci fosse una corsetta, di quei 6-8-10 km buoni per mantenere la forma, espellere col sudore le tossine, e socializzare ovvero tentare (quasi sempre con esiti lacrimevoli) di imbarcare.
L’area comunale di Modena ha offerto dunque, tra mercoledì e venerdì, tre gare non competitive: la prima, nel famigerato 11 settembre (quel giorno, nel 2001 si correva a Ganaceto), con partenza alle 19,30 dall’ex ippodromo di Modena (ora miserevolmente ribattezzato Novi Sad, Novi Park, o peggio ancora Novi Ark, come eredità degli antichi gemellaggi di fratellanza antiimperialista tra città socialiste, come appunto fu Novi Sad), era la 5^ “Corri con l’Associazione Leucemie” (AIL), uno o due giri di 4,3 km su un percorso urbano già più volte sfruttato per le 5,30 e altre corse speculative. Qui invece la tariffa di iscrizione era il solito calmiere dei due euro (come per le corse delle sere successive), con la garanzia che il ricavato sarebbe appunto stato devoluto all’associazione suddetta e dunque a fin di bene.

Le foto di Teida Seghedoni documentano l’evento:

 http://podisti.net/index.php/component/k2/item/4801-11-09-2019-modena-5-corri-con-a-i-l.html

Giovedì 12 alle 19 ci si è spostati nella zona sud-ovest, tra il quartiere San Faustino e il villaggio-satellite di Cognento, per la “Corri Ducale”, edizione non specificata ma che ai miei annuari risulta la 8^. Lo strano nome risente della recente mania/nostalgia municipale per i Duchi di Modena (evidentemente chi ci governa adesso li fa rimpiangere) e della bizzarra denominazione “Residenza Anni Azzurri Ducale” della casa di riposo per anziani non autosufficienti presso cui si svolge la gara. Un po’ più giovane, ma non tanto, era l’età media dei partecipanti alla corsa, di 8.2 km con tempo massimo un’ora, che è un po’ poco e infatti stimola la piaga delle partenze anticipate. Va detto però che era prevista una partenza mezz’ora prima per i “camminatori”, e che comunque il ristoro e la consegna finale dei premi di partecipazione si sono protratti ben oltre l’ora canonica, quando ormai era calato il buio. Percorso  gradevole, col sole che andava a tramontare lasciando la spazio alla luna piena. Anche qui, Teida e figlio “Teidino” documentano scena e personaggi (qui in allegato).

Senza fotografi invece la terza serata, nell’altro villaggio-satellite di Albareto, questa volta nel lembo nord del comune, tra l’inceneritore, la linea TAV e la discarica divenuta collina. Albareto è una delle località più frequentate dal podismo, sia come luogo di partenza sia come passaggio (fra due giorni ci transiterà la maratonina del Torrazzo), sia di gare annesse al mini-festival del Partitone sia, come oggi, della Sagra parrocchiale.
Questa era la 18^ edizione della corsa, il giovane parroco ora si chiama don Binu, viene dal Kerala e a volte corre pure (non oggi). Si parte alle 19, la lunghezza massima è di 7 km esatti: le due novità sono che non piove (come invece accadeva sempre in questa occasione) e che il premio finale non sono più gli attrezzi da lavoro che davano una volta (cacciaviti, pinze ecc.) ma l’usuale mezzo chilo di pasta.

Nessuna novità invece nel rituale pienone di iscrizioni fatto dal Cittanova, il cui leader Peppino Valentini presenzia grosso modo a 367 gare l’anno (è tra i pochi modenesi che va a correre anche nell’odiata terra bolognese), offrendo generosa ospitalità agli sbandati che non trovano una tenda in cui custodire i propri bagagli; e niente di nuovo quanto ai partenti anticipati, a occhio la metà degli iscritti: forse volevano correre alla luce del sole, mentre noi normali vediamo la palla di fuoco calare oltre i pioppi e l’argine del Secchia, e, mentre stiamo arrivando, si accendono i lampioni dell’illuminazione cittadina.
Attrazione fatale per molti atleti, lo stand gastronomico che offre sconti per chi ha corso, cosicché anche le losanghe di gnocco fritto, ufficialmente quotate 70 cent, per noi podisti godono di un ribasso del 10%: sempre meglio mangiare qui che consumare i cosiddetti menù filosofici al contemporaneo cosiddetto Festival della filosofia, kermesse annuale dove, ogni anno sotto titoli diversi, le stesse persone dicono le stesse cose, e i “menù filosofici” ogni anno consistono nelle solite cose che appunto si mangiano anche, a prezzo più onesto e senza condimento parolaio, alla sagra di Albareto.

L’estate modenese finisce qui: d’ora in avanti, gare pomeridiane ci saranno solo di sabato, e poi nemmeno più; qualche notturna è prevista nel reggiano a cavallo di settembre e ottobre, dopo di che riporremo le canottiere nell’armadio fino all’estate prossima. Per chi ci sarà ancora.

10 settembre - Dopo la pausa estiva, e le prime 8 gare già disputate, il trofeo Uisp CorriEmilia2019 è tornato con la nona prova, il “7º Circuito Città di Castel San Pietro”, nella serata di martedì con un 5000 in notturna, spezzato in due manches (ore 20,30 – 21,15) per meglio gestire i quasi 250 iscritti (a cui vanno aggiunti i partecipanti della camminata non competitiva, impegnati dalle ore 19).

Nella classifica cumulativa, i vincitori maschili risultano ovviamente appartenere alla seconda manche (quella destinata agli assoluti e under 55), con arrivo quasi in volata che ha visto prevalere il giovane Luis Matteo Ricciardi (dell’Aquadela Bologna) in 15:01, dunque ai 3’ a km in un circuito non semplice, di 1250 metri, con 4 curve ad angolo retto, il rettilineo finale in salita (dislivello complessivo 35 metri) e acciottolato.
Dietro di soli 4 secondi si è piazzato il locale Gianluca Borghesi, un over 40; mentre per il terzo si è dovuto attendere mezzo minuto (è il capolista del Corriemilia nella categoria Assoluti, Kaba Mamadi, del Celtic Druid Castenaso, 15:35), e altri 22 secondi per il quarto e i successivi.

Non c’è stata storia invece per la competizione femminile (accorpata alla prima manche, con i maschi over 55), dove Isabella Morlini dell’Atletica Reggio, già quattro volte prima e una volta seconda a Castel San Pietro, e vincitrice anche dell’ultima prova del CorriEmilia a Zola, ha primeggiato senza soffrire in 18:42 (3:44 di media/km), precedendo di una quarantina di secondi la modenese Ilaria Silvestri (Modena Runners, prima della categoria Under 35 in 19:24), a sua volta davanti per soli 3” alla quasi coetanea Alice Cuscini (Gabbi).

Bel giro, interamente chiuso al traffico (valga come aneddoto che la partenza del primo evento è stata ritardata di 8 minuti per l’attesa di un bus pubblico che doveva transitare nella strada del circuito ma era in ritardo), in un centro storico ottimamente sistemato. Prontissima l’esposizione delle classifiche e celeri le premiazioni, sebbene fossero frazionate categoria per categoria.

Domenica prossima altra puntata del trofeo (delle 6 restanti) coi 10km di Occhiobello, ma è probabile che a decidere sarà il trittico di maratonine Correggio-Voltana-Castemaggiore tra ottobre e dicembre, prima della conclusione a San Donnino di Modena il 22 dicembre con l’ultimo 10km. Per la classifica finale, categoria per categoria, verranno considerate un massimo di 10 prove sulle 15 in programma, più un bonus a forfait per chi terminerà gare in più.

Mi è stato segnalato il romanzo di Adriano Corona Silvano principe del Monreale (resta il dubbio se dopo “Silvano”, dove il titolo in copertina va a capo, ci voglia un punto o un trattino: si veda l’edizione del maggio 2019 presso AmicoLibro, Vico II S. Barbara, 4, 09012 Capoterra (CA) - www.amicolibro.eu): poco più di un centinaio di pagine scritte da un podista amatoriale, ugualmente diviso tra il fascino della sua Sardegna e l’attrazione fatale di ogni maratoneta verso New York.

Il protagonista si chiama Silvano Melas, un bambino come tutti gli altri, ma con qualcosa in più, e  che a 7 anni vedendo in tv il successo di Pizzolato in Central Park si innamora definitivamente della corsa, cominciando a sognare di poter ripetere l’impresa. 
Il racconto segue la crescita del ragazzo, dedicando ampio spazio alle scorribande e avventure coi coetanei nell’incanto dei paesaggi sardi: durante una di queste, i ragazzi riescono a entrare nei ruderi del Castello di Monreale (realmente esistente nell’entroterra dell’isola, a sud-ovest da Sàrdara), di cui appunto Silvano si proclamerà “principe”, valendosi della carica soprattutto per ammaliare la bella Elisa, una ‘continentale’ ma di famiglia sarda, che torna nei paesi degli avi per le vacanze estive.
Ma questo accadrà molto più tardi, attorno ai vent’anni del ragazzo: il quale, prima, ha cominciato a partecipare a corse ufficiali, vincendo a sorpresa una “marcialonga” di 12 km, e incrementando i chilometri fino a partecipare alla prima maratona di Cagliari (reale o immaginaria? personalmente mi capitò di correrne in Sardegna durante gli anni Novanta, ma a Platamona e ad Assemini, non propriamente nel capoluogo), nel momento cruciale dei suoi esami di maturità. Sarà a lungo in testa, crollerà nel finale ma porterà ugualmente a termine l’impresa.
Silvano si affida a un allenatore, Attilio, un vecchio maestro elementare cui era morto il figlio ventiseienne, già maratoneta a Roma 1960 (a ventidue anni? Per la cronaca, il sardo Antonio Ambu gareggiò in maratona a Tokio quando aveva 28 anni) e in procinto di partire per le olimpiadi di Tokio: gli allenamenti si svolgono in buona parte sulle pendici del Monreale, con l’occhio fisso alla New York dell’anno dopo, secondo metodi rigorosi cui Silvano si assoggetta volentieri: la prova generale dovrebbe tenersi di nuovo alla maratona di Cagliari, che però Silvano deve saltare per un attacco di appendicite e susseguente operazione.
Restano pochi mesi, ma l’obiettivo New York rimane fisso, e così sarà, per la 28^ edizione del 1998: nel frattempo, le fatiche della preparazione sono alleviate dalla delicata e casta storia d’amore con Elisa (nipote di Attilio), che ripartita per il continente lascerà a Silvano una poetica lettera da aprirsi solo alla vigilia della maratona newyorkese.
Silvano e Attilio partono alfine per gli States, ed è la prima volta che il giovane, ventunenne, si allontana dalla Sardegna. La stupefatta ammirazione per i grattacieli lascia il posto alla pianificazione della gara, ovviamente diretta da Attilio che però, il giorno dell’evento, lascerà partire Silvano da solo per Fort Wadsworth, limitandosi a raggiungere Central Park per assistere alla gara tramite maxischermo e direttamente al finale.
La descrizione della corsa (le ultime 10 pagine) lascia piuttosto a desiderare (a mio parere), risultando più fiabesca-leggendaria che credibile: in base ai tempi di qualificazione, Silvano è assegnato alla seconda wave (non weve come è ripetutamente scritto a p. 113), eppure dopo poche miglia si trova a tallonare i top runners, inserendosi addirittura, unico italiano, nel gruppo di testa: nemmeno i telecronisti italiani (dalle cui labbra pendono, in Sardegna, gli amici e familiari che stanno seguendo la corsa in tv) sanno chi sia. Silvano è urtato e cade, sembra addirittura che si fratturi un polso, eppure viene rialzato e gonfio di adrenalina (come si suol dire), oltre che col pensiero della ‘sua’ Elisa che gli si è dichiarata per lettera, raggiunge di nuovo i primi, ridotti a quattro. Due perdono il contatto, restano un etiope, ormai allo stremo delle forze, e infine il keniano Mutai, vincitore uscente: a Silvano tornano in mente le parole del suo allenatore: al termine di una maratona, le gambe e la testa ti abbandonano (la seconda cosa, veramente, sarebbe esiziale!), rimane solo il cuore, inteso – suppongo – come coraggio, e solo a quello bisogna affidarsi.
A un km dalla fine l’etiope è superato, resta il keniano, affiancato e poi lasciato indietro a poche centinaia di metri dal traguardo, sotto lo sguardo di Attilio che, sventolando la bandiera sarda dei quattro mori, piange tutte le sue lacrime nel vedere finalmente un proprio ‘figlio’ trionfare in maratona.
Siamo all’apoteosi: il romanzo si chiude con Silvano disteso a terra dopo la finish line, che mormora: “È così bello che potrei morire”.

Che dire, da lettore? È una ‘favola bella’, molto ideale e un po’ enfatica, che forse un editor-maratoneta avrebbe aggiustato sia nell’intreccio generale sia in dettagli, come quello di Silvano che arrivando in corsa dal Queensboro Bridge ammira i grattacieli finora “visti solo in tv” (p. 113), ma che in realtà erano già stati contemplati e fotografati a pagina 108. Oppure l’abuso di virgole, anche in zone proibite come tra soggetto e verbo (“i volontari dell’organizzazione, distribuivano cibi e bevande”, “gli sembrarono in quel momento, parole troppo sussurrate”), tra verbo e complemento o viceversa (“portavano sempre in dono, dei buonissimi pasti pronti”; “la loro unica scoperta interessante, la fecero sotto la casa”, “nonostante avesse corso gran parte della gara, a pochi metri da loro”), tra frase reggente e frase secondaria (“Ci volle circa mezz’ora, per giungere a destinazione”).
Ma sono quisquilie: se la trama vi è piaciuta, vedete di procurarvi il libro e leggetelo durante la prossima trasferta per una maratona. Se poi sarà per la maratona di Cagliari (la cui edizione 2019 è stata annullata, con rinvio al 2020), sarà ancora più a tema.

 

11 agosto – Di questa maratona mi parlavano, molto bene, le buonanime di Beppe Togni e William Govi, che la frequentavano abitualmente nel secolo scorso; nella loro scia, qualche decina di italiani, quelli che non smettono di maratoneggiare nemmeno in  agosto, erano stati in questa incantevole zona della Nord-Renania-Westfalia (sul confine col Belgio e l’Olanda, zona Liegi-Maastricht, a 30 km dalla stupenda Aquisgrana e 80 da Bonn: vedere rispettivamente foto 2-17 e 50-57), dove il paese che dà il nome alla gara è un gioiello da visitare assolutamente (vedi foto 27-28; il nome è una corruzione dal francese, “Monte della Gioia”) e magari mangiarci nella piazza principale, che i vari ristoratori si sono spartiti sistemando i loro gruppi di sedie senza barriere tra l’uno e l’altro, riconoscibili solo dal colore diverso per ciascun ristorante.

Ma il centro maratona è a Konzen (questo nome viene dal latino “compendium”, come spiega la targa nella foto 20), capoluogo della zona nel Medioevo, oggi sulla statale da Aquisgrana a Treviri, ricchissima di reperti romani e di abbazie benedettine, e soprattutto zona centrale dell’impero fondato da Carlo Magno che ad Aquisgrana è sepolto in una delle chiese più favolose del mondo, con annesso un reliquiario dove si va giù pesante, mica le brustoline di santi sconosciuti: san Pietro, san Paolo, san Giovanni Battista, i vestiti della Madonna, la frusta con cui fu frustato Gesù e il perizoma che indossò in croce… Saranno autentiche? Più o meno come certe maratone (auto)attribuite a certi podisti.

La maratona ha già un’età veneranda e continua a piacere: secondo le classifiche tedesche di gradimento, è la seconda assoluta tra le eco-maratone, dopo il grandioso Rennsteig di Eisenach (che in effetti le somiglia molto, come le somiglia l’Hornigsrinde di Bühlertal) e davanti ad altre gare bellissime come la Tre Nazioni di Lindau e la Oberelbe di Dresda; tredicesima tra tutte le 42. Dal 2017 ha aggiunto alla sua offerta una 56 km, che parte due ore prima, sconfina nel Belgio per i primi 14 km, poi ripassa da Konzen dove gli ultramaratoneti (foto 30-33) si uniscono alla spicciolata a noi che ne facciamo “solo” 42, con 780 metri ufficiali di dislivello, circa due terzi su sterrato.

Sono stati in 195 a concludere l’Ultramaratona: ha vinto l’ M 45 André Collet (plurivincitore in passato nella 42 km) in 3.42:35, un buon quarto d’ora davanti al belga Leo Smets di Herenthals (chi ricorda Rik van Looy?). Tra le donne, ha prevalso la campionessa locale Hendrike Hatzmann, una W 35 che ha corso in 4.51, dieci minuti meglio della seconda Mara Lückert.

Per tutti i classificati c’è anche il tempo al passaggio della maratona, casomai anche qui qualcuno abbia delle statistiche da aggiornare. Per dare un esempio, Collet ha 2.49:55, che gli avrebbe permesso di vincere anche la maratona dato che il vincitore ufficiale (su 389 finisher di cui 82 donne), Markus Mey, altro locale di Konzen, ha segnato 2.53:04, tre minuti e mezzo davanti al secondo Manuel Skopnik.

Prima donna in maratona, e sesta assoluta,  è Tanja Schmitt (W30) in 3:07:22 (questa volta, il suo tempo non è insidiato dalla vincitrice dei 56 km); seconda  Andrea Pfister (ricordarsi che Andrea è nome di donna!), W 35, dodicesima assoluta in 3.12, quasi allo sprint su Nora Schmitz di cui sottolineo la categoria, W 20 (quante ventenni vediamo correre maratone in Italia?).

Ben pochi gli italiani: sarà una oriunda Sylvia Traini che ha finito la 56 in 7.05; per la 42, leggo in classifica un Tommaso Papa, M 60 salentino, che ha chiuso in 4.29, mentre arrivando al traguardo ho incontrato (foto 39 messa anche in copertina) il vecchio amico, modenese  della Bassa, Claudio Campi, M 55 gloriosamente tesserato per il Passo Capponi, e che sta girando in camper per le più belle maratone tedesche: pensate che nel 2007 corremmo insieme la maratona del Capodanno a Zurigo, e poi la UTMB. E siamo ancora qua, sebbene Claudio faccia in tempo a docciarsi prima del mio arrivo…

Sorpresa finale, in zona pasta party spunta “Ronaldinho” (foto 44) alias Haroldinho Abauna già visto nell’ultimo anno a Castelfusano e alla gran Canaria, che qui ha partecipato al “Genuss Marathon”, la “maratona del gusto” (per gli anglofili: Run-Fun), insomma la 42 non competitiva, con un tempo massimo esteso a 8 ore e mezzo, cui hanno preso parte 213 sportivi, regolarmente classificati secondo l’ordine d’arrivo anziché l’anonimo ordine alfabetico che pretendono da noi.

L’ “offerta formativa” di Monschau era completata, oltre che dalle gare per bambini svolte il sabato, da tre tipi di maratona a staffetta (a 2, a 3 e a 4 componenti), cui hanno partecipato in totale 400 corridori, con particolare predilezione per la staffetta a 4 conclusa da 67 squadre.

Completando le statistiche con l’info che l’iscrizione alla maratona costa dai 31 ai 39 euro, alla ultra dai 36 ai 44 a seconda del periodo (con un aumento di 6 euro solo l’ultima settimana), devo insistere sulla bellezza assoluta di questa gara, una delle più affascinanti che abbia mai corso: non mi era mai successo, in trent’anni di maratone, che i segnali chilometrici arrivassero prima di quando li aspettassi. Inutile negare che normalmente ‘non vedo l’ora’ che si materializzi il fatidico paletto: “se Dio vuole, siamo già al 25”, oppure “ma quando arriva sto maledetto 26?”. Qui, la sensazione ad ogni km era “ma siamo già qua?”. Beninteso, siamo in Germania e non ti regalano i km come a *** (spesso nelle maratone italiche di serie B il primo km è di 900 metri): ogni paletto era annunciato dal bip del mio Gps, che infatti al termine segna 42,220 (a essere pignoli, i paletti fra il 30 e il 40 erano spostati un po’ in avanti, poi il 41 leggermente più corto ha sistemato le cose). E vi giuro che alla fine mi è dispiaciuto essere arrivato.

Giro quasi totalmente in natura, fondo sterrato o ghiaiato (ma liscio), con ciottoli nell’attraversamento di Monschau (km 4-5) e qualche km di asfalto nelle salite più lunghe, fra il 33 e il 38. Incantevole il bosco dopo Monschau, tra il 5 e il 18 nella parte a bacìo; mentre quando dopo il km 20 si traversa la statale andando nella zona a solatìo, i boschi si alternano a vaste aree coltivate (ci sono anche mulini dedicati alla segale e alla senape), e soprattutto popolate da vacche al pascolo, con un bel venticello fresco che agita le numerose pale eoliche.

Ristori troppo frequenti: la carta ufficiale ne segnala 11, alcuni solo liquidi (acqua, sali, tè, cola, a volte birra e in un caso vino), altri con frutta, barrette energetiche e altri cibi solidi. Specie nella seconda metà, ne ho saltato qualcuno (la temperatura gradevole sui 20 gradi e il vento non facevano sudare troppo): ma come facevo a dire no, verso il km 30, a un banchetto gestito da una bambina piccolissima e dal papà? Un km prima avevo già bevuto a un ristoro ufficiale, qui ho detto prima un “Nein danke”, ma poi ho visto sul tavolo anche quei gommini colorati a forma di pupazzetto o animaletto e ne ho presi due: la bimbetta ha fatto un grido di gioia e ha battuto le mani, a me si sono inumiditi gli occhi. Peccato dover proseguire.

Tanti bambini (tra i 400 volontari totali) anche al traguardo, coll’incarico di dare le medaglie (foto 40-43), di 8-10 anni max, pienamente responsabilizzati, senza adulti a controllare; e due bambini, appena più grandicelli, anche al computer per la consegna istantanea del diploma (funziona ancora benissimo il mio championchip a farfallina, comprato a Ratisbona nel 1997, e che quasi tutti i tedeschi possiedono).

Palestra a disposizione come spogliatoio e deposito borse autogestito (foto 34-35), con abbondanza di toilettes e di docce sia mobili sia in muratura; ristoro finale un po’ scarsino, e tutti ci accomodiamo nel tendone o nelle tante sedie all’aperto (foto 18, 23, 45) a mangiare typish deutsch, bratkartoffeln, fritten, würtschen, landbrot und so weiter annaffiati dalla birra locale Bitburg (con 10 euro ce la caviamo).

Una volta nutriti, ripuliti e riposati, resta l’agio di visitare i dintorni con la nuovissima e superaccessoriata Polo presa a noleggio (60 euro per 3 giorni, 19 litri di benzina per 380 km): dal monastero di San Cornelio (foto 1) al castello e parco di Brühl (una specie di Venaria Reale: foto 46-49), dall’ordinatissima Bonn dove nacque Beethoven e si formò Pirandello (foto 51-52) al corso del Reno, suggestivo nella zona dei “Sette Monti” e nella “Fortezza del Drago” dove Wagner ha ambientato la saga dei Nibelunghi e dove si arriva attraversando il fiume col traghetto: lì dove Sigfrido uccise il drago, anche nella foschia si spazia su Colonia e Bonn.

Avevano ragione Togni e Govi, questa è una gara da fare: peccato che… la Germania ne offra tante, quasi tutte di alto livello, e per quanto io ne abbia corse decine (sette delle prime dieci in classifica, ad esempio), devo e dovrò fare scelte dolorose.

PPPP (Postilla Personale un Poco Polemica). Questa di Monschau è stata la mia trecentesima maratona (lasciando perdere la cinquantina di ultramaratone): la ricorrenza non era programmata, anzi sarebbe dovuta avvenire sei settimane fa in una maratona in val d’Aosta. Ma lì mi sono imbattuto in un giudice Fidal e gestore di chip che, a quanto pare senza autorizzazione federale, è venuto a ‘giudicare’ una maratona non riconosciuta dalla Fidal (come se Renzi andasse ad arbitrare il congresso di Forza Italia senza dirlo a Zingaretti), e notando che dei 6 rilevamenti chip me ne mancava uno (in realtà ne avevo 6, ma uno era sbagliato…),  mi ha depennato dall’ordine d’arrivo, salvando tuttavia altri personaggi con lo stesso deficit di un tappetino, ma più ‘organici’. Per fortuna che la Germania c’è.

La classifica della 56 km

http://podisti.net/index.php/classifiche/11267-monshau-ultra-marathon.html

La partenza alle 8 di mattina (Comitato Organizzatore, da YouTube)

https://www.youtube.com/watch?v=_gSQLBkb-0g

2 agosto – Soppressa la corsa dell’ Unità di Casalgrande (ma anche a Reggio capoluogo non stanno benissimo...), e lasciata la staffetta “per non dimenticare” ai circa 14 partecipanti documentati dalle foto, ci dirigiamo (con la massima attenzione agli autovelox disseminati perfino su una strada rettilinea senza abitazioni, ma dotata del limite dei 50) verso San Rocco, tre case, una scuola probabilmente dismessa, una chiesa, quasi alla foce del Crostolo in Po: zona d’influenza di Morselli, che infatti prima di partire per l’Egitto viene a condurre le danze, col corredo dei fotografi Nerino e Domenico.

I meteo-astrologi annunciano, anche tre ore prima dell’evento, pioggia o temporali fino alle ore 20, e infatti... alle 19,30 – ora della partenza – uno splendido sole al tramonto si appresta a cedere il trono celeste alla sottilissima falce della luna nuova. Qualche goccia è sicuramente caduta, come appare dalla foto 8 di Petti (evidentemente arrivato molto presto), poi dal pantano entrando nel parcheggio; ma adesso si sta divinamente, una temperatura che non dispiacerebbe tutto l’anno. Le cifre ufficiali contano circa 300 iscritti, l’impressione tuttavia alla partenza è di qualche partecipante in meno rispetto al 2018, quando corremmo con 32 gradi: direi che manchino soprattutto i modenesi, e infatti la tenda di Peppino Valentini del Cittanova è meno affollata del solito (però alla fine vincerà la classifica dei gruppi, con 42 iscritti, dopo i padroni di casa del Novellara che ne hanno 56 ma sportivamente si fanno da parte).
È però vero che a venti minuti dal via ufficiale già diversi pedoni o similcorridori punteggiano le stradine designate per la gara e già fornite di sbandieratori/ristoratori (che invece a mio parere dovrebbero farsi vivi solo dopo la partenza legale). Vedremo cosa succederà il giorno che un 'anticipatore' sarà messo sotto da un'auto in orario extra-corsa.

Giro identico all’anno scorso, 11 km esatti (vedi foto Petti 13 e 38) con quasi 3 di argine del Crostolo, che sull’orizzonte si apre a Cimone, Cusna e Succiso, mentre in zona lascia vedere i campanili dei paeselli vicini, da Santa Vittoria (dove una volta si facevano i carrelli-appendice e una 21 competitiva) e San Bernardino, dove nemmeno Gelo Giaroli e la ragioniera-prof. M. Pia Verzellesi ricordano una gara pomeridiana (a meno che non partisse da Bagnolo). Non si fanno più nemmeno il retrorunning di Poviglio e la corsa annessa alla sagra del pesce di Meletole, il cui organizzatore è qui a correre e tre settimane fa era a punzonarci al lago Calamone prima della salita al Ventasso.

Confermati i ben quattro ristori  più quello finale, dove un addetto con tagli netti e sapienti da macellaio antico affetta cocomere allo stadio perfetto di maturazione (foto Petti 105), mentre a fianco si consegna un nutrito e nutriente sacchetto-gara (foto 106, 107, 111) di fronte ai consueti 2 euro di iscrizione (che danno diritto anche a uno sconto equivalente nella cena che segue). Veramente il pettorale ha le dimensioni di una mezza scheda telefonica, e anche indossandolo non appare granché visibile: un amico podista, ben sapendo delle mie idee rigoriste, viene quasi a giustificarsi di non averlo in mostra: lo assolvo, ammettendo che domenica scorsa il sottoscritto, insistendo a portare un pettorale di carta sotto la pioggia, se l’è trovato spappolato dopo 3 km e ha dovuto conservarne qualche frammento negli slip per dimostrare di non essere un mortodifame.

Corsa, ripeto, piacevole, tranne i km 8-10 su una stradaccia ghiaiata e poco panoramica. Tornati sull’asfalto, Gelo impartisce l’ordine di accelerare, cosicché dai 6:04 del penultimo km risaliamo in rapida progressione ai 5:40, poi 5:20, tagliando infine il traguardo ai 4:50 sotto gli scatti increduli e diagonali di Nerino, mentre Morselli sta già procedendo alle premiazioni (foto 251-270).
Siamo gli ultimi miracolati di San Rocco di Montpellier, compatrono di Venezia, un ultratrailer prodigioso che percorse a piedi la strada da Montpellier a Roma e ritorno, facendo parecchie soste per curare e guarire gli appestati, e ormai prossimo al traguardo fu scambiato per una spia (o un dopatore?) e messo in carcere, dove morì verso il 1379. Dio ci scampi dall’ultima parte della sua ultramaratona, e soprattutto scampi Morselli in viaggio intercontinentale! Per fortuna, Mandelli resta con noi tutta l'estate e a sistemare i servizi fotografici, compreso questo, provvede lui.

28 luglio – 38 gradi venerdì, da 28 in giù sabato con forti piogge, gare annullate una dietro l’altra (e talvolta il meteo è solo una scusa): un occhio a internet, uno ai gruppi di whatsapp, entro una cinquantina di km da casa restano una piatta gara mantovana, una collinare reggiana e un quasi-trail a Zocca, dieci km di cui oltre metà sterrata e su sentieri, compreso un piccolo guado, e dislivello complessivo di 340 metri con oscillazioni fra i 580 e i 790 metri del Monte della Riva (alias Monte Cisterna).

Zocca è oggi, per tutti, la patria di Vasco Rossi: qualche settimana fa il locale sindaco ha chiesto soccorso a provincia regione o quant’altri per risolvere i problemi di traffico e affollamento generati dal quotidiano arrivo di fans nella sua casa della frazione Verucchia (dove, per ora, i  cartelli marrone indicano solo il santuario, perché per l’altra meta basta il passaparola…: però mettere un cartello “Park per casa di Vasco” sarebbe utile a ridurre il viavai motorizzato).

La fama podistica di Zocca era stata oscurata, negli ultimi anni, dalla soppressione della leggendaria 50 km Bologna-Zocca (pensate che una volta la corsi con Irene Senfter e Martina Juda, un’altra volta coll’indimenticabile Antonio Mazzeo), e dall’insorgere prepotente della vicina Rocca Malatina, teatro non solo di una corsa domenicale ma anche di un trail fra i meglio organizzati del calendario regionale. È rimasta a Zocca questa camminata, come sempre sotto lo speak del Lupo sport, ora inserita in un circuito provinciale del Frignano (cioè dell’Appennino modenese), dotato di ricchi premi individuali, di tappa e finali.

Dopo un’ultima rassicurazione avuta via mail dall’ex vicesindaco zocchese (sarebbe sindaco lei, se solo avesse voluto!), l’affettuosa e brava maestra Flavia B., mi metto in viaggio con l’auto, sotto una pioggerellina quasi ristoratrice. Un DJ di una radio locale millanta che oggi 28 luglio 2019 sono quarant’anni dalla nascita della prima radio libera: è una balla grandiosa, perché fin dal 1975 ricordo che ascoltavo, premendo il tasto FM sulla mia radio Mivar da ventimila lire, Punto Radio Zocca, nata infatti il 21 settembre di quell’anno, e dove il giovane Vasco (si presentava solo per nome) coordinava la messa in onda di nastri mandati da ascoltatori- cantanti amatoriali (ricordo uno che schitarrava su fili tesi fra bicchieri di vetro); ma Vasco non cantava mai, nonostante le esortazioni di un suo collaboratore, Gaetano Curreri…

Eccoci adesso a Zocca, diciamo pure al penultimo momento perché la ricerca di un parcheggio non è semplice (quello dove avevo trovato l’anno scorso è tutto pieno, e mancano altre indicazioni, sebbene a 400 metri ci sia la piazza del mercato che è semivuota): mi sto spillando il pettorale da non competitivo (operazione cui non rinuncio mai, rara avis da queste parti) quando partono i competitivi, ben 125, cioè più dell’anno scorso, e il doppio della gara concorrente reggiana. Molto pochi, anzi quasi nessuno, sono i non competitivi: parecchi li incontro che percorrono a ritroso i primi due km del tracciato, di passo e magari con l’ombrello; altri, già partiti, staranno facendo il percorso corto da 5 km, presto saranno ad abbuffarsi al ristoro, ritirare il premio (un litro di latte, come nel 2018) e via. So di un paio che deviano dal giro e passano da casa di Vasco, dove sono nel frattempo arrivati una coppia di sposi (lui novantacinquenne), un tizio di Monza, e fauna simile. Il Comandante uscirà un attimo per salire su un’auto e partire: “ognuno col suo viaggio – ognuno diverso - e ognuno in fondo perso - dentro i fatti suoi”.

Piove, ma non fortissimo, anzi nell’ultima mezzora quasi smette (riprenderà poi, in maniera apocalittica, un’ora dopo). Saranno i cambiamenti climatici…, o sarà che noi contemporanei, protesi al massimo godimento quotidiano che riteniamo nostro diritto costituzionale, abbiamo dimenticato le bufere estive di una volta e siamo pronti a prendercela con l’altra metà del mondo se durante il weekend piove? Da parte mia, l’unica affermazione che ho imparata da quel vanesio di Beppe Severgnini è “una passeggiata sotto l’acqua non è una passeggiata rovinata, ma solo diversa”.

Il giro è quello già noto, agevole fino al bivio tra i due percorsi, poi un tantino difficile per la scivolosità dei sentieri nella salita al bellissimo borgo di Montalbano (fuori classifica come sono, entro nella chiesa, celebre anche per un’esposizione permanente di presepi, dove si respira il caldo buono degli anni antichi), poi nella discesa successiva prima dell’ultima salita al Monte della Riva. Qui, una provvidenziale fontanella serve a ripulirci un po’ tutti delle zacchere accumulate nelle inevitabili cadute.

E vorrei ricordare gli ultimi due classificati della competitiva, con cui faccio insieme (metro più metro meno) la seconda metà della gara: li raggiungo sulla salita più scivolosa, dove lei, “Monny”, davanti, sta aspettando e aiutando come può lui, Augusto, più vecchio di una ventina d’anni (non sono della stessa società). Sbadatamente li supero, limitandomi a segnalare il passaggio che a me pare più praticabile e invitando lui ad attaccarsi agli alberi come faccio io. Solo più tardi, quando mi raggiungeranno sulla cima, mi accorgo che ad Augusto manca una mano, e per lui è impossibile anche azionare il rubinetto a pulsante della vetta. Brava Monny, più di me: alla fine, meritatamente, mi precederete di una cinquantina di metri, ma per te ci vorrebbe un premio speciale: come scrive Luca Grion, ci insegni che la corsa per noi deve essere soprattutto altruismo.

La gara “top” presenta nelle prime posizioni grosso modo gli stessi nomi di queste gare: primi uomini, distanziati di un solo secondo, i due compagni di squadra MDS Marco Rocchi e Tommaso Manfredini; un minuto dopo arriva Arturo Ginosa. Una MDS, Gloria Venturelli, stravince anche la gara femminile, rifilando 4 minuti alla vincitrice 2018 Laura Ricci, e 5 alla bolognese Francesca Battacchi.

Premiazioni gestite come da tradizione da Lupo nella adiacente ed ampia sala consiliare: che abusivamente utilizzo come spogliatoio, dietro un paravento, per togliermi gli abiti zuppi, e dare l’addio estremo alle mie Mizuno (comprate tre anni fa per 80 euro dal compianto Vito Melito, e portate in giro per 12 maratone, tra Conegliano e Nashville, il Gran Sasso e il Mottarone). Avete combattuto le vostre buone battaglie, dall’aldilà fate che io non perda la fede.

28 luglio – Uno dei più duri ultratrail d’Italia, la Südtirol Ultra Skyrace con partenza e arrivo a Bolzano, 121 km con oltre 7500 metri di dislivello da superare, lungo l'alta via “Hufeisentour”, è stata funestata ieri poco dopo le 19 da un incidente mortale: la 45enne norvegese di Tromsö Silje Fismen, più volte piazzata in gare nelle sue regioni (Corriere.it ha scovato un suo successo nell’Ultratrail delle Lofoten, 175 km con 5600 metri D+ chiusi in poco meno di 33 ore), dopo quasi un giorno intero di marcia tra la val Sarentino e la val Passiria (la corsa era partita alle 20 del 27 luglio), è stata colpita da un fulmine in prossimità del lago di San Pancrazio, a 2100 metri di altitudine.
Fatalità ha voluto che la gara fosse stata interrotta, causa maltempo,  da mezz’ora, e già un centinaio di atleti fosse stato fermato nei rifugi Punta Cervina e Kesselberg, o raccolto lungo il percorso: ma nel luogo dove si trovava Silje (insieme a un altro atleta, pure lui colpito ma senza gravi conseguenze) i cellulari non prendessero: i soccorsi, allertati da due podisti nei paraggi, hanno potuto entrare in azione solo mezz’ora dopo l’evento, quando (nei casi di arresto cardiaco) in mancanza di defibrillatore  ogni soccorso è vano, come hanno potuto constatare i medici dell’ospedale di Bolzano dove Silje è giunta cadavere in elicottero.

Nella vita, la Fismen era medico nel reparto di patologia clinica della clinica universitaria di Tromsö, autrice di numerose pubblicazioni, impegnata anche in ricerche sui tumori.

Gli organizzatori, costernati, informano di essere stati in allerta fin dal mezzogiorno, costantemente aggiornati dal soccorso alpino in quota, ma che non era prevista una bufera di quella portata. Al momento della tragedia, i primi avevano già tagliato il traguardo, dopo 17h 43’: si tratta dell’altoatesino Josef Thaler e dell’austriaco Gerald  Fister, che trovandosi appaiati a 5 km dal traguardo avevano deciso di arrivare insieme.

In segno di lutto, le premiazioni in programma domenica alle 11 sono state disdette.

Un incidente del genere, informano le agenzie di stampa e il comunicato degli organizzatori stessi, è stato sfiorato anche questa mattina nel Bei K3 sul Rocciamelone, in Valle di Susa, gara ugualmente sospesa dopo che molti concorrenti l’avevano tuttavia conclusa: un atleta spagnolo, anch’egli già finisher, è stato sfiorato da un fulmine  nel rifugio Cà d’Asti, ma ha riportato solo stordimento: trasportato all’ospedale in elisoccorso, ha rifiutato le cure lasciando la clinica coi suoi mezzi e rientrando nel suo albergo.

14 luglio - Avevo partecipato alle prime tre edizioni della maratona del Ventasso (2003-4-5), poi a qualche altra, sempre con molta soddisfazione: un po’ meno, posso ammetterlo, nel 2015, quando per la prima volta dovetti arrivare in cima al “Gigante”, si accrebbe il dislivello e con esso il tempo di percorrenza, di un’oretta quasi.

Da allora a oggi, pare che il cosiddetto D+ sia cresciuto ancora, stabilizzandosi sui 2200 metri (nel 2003-4 era di 1500, nel 2005 di 1600, nel 2008 di 1900); e anche il tracciato, che la primissima volta era affrontabile tranquillamente con scarpe da asfalto (le uniche che possedevo allora e con le quali andavo anche a Davos e Interlaken), adesso è diventato, più che “eco”, un trail (a occhio, direi che i km di asfalto o lastricato non superino i 5 o 6). Ciò spiega la concessione di un punto per partecipare alla UTMB, ma a mio parere spiega anche il calo dei maratoneti “di città”, quelli che il primo Ventasso di Rosi Manari e Vincenzo Castellano convertì, e invece adesso disertano la corsa.

Riguardo con molta nostalgia la classifica 2003, dove nelle posizioni di coda figurano due leggende come Morisi e Togni, e più su altri collezionisti di maratone ma negati alla montagna, come Govi. C’erano perfino Lupo-sport, Bruno Furia, Marino Pellacani (curiosità: nel 2019 ha gareggiato il figlio Giuseppe), Paolo Manelli, Paolo Giaroli (adesso qui solo in veste di giudice, nelle terre di Giarola da cui trae origine il casato: lo vedete in maglia gialla sulla destra della foto-copertina nel pezzo di Morselli, n. 154 del servizio foto); tra le donne, c’erano la stessa Rosi Manari, Silvana Pellicciari, la Marisella…

Ubi sunt, où sont les neiges d’antan? E vinse la campionessa del mondo Monica Casiraghi, che sotto il Ventasso ha trionfato 5 volte (superata poi da Lara Mustat con 8 successi); anche tra i maschi, nel 2003 vertice d’eccellenza con Cristiano Campestrin e  l’altro campione del mondo sui 100 km Mario Fattore; l’anno dopo, Mario Ardemagni, poi Lorenzo Trincheri e così via, fino al Matteo Pigoni che cominciò nel 2007 e con questa edizione porta, da quarantacinquenne, a 8 le sue vittorie (bravo, bravissimo; ma come si diceva per il vincitore fisso del Passatore, dove sono le nuove leve?).

Nel 2003 eravamo in 161; la soddisfazione, il passaparola (vogliamo anche dire i commenti di Podisti.net??) ci portarono a 261 l’anno dopo, a 280 nel 2005. Nel 2015 fummo in 296. Insomma, qualità dei primi e quantità degli altri, degli amatori; ma con un dato preoccupante, ben 14 classificati fuori tempo massimo, 9 ancora nel 2018: questo, a parte la fiscalità di mettere ftm chi arriva magari due minuti dopo l’orario limite, dimostra che la difficoltà del percorso cominciava a escludere i podisti normali (o dite pure ‘subnormali’ se pensate a tipi come il sottoscritto). Risultato odierno: i pochi supermaratoneti arrivati fin quassù sono stati attenti soprattutto al tempo massimo (a parte i due Mauro, Gambaiani e Malavasi, che non hanno di questi problemi); gli altri, semmai, prediligono le 42 dell’appennino bolognese, dove c’è all’incirca lo stesso tempo massimo ma puoi partire anche due ore prima e ti mettono ugualmente in classifica, e alla fine dell’anno non avrai  punti Utmb ma piuttosto 50 o 100 punti del club e potrai proclamare qualche strano Guinness…

Peccato per questo calo degli ultimi anni: 243 arrivati nel 2016, 229 nel ’17, 209 nel ’18, uno in più quest’anno (grazie all’inserimento in graduatoria anche dei meritori ftm dai 3 agli 8 minuti). È vero che ci sono le gare collaterali, che hanno portato in dotazione 250 arrivati tra 15 e 22 km, più un centinaio di non competitivi nella 15 km e altrettanti ragazzi nei percorsi mini; ma la parola magica ‘maratona’, che da sola basta a spostare qualche centinaio di podisti, fosse anche per indecenze come Genova e dintorni, qui non ha sortito effetti.

Ripeto, peccato! perché metto in gioco la mia reputazione di critico e censore ventennale dicendo che il Ventasso è una delle gare meglio organizzate (Uisp, non Fidal!), più accoglienti, più economiche nella tassa d’iscrizione (in prevalenza, 30 euro), che garantisce un buon pacco gara e due pranzi (vedi foto di Morselli del sabato e di Canedoli della domenica) che – almeno nella versione domenicale – sono disponibili anche a tarda ora (ho finito di pranzare alle 18, trovando ancora tutte le portate, il servizio veloce e non fiscale, addirittura vino a volontà).

Non sono d’accordo invece, da tempo, e riferendomi a un andazzo generale, con la volontà di rendere ogni anno più feroci i percorsi, come nella storiella dell’evoluzionismo secondo cui la giraffa allunga il collo per mangiare le foglie più alte, allora gli alberi si alzano per selezionare le giraffe: quest’anno si è anche superata la soglia dei 42, di un km secondo gli organizzatori, che però non convincono quando i gps registrano tra il km 32,7 di Montemiscoso e il 35 del cartello ben 3,2 km (e non 2,3: qui la tolleranza dei Gps non c’entra!), o tra il 38,9 del penultimo ristoro e il cartello del km 40 (posto dopo il ristoro del meno 3,4 km) altri 2 se non 3 km.

La salita al Ventasso, che all’inizio si era affrontata dal lato est del rifugio Maddalena, in parziale coincidenza col “Vertical Barbarossa” da Nismozza, adesso invece (sembra, per una frana) avviene da ovest, cioè dal lago Calamone, che si raggiunge dopo aver salito 900 metri dal punto più basso del km 11 allo scollinamento del 21, discendendo dunque un centinaio di metri per fare poi una tirata di 320 metri verticali in poco più di 2 km. Percorso faticoso sebbene non estremo, e ripagato dai panorami: non però per noi tardoni, che abbiamo trovato la pioggia proprio salendo in vetta, e nella discesa, tra i km 25 e all’incirca 35, ci siamo dovuti arrangiare su sentieri scivolosi, talora ridotti a torrentelli, a circumnavigare innumerevoli laghetti, o a non lasciare le scarpe nelle sabbie mobili.

Devo dire che il personale di servizio, delle 40 o giù di lì postazioni, è sempre stato presente e ammirevole: in cima al Ventasso flagellato dalla pioggia (dove notiamo anche Armando Rigolli compatrono della Abbotts) distribuivano teli protettivi a chi non li aveva; i ristori erano sempre molto ricchi, e per fortuna l’iperecologismo del “non abbiamo bicchieri, usa il tuo” era attenuato da qualche decina di bicchieri a disposizione, ovviamente con molti cestini da raccolta in un raggio di 200 metri.

Nella seconda metà abbiamo fatto gruppo (un po’ vincoli, un po’ sparpagliati ma con frequenti ritrovi) in una decina di amici vecchi e nuovi: addirittura tre Fabio, uno dei quali romagnolo al suo primo trail, e guidato passo passo dal veterano Daniele Zoli dalla Rosetta di Fusignano (Ippociok, 6 ore della birra e insomma 198 maratone accumulate). Ci ha raggiunto il monzese Rinaldo Furlan, reduce dalla sua 17esima cento km di Biel-Bienne, e da parecchie altre centinaia di gare storiche o mitiche (“ma ti rendi conto che i supermaratoneti di oggi non sanno neppure cos’era la Trevisando?”), inclusa la fresca maratona della Val d’Aosta dove insieme abbiamo sbagliato passando tre volte da un controllo dove dovevamo passare solo 2 volte, e insieme siamo stati puniti (ma con una punizione selettiva che stride in paragone ad altre allegre omologazioni).

Siccome il gruppetto, dal ristoro del 29 in avanti, ha nel mirino l’altra storica maratoneta Marina Mocellin (recente finisher dell’Ultra Via degli Dei), comincia a tesserne gli elogi raccontando aneddoti vari, specie in comparazione a una collega che risulta assai meno simpatica… Quando raggiungiamo Marina, dopo il 35, mentre è intenta a rifornire del suo magnesio/potassio un collega bloccato dai crampi, le raccontiamo tutto e lei chiosa: “veramente con quella là ho litigato anch’io…”.

E così risaliamo e poi scendiamo gli ultimi km, sorpassandoci e riprendendoci in amicizia come don Camillo e Peppone sull’argine del Po nel finale del film: per la cronaca, ci batte Rinaldo che ne ha di più, ma arriviamo tutti, salutati e fotografati da Morselli col cappellino da navigator, nell’arco di tre minuti… e continueremo le chiacchiere e malignità nelle docce (caldissime come capita di rado!), dove ci raggiunge pure il Morellino (“averla finita è l’unica cosa che vale”; vedilo alla partenza nella foto 132 di Morselli).

Ci aspettano ancora a pranzo - quasi apericena o happy hour -, degna conclusione di una giornata comunque bella; e chi vivrà vedrà.

3/9 luglio – La prima data è quella dell’effettuazione della gara, la seconda quella della diramazione della classifica: tanto tempo c’è voluto all’Uisp Modena per fornire dati sballatissimi, che ti fanno passare la voglia di pagare 8 euro per una competitiva. Comunque, veniamo al lato sportivo.

Dopo un’edizione diurna allestita per la prima volta la mattina dell’Epifania 2017, e la conversione in serale d’inizio estate (nello stesso 2017, poi il 29 giugno dell’anno scorso), la competitiva in salita sul percorso utilizzato in allenamento dall’olimpionico Stefano Baldini (il cui tempo di 25:00 rimane quello da battere ed è segnato vicino alla linea di partenza, nell’estrema periferia sud di Castelvetro in corrispondenza di una discesa ‘direttissima’ da Levizzano) riprende sotto le cure di Andrea Baruffi (16° l’anno scorso nel giorno del 50° compleanno) e Sonia Del Carlo, simpatica mamma-atleta col sorriso da ragazzina, vincitrice femminile nel 2018, che qui si è impegnata prima con le iscrizioni tardive e la distribuzione pettorali, poi col ristoro di metà percorso, stoicamente sotto l’acqua (“i bicchieri si riempivano da soli”, mi ha detto poi), infine come ‘scopa’ al seguito dell’ultimo concorrente. Purtroppo del tutto insufficiente l’allestimento delle strutture d’arrivo; a questo punto, sarebbe meglio tornare alla vecchia ruspante Sassuolo-Montegibbio degli anni Novanta, dove era tanto se davano i primi tre arrivati, e gli altri… tutti a pari merito con mezzo chilo di pasta in omaggio.

Il tempo da battere, su questo percorso (più lungo di circa 150 metri rispetto al 2017, e che il mio Gps dichiara di 6,970 con 375 metri di ascensione) era il 31:16 di Miller Artioli nel 2018, e per il lato femminile il 36:45 della citata Del Carlo.

Per quanto ci si possa fidare dei dati diffusi ora (diciamo, da 0 a 01,%), il numero degli arrivati risulta stazionario rispetto all’ultima edizione (9 donne e 58 uomini, tra i quali uomini - secondo le classifiche – Gasparini Giorgia, Cavalieri Daniela, Fontana Elisa, Deriu Sara, Barile Maria, Prato Donatella, Gandolfi Cecilia; per ignoranza non mi pronuncio su Montecchi Nube); malgrado la serataccia che ha sconsigliato taluni dal venire, col rischio di trovarsi l’auto devastata dalla grandine (annunciata) come già dieci giorni prima. Quota di iscrizione, come si diceva, portata a 8 euro rispetto ai 5 dell’anno scorso, senza pacco-gara; atmosfera decisamente amichevole, quasi ruspante (sebbene mancasse, rispetto all’anno scorso, la sezione dei walkers non competitivi), e conclusa dal rituale ristoro a base di frutta estiva.

Il tracciato è piacevole, e dopo un inizio in moderata pendenza, dal secondo km in  poi si inerpica per una salita regolare ma non durissima fino a raggiungere il crinale che separa la valle di Castelvetro (del torrente Guerro) dalla valle del Panaro, sopra Marano: il “muro” più sensibile è al 4° e 5° km; chi ha buona memoria locale, pensi alle estinte Scandiano-Tre Croci o Vezzano-Canossa.

Tra i reduci gloriosi, abbiamo visto Giuseppe Cuoghi, coi suoi racconti che spaziano dai giri a tappe dell’Elba (lofi) e Fassa (togo), al fresco (nel senso di recente) Diecimila di Campogalliano (“sì, c’erano più premi che corridori; poveretti, avranno incassato sì e no da pagare lo speaker…; e c’era il solito personaggio che prima della gara faceva i suoi abituali discorsi, che la gara non gli interessa, poi ha corso a ufo con pettorale personalizzato”), fino alla prossima Casaglia-San Luca di cui è partecipante fisso. Lì, state sicuri che gli daranno un crono, mentre da questa classifica appare senza tempo nella graduatoria generale, e neppure nominato in quella maschile.

E ancora, Lolo Tiozzo, appena tornato giù da Gaiato con la sua Podissima autogestita (oh, attento, con l’aria che tira e le spie che ci sono in giro, hai controllato che non ci fosse nessuno squalificato, ex dopato ecc. ecc.?); e Massimo Bedini, che dove c’è una competitiva non manca mai pur sapendosi abbonato all’ultimo posto (“a un 5000 in pista non mi hanno accettato perché sarei rimasto da solo e doppiato per troppi giri…”). Sembra che sia arrivato ultimo anche stavolta, a 13 minuti dal penultimo, Lolo: Cuoghi doveva essere molto avanti, e invece?

Afa, aria pesante, nuvole nerissime e lampi accompagnano le fasi preliminari. Si parte, chi in canottiera, chi con l’impermeabile. Le prime gocce cadono dopo un quarto d’ora e per un po’ sono di refrigerio per noi che siamo tutti sudatissimi; poi esagerano un po’, ma senza arrivare a quei picchi che si potevano temere, e anzi dopo tre quarti d’ora smettono quasi del tutto. La fioca illuminazione delle nostre lampade è molto rinforzata dai lampi che accendono a giorno l’ambiente, con la chiesa di Ospitaletto illuminata ad aspettarci un po’ più in alto. E si arriva tutti (Cuoghi compreso, alla faccia della classifica), dai 28:07 del vincitore Luca De Francesco a 1.06:39 attribuito a Bedini (siccome ero sul traguardo vicino a chi annotava i tempi, mi permetto di ritenerlo un cronometraggio ottimistico).

Migliorano i tempi di percorrenza maschili (con beneficio d’inventario): il 31:16 di Artioli del 2018 è abbassato di 3 minuti abbondanti da De Francesco. Secondo Andrea Bergianti, ben distanziato a 2’20”; terzo Davide Benincasa a 3’18”.

Resiste invece il record femminile di Sonia Del Carlo, con 36:45: la vincitrice 2019, Francesca Venturelli, impiega quasi due minuti in più (38:33), surclassando peraltro la seconda, Valeria Montanari, di quasi 4 minuti (42:15), che a sua volta distacca di un minuto esatto la terza, Sabrina Cuoghi.

Rilevamento cronometrico ‘all’antica’, con lo speaker che detta il numero di pettorale alla cronometrista-giudice d’arrivo, e i tempi che vengono trascritti al riparo dal maltempo nell’esiguo ingresso delle scuole, dove è sistemato anche il tavolo del ristoro: ma non so se questo basti a spiegare il ritardo con cui è diramato l'ordine d'arrivo ufficiale, e specialmente i seri dubbi sulle classifiche delle retrovie. Il sottoscritto per esempio legge ora di essere arrivato 12 secondi dietro Cecilia Gandolfi (indicata come M), e appena un secondo dietro la coppia madonninara Claudio Rossetto-Simona Malavasi. Sarà stato il buio, ma Claudio non l’ho mai visto nelle vicinanze (penso fosse davanti), mentre Simona Malavasi mi ha passato dopo 3 km e si è progressivamente allontanata, diciamo di almeno 100 metri se non di più: altrocché un secondo, e tra me e lei c'erano 4-5 persone.

Lasciamo perdere, pensiamo alla gioia della corsa in sé e all’allegria generale subito dopo l’arrivo; poi si discende alla base: alcuni a piedi, magari scortati da un ciclista, gli altri con le auto disponibili in quota. A metà della discesa, una famigliola di caprioli (mamma e due cuccioli) sta per attraversare la strada, e sosta prudentemente a lato durante il nostro transito. Passata è la tempesta, la temperatura è piacevolmente scesa di una decina di gradi, nessun danno alle auto: se non guardiamo ai numeri, ci possiamo accontentare.

Domenica, 07 Luglio 2019 23:11

Lemizzone (RE), 17^ Camminata di Re Lamizzo

7 luglio – Chi non aveva voglia di andare in montagna, ai confini delle province di Modena o Bologna, dove stavano le gare della programmazione ufficiale dei coordinamenti, si è ritrovato a Lemizzone: località rinata da pochi decenni, ma cui i non-reggiani riescono ad arrivare solo a forza di navigatore (e benvenuti i navigatori di ultima generazione, che ti avvertono dei tanti autovelox infilati a tradimento nella bassa, in presenza di limiti dei 50 spesso assurdi). A dare una parvenza di storia provvede l’invenzione di un re Lamizzo, mai esistito se non nella fantasia del povero Giuseppe Pederiali, che le tentava tutte pur di acquisire benemerenze presso le proloco: col risultato che se oggi chiedete agli studenti di letteratura italiana di università chi era Pederiali, sarà una scena muta generale.

Le statistiche dicono alla fine di 555 iscritti, con le società dell’area (Correggese, Novellara della prof. M. Pia Verzellesi, Bagnolo) a primeggiare; ma i modenesi risultano all’incirca in 150, con ovvia prevalenza dei carpigiani (l’assessore D’Addese è nella foto 360 di Nerino con Giorgio Diazzi, che un anno fa mi promise l’annuncio della nuova maratona di Carpi: ci penserà il prossimo vescovo?), e dei campogallianesi che qui possono arrivarci anche in bicicletta; ma si nota la presenza pure della trailer modenese Francesca Braidi, che non aveva mai sentito nominare Lemizzone ma ci viene ugualmente, accompagnata dal marito e dai figli sempre più indipendenti e competitivi; oltre al madonninaro Loris Ciabrelli, che come abitudine dell’ultimo anno ha spinto la figlioletta sul baby jogger (foto 359 del servizio di Nerino). C’era anche Giangi, ma solo per respirare l’atmosfera della gara visto che non pare abbia né corso né camminato ma solo raccontato di essere stato investito da un daino; invece Morselli, in azzurro nazionale (foto 338) l’ha corsa un po’ in avanti e un po’ in retrorunning, e solo questo spiega perché, dopo la sua partenza a razzo, alla fine gli sia arrivato davanti io alla media dei 6:07 / km. Visto anche Olivier Samain (230), in netta ripresa dopo il brutto incidente sul Cusna dell’inverno scorso, e che dopo la Lavaredo Ultra Trail continua la preparazione in vista del Monte Bianco di fine agosto.

Nessuno di noi aveva il pettorale, ma stavolta non per negligenza o truffa: l’organizzazione ne rilasciava uno di carta delle dimensioni di un francobollo, facilissimo da perdersi e comunque invisibile anche se l’avessimo spillato; col risultato che parecchi hanno preferito andare a ‘riscuotere’ subito la sportina alimentare del pacco gara (foto 79-80) e togliersi il pensiero.

Il giro più lungo era dichiarato di 10 km che alla fine sono stati quasi  11, due o tre dei quali su stradine sterrate o campestri (le uniche dove abbiamo trovato una parvenza di ombra). La temperatura superava di poco i 30 gradi, e alcune signore, partite con divisa regolamentare, a un certo punto si sono alleggerite dando un certo spettacolo che non è sfuggito a Nerino (foto 168 e 198); molto meno spettacolari i topless maschili, a parte quello del mio omonimo Fabio Marri da Campogalliano (foto 240).

È stata l’occasione anche per portare a spasso il cane, come fanno Tatiana Ilias-Spaak e amica (foto 339); talvolta abbinando cane e pargolo in carrozzina (155), oppure anche prendendo in braccio il cane che non voleva più saperne (179). Ritroviamo con piacere alcune vecchie glorie, come Marino Pellacani (foto 139), il campione di Tromso Guido Menozzi, o Pietro Boniburini, che però si limita a gestire il suo stand di scarparo (foto 72-73), riconoscendo perfino ai miei piedi due Mizuno che mi vendette lui e che hanno fatto almeno una decina di maratone senza reclamare il pensionamento. Prendono il via persino i fratelli Iotti, oggi esentati dal giudicare i vivi e i morti, e Claudio Lavaggi (foto 58).

Un ristoro lungo il percorso (con tè caldo!) e uno alla fine, dove sono andati a ruba gli spicchi di cocomera, anzi lingòrria, la prima davvero buona di questa estate. Buona prospettiva per le tre sere di Correggio, che si correranno in questa zona a partire da mercoledì prossimo. E siccome certi organizzatori annunciano fin dai volantini la presenza di speaker prestigiosi, evidentemente capaci di attirare le iscrizioni (?), qui possiamo dire: a Correggio lo speaker sarà Morselli, cosa volete di più?

30 giugno - Un anno dopo Massimo Muratori (che ne scrisse su Podisti.net il 25 giugno 2018) ho pensato anch’io di andare a correre - ovvero a strascinarmi dopo due settimane in ciascuna delle quali avevo corso una maratona, e un mese dopo il Passatore - in una zona che non conoscevo per niente, malgrado l’ora e 45 di viaggio e la conseguente levataccia: ma saggiamente l’orario di partenza per la prima delle gare, il Trail Running nominalmente di 21 km e 1240 metri di dislivello, era prevista per le 9,30, e il termine ultimo per le iscrizioni sul campo, ufficialmente le 8,30, era ampiamente superato.
Prevista la penalità per chi non si era iscritto entro giovedì: gli euro passavano da 18 a 25 per la gara lunga, da 14 a 20 per lo “Short” di 12 km. Tariffe, come già rilevava Muratori, a un prezzo “tutt’altro che popolare, ben oltre il canonico €/ km ormai di prassi anche in gare ben più lunghe e impegnative dal punto di vista organizzativo)”: “di popolare il prezzo aveva ben poco ma era scritto chiaramente, e se decidi di venire sono fatti tuoi”.
Schia, a quanto appare e mi hanno riferito, è una località ‘inventata’ negli anni Cinquanta-Sessanta a beneficio del turismo sciatorio (chissà se il nome esisteva già prima o è stato creato a partire dalla designata vocazione turistica): una specie di Piane di Mocogno o di Marilleva, che era meta della Parma-bene ma oggi risente di una certa crisi (la società che gestiva gli impianti è fallita un paio d’anni fa, anche quest’inverno è andato così così): se non altro, ai suoi 1250 metri la temperatura in partenza della gara si aggirava sui 24 gradi, all’arrivo mio sui 27, insomma una decina di meno della pianura; dunque ci accontentiamo, sebbene l’unica zona viva del comprensorio sembri oggi il camping vicino al laghetto, in buona parte per merito di noi podisti, peraltro a ciò costretti dalla mancanza di alternative.
Ben vengano dunque queste iniziative che danno un senso anche all’estate, oltre che inserirsi in un calendario del trail parmense che risulta forse il più ricco, insieme a quello dell’appennino romagnolo, dell’intera regione. Le montagne parmensi sono più dolci di quelle del centro-Emilia: qui, il “canalone de la muerte”, così battezzato dagli organizzatori, cioè in pratica l’ultima salita sull’altura da cui poi si scenderà sul prato della pista da sci, più che difficile suona sadico per gente arrivata a 500 metri dal traguardo, che podisticamente diventano quasi 2 km in su e in giù; ma alternando il passo a poche decine di metri con entrambi i piedi sollevati da terra, sono affrontabili. Per il resto, la salita più impegnativa è quella alla cima del Monte Caio, di circa 1580 m, dove giungiamo dopo 8 km, ancora appaiati noi del percorso lungo e quelli dello short che scenderanno di lì a poco verso Schia: meno di 2 km il sentiero da fare, il resto sono carraie e prati, in gran parte gradevolmente all’ombra dei boschi.
Dopo il Caio, a noi ‘lunghisti’ vidimati dalla bella rilevatrice appostata sul cippo (che si presta anche a fare e ricevere foto) tocca un bel tratto di crinale, fino alla vetta della Croce che si raggiunge dopo un breve tratto di scivolosa ghiaietta, quasi verticale (qui un cordino da alpinista sarebbe utile: lo mettono persino per salire due metri sull’argine del Po!). Ecco altri rilevatori gentili e disposti a farti foto; bel panorama sul cui orizzonte troneggia la Pietra di Bismantova, e più avanti addirittura il Cimone. Sì, valeva la pena di arrivarci, fino a questo km 13. Segue una simpatica discesa nel bosco, un tratto di asfalto ai km 15-16 con passaggio dal paesino di Capriglio (qui, la scassatissima auto di un villico, che perde i pezzi, rischia di investirmi mentre punto sulla fontanella indicatami dagli addetti); poi, un altro paio di km in salita (su carraie sassose, non piacevolissime), fino alla discesa sul camping dove ci aspetta però la “muerte” sopra annunciata del tratto finale.
Può darsi che il mio Gps perda dei colpi, ma alla fine mi dà 20 km esatti (in concordanza con altre misurazioni semi-ufficiali) e solo 830 metri di dislivello in su e in giù, che sarebbero davvero pochi rispetto all’annunciato.
Percorso ben segnalato, con bandelle quasi sempre in vista l’una dell’altra, e segnalatori umani nei punti forse più delicati; la direzione giusta nei campi era indicata dallo sfalcio dell’erba; due ristori ufficiali molto ben forniti, più altri due con sola acqua, più un paio di fontane ‘stabili’ ci hanno protetto da crisi di fame e sete. Il pacco gara conteneva una maglietta, una busta di prosciutto e uno spicchio di parmigiano. Ma tutto il resto era a pagamento: il pasta party (cioè un primo, abbondante, e una bibita, da consumarsi nell’unico ristorante convenzionato, cioè quello del camping) costava come annunciato 10 euro; e persino le docce, disponibili nei sotterranei dello stesso ristorante del camping, funzionavano soltanto (e questo proprio non era detto) con l’immissione di uno o due euro, per avere un getto d’acqua che non durava moltissimo, e soprattutto era inesorabilmente freddo. Per fortuna, dato il clima, nessuno era infangato.

La classifica completa è qui allegata (oltre alle due competitive si è svolta anche una non competitiva da 6,5 km).
Per le prime tre posizioni:

Trail 21 km (classificati 96 uomini e 25 donne)

1 96 GAZZOTTI MASSIMO  1974 ASS-M 21 ATL CASTELNOVO MONTI 01:49:32

2 103 BOLDRINI DAVIDE   1989 ASS-M 21 GNARRO JET MATTEI 01:53:31

3 88 ROVERI GIORGIO 1980 ASS-M 21 JOY RUNNER 01:54:01

 

1 81 ADORNI ELISA 1981 ASS-F 21 SPIRITO TARSOGNO ASD 02:06:29

2 95 MAGNESA GIULIA 1972 ASS-F 21 CASONE NOCETO 02:27:01

3 70 MUSIARI RAFFAELLA 1970 ASS-F 21 + KUOTA 02:32:09

 

Trail 12 km (63 uomini e 29 donne)

1 212 PAU DAVIDE 1977 ASS-M 12 SINERGY 01:00:59

2 291 MARRANGONE EMANUEL 1972 ASS-M 12 MINERVA 01:01:47

3 273 BURATTI GIOVANNI PAOLO 1978 ASS-M 12 MODENA RUNNER 01:03:27

 

1 210 BERTOLINI FRANCESCA 1975 ASS-F 12 MINERVA 01:13:50

2 278 GHIRETTI GIULIA Donne 1982 ASS-F 12 CUS PARMA 01:17:18

3 292 POLETTI CHIARA Donne 1983 ASS-F 12 ECOMARATONA VENTASSO 01:26:48

 

Anche dietro sollecitazione nostra e dei nostri lettori, il Comitato Organizzatore della LGM ha diramato questo comunicato,  in cui annunciando la prossima edizione cerca di fare il punto sulle inadempienze tuttora ‘aperte’.

La 13esima edizione della Lake Garda Marathon, che Malcesine (VR) ospiterà il prossimo 20 ottobre, è figlia diretta delle vicissitudini dello scorso anno, che portarono prima allo spostamento della manifestazione dal 21 al 28 ottobre per la concomitanza con la giornata elettorale, poi alla cancellazione della gara a 10 minuti dalla partenza in quanto, per il maltempo, non c’erano sufficienti condizioni per garantire la sicurezza dei concorrenti, con alcune strade del percorso che erano state chiuse per l’esondazione del fiume Sarca. Gli eventi di quella triste giornata sono ancora fortemente presenti nell’animo degli organizzatori, tanto che l’allestimento della prova del prossimo 20 ottobre è dettato proprio dalla volontà di consentire il recupero della partecipazione a coloro che avevano versato la quota senza poi poter gareggiare. Gli organizzatori contavano su aiuti pubblici promessi all’atto dello spostamento e della cancellazione che finora non sono ancora arrivati: un centinaio degli oltre 400 iscritti hanno avuto indietro la tassa d’iscrizione (anche se nel regolamento era evidenziato che le quote non erano rimborsabili), altri hanno chiesto di dirottare la quota per il 2019 (e questa opzione è ancora attivabile, basta segnalare all’atto dell’iscrizione di averla già versata per il 2018), per il resto si attendono gli aiuti pubblici promessi per saldare ogni debito. L’allestimento dell’evento del 20 ottobre servirà anche a questo, ma non solo, servirà anche a girare pagina e chiudere un capitolo davvero triste e non voluto.

La maratona, dedicata alla memoria di Michela Ramponi, tragicamente scomparsa proprio il 28 ottobre scorso per la colata di fango avvenuta a Dimaro in Val di Sole, sarà abbinata alle prove su 28 e 15 km, per offrire agli appassionati una vasta gamma di scelte. Il percorso quest’anno cambia notevolmente, coinvolgendo le parti veneta e trentina del perimetro lacustre. La partenza sarà data a Malcesine, precisamente da Piazza Statuto alle ore 9:30, per poi dirigersi verso Torbole sul Garda (arrivo della 15 km e giro di boa per la 28 km) ed Arco prima di fare ritorno a Malcesine, con arrivo a Lido Paina.

La partecipazione alla maratona ha un costo di 45 euro fino al 5 luglio, poi sono previsti aumenti. Nel pacco gara i concorrenti troveranno anche un braccialetto che dà diritto all’utilizzo gratuito dei battelli e degli shuttle bus; all’arrivo a Malcesine presso Lido Paina saranno disponibili docce calde e massaggi.

La mattina di domenica 20 ottobre alle ore 07,00 da Torbole sul Garda partirà un traghetto per coloro che correndo i 15 km partiranno da Malcesine per arrivare a Torbole sul Garda, dove potranno lasciare dunque le loro auto. Per i concorrenti della Lake Garda Long Run e Lake Garda Marathon invece non c’è problema in quanto partiranno da e torneranno a Malcesine dove presto verranno comunicati i parcheggi a disposizione degli atleti.

Per informazioni: Garda Supersport, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., www.lakegardamarathon.com

Riportiamo fedelmente, tuttavia annotando che la formula “anche se nel regolamento era evidenziato che le quote non erano rimborsabili” confonde due cose diverse: è prassi generale quella di non rimborsare le quote se la gara è sospesa durante lo svolgimento, o annullata nell’imminenza per cause di forza maggiore (dunque, purtroppo, chi si è trovato l’anno scorso a correre una non-maratona in quanto accorciata per maltempo, non ha legalmente diritto a rimborso). Ben altro è il caso dello spostamento di una settimana, certamente determinato dall’imprevisto turno elettorale (cioè non dagli organizzatori, sebbene in altri casi sia capitato che le maratone si siano svolte ugualmente: personalmente ricordo Bologna aprile 1996), ma che doveva e deve portare al rimborso per quanti si erano iscritti all’evento del 21 e magari per il 28 avevano altri impegni. Leggiamo l’esperienza di Simona Bacchi e Alessandro Mascia, che al Garda ci sono stati:

“Da bravi collezionisti di maratone,  ci siamo iscritti alla Lake Garda Marathon e alla maratona di Venezia che erano calendariate in due domeniche di ottobre successive l'una all'altra. A poche settimane dalla partenza della maratona Limone /Malcesine, giunge la notizia dello spostamento per cause elettorali nella stessa domenica in cui era già fissata la Venice Marathon. Non avendo il dono dell'ubiquità dovevamo obbligatoriamente fare una scelta; considerando che non avevamo mai fatto quella del Garda, abbiamo deciso di posticipare Venezia al 2019 per essere in quella data alla partenza a Limone. Però quest'evento non era nato sotto una buona stella, perché nella settimana antecedente il maltempo ha iniziato a creare molti problemi. 
La sera prima, tramite social, l’organizzazione  aveva comunicato l'allerta maltempo e dato la possibilità a chi veniva da lontano di rimandarla all'anno successivo. Ormai iscritti (e nell’impossibilità ormai di ripiegare su Venezia) abbiamo deciso di andare ugualmente, consapevoli e preparati che ci potesse essere il rischio di un annullamento. Le nostre paure sono diventate realtà quando lo speaker ha comunicato ufficialmente la riduzione del percorso da 42 a 29 km per l'esondazione del fiume Sarca tra Arco e Riva del Garda.
Però a nostro avviso l'organizzazione qualche pecca l'ha avuta, a  partire dallo spostamento del punto di partenza del battello che da Malcesine avrebbe portato i podisti a Limone; per la comunicazione sempre e solo sui social, pochi minuti prima dell'orario di ritrovo. Le sacche con il cambio all'arrivo erano appoggiate su un campo da basket all'aperto; come unica protezione, un sacco per l'immondizia, dato insieme al pettorale. Come tutti ben sanno, quel giorno non smise mai di piovere (l'acqua alta alla maratona di Venezia è passata alla storia). 
Bisogna ammettere che pur  all’interno di una giornata climaticamente difficile, il percorso, totalmente chiuso al traffico, lascia senza fiato: mai noioso, sempre in riva al lago, splendida la ciclabile a sbalzo". 

Ma c'è chi non poteva andarci e si era avvalso della proposta di rimborso, senza vedersi finora soddisfatta, nemmeno a parole. L’organizzazione ammette di essere indietro con tale adempimento; la nostra lettrice Anna Maria Rizzi commenta:

“Non mi è mai successa una cosa del genere in 12 anni che corro. Ci tenevo tanto a fare questa gara, anche per i meravigliosi panorami, ma ora non la farò mai più. Non posso tollerare di avere scritto mail su mail senza avere mai ricevuto una risposta... ignorata sempre!”.

La speranza di pubbliche sovvenzioni retroattive è piuttosto aleatoria, dunque non resta che auspicare un afflusso di quote di iscrizioni 2019 per sanare i debiti del 2018: una sorta di mini-bot, che però apriranno voragini per l’anno in corso. E la data scelta, seppure già praticata nel passato, non sembra aprire buone prospettive: in quel 20 ottobre ci saranno altre tre maratone (Chianti, Parma, Pescara), più quella di Amsterdam che attira molti italiani; invece, nella domenica precedente (13 ottobre), non è annunciata nessuna maratona sul suolo italiano, orfano ormai irrimediabilmente della maratona di Carpi con cui la Lake Garda, in anni antichi, si poneva in concorrenza (mentre adesso l’unica cosa rimasta in comune sono i rimborsi non erogati). Pure il 6 ottobre, gli eventi annunciati non pare attireranno le folle. Ma ormai le scelte sono fatte.

Mercoledì, 26 Giugno 2019 22:25

Ganaceto (MO) – 19^ Spumpeda

25 giugno – Premetto che il numero 19 nasce da un mio calcolo personale, ma non è precisato dal volantino, e qualcuno ha memoria di una corsa podistica che si faceva in loco trenta e più anni fa, dove i chilometri erano segnati da spiritose vignette dialettali create da una signora appassionata.

La data sembra essersi stabilizzata ormai verso la fine di giugno, quando si va esaurendo il diluvio di non competitive pomeridiane che hanno caratterizzato le prime tre settimane del mese (infatti , weekend escluso, tra Modena e Reggio si correrà una sola altra volta, venerdì prossimo a Cibeno in una gara appena nata, mentre una “camminata popolare” indetta dal Partitone è stata annullata).

Eppure c’è ancora fame di podismo, tant’è vero che la strada Modena-Carpi (che a metà attraversa Ganaceto, come ricorderanno i reduci dalla infelice maratona d’Italia) in prossimità della partenza della corsa diventa un budello dove si gira a passo d’uomo (anche per uno di quegli stupidi semafori di cui si ammantano i paeselli per darsi importanza):  tanti sono i podisti che arrivano e che poi, in buon numero, si fermano nello stand gastronomico.

Da due anni, al tradizionale percorso semicampestre da 7 km (ora divenuto “percorso medio”) se ne è aggiunto uno in direzione opposta, verso nord-ovest, di 10,5 km,  che dopo 4 km arriva alla località dal divertente nome di Saliceto Buzzalino (dove nelle estati ormai antiche si correva una podistica, a iscrizione gratuita e premiata con un sacchetto di mele), sfiora Campogalliano poi sottopassa l’Alta velocità (che per l’occasione devia dalla linea retta Bologna-Modena-Reggio per salvare la sede del festival dell’Unità).

Qui noi podisti, già alquanto spumpèe dopo ben 6,4 km corsi con una temperatura di 34 gradi e il sole ancora sopra l’orizzonte, troviamo finalmente l’unico ristoro, tè fresco e acqua tiepida. Seguono 400 metri erbosi, un po’ d’asfalto lungo il quale si incontra quella che sembra una stalla e invece è un rimessaggio di motoscafi, poi un km di stradaccia non asfaltata, cosparsa di buche malamente stompate da pietrisco e ceramiche, per tornare sull’asfalto a un km dalla bella chiesa romanica, sotto cui si chiude la gara.

Tradizionale il chilo di farina offerto come premio per tutti, e il ristoro finale con pezzi di angurie e meloni. Per chi vuole restare a cena senza appestare il vicinato, ci sono perfino le docce, evento rarissimo in questo tipo di gare. Mi accontento di tornare a casa con 15 pezzi di gnocco fritto da consumare, ancora caldi, a cena. Sull’argine del Secchia sono ancora schierati i sacchetti di sabbia messi qui un mese o un’era geologica fa, nella previsione di alluvioni.

Come detto, modenesi e confinanti si ritroveranno a Cibeno, periferia di Carpi e luogo di partenza delle primissime maratone d’Italia, venerdì prossimo: proprio il giorno in cui la diocesi di Carpi sarà commissariata dopo le dimissioni del vescovo, sgradito a papa Francesco e coinvolto in intercettazioni di Vatileaks ampiamente diffuse dall’ “Espresso”, con ripercussioni anche sull’amministrazione comunale che ha appena riconquistato, col fiatone dopo ballottaggio, il potere detenuto da 70 anni e oggi mai così fragile. Il Carpi calcio è appena retrocesso e si sta disfacendo come società; maratona di Carpi non pervenuta (al pari dei rimborsi per gli iscritti), come il giro a tappe di Barbolini e l’altro giro a tappe notturno delle frazioni. Per trovare qualcosa di buono bisogna andare a Correggio, non solo per la Rosa Alfieri e per le “tre sere” di metà luglio, ma anche per Milena Bertolini cui tra poco qualcuno offrirà una panchina nel calcio professionistico maschile.

La Casta (casta, eppure capace di molti incesti) asserisce: Roma locuta, causa finita.

Roma padrona, tuttavia c’è un giudice anche a Berlino… E prima ancora, c’è lo sdegno della gente comune.

Cominciamo dai fatti. Ecco la sentenza, firmata dal dottor Antonio Matella, vicepresidente del Tribunale Nazionale Antidoping – prima sezione, e controfirmata da tre avvocati Melandri Sieni Tomaselli; qui da noi corredata dagli articoli del codice cui fa riferimento (ha collaborato alla raccolta dati Roberto Annoscia):

La Prima Sezione del Tribunale Nazionale Antidoping, nel procedimento disciplinare a carico del sig. Alessio Guidi (tesserato FIDAL/FITRI), visti gli artt. 2.9, 4.3.4 delle NSA, afferma la responsabilità dello stesso in ordine all’addebito ascrittogli e gli infligge la squalifica di 2 anni, a decorrere dal 24 giugno 2019 e con scadenza al 23 giugno 2021. Condanna il sig. Guidi al pagamento delle spese del procedimento quantificate forfettariamente in euro 378,00.

Ecco gli articoli serviti ai legulei di oggi: annoverabili nella categoria che pochi giorni fa abbiamo definito “le vestali dell’antidoping” (pensando ai “professionisti dell’antimafia” di cui parlava Sciascia).

2.9 Complicità. Fornire assistenza, incoraggiamento e aiuto, istigare, dissimulare o assicurare ogni altro tipo di complicità intenzionale in riferimento a una qualsiasi violazione o tentata violazione delle NSA o violazione dell’articolo 4.12.1 da parte di altra persona.

4.3.4 Per le violazioni dell’articolo 2.9 (Assistenza) il periodo di squalifica deve essere pari almeno a 2 (due) anni, fino ad un massimo di 4 (quattro) anni, a seconda della gravità della violazione.

4.12.1 Divieto di partecipare alle attività sportive durante il periodo di squalifica. Nessun Atleta o altra Persona squalificata può partecipare a qualsiasi titolo, per tutto il periodo di squalifica, ad una competizione o ad un'attività (con l’eccezione dei programmi di formazione antidoping e riabilitazione autorizzati da NADO Italia) che sia autorizzata o organizzata da un Firmatario del Codice WADA, da un'organizzazione ad esso affiliata, da una società o altra organizzazione affiliata ad un’organizzazione affiliata a un Firmatario, oppure a competizioni autorizzate o organizzate da una lega professionistica o da una qualsiasi organizzazione di eventi sportivi a livello nazionale o internazionale, o qualsiasi attività sportiva agonistica di alto livello o di livello nazionale finanziata da un ente governativo. Un Atleta o altra Persona che sconti un periodo di squalifica più lungo di quattro anni può partecipare da Atleta, alla fine del quarto anno di squalifica, ad eventi sportivi locali che non si svolgano sotto l’egida o comunque la giurisdizione di un Firmatario o un membro di un Firmatario, ma solo se l'evento sportivo locale è ad un livello che non può consentire di qualificarsi direttamente o indirettamente (né di accumulare punti) per competere nel campionato nazionale o in un evento internazionale.

Cosa ha fatto Alessio Guidi, presidente della società bolognese “Passo Capponi” da lui stesso fondata, e artefice di innumerevoli altre iniziative che hanno smosso il fatiscente podismo amatoriale emiliano (portandolo, fra l'altro, a dare soccorsi materiali ai terremotati, poi agli alluvionati della Bassa modenese)? Si è drogato? No. Anzi!

Il 1° novembre, data assegnata dalla Fidal per la nuova auspicata maratona di Bologna, dato che la maratona vera non si faceva ha organizzato lui una maratona libera, senza iscrizioni, senza vigili, senza transenne, senza pettorali, con un percorso definito solo approssimativamente (chi scrive aveva meditato di andarci, poi rinunciò per ragioni familiari, ma ugualmente seguì l’iniziativa).

Ebbene, tra i 40/ 50 partecipanti di quella mattina piovosa, oltre a Vito Melito plurivincitore del “Passatore”, e alla coppia Alessandro Mascia – Simona Bacchi che ben conosciamo,  apparve Roberto Barbi, maratoneta plurisqualificato per doping.

Ne abbiamo parlato, in un articolo del  4 novembre scorso, letto oltre  1800 volte e che forse vale la pena di rileggere anche adesso

https://www.podisti.net/index.php/commenti/item/2768-maratona-di-bologna-per-ora-autogestita.html

Era una corsa in famiglia, o meglio ancora, un libero raduno: chi cc’è cc’è, e chi nun c’è se vva a ffà ddà in tel Ku (così si scriveva a Bologna sui muri dell’università ai tempi della festa della matricola), non una gara federale succhiasoldi tra omologazione e runcard e certificati e balle varie, compresa la circolare Gabrielli.

Guidi, si sia accorto o no della presenza indebita, non ha segato le gambe a nessuno: ebbene, tutto ciò è stato visto dai giudici (di Roma, non di Berlino) come complicità, incoraggiamento al doping, per aver fatto partecipare persone che non possono gareggiare in quanto sospese.
(Vuol dire che Barbi non può nemmeno fare due passi di corsa in libertà per conservare il peso-forma? Il negozio che gli vende le scarpe è passibile di complicità?)

La prova della complicità sarebbe la foto collettiva in cui Guidi appare anche con Barbi.   (Confesso che, quando vidi la foto, dovette esserci qualcuno a dirmi che c’era anche Barbi perché io non l’avevo riconosciuto).

Ecco la dichiarazione di Alessio Guidi espressa su Facebook pochi minuti dopo la sentenza:

Ciao a tutti, ci rivediamo il 23/06/21. Sinceramente ho poco da aggiungere, adesso devo solo capire cosa posso e cosa non posso fare sia da atleta che da Presidente di società.

PS per chi non conosce i fatti dico solo che non mi sono dopato, ma sono stato accusato di aver organizzato una manifestazione sportiva invitando a partecipare un atleta squalificato per doping.

PS2 io sono molto tranquillo e sereno perchè sono completamente estraneo alle accuse che mi sono state fatte e già da domani inizierò una lunga battaglia per far saltare fuori la verità.

Buone corse a tutti.

Dicevamo: c’è un giudice a Berlino (frase usata da un mugnaio del tardo Settecento, ingiustamente danneggiato da giudici corrotti, ma che alla fine ebbe ragione ricorrendo al sovrano Federico il Grande). Ci sono stati giudici che hanno ribaltato la sentenza di condanna di Enzo Tortora e altri che hanno assolto personaggi celebri messi in galera da PM affetti da protagonismo (anche se purtroppo quei giudici e quei PM hanno continuato indisturbati la loro carriera).

E’ ovvio che Alessio Guidi avrà ragione, in seconda istanza. Ma (se lo è chiesto lo scrivente, pochissimi giorni fa, danneggiato da una ‘sentenza’ emessa da un organismo non qualificato, eppure dotato di potere), vale la pena di fare ricorso? Forse basterebbe farsi una risata e brindare alla memoria del prof. Conconi e del dottor Ferrari, assurti ai più alti onori nella Fidal come ‘preparatori’ degli atleti da medaglie; e di quei papaveri federali che alzarono la pedana del pesista Andrei per fargli fare il record (hanno mai trovato un giudice che li ha condannati?).

Qualcuno proporrà sicuramente un hashtag Siamo tutti Alessio Guidi. Cominciamo da qui, invitando all’attenzione i solerti giudici: a chi firma il presente articolo, qualche anno fa, giunse da Alessio Guidi l'informazione amichevole che un suo atleta, impossibilitato per malattia a partecipare a una grossa maratona italiana, lasciava 'libero' il suo pettorale. Il sottoscritto ne approfittò e corse la maratona, finendo in classifica col nome dell’altro (perché non si poteva più cambiare). E magari, siccome ero raffreddato,  mi ero fatto pure qualche inalazione di Vicks: doping! Meritiamo un’altra bella squalifica.
Pazienza: se non potrò correre maratone in Italia, con Alessio (che sulla mezza ha 1.19, sulla maratona ha 2.48 ma anche 6.34 per aiutare amici in difficoltà) andrò in Svizzera o in America, dove sono organizzate senza i cavilli che a noi italiani tocca di subire.

21 giugno - Non c’è una sola parola italiana nel titolo e sottotitolo di questo 5000 metri svoltosi nella sera del solstizio d’estate (infatti con piena visibilità anche all’arrivo degli ultimi della gara maschile, partita alle 21,15): eppure si tratta di gara italianissima, anzi emilianissima, inserita come è quale ottava prova del trofeo Corri Emilia. Le società più lontane provenivano da Reggio, Ferrara, Cento e Castel San Pietro, a parte il GS Esercito che dal Veneto ha mandato, via Roma,  due sentinelle le quali – guarda caso – hanno vinto la corsa femminile.

Si tratta di Elisa Bortoli, mezzofondista di levatura nazionale, classe 1994, prima con 17:11 (un tempo che l’avrebbe collocata al settimo posto assoluto), nettamente davanti a Ilaria Fantinel (1998) con 18:22. Altri 44 secondi ed è giunta la terza, la reggiana Isabella Morlini, classe 1971, una che gli allenamenti bigiornalieri se li scorda dovendosi dividere tra gli impegni di docente universitaria e di mamma, e qui ha regolato per 39” Oksana Diamanti, la prima bolognese di tesseramento (Blizzard). 43 in tutto le donne, partite alle 20,30: tra loro ci ha fatto piacere rivedere la nostra collaboratrice Valentina Gualandi (se non l’avessi letto nelle classifiche stenterei a credere che sia del ’69), ora tesserata per la società di casa, undicesima assoluta in 22:14 malgrado qualche guaio fisico non pienamente risolto.

Tra gli uomini (119 in tutto), la gara è stata molto più combattuta, anche se ha vinto il ferrarese Rudy Magagnoli, classe 1977, habitué di queste competizioni vicino a casa (un mese fa aveva vinto a Cona, tre mesi fa a Baura) in 15:40, con 7” di vantaggio su un terzetto giunto, si sarebbe detto una volta, al fotofinish: Moslim Labouiti (Centese), Mamadi Kaba (Castenaso) e Luis Ricciardi (Aquadela). Netto il distacco su tutti gli altri, addirittura con qualche doppiaggio nei confronti degli ultimi.

Piacevole il percorso: due giri da 2500 metri, con partenza-arrivo nel piazzale dell’avveniristico palazzo comunale di Zola e della stazioncina dei treni, poi immediato sottopasso della linea ferroviaria e sviluppo del giro nel vicino parco, su stradine bianche, con varie curve a 90 gradi e un po’ di refrigerio dato dalla vegetazione. Qui era appostato il principe dei fotografi bolognesi, Jader Consolini (in Gualandi).

Di fronte a 8 euro di iscrizione era fornito un discreto pacco alimentare (più quel berretto che una volta si vedeva in testa solo al vecchio tipografo di don Camillo), oltre a un buono scontato (ma non troppo) per una cenetta nell’adiacente bistrò.

Corri Emilia va in vacanza e riprenderà dal 10 settembre con le ultime sette gare: aprirà un altro 5000, ma il clou sarà rappresentato da ben tre maratonine a Correggio, Voltana e Castelmaggiore, e chiusura con un 10000 nei pressi di Modena il 22 dicembre.

15 giugno -  Nell’età – suppongo - estrema della pratica podistica, tendo a non ripetere gare già fatte, rivolgendomi piuttosto a competizioni nuove in posti per me sconosciuti. Ero già stato l’anno scorso a Castelbolognese, quasi come recupero la settimana dopo un ultratrail piuttosto duro; dunque, basta. Tanto più che in questo 2019 sono iscritto a una maratona fra una settimana. E invece… comincia la happy family Allesimo a dire che ci sarà e pregusta già il divertimento; poi, la famiglia Paolino, ma, chissà, andiamo alla Pistoia- Abetone però… perché no? Si preannuncia anche il rendez vous Liccardi-Di Vittorio sul tema “dopato o no?”, e la presenza di Eleonora Corradini… (avevo scritto l’anno scorso: quanto a belle donne, questa trasferta di Castelbolognese non lascia delusi. Chi scrive, quando va a correre, va a correre e basta (a differenza di molti colleghi delusi dalla vita, che sperano in un ribaltone solo per aver porto il bicchiere del tè alla fighetta affiancata); ma certo, arrivare in zona ritrovo e trovarsi di fronte all’opulenza di Luisa Betti o a quella vivente statua di Canova che è Eleonora Corradini (e non solo lei), sa renderti gradevole persino una corsa all’inferno).

Peccato, perché il paragone con la  statua di Canova mi era venuto adesso, e sembrava originale; invece… già sfruttato. Ma insomma, un sacco di ragioni per ripetere l’azzardo, e in extremis, due scarsi giorni prima, mi iscrivo.

La pensano come me quasi tutti i partecipanti del 2018, e molti altri: se l’anno scorso ci furono 83 classificati, quest’anno ce ne sono113: 89 dei quali raggiungono nelle 6 ore la canonica distanza della maratona corrispondente a 16 giri da 2640 metri (tutti sterrati).

L’estate finalmente è esplosa, al via delle ore 14 stiamo sui 32 gradi, sebbene ogni tanto un centinaio di metri all’ombra mitighino l’arsura. Ma rimane provvidenziale, e quasi forzato, il ricorso ad ogni passaggio presso il traguardo (che duro però quello scalino erboso per risalire sull’argine del Senio, dopo!) al bicchiere di birra freschissima alla spina, che ti vale anche come testimone del giro compiuto.

Per chi si collegasse solo oggi, rispiego la questione: alla gara ufficiale, dove vince chi dopo 6 ore ha fatto più giri, si aggiunge quella ‘goliardica’: ogni birra bevuta al passaggio dà un bonus di 1 km; sono invece abolite, rispetto al 2018, le penalità per gli astemi, che semplicemente depositano un bicchiere rosso vuoto al posto di quello bianco dei ‘bevitori’.

In zona è esposta la classifica delle precedenti 4 edizioni, sulla base delle sole birre bevute (prescindendo dai km): la capeggia Claudio Romani con 86 birre (record di 30 nel 2016), con vantaggio abissale su Domenico Pino (solo 73 birre); ma al terzo posto sta Elena Di Vittorio la quale, seppure con sole 3 partecipazioni, si è dissetata in questo modo 71 volte, per giunta vincendo pure quanto a percorrenza!

Guardando poi le classifiche ‘speciali’ del 2019, vedo che il primato è andato a Stefano Farina, tesserato 100 km del Passatore, che in ognuno dei 25 giri percorsi (66 km) si è dissetato con una bionda; come lui ha fatto il compagno di squadra Simone Assirelli, terzo l’anno scorso, ora con 24 giri (63,3 km) e 24 birre. Ma li ha battuti tutti, quanto a chilometri (71,2) Luigi Pecora, sebbene i suoi 27 giri siano stati costellati da “sole” 22 birre.

Dunque, la classifica che andrà nelle statistiche ‘serie’ dice: 1° Pecora (assente nel 2018), con 71,2 km; 2° Farina (come l’anno scorso, ma con un giro in meno), a due giri (66 km); 3° Alessandro Coianiz (altro ‘nuovo), a tre giri, stesso chilometraggio 63,3 di Assirelli ma con un tempo minore. Nella classifica ‘con birra’ Coianiz, che ha bevuto ‘solo’ 17 volte, scivola al 5° posto, vedendosi superato da Andrea Pagani, con un giro in meno di lui (dunque 60,7 km), ma svariate birre in più.

Tra le donne, la vincitrice dell’anno scorso, Elena Di Vittorio (60,7 km nel 2018) corre con prudenza per un infortunio da cui sta uscendo, e si accontenta di 44,850 km che le valgono l’ottavo posto femminile (41° assoluto). La classifica ‘astemia’ vede vittoriosa quella “impossible target” di Eleonora Rachele Corradini (seconda alla 9 Colli del 2018), ora sesta assoluta con 60,7 km, cioè 24 giri (8 più dell’anno scorso) e ‘soltanto’ 16 birre (tuttavia, 10 più che nel 2018), che però non le fanno perdere il primato nemmeno nella graduatoria ‘alcoolica’; 2^ Sabrina Gargani, a 2 giri (55,4 km; resta seconda anche nell’altra classifica, perché le sue 21 birre le fanno guadagnare 5 km su Eleonora che conserva 376 metri di vantaggio!); 3^ Marta isabella Doko, stessi giri della seconda ma un tempo peggiore (e poi, essendo totalmente astemia, nella classifica generale scivola al 50° posto assoluto: quasi un titolo di merito).

Già, gli astemi: in questa pazza corsa, vale la pena citare quelli i cui zero bicchieri bianchi depositati li hanno penalizzati nella seconda classifica: la Doko è la più veloce, dietro lei vedo principalmente donne: Azzurra Agosti, che comunque percorre 47,5 km, Angela Maruccia, Tea Lombardi e qualche altra. L’astinenza maschile è celebrata da Luca Aiudi, dal supermaratoneta modenese Mauro Gambaiani, da Filippo Nordio e da Maurito Malavasi (figlio di Paolino), tutti e quattro con 17 giri (44,850) e zero birre. Quanto ad altri supermaratoneti, segnalo l’arrivo quasi in gruppo compatto (poco dietro alla Di Vittorio) del trio Bigi-Bacchi-Mascia, 17 giri e 5 birre ciascuno, sportivamente davanti a me di 2,640 km, ma puniti dalla poca birra che li lascia alle soglie dei 50 km virtuali (virtuali, o viziosi?) mentre il sottoscritto si issa a quota 58.

Naturalmente restavano a disposizione anche i beveraggi normali, le bevande e frutta solite, fresche e secche, più qualche verdura un po’ meno usuale (pomodori, carote, cetrioli), sotto la supervisione di altre gloriose ultramaratonete romagnole, come le sorelle Costetti e Anna Zacchi habituées del Passatore.

Il sole tramonta e sorge una luna pienissima, la temperatura si abbassa intorno ai 22/23 gradi. Dopo un sommario lavaggio con l’acqua fresca che sgorga da una gomma, ci attardiamo a parlare di diete e malanni e medicine con Elena Di Vittorio, senza accorgerci che nel frattempo la grigliata garantita ai partecipanti sta finendo (sembra che la cucina abbia dovuto interrompere le operazioni, dopo aver beneficiato delle sue grazie un po’ tutti i presenti non podisti); e quando mi presento al bancone, resta qualche stuzzichino, acqua minerale, la solita birra e un bicchiere di spumante per non so qual compleanno (ma l’anno scorso il vino rosso era ai tavoli).

A proposito: Elena replica ‘scientificamente’ alla mia battuta, se cospargersi di idrocortisone come antizanzare fosse doping: “Ogni molecola di farmaco definita cortisonico in realtà ha una farmacocinetica (assorbimento, metabolismo, escrezione, legame alle proteine plasmatiche) diversa, per cui alcuni sono vietati solo per uso sistemico (a seconda della via di somministrazione orale, intramuscolo, endovena, rettale), altri per tutte le vie (anche topica).

Se uno si spalma Locoidon per una puntura di zanzara non è dopato, però se se lo iniettasse o lo ingerisse lo sarebbe. Idem con altri cortisonici”.

La compilazione delle classifiche è come al solito laboriosa e soggetta a correzioni (ultima revisione, limitata alla “senza birra”, il 18 giugno, e la correzione principale fa scendere il 6° della classifica originaria all’attuale 17° posto, con 3 giri in meno di quelli inizialmente conteggiati). Dei 113 in graduatoria (un aumento del 36% rispetto al 2018), due si sono accontentati di quattro giri (10,5 km), con o senza aggiunta di birre; chi ne ha fatti addirittura 19 più 9 birre (eppure l’ho doppiato almeno quattro volte… infatti nella classifica rivista perde 3 giri e 66 posizioni); chi, arrivato quasi allo scoccare delle 6 ore in zona traguardo, ha ottenuto di proseguire per l’ultimo giro utile a fargli scattare il fatidico “punto” dei 42,208 cioè della maratona valida per le classifiche nazionali e mondiali (sono 33 in tutto i maratoneti ‘nudi e crudi’, 54 gli ‘ultramaratoneti’).

Così non fa Gregorio Zucchinali, presidente IUTA, che finisce con me (facciamo insieme quasi tutto l'ultimo giro, parlando di politica, di doping, di ricordi, di vecchi amici che non ci sono più); lui è un giro dietro, dunque a quota 39,6, ma si dichiara contento del risultato, visti gli acciacchi da cui sta quasi uscendo, ed esce dall'agone bevendo la quindicesima birra.

Insomma, qualche buon motivo per essere a Castelbolognese anche quest’anno l’abbiamo trovato tutti: se... camperemo cent'anni, torneremo.

Lunedì, 17 Giugno 2019 12:42

Per amore, si ingolla anche l’Ortica

Una frase fatta recita che dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna. Beh certo, dietro all’editore Angelo Rizzoli c’è stata Eleonora Giorgi, dietro Onassis c’era Jacqueline ex-Kennedy, dietro Sollecito c’era Amanda, dietro Icardi c’è Wanda Nara ecc.

A volte può essere vero il contrario, o meglio, il reciproco. Ce ne siamo resi conto scorrendo le foto di Roberto Mandelli al recente Palio dell’Ortica, gara non competitiva ma dove gli atleti avevano il pettorale numerato e i primi arrivati sono stati comunque premiati:

 https://foto.podisti.net/p276415172/hce88e696#hce88e696

In questa prima foto della nostra scelta vediamo, al via in prima fila, secondo da sinistra con pettorale 145, un podista ampiamente tatuato sul suo lato destro, e dall’aspetto sicuramente molto atletico. Del tutto normale che, chi ritiene di avere chances per fare una buona gara, parta davanti onde non essere rallentato dai vari Fabio Maderna (o peggio ancora, se ci fosse stato, Fabio Marri). In una foto poco successiva, sempre prima della partenza, scopriamo un’altra tenuta nera, indossata da un gentile personaggio femminile che porta il pettorale 144

https://foto.podisti.net/p276415172/hce88e696#hce88e6c3

La gara comincia, e la gentildonna numero 144 balza in testa alla gara femminile. Eccola al primo passaggio:

https://foto.podisti.net/p411520951/hce88eac3#hce88eac3

To’ chi si rivede: a romperle l’aria, per renderglierla meno urticante c’è il nostro uomo tatuato, pettorale seminascosto, ma divisa del tutto identica. Vana appare la resistenza della seconda donna, la 556, che sembra potersi raccomandare solo al cielo.

Eccoci infine al traguardo: Mandelli sta per fissare il meritato arrivo, chissà, mano nella mano, della coppia, ma ecco il supremo atto d’amore (uso il termine in senso lato):

https://foto.podisti.net/p21857661/hce890495#hce890495

La vittoria femminile è tutta e solo di Lorenza Bianchetti (questo il nome della premiata); non sia mai che qualcuno del pubblico la voglia sminuire, o che il pacemaker pretenda una parte del premio come usa nelle grandi gare! Dunque, l’estremo sacrificio che arriva fino all’annullamento di sé: il pettorale 145 esce letteralmente di scena, forse non taglia nemmeno il traguardo (vedete la sua progressiva sparizione nelle foto 131-136).

A godere di quanto ‘seminato’ sembra essere invece un altro, stessa divisa ma numero 138, che nelle foto 143-146 schiocca un bel bacio (non ricambiato) alla vincitrice, poi esulta con lei. Siccome mi dicono che si chiami Gianluca Rundiciotto e sia persona squisitissima oltre che coordinatore del gruppo Urban Milano, non mi permetto di insinuare che faccia come il cuculo che sfrutta il nido costruito da altri uccelli: anzi, anche lui acconsentirà che si elogi il vero meritevole del tiraggio, colui che ha ingollato l’aria pungente delle Ortiche pur di garantire il successo di Lorenza.

Diamo tutti i meriti dunque ad Andrea Gornati, immediatamente riconosciuto dai presenti e da chi ha visto le foto: personaggio molto noto come preparatore atletico e allenatore, già in rapporto con Orlando Pizzolato, e adesso in proprio (omissis). Qualcuno in rete ha anche aggiunto motivazioni ‘speciali’ per giustificare il ‘tiraggio’ o, reciprocamente, il ‘succhiaggio’: ma qui si entra nella sfera personale e noi non lo seguiremo.

Ci basta aver segnalato questo supremo gesto di altruismo: almeno stavolta, dietro (o davanti) a una grande donna c’è stato un grande uomo.

Milano (Centro Sportivo Saini) 9° Palio dell'Ortica

Castelbolognese, 15 giugno – In attesa di riferirvi della quinta “6 ore della birra” (attendo le classifiche, per ora contentatevi delle foto http://podisti.net/index.php/foto.html ), vorrei dirvi di come l’antefatto e il “terzo tempo” di questa corsa siano stati conditi da franchi colloqui tra i due protagonisti della vicenda doping (prima ironicamente proclamata, poi un po’ sminuita, e nel frattempo stigmatizzata soprattutto via social). Intendo tra Mario Liccardi, che prima si è autodenunciato e ora continua a difendersi e precisarsi nei commenti al suo articolo online da alcuni giorni (http://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/4206-un-tapascione-dopato-a-sua-insaputa.html), ed Elena Di Vittorio, la quale oltre a essere una ultramaratoneta di assoluto rilievo (l’anno scorso aveva vinto la 6 ore della birra, quest’anno è volutamente andata più piano perché reduce da un infortunio), ha due lauree nell’ambiente chimico-farmaceutico-biologico, ed è apprezzata biologa nutrizionista a Parma, dove vive (le ho anche gettato l’amo: perché non ci scrivi qualcosa di scientifico per Podnet?).

Ebbene, i due ‘contendenti’ si sono civilmente confrontati nell’imminenza della gara; dopo la corsa, essendosi Liccardi già avviato verso casa, sono stato io ad approfittare della squisita disponibilità della dottoressa-campionessa per fare un po’ il punto (senza pretendere di esaurire il discorso, tanto più che il mio tipo di laurea non consente di spingersi troppo in là su certi argomenti), anche con l’aiuto di qualche email, sulla questione che a quanto pare sta suscitando molto interesse.

Elena lamenta, come aveva scritto in un commento sul nostro sito:

 

Prima di citare un mio post a supporto di una tesi sarebbe bene leggere ATTENTAMENTE il testo: in questa citazione [quella fatta da Mario] viene "ribaltato" il significato dell'affermazione (che non è altro che un'evidenza scientifica assolutamente assodata ormai da decenni). Nel passaggio citato infatti si metteva in evidenza che con un utilizzo "occasionale" del cortisonico si ha la prevalenza degli effetti "positivi dopanti", che poi con l'uso prolungato vengono meno e risultano ampiamente sovrastati dagli effetti negativi. Non voglio far polemica, sono intervenuta soltanto perché tirata in ballo personalmente, ma solo puntualizzare. Non mi piace quando vengo citata riportando in modo travisato le mie parole.

 

A beneficio dei lettori che non sono su Fb (come il sottoscritto) ci siamo fatti mandare il “post verboso”, come l’ha definito la stessa Elena, messo in rete il 6 giugno. Per agevolare la lettura mi permetto di ridurlo un po’ e togliere le note bibliografiche:

 

LE AZIONI FARMCOLOGICHE DEL CORTISONE, QUESTE SCONOSCIUTE?

Il più gettonato tra gli sportivi è il cortisone, o meglio la classe dei cortisonici di sintesi ovvero molecole che mimano l'effetto del 11β,17α,21-triidrossipregn-4-en-3,20-dione volgarmente detto cortisolo endogeno.

Ebbene si, produciamo normalmente il cortisolo, o meglio lo producono quotidianamente in modo fisiologico le nostre ghiandole surrenali con un ritmo ben preciso (circadiano): tutte le mattine verso le 8:00 abbiamo il nostro picco ematico del cortisolo.

Come le gazzelle che ogni mattina quando si svegliano devono essere pronte a scappare dai leoni, anche noi dobbiamo essere rapidamente efficienti ed operativi, ed il cortisolo ce lo consente.

E' un ormone steroideo infatti che regola numerose funzioni fisiologiche, tanto che la sua mancata produzione è condizione patologica (MORBO DI ADDISON) che può rivelarsi anche pericolosa per la vita e che necessita di trattamento farmacologico con gli analoghi di sintesi.

Essendo il cortisolo fondamentale per il mantenimento dell'omeostasi idro-salina e per l'adattamento del corpo a qualsiasi situazione di stress la sua mancanza provoca, solo per citare alcuni sintomi:

astenia, ipoglicemia, affaticabilità, ipotensione ortostatica, anoressia, perdita di peso, intolleranza al freddo, vertigini, acantosi nigricans (macchie cutanee), depressione, ansia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, amenorrea.

La produzione di cortisolo aumenta in condizioni di stress, quindi anche nel caso di attività fisica prolungata (un esempio a caso: nella corsa di resistenza). Questa iperproduzione è il principale spauracchio dei personal trainer che sconsigliano l'attività aerobica come se fosse il male assoluto e la principale causa dei loro "fallimenti" (quando, avendo visto innumerevoli diete dei PT, io qualche sospetto sulla vera causa di insuccesso dell'allenamento nella ricomposizione corporea ce l'avrei, ma questo è un discorso a parte).

Tralasciando il fatto che se i PT studiassero un po' saprebbero che anche esercizi ad alta intensità provocano un picco nella secrezione di cortisolo e che l'aumento di cortisolo circolante dipende dall'intensità e dal volume d'allenamento nel caso di attività di resistenza e provocano un aumento superiore soprattutto quelle che comportano una maggiore produzione di lattato, l'azione in acuto del cortisolo è la risposta fisiologica allo stress volta al mantenimento dell'omeostasi, e non provoca i danni che invece sono conseguenti ad una iperproduzione cronica (o ad un'assunzione prolungata di cortisonici esogeni, ovvero farmaci).

I danni si manifestano in seguito ad un'iperproduzione cronicizzata di cortisolo, da stress prolungato mal gestito nel tempo: il famigerato OVERTRAINING.

Il CORTISOLO modula un gran numero di funzioni fisiologiche:

- METABOLISMO: stimola lipolisi e gluconeogenesi, utilizzo delle proteine per produrre glucosio con conseguente aumento della glicemia.

- BILANCIO IDRICO E SALINO: favorisce il riassorbimento di SODIO e l'escrezione di POTASSIO e CALCIO a livello renale.

- SISTEMA IMMUNITARIO: esercita azione antiinfiammatoria e di immunosoppressione.

- APPARATO CARDIO-CIRCOLATORIO: mantenimento della gittata cardiaca, aumento del tono arteriolare, riduzione della permeabilità endoteliale.

- stimola il riassorbimento osseo e la perdita di massa muscolare.

- facilita l'azione di glucagone e catecolamine in risposta a stimoli stressanti.

 In pratica a livello fisiologico la funzione principale e' quella ergogenica (che è l'effetto "collaterale" dei farmaci corticosteroidei che li rende DOPING) , mentre a livello farmacologico le azioni ricercate sono quelle che si definirebbero per l'ormone endogeno EFFETTI COLLATERALI (soppressione della reazione infiammatoria e delle reazioni allergiche).

Quindi affermare che un cortisonico è un banale farmaco utilizzato per curare un'allergia è evidentemente una sciocchezza. Non è un farmaco "banale" ed ha indicazioni terapeutiche ben precise, per cui vanno preferite opzioni terapeutiche alternative quando non strettamente necessario sulla base di un discorso di rapporto rischi-benefici (anche se l'eccesso prescrittivo di corticosteroidi in Italia è estremamente diffuso. Questa è una mia personalissima considerazione).

I corticosteroidi assunti per non oltre una settimana continuativa producono innegabili vantaggi in termini di miglioramento di performance, riducendo la fatica ed il dolore, ottimizzando il metabolismo sotto sforzo e agendo in cooperazione con le catecolamine migliorano anche la performance cardiaca e provocano euforia.

Chiaramente con l'uso prolungato (per moltissime patologie purtoppo è necessario) prevalgono gli effetti collaterali negativi anche gravi (depressione,ipertensione, diabete, osteoporosi, riduzione della massa muscolare, accumulo di grasso addominale, ecc...).

 

Ho messo in neretto quest’ultima frase perché era quella che Mario citava e in un certo senso faceva propria, sia pur mettendo in dubbio l’azione dopante per una sola assunzione a due giorni dalla gara.

Mario ha ribadito la sua convinzione nell’ultimo (per ora) commento aggiunto al suo pezzo ‘storico’, commento che riporto qua perché non è facilissimo leggerlo ‘in chiaro’ sul sito (il trucco è cliccare su “Rapporto”).

In occasione della sei ore della birra a Castelbolognese (mi sono ritirato al 23^ km per troppo caldo), ieri ho avuto una franca discussione con Elena di Vittorio. Relativamente alla prima parte del confronto, circa il dotto post sulle azioni farmacologiche del cortisone, Elena ha sostenuto che le sue affermazioni sono state mal interpretate o travisate: non avendo io tenuto conto di una negazione, ho distorto il senso della frase.

Cosa ha scritto Elena? [segue la prima frase riportata sopra in neretto]

Cosa ho capito, magari in maniera non corretta?

Che il cortisone assunto fino a non oltre una settimana continuativa, quindi fino sette giorni di seguito, produce benefici che aumentano progressivamente giorno dopo giorno.

Tempo fa ad esempio, dietro prescrizione medica mia moglie ha assunto Bentelan per 4 giorni consecutivi: il dolore reumatico o artrosico che, specialmente durante la notte, si irradiava dalla schiena fino al piede della gamba destra impedendole di dormire, solo al quarto giorno è miracolosamente sparito.

Cosa ho scritto? “Segnalo di non aver mai assunto il Bentelan per non oltre una settimana continuativa. Lo prendo solo alla bisogna, poche volte nell’arco di maggio e giugno. Quest’anno, una volta sola. Non so quindi fino a che punto abbia mai influito nelle mie prestazioni sportive”.

Ho distorto il senso dell’affermazione di Elena? Non mi pare.

 

Bè (commenta Elena), è quasi come citare Burioni in un testo contro l'uso dei vaccini… Da parte mia, direi che Mario, sebbene abbia letto e trascritto da Elena che il cortisone nella prima settimana di uso aumenta le prestazioni sportive, continua a dubitare che ciò sia accaduto nel suo caso, dato che ne ha presa solo una fiala (e aggiunge l’esempio di sua moglie, dove gli effetti si sono visti solo al quarto giorno d’uso).

Per curiosità, sono andato a leggere il foglietto illustrativo del Bentelan  (su internet, sperando che non l’abbia scritto il dr. Google). Trascrivo con tagli:

 

Bentelan fa parte della categoria dei Corticosteroidi sistemici - glicocorticoidi.

La terapia corticosteroidea può trovare indicazione in una vasta gamma di malattie. Tra le principali vanno ricordate:

asma bronchiale [che, chissà perché, affligge molti sportivi di alto livello, NdR]

allergopatie gravi [è il caso di Mario];

artrite reumatoide

collagenopatie;

dermatosi infiammatorie;

Precauzioni per l'uso

Durante la terapia possono manifestarsi alterazioni psichiche di vario genere: euforia, insonnia, mutamenti dell'umore o della personalità, depressione grave o sintomi di vere e proprie psicosi. Una preesistente instabilità emotiva o tendenze psicotiche possono essere aggravate dal glicocorticoide.

Con l'uso inalatorio: raramente si possono verificare una serie di effetti psicologici e comportamentali che includono iperattività psicomotoria, disturbi del sonno, ansietà, depressione, aggressività, disturbi del comportamento (prevalentemente nei bambini).

Nei pazienti anziani la terapia, in particolare se prolungata, deve essere pianificata in considerazione della maggiore incidenza degli effetti collaterali quali osteoporosi, peggioramento del diabete, dell'ipertensione, maggiore suscettibilità alle infezioni, assottigliamento cutaneo.

La posologia di mantenimento deve essere sempre la minima in grado di controllare la sintomatologia; una riduzione posologica va fatta sempre gradualmente durante un periodo di alcune settimane o mesi in rapporto alla dose precedentemente assunta ed alla durata della terapia.

PER CHI SVOLGE ATTIVITÀ SPORTIVA

L'uso del farmaco senza necessità terapeutica costituisce doping e può determinare comunque positività ai test anti-doping.

 

Ecco, forse queste ultime righe erano state ‘saltate’ da Mario. È però vero che qui si parla di “uso senza necessità terapeutica”, che invece in Mario c’era. A questo punto, come sollecitano le vestali dell’antidoping, Mario deve starsene sul divano fino alla cessazione degli effetti del Bentelan, oppure può continuare a svolgere attività sportiva senza lucrarne prosciutti ed eurini? (era il senso anche dei quesiti di altri due lettori).

Elena privatamente mi ha risposto: Ogni cortisonico ha un'emivita differente, il calcolo esatto però è molto complicato perché i cortisonici si accumulano nel grasso corporeo, quindi i livelli circolanti variano in base a quanto ne è stato assunto ma anche in base alle caratteristiche fisiche del soggetto.  In seguito a singola somministrazione è più prevedibile e si desume dal foglietto illustrativo (alla voce proprietà farmacocinetiche).

Purtroppo non ho trovato questa voce nel foglietto online (che parla solo di “escrezione quasi completata nelle 24 ore”: significa che dopo 24 ore il farmaco circola perfettamente, o viceversa che non ce n’è più traccia, o non ha più efficacia? Opterei per la prima risposta). E ribadisco il mio parere: chi come Mario a Monselice si classifica 13° su 35, con 48,414 km percorsi in 6 ore (cioè andando ai 7:30 /km), non credo che prenda farmaci per doparsi. Se li prende, dietro prescrizione medica, per star bene (o addirittura come salvavita), perché vietargli di gareggiare senza fini di lucro?
Faccio un paragone personale ma estremo e semi-immaginario, nel senso che l'ipotesi prospettata non si è poi realizzata: nel marzo 2003 ebbi un forte attacco di ulcera, il mio ematocrito andò a 30 e l’emoglobina a 10. Se mi avessero curato con l’epo e due mesi dopo avessi corso il Passatore (cui ero già iscritto), sarei stato un drogato passibile di squalifica? Cioè la mia assunzione di epo sarebbe stata vista come un tentativo di andare più forte al Passatore?

Ma in realtà: non mi prescrissero l’epo, per riportare il sangue a livelli più decenti mangiai chili di milza, di fegato e di fiocchi d’avena, l’unica medicina prescritta fu l’ acido folico – oltre ovviamente all’omeoprazolo -, e due mesi dopo corsi il Passatore in meno di 13 ore. Magari con l’epo facevo 12:30 e arrivavo 150° anziché 178°… E chissà se l’omeoprazolo, che prendo ancor oggi come ‘richiamo’ una volta l’anno, sta pure esso nella lista nera …

Tornando all’oggi: la sera prima della 6 ore, un medico intervistato da un Tg nazionale ha sostenuto che il rimedio più efficace contro le zanzare è l’idrocortisone. La cosa è confermata da vari siti internet: per esempio il “Corriere salute”:

Applicare idrocortisone in crema

Come viene spiegato sul National Library of Medicine, questo preparato antiinfiammatorio ad uso topico è efficace per ridurre il calore provocato dalla puntura di zanzare e il successivo gonfiore, dando anche sollievo al prurito.

Il consiglio: una crema a base di idrocortisone allo 0,5% o all'1% applicata un paio di volte al giorno dovrebbe riuscire ad alleviare il prurito.

(Altrove)

 L'idrocortisone contiene una piccola quantità di steroidi (1% della soluzione) che aiuta a prevenire il prurito.

Magari, tra i partecipanti alla 6 ore qualcuno si era preventivamente spalmato di questa crema: dopato?? Wada, accorri!!

La presenza su Podisti.net del padre Pasquale Castrilli, missionario Oblato di Maria Immacolata, e corridore anche di lunga lena (13 maratone, una ventina di mezze e tante gare più corte, quando lo permettono i tanti viaggi intercontinentali per missioni), data dal gennaio 2018. La sua rubrica “Correre con lo spirito” (italianizzazione di “Running & Spirit” che era tra le proposte iniziali, insieme a “Il cavallo di S. Francesco”) è diventata un appuntamento, seppure a liberi intervalli imposti dagli eventi.

In attesa che padre Pasquale ci mandi un’altra puntata, abusiamo del suo tag per dire del libretto Evangelii Gaudium. La staffetta dei sacerdoti runners sulle pendici dell’Etna (Roma, Editrice Missionari OMI, maggio 2019, 58 pagine, € 6.50): l’occasione scaturisce dalla vittoria dei  parrini, dei tre sacerdoti assemblati e ‘allenati’ da padre Pasquale, alla 12^ edizione della Supermaratona dell’Etna del 9 giugno 2018, col record del percorso (di cui voi lettori sapeste in anteprima). Record che rischia di resistere all’infinito, non solo per il suo valore assoluto ma soprattutto perché, lo scorso sabato 8 giugno, la Supermaratona si è svolta solo come gara individuale e non più a staffetta (153 partecipanti, dominati da Francesco Mangano in 4:19, con 19 minuti di vantaggio su Francesco Cesare; prima donna, l’ungherese Agnes Korodi in 5:22): la presenza dei religiosi era comunque assicurata da una copia del libretto nel pacco-gara dei concorrenti…

La prima parte del testo rievoca, con ricchezza di dettagli, le tre frazioni corse della scalata etnea: a prendere il via per primo (dopo la benedizione a tutti gli atleti, impartita con acqua marina dal terzo staffettista) è don Vincenzo Puccio (cui padre Pasquale, che era stato primo frazionista nell’edizione dell’anno precedente, cede il ruolo), seppur reduce da una pubalgia che l’ha tenuto fermo un anno: soffre, ma conclude i 14,5 km in 1.07, terzo a cinque minuti dalla prima squadra. Dà il cambio a don Gianni Buontempo, molisano, che supera tutti chiudendo i suoi 19 km in 1.35, primo! Ed ecco la novità della staffetta 2019, il prete trentino don Franco Torresani, che copre i quasi 10 km del suo tratto, con pendenze proibitive fin sotto la vetta dell’Etna, col nuovo record parziale di 59:01, ciò che produce un tempo complessivo di 3.41:54, 23 minuti davanti ai secondi!

La vittoria non è però tutto: il libretto prosegue raccontando della messa, celebrata dai tre e da altri confratelli, nella chiesa madre di Linguaglossa, prima delle premiazioni; e di un nuovo incontro, l’indomani, con un gruppo di corridori messinesi cui don Gianni illustra il concetto del “dare il meglio di sé”; come padre Pasquale ha fatto per i frequentatori di Podisti.net il 4 luglio 2018: http://podisti.net/index.php/commenti/item/1919-dare-il-meglio-di-se-lo-sport-e-la-fede.html

 

Molto interessanti poi, dal lato umano,  i ritratti dei tre protagonisti della staffetta: don Puccio, oggi parroco a Barcellona Pozzo di Gotto, ma atleta… fin dalla nascita, che però fu temporaneamente strappato allo sport dal rettore del suo seminario; solo nel 2010 tornò alle corse, con una Roma-Ostia terminata in 1.15. Il 2015 sarebbe stato l’anno dell’esordio in maratona, ma quella maledetta gara di Messina venne sospesa pochi istanti prima del via (c’ero anch’io, che da allora non ho più messo piede a Messina: don Vincenzo invece c’è tornato nel 2019 arrivando secondo alla maratona, e vincendo poi la vicina maratonina dei Nebrodi). Esordio però rinviato di poche settimane, a Treviso nel marzo 2015, dove chiuse in 2.29. Un po’ peggio invece a Milano quest’anno, dove alla partenza l’azzurro Stefano La Rosa gli chiese la benedizione, mentre don Puccio ebbe bisogno di molte preghiere alla Madonna per arrivare in fondo!

Ha sempre fatto sport, invece, don Franco Torresani, il trentino che veleggia verso i 60 anni, attualmente parroco ad Arco (dopo esserlo stato in val di Non), addirittura quattro volte nazionale azzurro di corsa in montagna (dove ha ottenuto 5 titoli mondiali e 4 europei). Corre anche quando visita a casa i suoi parrocchiani, che ovviamente tifano per lui nelle corse ufficiali (chi scrive lo incrociò al giro della Val di Fassa nel 2001): 31:16 nei diecimila, 1.19 nella maratonina (campione italiano M 40 nel 2002); 2.33 in maratona a Reggio, con un’occasione perduta a Firenze nel 1999 quando crollò nel finale; e sembra che questo sia stato il suo addio ai 42 km.

Don Gianni Buontempo invece viene dal mondo delle campestri e delle non competitive, e per scoprire le maratone aspettò l’epoca in cui si trovava a Washington come docente di seminario, nel 2007: lì gli venne chiesto di correre la Marine Corps Marathon, per raccogliere fondi a vantaggio dei seminaristi più poveri. L’entusiasmo degli americani lo contagiò, e don Gianni ha finito per correre cinque volte quella 42, con un miglior tempo di 2.32, a 40 anni. Degli americani gli piace lo spirito pienamente dilettantistico, a volte folcloristico con punte di sconsideratezza (come la ricerca delle corse estreme, le 100 miglia, le 50 maratone nei 50 stati…), certo meno competitivo ed esasperato degli italiani, dove ha l’impressione che chi non è “performante” sia tenuto ai margini della considerazione sportiva. Per don Gianni la corsa deve essere una “dipendenza lieve”, non fine a se stessa, ma capace di insegnarti il sacrificio, le levatacce, la dieta, insomma quello che una volta si chiamava la vita monastica.

Tutto questo, possiamo ben dirlo, è “correre con lo Spirito”, ma senza dimenticare le esigenze materiali di chi ha meno di noi: così la neonata Athletica Vaticana raccoglie scarpe da corsa da inviare in Africa; e il nostro padre Pasquale cerca fondi per le missioni, anche attraverso il suo sito www.pasquale castrilli.it.

In gara, ogni passo ci porta verso il traguardo; nella vita, ogni obolo, anche modesto, può servire a portare qualche altro verso i suoi legittimi traguardi.

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