Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

Lunedì, 29 Aprile 2019 12:03

San Damaso (MO), 23^ Strapanaro

28 aprile - L’inclusione, come quarta prova, nel Gran Prix di podismo modenese ha garantito una certa partecipazione, anche di reggiani e bolognesi, a questa gara, svoltasi in uno dei territori più frequentati dai podisti ma che, ad ogni cambio di stagione, sa offrire scorci panoramici nuovi. Certamente non nuovi sono i primi 3 e gli ultimi 5 km del tracciato, comuni a tutti i percorsi tranne quello mini; i 15 e i 21 km invece recuperano un lungo tratto sopra e sotto l’argine del Panaro, oltre la diga delle casse d’espansione, in comune di San Cesario, con discesa nell’abitato di S. Anna (esattamente dove, in ben altro clima politico, si svolgeva una camminata del Festival del Partitone), proseguimento fino a ridosso del casello di Modena sud dell’Autosole, risalita sull’argine destro (dopo un ricciolo supplementare, in zona campestre, imposto ai 21) e ritorno ancora alla diga con passaggio sull’argine sinistro -grosso modo dove in epoca romana e medievale la via Emilia giungeva al guado o traghetto sul fiume - per ripassare dalla chiesa di Collegara (nucleo antico dell’abitato di San Damaso, che invece è zona residenziale moderna) e giungere al traguardo dopo il consueto pratino conclusivo dove sono insediati Nerino e Tetyana a fotografare. Pittoresche le foto degli ombrelli adottati quando gli scrosci di pioggia erano un po' più intensi: vedi 122-125, 178-180, 216 e 429 per i diversi accorgimenti dei bimbi a seconda delle età; 182 e 194 per dei curiosi copricapi occasionali.

194 sono stati i competitivi classificati (di cui 33 donne): li ha regolati il 46enne mirandolese Roberto Bianchi, tra le eccellenze di questi tipi di gare, in 1.15:10, con un buon minuto e mezzo sul secondo, Roeland Slaegter, 33enne, e sul 29enne Fabio Vandelli. La vecchia guardia è stata rappresentata dall’ex sindaco di Spilamberto Luca Gozzoli, 53 anni che lo fanno capace ancora di 1.20:48. Tra le donne, in mancanza di qualche big-big, risultato abbastanza scontato e ancora un successo per la 35enne reggiana Linda Pojani (1.17:47), mezzo minuto su Elena Neri, e un minuto su una Cecilia Tirelli, modenese quasi alla soglia degli anta che cominciò a correre bambina, fine anni Ottanta, con papà Giuliano, mamma Mara, il sottoscritto e la sua famiglia, in una società estemporaneamente costituita senza carte da bollo o medici sociali (la “Mati”) i cui successi nel circuito delle Basse hanno riempito casa mia e dei Tirelli di tante coppe e targhe. Questo giorno, lo ricordiamo insieme, è l’anniversario del suo esordio in maratona, un 2.53 a Padova sotto la guida di Gianni Ferraguti.

A noi vecchi restano questi ricordi che però sono anche motivo di orgoglio per la consapevolezza di aver seminato bene (mentre Cecilia gareggia qui, il suo antico compagno di corse bambine, Giulio, corre la mezza di Nashville…).

Cullati dai ricordi, ci fanno meno male i tempi risibili e la fatica durata per concludere i 21 km, tre quarti d’ora abbondanti dopo Cecilia (e dieci minuti dopo Giulio…): ci accontentiamo di raggiungere e superare nel finale il coetaneo Enzo “Evergreen” Ori, una specie di Mastrolia delle Basse, che negli anni d’oro ci provava a far compagnia a tutte le podiste, e oggi viene invece abbandonato negli ultimi km da due ‘ragazze’ tra i 42 e i 53 anni, con cui era stato in gruppo per tutta la gara. “Le donne non ci aspettano più”, gli dico. “Mi aspetto da solo”, è la sua risposta.

Meglio lui dei tanti ex rivali di gare passate, anche di maratone estere corse fra le 3h30 e le 4, che abbiamo incrociato sotto una leggera pioggerella nell’avant-indree sull’argine, noi al km 4-5 o seguenti, loro invece già quasi all’arrivo, dopo essere partiti un’ora prima, e magari senza pettorale perché 2 euro sono troppi, anche a fronte di un vasetto di marmellata e qualche bustina di fitofarmaci del pacco gara.  Notate che il primo pettorale esibito appare alla foto n. 629.

A occhio, direi comunque numerosa la presenza dei non competitivi, rigorosamente distinti dai 194 alla partenza, e insolitamente disciplinati nell’aspettare il via dopo che il colpo di pistola  era echeggiato per i migliori. Per San Damaso, dove di solito all’orario giusto rimanevamo in poche decine, mi sembra una novità, che ha premiato il meritorio sforzo profuso da "Baffo" Abati e dalla sua famiglia allargata degli organizzatori.

Domenica, 28 Aprile 2019 23:51

Spezzano (MO) - 37° Strafiorano

27 aprile – Gara non competitiva, di 8,5 km dichiarati che in realtà non arrivano a 8, con circa 110 metri di  dislivello, che nei suoi quasi quattro decenni ha avuto varie date e dislocazioni: dal giorno della Befana, a una domenica di inizio estate, dal bocciodromo allo stadio lato pianura e infine, come ora, lato monte, nei pressi del cimitero dove è sepolto il martire risorgimentale Ciro Menotti. A volerla fu Edoardo Ronchi, uno dei pionieri del podismo modenese; ora, è il figlio Claudio che la tiene in vita.

Non competitiva ma alla fine c’è sempre modo (come si faceva nel podismo delle origini, quando non c'erano tutte le paturnie dei certificati medici e delle omologazioni ecc.) di premiare i primi tre uomini e tre donne: forse tra i pochi a prendere la corsa sul serio come si vede ad esempio dalla foto 210 di Teida Seghedoni, della vincitrice femminile che scende di gran carriera dribblando i podisti normali e i camminatori che stanno ancora salendo (ma qualcuno era già arrivato da mezz'ora, perdendosi la rituale inquadratura di Teida che dovrà poi rimediare cercandolo tra le tende, già rivestito); o dalla foto 89 coi primi due maschi che scendono per la strada mentre il percorso raccomandato era sul sentiero pedonale transennato alla loro sinistra.

Ma l’occasione è stata buona per una ossigenazione sulle prime collinette sassolesi (da non credere, che una città così disumana come Sassuolo abbia un hinterland così gradevole), nel territorio del parco delle Salse su cui spicca il vulcanetto dove da bambini andavamo ad accendere il gas con un fiammifero, ma adesso non si può più (foto 67-83). Bel verde, vegetazione in rigoglio, solicello che ha indotto alcune poche podiste a osare il duepezzi foto 118 e 192). Nel ristoro intermedio occhieggiavano tre bottiglie di vino bianco (foto 27-29) ma una delle tre ci risulta sia rimasta chiusa.

Non si può onestamente pretendere di più da una gara offerta ai soliti 2 euro (ma il pettorale indossato, come sempre, è un optional raro a vedersi), con un percorso ben sorvegliato anche dai vigili, e l’occasione per un ritrovo senza stress fra vecchi amici, incluso il decano della provincia Luigi Bandieri (nella foto 185 con la trailer di lungo corso Cecilia Gandolfi): a molti è servita per saggiare le proprie forze, o per la maratona di Padova, o per la 21 del campionato modenese dell’indomani.

La notizia, data in anteprima in Mondovisione e ripresa dai quotidiani inglesi (il Guardian e il Telegraph), è rimbalzata su tutti gli organi di informazione: siamo a Londra ma sembra quasi che l’imminente maratona (dove Farah arrivò 3° lo scorso anno dietro il detentore della miglior prestazione mondiale Eliud Kipchoge, e all'etiope Kitata) passi in secondo piano.

La scena si sposta in Etiopia, vicino ad Addis Abeba, dove Haile Gebrselassie (vincitore di due ori olimipici e detentore del record mondiale sui 42 km fino al 2011) possiede un albergo all’interno del centro di allenamento Yaya Africa Athletics Village: qui Mo Farah (ex somalo, ora cittadino britannico, quattro ori olimpici) ha alloggiato addirittura per tre mesi, e dichiara di essere stato derubato, il 23 marzo scorso, giorno del suo 36° compleanno, dell’equivalente di 2500 sterline, due cellulari, e un orologio dal “grande valore”, non solo commerciale ma affettivo essendo appunto il regalo di compleanno da parte della moglie: il furto sarebbe avvenuto nella stanza di Mo Farah, utilizzando una chiave lasciata al portiere (come se in un albergo non avessero le chiavi di tutte le stanze!). Cinque dipendenti del centro erano stati fermati dalla polizia, ma dopo qualche giorno sono stati rilasciati per mancanza di prove. Si aggiunge che Farah aveva rifiutato di consegnare gli oggetti di valore alla reception.

Secondo Farah, “Gebrselassie non si è assunto alcuna responsabilità né ha proposto un risarcimento”, cosa che invece sarebbe stata fatta – dice Gebre – se Farah non se ne fosse andato in fretta, senza saldare il conto di 3000 sterline; secondo altre fonti, il conto sarebbe stato saldato, a un prezzo di favore (secondo Gebre il 50% di sconto), ma senza gli extra, cioè altre 2.300 sterline. Beh, insomma, all’incirca avrebbe fatto pari… e per giunta avrebbe spedito a Gebre degli sms sul tenore “distruggerò il tuo nome e quello del tuo hotel”.

Provocato, Haile ha reagito raccontando di un Farah coinvolto, durante il suo soggiorno, in una aggressione e in una tentata estorsione, e da lui stesso salvato a stento da un avviso di reato. Ma portatore di un rancore che risalirebbe a tre anni fa, quando Gebre, allora capo della Federazione di atletica etiopica, avrebbe negato l’accesso all’hotel a Jama Aden, già allenatore (seppur non uifficiale) dello stesso Farah, e che pochi mesi prima era stato arrestato dalla polizia spagnola dopo essere stato visto gettare nell’immondizia dell’albergo di Sabadell, dove si trovava coi suoi atleti,19 siringhe usate (e nella stanza di un vice di Aden si era trovata dell’Epo). All’episodio non è seguita nessuna vicenda processuale, sebbene si parli di una richiesta di estradizione per Aden rivolta dalla Spagna al Qatar (dove ora si troverebbe l’allenatore). Farah sostiene di non essere mai stato un atleta di Aden, ma l’accusa di Gebre sembra dimostrare il contrario, e certamente ‘pesa’ più di 3000 sterline.

Le fonti a stampa ricordano altre disavventure paragiudiziarie  e strepiti infondati di Mo Farah: ad esempio quando sostenne che un poliziotto dell’aeroporto di Monaco di Baviera l’avesse colpito con offese razziste, ricevendo la secca smentita della polizia tedesca.

Vedremo se la cosiddetta ‘adrenalina’ di cui ha fatto il pieno in questi giorni lo farà andare più forte a Londra…

Poco dopo la presentazione del 3° Trieste Running Festival, la manifestazione podistica che prevede tre gare dal 2 al 5 maggio, il cui clou sarà la mezza maratona internazionale affiliata Aims e naturalmente Fidal, è esplosa la polemica sfociata in accuse di “epurazioni”, di razzismo o peggio (specialmente ad opera di un partito che a tutto si appiglia pur di attenuare le presenti e future scoppole elettorali).

È successo che Fabio Carini, il presidente della Apd Miramar organizzatrice delle gare, ha dichiarato: "Quest'anno abbiamo deciso di prendere soltanto atleti europei per dare uno stop affinché vengano presi dei provvedimenti che regolamentino quello che è attualmente un mercimonio di atleti africani di altissimo valore, che vengono semplicemente sfruttati, e questa è una cosa che non possiamo più accettare. In Italia troppi organizzatori subiscono le pressioni di manager poco seri che sfruttano questi atleti e li propongono a costi bassissimi, e questo va a scapito della loro dignità, perché molto spesso non intascano niente e non vengono trattati con la giusta dignità di atleti e di esseri umani, ma anche a discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente, rispetto al costo della vita, non possono essere ingaggiati perché hanno costi di mercato”.

Ai primi commenti negativi, Carini ha aggiunto: “Mi spiace se qualcuno se l'è presa, hanno preso una cantonata mostruosa. Ora è il momento che da questa Trieste, città multiculturale, si dica basta allo sport che non è etico. Il nostro obiettivo è che questo non rimanga un fatto isolato ma che si cambino le regole".

I commenti – come detto, pressoché unilaterali – sono arrivati ad affermare che “si impedisce a dei professionisti di prendere parte a una gara perché provenienti dall'Africa”, e sarebbe “una vergogna inflitta a una città come Trieste e a una regione come il Friuli Venezia Giulia, da sempre culle di civiltà".

“Impedire”? Se chi ha usato questo verbo avesse aperto il sito degli organizzatori e letto il regolamento, forse non sarebbe ricorso a questo tipo di disinformacjia. Le iscrizioni sono tuttora aperte, alla quota finale di 25 euro, e il regolamento recita:

 

2.REQUISITI DI PARTECIPAZIONE ATLETI NON TESSERATI IN ITALIA

Possono partecipare:

  1. a) atleti italiani/e e stranieri/e non tesserati/e in Italia, limitatamente alle persone da 18 anni in poi

(millesimo d’età) compiuti alla data della manifestazione, in possesso di uno dei seguenti requisiti:

  • Atleti/e con tessera di club affiliati a Federazioni Estere di Atletica Leggera riconosciute dalla

Iaaf. All’atto dell’iscrizione dovranno in alternativa presentare:

- l’autocertificazione di possesso della tessera riconosciuta dalla Iaaf. L’autocertificazione

andrà poi, comunque, firmata in originale al momento del ritiro del pettorale.

[…]

la presentazione di un certificato medico di idoneità agonistica specifica per l’atletica

leggera, in corso di validità, che dovrà essere esibito agli organizzatori in originale e

conservato, in copia, agli atti della Società organizzatrice di ciascuna manifestazione. Il

certificato medico per gli stranieri non residenti può essere emesso nel proprio paese, ma

devono essere stati effettuati gli stessi esami previsti dalla normativa italiana: a) visita medica;

  1. b) esame completo delle urine; c) elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo; d) spirografia.

[…]

Atleti tesserati con Federazioni Straniere di Atletica Leggera affiliate alla IAAF: autorizzazione della

propria Federazione o copia della tessera della società sportiva di appartenenza valida per il 2019

o autocertificazione tesseramento e, per gli atleti extracomunitari, copia del permesso di soggiorno

o del visto d’ingresso, da inviare via e-mail o da presentare al momento del ritiro del pettorale.

 

Dunque non c’è nessun divieto, e sfido gli organizzatori a dire di no a un atleta extracomunitario tesserato per una federazione riconosciuta, e che paghi la sua quota.

La realtà, ovvia (forse non per gli sdegnati), sta negli ingaggi, in quel “prendere soltanto atleti europei” secondo le parole di Carini. Chi paga, ingaggia chi gli pare. Dall’altra parte, chi vuole correre, paga l’iscrizione e se è bravo va a premio: questo accade nel mondo dei podisti normali, che costituiscono il 98% dei partecipanti a una gara competitiva. Adesso la Fidal dichiara di aprire un'inchiesta: probabilmente sarà una di quelle inchieste condotte o dichiarate per mostrarsi sulla cresta dell'onda; sarebbe curioso se alla fine riuscirà ad 'obbligare' un organizzatore a pagare degli ingaggi, o a scegliere lei Fidal chi ingaggiare, e a quali prezzi...

Sembra tuttavia un po’ capzioso, al limite contraddittorio, il ragionamento seguente di Carini, che citando i bassi “prezzi” degli africani, parla del “discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente, rispetto al costo della vita, non possono essere ingaggiati perché hanno costi di mercato”. Insomma: gli europei costano di più, gli “extra” meno: che scoperta! È una realtà con cui ci confrontiamo tutti i giorni quando facciamo compere, il made in China costa la metà o un quarto del made in Europa (e anche all’interno dell’Europa, il made in Romania costa meno del made in France), e noi purtroppo compriamo le biciclette cinesi mandando in rovina i nostri imprenditori (facendo un paragone più osé, ma che ha a che fare col mercato di carne umana: le segnorine nigeriane rovinano la piazza a quelle ‘caucasiche’).
Trieste sembra dire: i bassi costi dell’offerta ‘umana’ dall’Africa rovinano la piazza agli europei che hanno un “costo” della vita superiore. È il mercato, bellezza: se l’organizzazione annuncia sul suo sito la presenza alla gara dello svedese Fredrik Uhrbom e dello sloveno Rok Puhar, evidentemente avrà scelto di pagarli, nella ‘filosofia’ che sia meglio impegnare il budget per un europeo che per cinque extra… chiamiamola pure scelta etica, come sarebbe di comprare il cioccolato Pernigotti invece delle schifezze orientali, anche se costa di più.
Ma se poi un africano (o un giapponese...) bravo decidesse di iscriversi e andasse a premio perché va più forte di svedesi e sloveni, chi potrebbe impedire a lui l’iscrizione e, alla fine, di ricevere gli euro previsti? Euro che peraltro restano un po’ misteriosi, dato che non li abbiamo trovati sul sito o sul regolamento… ma che sicuramente ci sono. E nella serata di sabato Carini dichiara che "inviteremo anche atleti africani": ovviamente non dice a che prezzo; ma forse il politically correct ha i suoi costi.

Ancor più misteriose le cifre degli ingaggi, cioè il ‘pacco gara’ anticipato che tu prendi solo per schierarti al via (e qui qualche voce maligna sussurra che negli anni passati Trieste non fosse stata né generosa né puntuale...). Quando, nella maratona di Utopia o dell'Isola-che-non c'è, fossero aboliti, sarebbe un grande progresso dello sport podistico. E della lotta al doping.
Ma fin che c'è, chi parla di razzismo potrebbe dimostrare che dice sul serio pagando a sue spese l’ingaggio di quanti “extra” vuole: abbiamo visto che costano poco, che difficoltà ci sarebbe a tirar fuori, dai famosi “rimborsi elettorali” o dalle “cene di finanziamento” o dalle tavolate ai festival, 300 o 500 euro? Anime generose, in un recente passato e certamente anche oggi, si sono impegnate per pagare le rette di asili e mense a bambini stranieri che non ce la facevano. Se pagare gli ingaggi è 'umanitario', avanti pure!

22 aprile - 36 volte “Pasquetta sportiva” a Gualtieri, terzo trofeo “Un Po… di Trail”, terza presenza del sottoscritto che ritrova i soliti amici appassionati, giunti fin qui nei territori di Peppone e don Camillo per condurre una tranquilla corsa senza altra velleità che ‘smaltire’ e respirare aria buona. Tutt’altro clima rispetto alle esagitate corse a circuito di dieci o trent’anni fa, privilegio di atleti gasatissimi e magari anche bombati.

Per la prima volta si parte all’ora giusta: nessuna fiera vicina o piena del Po impone il ritardo abituale negli anni passati; mentre per la terza volta il chilometraggio va in crescendo: nel 2017 erano 17,3 km, l’anno scorso 20,1, quest’anno abbiamo superato la distanza della maratonina (21,2 al mio Gps, 21,5 e più secondo altri; senza contare vari colleghi che hanno allungato il giro per errori di percorso). Tra le vittime, l’affezionato Giuseppe Cuoghi, che in realtà è stato indotto da uno sbandieratore a tagliare un paio di km (forse non lo riteneva in grado di fare tutti i km?) e alla fine ha correttamente dichiarato il suo ‘fallo’ non entrando nella classifica (foto 431-435 con pettorale onestamente tolto). Non si sa bene invece quanti km abbia fatto Giangi, partito col pettorale non competitivo ma alla fine possessore di vari buoni per il pranzo in piazza (quello, ottimo e abbondante, compreso nei 15€ di iscrizione). Forse più di lui ne ha fatti la Teida, la più camminatrice dei numerosi fotografi presenti, come da tradizione.

In ogni caso, l’organizzazione dichiara 1214 presenze in tutte le competizioni.

Direi che ci sia stato un incremento del tratto sterrato e, al suo interno, dei sentieri monotraccia (quelli, come diceva Cuoghi, dove l’ideale sarebbe stato avere una gamba più corta dell’altra) piuttosto che dei caradoni. Il giro comunque è piaciuto, a quei 113 che l’hanno portato a termine (ahimè, 105 in meno di quanti avevano osato nel 2018), sebbene al nostro livello di bassa classifica l’abbiamo un tantino sofferto nell’ultima parte, quando sentivamo la voce di Brighenti da Gualtieri e a tratti ne vedevamo la piazza e la cattedrale, ma i maligni triangoli rossi ci ributtavano ai bordi del grande fiume, per giunta col vento contrario.

Non sono mancati i soliti 4-500 metri sulla spiaggia, verso il km 12, quest’anno senza laghetti o pozzanghere ma con sabbia soffice quasi asciutta (sebbene poco prima della partenza fosse piovuto), al cui termine stavano le tradizionali corde con nodi per risalire (scelte come simbolo delle foto di Teida Seghedoni, ai cui numeri mi riferisco).

Due ristori, dopo 8,5 e 18,5 km (se non ne ho perso uno, mi sa che ce ne fosse uno in meno che l’anno scorso): acqua, tè di pesca e via andare. Amichevoli battaglie, nella zona nostra, con Gelo Giaroli e la coppia inseparabile Mascia-Bacchi, che arrivano decisamente avanti (vedeteli a metà gara nelle foto 289-293, mentre dalle 442-451 si vede che la happy family sta dando la polvere a Gelo, e si trascina in scia persino Marco Belli che non voleva saperne, e finirà appaiato a Giaroli), lasciando il sottoscritto più indietro in compagnia, come l’anno scorso, di Maurizia Gambarelli (foto 473-474 all’arrivo), e ancora di Roberto Manini che insiste a chiamarmi “professore”, e della new entry Barbara Spagni da Campegine (foto 457-462, nell’ultimo km di sofferenza).

Sul podio stanno premiando Lorenzo Gardini, vincitore con abbondanti 6 minuti e giusto vent’anni in meno del secondo, Massimo Sargenti (1.21:55 contro 1.28:13). Ottava assoluta, e prima donna, Bethany Jane Thompson, 4 minuti esatti (e sette anni in meno) da Simona Rossi (1.38:29, 1.42:29).

A chiudere il gruppo, un pelino sotto le 3 ore del tmax, scortati dal vecchio amico guastallese Bruno Benatti (uno che ha completato le sei Majors!), Cecilia Gandolfi, la ‘forza dell’ordine’ Nadia Rocchi e il maestro cioccolataio Luigi Bandieri. Almeno loro sono partiti in orario, non come quelli che si vedono nelle foto di Teida dalla 51 alla 144 (e mettetevi pure in posa che siete belli e state risparmiando 15 euro).

Al traguardo troviamo, nel solito ristoro nascosto sotto il portico, oltre lo stand di Boniburini, anche banane e arancine (dalla buccia sottile che non si stacca) e qualche biscotto da intingere nel tè alla pesca (in bottiglia).


Deposito borse custodito; docce al solito posto, a 150 metri, leggermente più freschine del solito (ma con un po’ di coraggio ci si può stare sotto e lavarsi perfino i capelli, preoccupazione che Gelo non ha); pacco gara con grissini e un plaid, forse evocatore di quando andavamo nelle golene dei fiumi con la nostra innamorata (salvo che il plaid attuale è a mezza piazza, come si fa?). Solo per i non comp c’è la rituale bottiglia di vino, che come ogni anno mi convince a comprare a prezzo onesto un cartone da sei di “Bucciamara”.

Si recupera l’auto nella zona delle cantine, e si saluta la stazione di Gualtieri, dove l’onorevole Peppone decise di non andare a Roma, scese dal treno a vapore e tornò a Brescello in bicicletta sulla strada dell’argine (che abbiamo appena percorso), ingaggiando una non competitiva con don Camillo.* Questi trail profumano anche di poesia.

 

PS *Stimolato da Gabriele Cavatorta, faccio volentieri una parziale emenda. In effetti la stazione di Gualtieri compare in almeno tre film del “Mondo piccolo”, ma non per l’episodio ricordato sopra, che si svolge tra la stazione di Boretto (paese di cui si vede sullo sfondo anche la cupola della chiesa) e la ex statale sull’argine del Po (la stessa che in piccola parte abbiamo percorso anche noi podisti del “Po di trail”, e dove si trova anche la cappellina con la Madonna che si vorrebbe abbattere e poi è risparmiata). È anche l’unica volta che Boretto è citata nel racconto di Guareschi, scritto appunto come sceneggiatura di quell’episodio.

In territorio di Boretto è stata girata anche la processione di don Camillo, solo con un cane, verso il Po, lungo uno di quei meravigliosi vialetti che portavano ai ponti di barche, del tutto identico al viale alberato, dentro la golena, del primo e dell’ultimo km del nostro trail.

Alla stazione di Gualtieri invece Don Camillo incontra i suoi parrocchiani, mentre sta partendo ‘in punizione’ per la montagna, nel finale sia del primo film del 1952 sia del tardo film del 1983 con Terence Hill (la differenza principale tra i due film è che il treno del 1952 ha la locomotiva, quello del 1983 una littorina diesel, come ci sono anche adesso).

https://www.youtube.com/watch?v=pOiMiZAhwA8

Nella finzione filmica, alla stazione successiva (dopo Gualtieri) del primo film, don Camillo è salutato dai comunisti con Peppone, ma il nome della stazione non si legge (probabilmente è la stessa Gualtieri, ma inquadrata in altro modo; si è pure detto che sia la stessa Brescello camuffata): nella realtà la stazione dopo Gualtieri è Guastalla, ma così non è nel film.

È stata anche rilevata la stranezza delle parole con cui Peppone saluta il parroco "prima che usciate dal territorio di nostra competenza": in realtà si era già fuori ‘territorio', perché Brescello e Gualtieri sono due comuni autonomi e neppure confinanti (in mezzo appunto c'è Boretto). C’è poi l’altra stranezza che Don Camillo sta andando verso la montagna, e dunque semmai dovrebbe andare in direzione opposta, cioè verso Reggio o Parma, non verso Suzzara/Mantova. Ad esempio dovrebbe passare per Boretto ma poi dirigersi verso Reggio lungo la ferrovia, oggi dismessa, Boretto-Reggio: una stazione su quella linea era Castelnovo di sotto, dove in effetti don Camillo accompagnerà Peppone nel finale di Don Camillo monsignore ma non troppo del 1961 (quando però la linea era già stata soppressa).

Per completare, alla stazione di Gualtieri è ambientato anche, ovviamente, l’inizio del film-tv su Ligabue; mentre alla stazione che allora si chiamava Brescello-Viadana è ambientata qualche scena del film “La strategia del ragno” di Bertolucci (col nome immaginario di Tara: suggestivo il finale con l’erba che cresce dove non passerà più nessun treno).

 

Va infine precisato che le storie scritte da Guareschi non si svolgevano a Brescello, Boretto e Gualtieri, ma in un “Borgo” in provincia di Parma (uno dei film fu girato a San Secondo), cioè nelle terre natali della famiglia Guareschi (Roccabianca, però scartata dal regista Duvivier perché poco adatta alle riprese cinematografiche). Gualtieri e Brescello non sono mai citate nei racconti; oltre a Boretto, della zona appare solo Guastalla, citata per inciso in due racconti degli ultimi anni, mai raccolti in volume dall’autore.

 

 

VIDEO

 

20 aprile - Due volte l’anno i podisti modenesi (e qualche circonvicino affamato di podismo) si ritrovano alla periferia nordorientale della città per la corsa che parte da una delle poche bocciofile superstiti, la Modena Est (dove però la pista da bocce è una specie di museo sottovetro, e per attirare pubblico si fanno piuttosto le commedie dialettali): una volta è sotto Natale, l’altra è sotto Pasqua. La principale differenza tra i due percorsi consiste nell’argine del Panaro, evitato a dicembre e invece percorso, per tre km abbondanti, ad aprile. Sotto l’aspetto organizzativo, si tratta di due gare tra le meno competitive che esistano: quella invernale ha addirittura l’iscrizione gratuita, questa invece costa 2 euro, col corrispettivo di un uovo di Pasqua come premio.

Le uova di Pasqua sono andate esaurite, e gli ultimi hanno dovuto accontentarsi di un bicchiere con gli ovetti da mezzo centimetro cubo: si sa che in questo genere di raduni, l’ideale è partire prima e fare il percorso corto, o addirittura non correre affatto e presentarsi al ritiro premio cinque minuti dopo la partenza ufficiale. Cito dal direttore di Modenacorre, partito insieme a me: “alla fine il solito assalto alla diligenza per impossessarsi dell'ambito uovo di cioccolata, con evitabilissime discussioni fra chi lo voleva fondente e chi ne va a prendere un cartone...”. Si vede che il pettorale l’avevano tenuto ben serrato sotto la tenda, siccome dalle foto di Teida il primo che porta spillato il tagliandino verde appare alla foto 158, e fino alla foto 210 ce ne sono 4 in tutto. Oppur avranno delegato tutto al caposquadra, presentatosi al ritiro con la sua brava mazzetta di cartoncini.

Nessuna meraviglia nemmeno per le partenze anticipate: la bicicletta apripista appare solo dalla foto 90, preceduta di poco dal primo duepezzi della stagione, una lungagnona della Fratellanza con cane al seguito. Il suo esempio sarà seguito da almeno due altre (foto 291 e 300), segno che la stagione si sta aprendo e come cantava Battisti, coi nuovi colori le giovani donne vivono nuovi amori, o si fanno avanti speranzose.

Tra i maschi, qualcuno osa di più: Bedeschi il reggiano (foto 225) è a torso nudo, e può ben ripetere, con Guccini, “tu giri adesso con le tette al vento – io lo facevo già vent’anni fa”.

Un abbaio perfettamente imitato dà brividi di spavento a qualche ragazza nell’atto del sorpasso: è Mastrolia, che le donne le conosce e saluta tutte anche se (segno dei tempi) nessuna lo segue e nessuna rallenta per correre in compagnia.

Saltiamo l’unico ristoro, dopo 4 km, affollatissimo e a quanto pare poco fornito, e montiamo sull’argine.

Lasciamo scorrere il gruppo e troviamo i soliti appassionati senza di cui il podismo si ridurrebbe al ritiro del premio: l’Assessore Verde Emilio Borghi (360), la Happy Family preceduta da Aurora in bici (367-8), Peppe Cuoghi dalla Cavazzona (370), Cecilia Gandolfi che al traguardo inalbererà il cartello dei suoi 60 anni, Massimo Bedini (380), Luigi il cioccolataio extralusso (383), e perfino Giangi (389), uno che non è mai partito prima in vita sua e infatti chiude il gruppo, non sappiamo con quante speranze di accaparrarsi l’uovo, il che gli fornirà altre occasioni di polemica.

E lasciatemi salutare, dopo Paolino e famiglia più cagnolino (foto 6), Ivano Serafini, un nonantolano che è riuscito a infondere nuovo entusiasmo alla Sassolese, rimesso a nuovo da un pit-stop ospedaliero e pronto a rimettersi per strada. Non è ancora nato quello che ci spianterà…

Insomma, se non ci fossero queste corse, dove andremmo mai il sabato di Pasqua? Per chi vorrà fare sul serio, l’appuntamento è lunedì al trail sul Po di Gualtieri. E anche per gli altri… bè, due euro varranno una bottiglia di lambrusco, e magari qualcuno ci aggiungerà anche il percorso lungo sebbene quello costi 15 euro. Vigilerà Morselli.

13 aprile – Alla terza edizione, la Via degli Dei cresce, malgrado sia incappata nella giornata peggiore della sua breve storia: pioggia violenta dalla partenza (da Bologna alle 23 di venerdì 12 sera) fino all’intermedio dei 70 km sotto il passo della Futa (Monte di Fò), più una nebbia notturna che (mi dicevano gli infangatissimi atleti coi quali ho convissuto l’esperienza degli ultimi 33 km, e più tardi doccia e cena) con tutte le lampade e torce impiegate, permetteva di vedere poco più in là dei propri piedi.

Col risultato di 70 ritirati o comunque DNF, nonostante i quali l’ordine d’arrivo ufficiale registra 174 arrivati fra le 14h 35 dei primi due Kienzl e Pellegrini (quasi un’ora in più dell’anno scorso, ma oltre al maltempo… c’è un’altra ottima ragione) e le 31.59:43 dell’ultimo classificato: il che fa 28 arrivati in più del 2018, quando i partenti erano stati 183.

In leggera crescita anche gli arrivati dei 55 km: 100 esatti, contro i  92 del 2018. Poi c’è la novità del Monte Senario Trail, cioè gli ultimi 32,7 km nominali, da S. Piero a Sieve: qui gli arrivati sono 67, anche grazie al saggio allungamento del tempo massimo, dalle 6 ore previste alle 7 effettive.

Saggio perché gli organizzatori ci hanno presentato quest’anno una novità, il rifacimento quasi totale dell’ultima parte, dalla Vetta Le Croci a Fiesole: tolto parecchio asfalto, abolito il passaggio dal bel borghetto delle Molina, ma dopo la ex-ultima vetta a 8 km dal traguardo (a 692 metri), la discesa che speravamo finale era invece interrotta, a 3 km da Fiesole, da una brusca deviazione a destra con salita fin quasi alla cima del monte Céceri (in antico toscano, ‘cigni’), salita di quasi 2 km fino ai 355 metri della piazzetta panoramica da dove Leonardo faceva buttare giù i suoi servotti col paracadute o l’ “aereo” ad ali. È stata la botta finale, paragonabile alla salita della Flegère/Tete au Vents introdotta nella UTMB dal 2008 per ‘esaltarci’ gli ultimi 10 km. Non credo che molti l’abbiano fatta di corsa, tranne i supermen delle prime posizioni. E alla fine i Gps hanno inesorabilmente segnato dagli 1 ai 3 km in più rispetto alle distante indicate: i 32 sono diventati 33,5/33,9; i 55 sono saliti a 57 e i 125 a 128. Ovviamente si tratta di misurazioni Gps, allo stesso modo di come – suppongo – sia stata la misurazione originaria. In compenso, il dislivello della gara più corta risulta di circa 1200 metri contro i 1500 indicati.

La mia esperienza personale, quest’anno, si limita al tratto da S. Piero a Sieve, col solito ristoro luculliano (per restare ai nomi romani), in teoria aperto solo a chi transitava dopo 95 o 23 km, ma che è stato concesso pure a noi in attesa di partire alle 13,30 di sabato; e anche i due bei cagnoni in partenza (finiranno sotto le 5 ore) avranno avuto la loro razione. Rigoroso pure quest’anno il controllo sullo zaino obbligatorio (sebbene, ci dicevamo, per una gara il cui tempo massimo stabilisce l’arrivo alle 19,30, che bisogno c’è di lampada e pile di scorta?).

Migliorata, direi, la segnaletica, con bolli gialli dipinti sui sassi o legni (ogni tanto apparivano i bollini rossastri dell’anno passato), bandelle biancazzurre quasi a vista una dell’altra, frecce, bandierine catarifrangenti. L’unica cosa che continua a mancare è la segnalazione dei km percorsi. Seri dubbi ci sono venuti, anche quest’anno come l’anno scorso (sia pure su un tracciato diverso), nel centro di Fiesole, da quando una maligna deviazione a destra in salita ci ha portato all’intorno di un borgo caratteristico ma dove i segnali mancavano del tutto, fino alla piazza: eravamo in 4 o 5 e ci interrogavamo su dove andare. L’anno scorso gli organizzatori ammisero che nel finale era venuta a meno la vernice; quest’anno è tornata di moda la solita giustificazione, che i segni erano stati portati via da qualche genietto dispettoso. Se usate il colore per terra non ve lo portano via!

Ristori come previsto: uno abbondante ai -18 km, due idrici (compresa birra) ai -25 e -12; forse un po’ meno ricco, e tutto ‘in piedi’, quello del traguardo (le patate lessate erano finite o non c’erano mai state?), mentre un vento abbastanza gelido ci soffiava addosso (i ricambi erano nel luogo delle docce).

Generale la riduzione dei tratti asfaltati: ad esempio il tratto tra la villa medicea di Trebbio, 4 km sopra San Piero a Sieve, e la spettrale badia di Bonsollazzo, si svolgeva quasi tutto su carraie o sentieri, non più sulla stradina asfaltata degli anni precedenti; e degli ultimi 12 km ho già detto.

Pacco gara consegnato al ritiro dei pettorali, comprendente (per noi ‘corti’) uno zaino, un impermeabile che quasi tutti abbiamo indossato subito, dei manicotti: chi sperava nel bis del salamino e della birra dell’anno scorso è stato deluso, ma mica si era venuti per questo.

Solita bella medaglia (differenziata a seconda delle distanze) con la scritta latina “Pervenit”; confermo il servizio di navette efficientissimo, che sopperiva alle scomodità dell’arrivo in centro ma con docce (caldissime) e pasta party ubicati a 3-4 km. Quella del dopo-doccia era, come l’anno scorso, una cena vera e propria, nel ristorante del circolo tennis che espone il manifesto di un tentativo di record del mondo dei 100 km su pattini a rotelle (roto-ultra-marathon?), organizzato dal gruppo sportivo Berta (l’eroe eponimo dell’attuale stadio Franchi) nel 1939, con riprese dell’istituto Luce.

Una gara dunque che cresce; e butto lì un’idea. Perché non consentire, agli iscritti della 125/128, la possibilità di fermarsi al traguardo intermedio dei 70, venendo classificati? O anche: perché non pensare a una gara a staffetta divisa in due frazioni? Entrambe le iniziative sono praticate un ultratrail similari, e potrebbero attirare anche atleti che adesso sono spaventati dall’enormità del percorso massimo.

Dal sito Sdam ricopio le prime posizioni delle tre gare. Si notano i distacchi abissali tra i primi e gli altri, tranne nel Monte Senario femminile dove c’è stato un arrivo quasi in volata.
E permettetemi di salutare il paisà Giulio Piana, che ha stravinto la 55 km.

Via degli Dei, con arrivo maschile a pari di due compagni di squadra:

 

1      2      KIENZL PETER ITA SM40              14:35:03

2      3      PELLEGRINI JIMMY ITA SM40       14:35:03

3      82     DEI CAS DANILO ITA SM40         15:50:47

 

Femminile:

 

1      F3     KAGERER CORINE SUI -SF45        16:15:32

2      F1     VINCO GIULIA ITA                      18:03:04

3      F6     BOGGIO CHIARA  SF35                19:13:02

 

Flaminia Militare

 

1      490   PIANA GIULIO ITA SM35      1      5:37:04

2      474   ROSSINI IVANO ITA SM40   2      6:19:02

3      425   CHIODI UMBERTO ITA SM    3      6:37:12

 

Femminile

 

1      F425 TODESCHINI CLAUDIA ITA   SF35   6:50:49

2      F410 ECKL ANGELIKA  ITA  SF45            6:50:53

3      F421 MIGLIORI MICHELA ITA SF45       6:58:01

 

Monte Senario Trail

 

1      647   ZORN GIOVANNI ITA  SM45         2:55:16

2      608   CALDERONI STEFANO ITA  SM      3:08:44

3      619   GAGGINI MARCO  ITA  SM35         3:26:22

 

Femminile

 

1      F606 CALDINI SILVIA ITA  SF40          4:16:40

2      F609 CICCARELLI ALICE ITA SF           4:19:00

3      F620 SMITS ANNEMARIE NED      SF45 4:20:55

Mercoledì, 10 Aprile 2019 00:07

Modena, 24^ Camminata New Holland

7 aprile – Non competitiva per i modenesi meno agonisti, oggi non impegnati nelle due maratone nazionali o nei campionati di cross, sia locale sia nazionale CSI a Monza, o non abbastanza stanchi per aver corso il giorno prima un impegnativo trail sulle colline della provincia. Insomma, un ritrovo non stressante, su percorsi che andavano dai 3,5 ai 17 km a nord di Modena, includente – quest’ultimo – circa 3 km sull’argine sinistro del Secchia e un paio sulla ex ferrovia Modena-Carpi, compreso ponte metallico sul fiume.

Il tempo è stato clemente, la temperatura ideale, l’atmosfera umana come al solito calorosa; il percorso era ben guardato da vigili nel tratto urbano e da volontari nelle zone esterne alla città. Un po’ di nostalgia nel percorrere un paio di km in zona Madonnina/Ponte Alto che fino a poco fa erano calpestati dai maratoneti “d’Italia”, lì dove ci fu il ristoro di Macchitelli e dell’arbitro nazionale Pedretti.

Molto revival abbiamo fatto, correndo ad andatura di tutto riposo (media finale 6:15), con Angelo Mastrolia, supermaratoneta da 250 maratone ultimate: lanciando più di un pensiero alla Betty (che Mastrolia assicura non bombata in nessuna delle sue numerose risorse, e certamente perseguitata da una Giustizia che somiglia al Var quando gioca la Juventus), e dichiarando che in mancanza sua per la delizia degli occhi rimane la fantomatica Rossella O’Hara (sì, ma la Eleonora Rachele l’hai mai vista?).

Dopo l’argine, si fa un lungo periplo intorno alle nuove carceri di Modena, dal cui interno un altoparlante scandisce chissà cosa (magari corressero anche loro la Vivicittà… ma a Modena questa competizione è sempre stata organizzata di malavoglia ed è sparita prestissimo, soffocata dal roncaratismo secondo cui le classifiche sono il male dello sport); si lambisce il centro ortopedico-fisioterapico più famoso della città, dove visita il mago delle ginocchia; si arriva infine al traguardo, in uno dei quartieri più brutti di Modena, la Sacca, una sfilza di casermoni anni Cinquanta-Sessanta, zona dormitorio per gli operai delle fabbriche di un tempo.

Non resta che il mezzo giro sulla fatiscente pista in catrame, un tempo della Fiat; salvo che qualche addetto un po’ addormentato, quando arriviamo noi, ci manda subito a sinistra cioè nella zona ristori, in pratica al traguardo ma dal senso opposto (oltre al sottoscritto, anche Paolino Malavasi, oggi a riposo tra una 'Minor' e l'altra, cade volentieri nella trappola che ci risparmia 300 metri). Ma tanto, in un regime podistico dove si parte quando si vuole, ci si ritaglia il percorso che si vuole (leggermente patetica la signora che marchiava l’asfalto con la punta metallica dei suoi bastoncini da walking), oppure non si parte affatto con la scusa di presidiare la tenda, e la cosa più importante sono il ristoro finale e le sei tigelle del premio in cambio di due miseri euro, non sarà un gran reato farne 16,700 anziché 17.

Lunedì, 08 Aprile 2019 23:05

Carpi (MO) – 34° Trofeo Gorizia

6 aprile – Nulla a che vedere con la città friulana, ma solo con l’antica sede, a Carpi, del Comitato anziani, appunto di piazza Gorizia nella periferia sud di Carpi. Il comitato si è spostato e anche la gara, non competitiva, ha variato negli anni i luoghi di partenza, sia pure nello stesso quartiere, che si sta riempiendo di sempre nuove abitazioni al punto di lasciar presagire una prossima saldatura con l’antica frazione di Santa Croce, celebre per aver dato i natali alla varietà Salamino del Lambrusco.

Gara del tutto non competitiva: gli organizzatori dichiarano 860 pettorali venduti, che sono molti considerando anche la concomitanza di un’altra camminata a Sassuolo; ma all’orario di partenza delle 16 eravamo, a dir molto, in duecento, che poi abbiamo raggiunto via via sul percorso i camminatori o gli pseudo-podisti partiti quando garbava loro.

Tracciato tutto sommato piacevole, dopo una giravolta iniziale nell’area urbanizzata, cui è seguita una puntata verso sud, su stradette ombreggiate e quasi totalmente prive di traffico (un collega carpigiano mi ha indicato il punto in cui un anziano podista in allenamento, pochi anni fa, è stato investito e ucciso da un’auto in una curva cieca): ottima la protezione dei vigili. Si respirerebbe profumo di aceto balsamico, transitando vicino alla fabbrica che fu sponsor negli ultimi anni della maratona di Carpi: salvo che l’acetaia sta passando pure lei i suoi guai con la giustizia, perché sembra che le norme sulla DOP fossero bellamente aggirate. E tanto per restare in tema, continuano a circolare le lamentele di podisti iscritti all’ultima maratona carpigiana, annullata a poche settimane dal via, che come nella canzone di Marinella continuano a bussare invano alla porta degli organizzatori, sbarrata e probabilmente non più presidiata. Chissà se anche in dialetto carpigiano si dice “Chi ha dèe, l’ha dèe, e chi l’à iù, l’à iù, descurdèmes al passèe”.

Anche la squadra calcistica del Carpi, in serie A quattro anni fa, adesso è ultima in serie B: sta giocando mentre noi corriamo, e radiocorsa annuncia che sta perdendo proprio per un gol del suo ex Mbakogu, stolidamente venduto o quasi regalato; poi la situazione si raddrizza e alla fine il Carpi vincerà 2-1, ma contro la penultima, e per ora serve a pochino. Incombono anche le elezioni amministrative e circolano strane voci sul sindaco uscente, che accusa il suo ex vicesindaco di dossieraggio: ma le bocche dei carpigiani sono tappate e neanche sotto sforzo c’è verso di capire su che argomento verta la polemica. (Se dico niente, diceva don Abbondio, o è niente, o è cosa che non posso dire).

Nel frattempo noi raggiungiamo, dopo la cantina vinicola omonima, il centro di S. Croce, dove in sostanza si fa un giro di boa che, attraverso la signorile tenuta di non so quale conte Cioccapiatti, e altre ville messe su dai magliari ai tempi d’oro, ci riporta al luogo di partenza dopo 10 km esatti (naturalmente c’erano anche percorsi più corti).

Per quello che valgono, Nerino Carri e il sempiterno Peppino Valentini della podistica Cittanova (abbonata al primo premio di società, oggi con 92 cartellini venduti) rilevano i primi del giro lungo: per i maschi, il carpigiano d’adozione Alessio Basili (Atletica Cibeno), seguito da Marco Agazzani (RCM Casinalbo), e dal carpigiano Corrado Reggiani (La Patria Carpi). Sulle donne prevale la carpigiana, figlia d’arte di un podista e vinificatore, Silvia Torricelli (tesserata pure lei per la Cittanova, che come le navi delle Ong accoglie tutti), davanti alla novese Stefania Pantaleoni e alla scandianese Simona Garavaldi.

Mi ha incuriosito vedere alla partenza pure la happy family modenese Mascia-Bacchi, con la figlia Aurora ormai cresciutella che li precede in bici: sorpresa (ma non troppo) perché “AlleSimo” sono in partenza per la maratona di Milano dell’indomani. Direi presenti in massa i carpigiani; dei modenesi, quelli meno impegnati con le gare top dell’indomani, con qualche vecchia gloria che un tempo correva il Passatore o la 50 di Romagna; e una discreta presenza anche di reggiani, tra cui l’immancabile Gelo Giaroli che mi ‘costringe’ a tenere la media dei 6 a km.

Il tempo non tradisce, il ristoro finale è adeguato; il premio, per due euro di iscrizione, è un chilo di spaghetti, con l’opzione di un album di figurine per bambini (categoria peraltro pressoché assente). Nerino e Tetyana assicurano la copertura foto-cinematografica, e tutto finisce in gloria.

Lunedì, 08 Aprile 2019 00:24

Milano-Roma, sfida anche fra tv

Il podista che santifica la festa correndo la sua garetta, delle maratone in diretta tv di solito vede la parte finale, quando rientra in casa. Osiamolo dire, che vedere una maratona intera in tv è alquanto noioso, specie se continuano a inquadrare i tre africani di testa, con qualche rapido passaggio sulle donne più sparpagliate 5 o 6 km dietro.

In una delle più prime edizioni di Roma mi sembra di ricordare che l’onere della diretta fu assunto da Mediaset, che fece di tutto per spettacolizzarla, mandando a condurre i suoi big del varietà col loro corredo di ospiti solo vagamente sportive. Ad esempio Ambra, che mentre rilasciava le sue dichiarazioni di profondo interesse e competenza, il pubblico sotto le faceva “ohi lellé, ohi lallà, faccela vedé, faccela toccà”.

Poi tutto tornò sotto l’egida (come dicono i sapienti) di mamma Rai, che tirò avanti qualche anno con le dirette su RaiTre o addirittura RaiUno, ma con obbligo di chiudere a mezzogiorno perché poi c’era l’Angelus del Papa o qualcosa di simile; da qui dipendavano le partenze a orari curiosi e in dubbio fino all’ultimo “per esigenze Rai”, ad esempio le 9,40: per i telespettatori, appena il tempo di vedere sullo schermo per un istante la prima donna tagliare il traguardo, e titoli di coda.

Rimanevano misteriosi i criteri di scelta delle gare da trasmettere: Trieste con 400 arrivati aveva la diretta, Carpi con 1000/1500 idem, e se non sbaglio si arrivò alle carte bollate (o almeno alla loro minaccia, come usa fare in questa nazione dove l’annuncio conta più del fatto) tra Carpi e Padova o Treviso, che avevano pubblicamente deplorato l’assenza Rai dalle loro gare da 2 o 3000 arrivati e chiesto per quali misteriose ragioni Monetti e Bragagna andavano sempre a Carpi e mai da loro. Ma la sentenza arrivò dal tribunale dell’audience: e la voce di Bragagna, col sottofondo delle cifre ruminate da Monetti padre (che sembrava avesse sempre una brioche in bocca), e gli ansimati collegamenti dalla bici di Pizzolato e Fogli, andarono a finire su Raisport, roba da 0,5% di share; infine, ora, nemmeno più in diretta, ma fra un torneo di bocce e uno di pallone elastico.

Eccoci dunque al 7 aprile 2019, dove l’Italia tipicamente partigiana (nel senso di faziosa, localistica, che ognuno pensa alla sua parte e non all’interesse collettivo) lancia in contemporanea due delle tre maratone più affollate dell’anno. OK, anche in Germania si corrono le maratone di Bonn e di Hannover: che però non sono le maratone-top di Berlino, Monaco o Francoforte, distanti mesi l’una dall’altra. Resto personalmente convinto che i maratoneti italiani, in diminuzione come numero e come qualità, siano tuttavia più prolifici, non abbiano problemi a correre una maratona la settimana, o almeno (i più prudenti, quorum ego) ogni mese: e insomma, se le due maratone fossero state distanziate di una settimana o due, ciascuna avrebbe assommato la cosiddetta “pancia” dei maratoneti, sicuramente qualche migliaio, che non avrebbe rinunciato alla “doppietta”. Ma tant’è: in attesa delle maratone dei quarantamila ormai abituali nelle capitali europee, e di quelle dei ventimila di altre città non capitali, cantiamo vittoria per gli ottomilaottocento o settemilaseicento, e semmai diciamo che la colpa è del certificato medico (che in Francia, per dirne una, vogliono con maggior accanimento che noi).

Sfida di capitali, e sfida tv, all’insegna del cuius regio eius religio: la tv di stato, romana da sempre, sceglie la capitale, ma differendo la cronaca di 14 ore; la pay- tv, tra uno spezzatino di calcio e l’altro, resta a Milano, aggiudicandosi i commenti ‘tecnici’ della Andreucci, di Baldini e chi più ne ha più ne metta, in entusiastica adesione ai team Rosa e RCS sport, e soprattutto (questa è stata la mia prima impressione accendendo il televisore verso mezzogiorno) esibendo la voce sensualissima di Amelia (ovvero Lia) Capizzi, brava e intrigante commentatrice di Sky (dopo esserlo stata della 7 e della Rai), che scalza decisamente dal podio il cronista ufficiale Nicola Roggero da Casale Monferrato (questi piemontesi però, bravi a conquistare Milano!).

La tecnologia Sky consente di vedere due schermi (e chissà, premendo i vari tasti verde, rosso ecc. del telecomando, cosa altro sarebbe saltato fuori): in uno gli eventi sportivi, nell’altro (più grande) i commenti della Capizzi e dei suoi ospiti: ed è chiaro che quando arriva Paolo Bellino (altro piemontese, di cui Wikipedia ricorda I trascorsi di Chief Operating Officer, Managing Director del Main Operation Center alle agnellesche olimpiadi  invernali), le sue dichiarazioni meritano bene di oscurare l’arrivo della seconda donna, che appare in piccolo senza altre informazioni.

È poi il turno di un altro commander-in-chief della maratona, Andrea Trabujo, che contende lo schermo con l’arrivo della quarta assoluta e prima europea, Nikolina Sustic: finalmente una bella donna, indubbiamente dotata di qualità femminili che è impossibile riconoscere alle prime arrivate, specie alla prima assoluta. La Sustic peraltro giunge, come tutte le colleghe delle prime posizioni, scortata da un maschio (anzi, la prima ne ha due, ma mentre il numero 20 si ferma a pochi passi dal traguardo per lasciarle tutta la scena, l’altro, cioè Salvatore Gambino, fa la sua gara fino in fondo e anzi la precede di un secondo, gesto che in altre occasioni era stato stigmatizzato nelle telecronache – io invece non ci vedo niente di male: tu donna vuoi correre con me? Bene, vinca il migliore).

La Sustic, dopo l’arrivo in 2.38:47, lancia sguardi innamorati e devoti al suo ‘gabbiano’: da un lato mi viene da elogiare questa ragazza croata che non si limita, come invece le sue connazionali (o vari nordafricani residenti in Italia) , a cercare maratone italiane di serie B, una alla settimana, per vincere ogni volta un prosciutto e 500 euro,  ma oggi si è misurata con una gara ‘major’, dove i premi vanno a chi vale e non a chi è il migliore nel deserto. Dall’altro lato però continuo a pensare che le prestazioni ‘vere’ delle donne sono quelle conseguite in gare di sole donne; oppure, come si fa a New York, con partenza differenziata. Una regola scritta e non scritta sarebbe che l’atletica è sport individuale, e le ‘lepri’ sono illegali; ma i Soloni dei regolamenti, i ‘puri’ del giro di pista, vengono volentieri a patti con gli organizzatori che  garantiscono spettacolo e soprattutto grana.

Intanto, mentre la professional-sensuale Amelia da Camposampiero procede coi suoi ospiti, scorrono mute immagini significative ma non spiegate: un pettorale che mi pare di leggere come 62 arriva in stile Dorando, caracolla, sta per urtare i tabelloni, cade a dieci metri dal traguardo; accorre un addetto ma si guarda bene dal sorreggerlo per non trasformarlo in un nuovo Pietri. I cronisti ufficiali ignorano l’episodio, e per fortuna lo fanno anche quando si presenta sul traguardo un tizio (di cui preferisco non citare il numero), che sarà trentesimo o cinquantesimo, e si rivolge al pubblico come certi calciatori antipatici quando reclamano l’applauso e si toccano le orecchie a dire “non vi sento!”. Ma chitte vòle? mi viene in mente una maratona a Bovolone vent’anni fa: noi podisti normali eravamo già seduti ai tavoli del pasta-party, e in zona traguardo si stava smobilitando, quando arrivò Govi. Cominciò a sbracciarsi, a dire chi era, dopo l’arrivo salì sul podio a dire dei suoi numeri, ma tutti continuarono a mangiare la loro pasta senza curare chi fosse quell’esagitato lassù.

Torniamo a MilanoSky, nelle battute finali quando scorre l’inno del Kenia (qui i keniani, a Roma gli etiopi: che ci siano clausole di desistenza…?): mi sembra molto somigliante al finale di “Madama Butterfly”. Un bel dì vedremo - si dicono Amelia e ospiti - che un italiano torni a vincere a Milano? Nel frattempo, si ripete che il clan Rosa ha fatto le cose per bene allevando il vincitore e la vincitrice keniane, con rispettivi record “italiani”, che cioè confermano Milano come la più veloce del Bel Paese. Che questo serva a stimolare i giovani talenti italiani, lo scopriremo morendo; che invece promuova Milano tra il podista comune, quello che vuol limare il suo record portandolo foss’anche a 4.59:59, lo speriamo tutti.

 

Facciamo trascorrere alcune ore e passiamo al superstite canale di Raisport, dove la maratona di Roma va in onda in leggero anticipo, poco dopo le 22,30. Riecco Bragagna, direi in formissima: nei lunghi preliminari alla partenza mostra di saperne persino più di Brighenti, anche di corridori di secondo piano e società dilettantistiche, e a questa sua cultura podistica aggiunge la sua cultura generale (quella che gli consentì persino di vincere dei quiz televisivi), precisando la pronuncia esatta del politico Junker, o l’alternativa possibile burundese/burundiano, e tante altre info un po’ a margine che servono a vincere quella noia del telespettatore che dicevo.  Non mancano le battutine come quella su “Paolo Traversi che si mette di traverso”.

Anche il montaggio aiuta, con frequenti flashback, un filmatino su Bordin per i suoi 60 anni, ricordi perfino di Mennea, e anche, encomiabile, la menzione che Bragagna fa di Vincenza Sicari.

Da approvare pure la battutina sulle donne, quelle coi gabbiani e quelle con “le vere e proprie lepri” (e il ruolo dell’accompagnatore della prima donna, una “lepre materna”, sarà ripetutamente indicato).

Gli fa da spalla collaudata Pizzolato, a cui scappa subito una frase sulle buche stradali, ma si corregge precisando che intendeva le pozzanghere, non le buche, e che siccome le scarpe di oggi sono molto scivolose, costringono i podisti a evitarle e dunque ad allungare il percorso.

In comune i due hanno i pronostici per Meucci, visto addirittura sulle 2:08; salvo un primo “ahia – oh oh oh” di Bragagna quando gli scopre una smorfia. Il montaggio taglia, tra uno spot e l’altro si arriva alla mezza maratona in mezz’ora, e pochi istanti dopo, il ritiro di Meucci è dato in un trascurabile flash. Come: hai fatto titoloni (vocali) fino a dieci minuti fa, e adesso dici solo che si è ritirato? Forse il modello di Bragagna è Manzoni che, arrivando nel penultimo capitolo a descrivere le conseguenze della peste di Milano, scrive: “Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto”.

La lacuna sarà rimediata nella parte finale della trasmissione (evidentemente post-prodotta), cioè a mezzanotte meno cinque: problemi di stomaco, dicono.

Intanto qui, nella pseudo-diretta, dopo un quarto d’ora (50 minuti in tutto dall’inizio della trasmissione, che durerà un’ora e venti) siamo alle battute finali della gara maschile, il cui ordine d’arrivo viene dato addirittura più che in tempo reale: non fa in tempo ad arrivare il secondo, che Bragagna ha già detto che i primi cinque sono tutti etiopi (bravura di pronosticatore ma anche… il bello della differita).

Si passa alla prima donna (sì, un minimo più donna delle vincitrici di Milano lo sembra), ma a 2-3 km dall’arrivo i due telecronisti la vedono “in crisi rilevante”, “rassegnata”; specialmente Pizzolato si dilunga a perlustrarne lo sfondo psicologico (sembra un cane con l’osso in bocca e non vuole mollarlo): non pare nemmeno che parlino della dominatrice della gara, ma di una che chissà se riuscirà a fare l’ultima salita. Poi si ricredono all’ultimo km, e quella che era una crisi per mancanza di glicogeno o benzina (Pizzolato lascia le due possibilità) si trasforma in una resurrezione che porta al nuovo record della gara, seppure di un secondo solo.

E via col vento per gli arrivi degli italiani, e le note biografiche su Nasef che faceva l’imbianchino poi perse il lavoro e per sbarcare il lunario ha cominciato a correre… Insomma, Bragagna è un pozzo di scienza: riesce a farmi star sveglio fino a mezzanotte. Alla prossima!

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