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Dic 11, 2019 Giovanni Baldini 818volte

Eilat (Israele) – La Desert Marathon con tutto il contorno…

Passaggio suggestivo Passaggio suggestivo R. Mandelli

Ho sperimentato che alcune volte da fattori estemporanei nascono le migliori esperienze. Ecco il mio diario del secondo viaggio in Terra Santa, finalizzato alla partecipazione dell’ottava edizione della Desert Marathon  in compagnia di due autentici amici  a cui sono molto legato: Maria Grazia Mignogna, la Leonessa di Gerusalemme (prima di  categoria nella maratona della Città Santa del 15 marzo scorso) e il suo compagno di vita  Riccardo Silva, il Leone del Ladakh (per i tanti soggiorni in quelle alte terre indiane dalla popolazione tibetana).

Venerdì 13 novembre.

Sono a casa immerso nelle letture. Mi chiama Riccardo: “Ciao Gianni, ho tutto pronto per il mio ennesimo viaggio in Ladakh, ma sono combattuto: non me la sento di andare. Venerdi 29 novembre a Eilat, in Israele, c’è la Desert Marathon nel Negev e verrebbe anche la Leonessa (…)tu che fai?”.  Mi metto al computer e, dopo una manciata di minuti, sono pronti i biglietti aerei per tutti e tre ed eseguita l’iscrizione. Pongo le condizioni di viaggio irrinunciabili: devo immergermi nel fiume Giordano e salire  al Monte delle Tentazioni, sopra la mitica Gerico, la città più antica del mondo  situata  in territorio palestinese a circa 250 metri sotto il livello del mare. E poi, se avanza tempo,  vorrei andare a Nazareth in Galilea che dista 95 km da lì, cioè un’oretta e mezza di macchina.

Mercoledì 27 novembre.

Arriviamo con un po’ di anticipo nel pomeriggio all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Bisogna armarsi di santa pazienza perché i controlli, per essere ammessi in territorio israeliano, possono protrarsi a lungo. Tuttavia, nel nostro varco la fila è abbastanza scorrevole e  facciamo presto. Sul passaporto non viene apposto il timbro, ma rilasciato un tagliando con impressa la tua foto che devi esibire a ogni controllo  e ha tre mesi di validità. La distanza da Tel Aviv a Eilat, nella parte più meridionale di Israele, è di 352 km e bisogna attraversare tutto il deserto del Negev. Alle ore 17 cala il buio e non intendiamo far a meno di ammirare i paesaggi percorrendo la strada molto scorrevole che ti conduce sulle rive del  Mar Rosso nel golfo di Aqaba. Prima, però, si fa sosta in un’area di servizio fuori Tel Aviv per placare la fame di Maria Grazia  coi suoi panini portati dall’Italia: è dotata un appetito veramente formidabile. E’ stata la nostra fortuna. L’auto presa a noleggio non ne vuole più sapere di mettersi in moto. Si scopre una tastiera dove bisogna digitare il codice dell’antifurto, cosa di cui l’addetto alla consegna del veicolo in aeroporto  non aveva fatto menzione. La combinazione  è indicata sul portachiavi, ma scritta in modo indecifrabile. Riccardo chiama il call center della società di noleggio senza cavare un ragno dal buco; anzi i tre minuti di conversazione azzerano il credito di quindici euro della mia scheda telefonica. Si riesce a decifrare il codice, ma tutti i tentativi di  avviare il motore  risultano vani fino all’intervento di un giovane che lavora alla pompa di benzina e riesce a avviare il veicolo. In sostanza i maledetti numeri  devono essere digitati con la chiave di avviamento disinserita. E se fosse successo in pieno deserto?  Meglio non pensarci anche perché di notte lì fa veramente freddo... Si riparte rinfrancati in direzione di Mitzpe Ramon che dista 150 km da Tel Aviv in pieno deserto, dove abbiamo prenotato l’alloggio per trascorrere la notte. Cartelli ammoniscono di fare attenzione ai cammelli vaganti, mentre ci sorpassano a tutta velocità dei mezzi militari che somigliano a esoscheletri usati da Goblin,  l’acerrimo nemico dell’uomo ragno.
Alle ore 20 arriviamo a destinazione. L’alloggio è una sorpresa: è costituito da un capannone industriale dove all’interno  è in corso un pacifico raduno hippy, e quei giovani  non erano lì certo per  recitare  il Santo Rosario. Le zazzere rasta abbondavano, e non solo. Dopo un iniziale disagio tutti e tre ci guardiamo e scoppiano grandi risate. Tuttavia i nostri giacigli  si trovano in una dépendance dal nome che è tutto un programma “mud houses” (case di fango): le finestre sono in  realtà dei lucernai i cui vetri sono i fondi delle bottiglie  affogati nella malta cementizia. Il soffitto è coperto da un telo verde. Il bagno in comune con gli altri ospiti dell’ostello, si trova all’esterno con una finestra dal vetro trasparente  priva di tenda. La vasca e la doccia sembrano un’opera futuristica. Prego che la notte passi presto perché non abbiamo nessuna voglia di essere fatti oggetto di una retata da parte delle forze di polizia…Intanto il  capannone si trasforma in una discoteca e la musica è tambureggiante. Ci chiudiamo nella stamberga rassegnati di trascorrere la nottata in bianco. Tuttavia i letti sono comodi e la pulizia è accettabile e, per nostra pietà,  alle ore 23 cala il silenzio. La notte scorre tranquilla e pure riposante.

Giovedì 28 novembre.

All’alba tutto attorno si colora. Il paese di Mitzpe Ramon è adagiato sul un terrazzamento a 800 metri di altitudine che domina il cratere Ramon, una delle meraviglie paesaggistiche d’Israele. Osservando quella vastità apparentemente priva di vita, habitat di dromedari e stambecchi della Nubia, si ha un grande senso di pace ed è per questo che il paese è meta anche di personaggi molto ‘alternativi’. Procediamo con l’auto a sud, in direzione Eilat che dista un paio d’ore e mezza di macchina. I colori del deserto sono mutevoli. Il territorio israeliano via via si restringe. Alla nostra sinistra c’è la Giordania, alla nostra destra l’Egitto con la penisola del Sinai,  gli elettrodotti costeggiano la strada in ottimo stato, che attraversa i letti asciutti dei torrenti (chiamati wadi). Raramente, quando si verificano le precipitazioni,  l’arteria si allaga e viene chiusa al traffico. Quando si prende la statale 90 s’incontrano i kibbutz e immensi dattereti. La tenacia israeliana fa fruttificare il suolo di questa avarissima terra come nessun altro, sulle orme di Ben Gurion.  Eilat  è un avamposto israeliano sul mar Rosso incuneato tra i due stati arabi in una striscia di appena nove chilometri di spiaggia;  l’Arabia Saudita a una trentina di chilometri dal confine. Aqaba, in Giordania, che evoca le gesta di Lawrence d’Arabia, è lì a un palmo dal naso così come Taba in Egitto.
A Eilat domina lo stile occidentale. E’ una località molto bella e curata. Il centro maratona è situato all’interno dell’Ice Mall, una grande struttura commerciale circolare somigliante al Lousiana Superdom di New Orleans, con al centro una grande pista da pattinaggio sul ghiaccio che in Lapponia se la sognano. Alle 15,00, non prima, inizia la distribuzioni dei pettorali di gara: arriviamo troppo presto, giusto in tempo per una passeggiata sul meraviglioso lungomare all’ombra delle palme. La temperatura è gradevolissima e invita a gettarsi nelle acque del mar Rosso, e invece ci rechiamo nel nostro appartamento verso la montagna di Eilat a circa 3 km dalla spiaggia. Questa volta la sistemazione economica è super, così come lo staff della struttura che ci permette di usare  la stanza fino al termine della Desert Marathon. La città ha una rete wi-fi gratuita, come nel resto del Paese, il che ci consente di usare il navigatore per raggiungere le nostre destinazioni senza perdite di tempo.
Il locale dove vengono distribuiti i pettorali di gara  si mescola tra i tanti esercizi commerciali disposti ad anello fino al piano superiore. L’addetto alla distribuzione ci chiede il bib-number che si trova scritto sugli elenchi affissi all’ingresso insieme ai partecipanti delle gare “minori”: la 21, la 10 e la 5 km. I nomi non procedono in ordine del nostro ordine alfabetico ma sono mischiati con quello ebraico, che non so traslitterare… Insomma, bisogna leggere tutti gli elenchi, e poi,  il bib-number tra grasse risate diventerà  il tormentone della gara. A me spetta la maglia tecnica che ho pagato a parte nel corso dell’iscrizione on-line.
Una solare signora dell’organizzazione vuole a tutti i costi fare una foto con noi tre perché italiani. Che strano. Nella nostra Patria ci gettiamo tanto fango addosso mentre all’estero, quando nomini l’Italia, alle persone brillano gli occhi. La  partenza della maratona è fissata alle sei di mattina, cioè al sorgere del sole e siamo contenti perché così possiamo sfruttare al massimo il nostro soggiorno.
Il nostro  trio è molto affiatato nelle scelte minimaliste: pasti frugali di cibo locale, dormire  in alloggi di fortuna senza esigere SPA né abbandonarsi allo shopping compulsivo. Si va a un supermercato di periferia per compare la cena. Maria Grazia è in fila al banco dei formaggi e degli affettati, ma la addetta sembra infastidita dalla sua presenza, infatti la ignora facendo passare avanti diversi clienti. Riccardo, dopo l’ennesima provocazione, picchia duro i palmi della mano sul bancone per ammonirla. Questa però, con fare arrogante, risponde in ebraico intramezzato con l’inglese, che comanda lei. Al termine delle operazioni, la saluto senza risentimenti con un misericordioso Pax Vobiscum. Stessa faccenda si verifica alla cassa per il pagamento della merce: tanto più che i prezzi dei prodotti alimentari sono alti; insomma un soggiorno a Eilat non si può considerarlo proprio economico, ammenoché non mangi rape rosse, insalata, pomodori  e pane azzimo: …com’è stata la nostra cena pre-gara.

Venerdì 29 novembre.

Ore 4,00 colazione. Maria Grazia è affamata appunto come una leonessa e mangia con avidità la marmellata di datteri comprata al supermercato, un po’ troppo dolce. Preferisco i datteri: sono grandi e prelibati i medjoul,  non mielati come quelli che mangi in Italia coperti di glassa. Nemmeno Riccardo si risparmia a ingoiare cibo in vista del cimento sportivo, mentre io mi accontento di un caffè solubile con i wafer portati dall’Italia.
Si esce da casa per raggiungere l’area di partenza non lontana dalla frontiera giordana. Raccattiamo per strada una coppia russa moscovita per evitargli il supplemento a piedi di circa 4 km. Spira una fredda brezza tesa da nord, ma sappiamo che  poi alle ore 12 al termine della gara il sole picchierà duro. Sei ore quindi si hanno a disposizione per essere classificati dall’ottima organizzazione. Maria Grazia freme. E’ molto metodica nella sua preparazione pre-gara, cioè non improvvisa niente ed è molto competitiva. Questa dura maratona è stata decisa all’ultimo momento e ciò la turba. Ma io sono certo che  metterà in riga a me e a Riccardo, così poi come è effettivamente successo.
La Desert Marathon di Eilat è veramente bella e tutti i 517 iscritti lo riconoscono. Costeggiando prima la frontiera giordana e un immenso dattereto, si procede in direzione nord- ovest e ci s’inoltra verso il Sinai all’interno dei canyon colorati per piste in cui il piede affonda nella ghiaia e rende il percorso molto muscolare. Non trovi qui gli erg algerini, ma un deserto sassoso e screziato che ti sbalordisce. Al trentesimo km inizia la pista di un lungo rettilineo al termine del quale scorgi il golfo di Aqaba; s’inizia a sudare. Seicento metri è il dislivello in su e in giù che accumuli, calpestando un terreno che non regala nulla alla tua spinta: insomma si fatica assai, non è una passeggiata.
I ristori sono ben calcolati e l’acqua non manca. Fino a circa il quarantesimo km vedo dietro di me la Leonessa concentratissima, lanciata come una folgore verso il traguardo sul lungomare. Mi affianca nel tratto molto impegnativo nella salina dove spira un forte vento contrario, poi mi saluta lungo il canale che alimenta l’impianto di desalinizzazione della città. Io sono in crisi e alterno il cammino con la corsa perché non voglio tagliare il traguardo tramortito. Riccardo è poco dietro a me.
Nell’arco di una ventina di minuti tutti e tre conquistiamo molto affaticati l’ambita meta, pieni di contentezza. Maria Grazia per soli cinque minuti non vince la sua categoria.
Il post maratona è eccellente. Bevande, tra cui la birra analcolica e cibo a volontà, tanto che  facciamo scorta di panini per la cena; c’è anche un reparto massaggi.
Senza requie, dopo una doccia ristoratrice, alle ore 13,00 si riparte in direzione nord verso il Mar Morto (sono circa 280 km). In macchina ci godiamo il severo  spettacolo del deserto. Dobbiamo fare rifornimento di benzina che costa poco più che da noi (prezzo medio euro 1,60 il litro). A circa metà strada entriamo in un distributore. Inserisco la carta di credito e, dopo il pin, mi chiede un altro codice con frase scritta in ebraico e arabo. Non c’è verso di fare rifornimento! Chiediamo a un ragazzo e ci dice che per fare carburante bisogna inserire gli estremi della carta d’identità israeliana. Non sappiamo per quale motivo, ma è certamente  una misura di sicurezza. Per fortuna poco più a nord, prima di entrare nella depressione, riusciamo a rifornirci con pagamento alla cassa.
Appare nella sua aura mistica il Mar Morto, che dobbiamo attraversare in tutta la sua lunghezza di 60 km: siamo nel punto più basso del pianeta. Le rive del versante sud sono bianche a causa del sale cristallizzato. Transitiamo a fianco di un grosso stabilimento per l’estrazione del magnesio. A sinistra appare in alto la fortezza di Masada, sopra una rocca dove gli Zeloti preferirono uccidersi pur di non  sottomettersi a Roma.
Poi a Ein Gedi facciamo una sosta obbligata per scattare delle foto. Sono più quattro ore che guido e il sole presto tramonta appena passato il bivio per Gerusalemme. Eccoci in vista della meta, dove trascorreremo due notti, cioè Gerico in Palestina. E’ vietato recarsi lì con la macchina presa a nolo che ha la targa israeliana per motivi di sicurezza: così ha raccomandato colui che ci ha consegnato il veicolo in aeroporto. L’opzione è parcheggiarla in un terminal in Israele e fare uso del mezzo pubblico palestinese.  Non abbiamo altre scelte. Entriamo in territorio palestinese che è buio. L’illuminazione pubblica è appena sufficiente e fanno la comparsa i cumuli d’immondizia. Arriviamo all’ostello dove viene offerto il tè che non puoi rifiutare: dista tre km dalla piazza centrale di Gerico. Vicino c’è una moschea con un alto minareto. La nostra presenza suscita gioia tra la popolazione. Tutti si mettono a disposizione  quando chiediamo informazioni ed è un continuo sbracciarsi; insomma una cordialità che ci sorprende.  I bambini spuntano da ogni dove festanti e fanno a gara a salutarci. Per strada è un continuo colpi di clacson per darci il benvenuto. Manco fossimo dei Messia. Rientriamo all’ostello dove concordiamo una cena a un costo irrisorio che consumiamo sul tavolo del salotto. Poi passeggiamo lungo l’arteria che conduce al centro per smaltire la cena abbondantissima.
Fa specie che, alla chiusura delle attività commerciali, tutta la merce viene lasciata fuori esposta alla pubblica fede: cataste di acqua minerale, bibite, frutta e ortaggi, segno evidente dell’onestà di quella gente. Qui calzerebbe a pennello il motto della Confederazione Elvetica: “Uno per tutti, tutti per uno”. Tuttavia, vorrei sommessamente ammonirli di non gettare immondizia in giro, perché ne va della loro dignità; e di darsi una mossa per ripulire la periferia della città santa.
La stanchezza si fa sentire e desideriamo coricarci dopo una giornata adrenalinica iniziata a notte fonda. Stanza 33; il bagno in comune ha la scatola sifonata aperta e la pulizia è approssimativa. Per noi sono quisquilie, non badiamo alle formalità.  Gesù, dopo essere stato battezzato da Giovanni Battista al Giordano, salì da Gerico al Monte della Quarantena, dove fu tentato dal diavolo dopo i quaranta giorni di digiuno. Ivi predicò  e convertì Zaccheo, il capo dei pubblicani, salito sull’albero del sicomoro per vederlo; l’albero c’è ancora ed è monumento nazionale. Nessuno ci chiede di che fede siamo. Gli arabi cristiani ci sono (pochi) e sono rispettati. Ci fiondamo a letto presto  coi cuori colmi di gioia. Siamo in una città santa e siamo onorati dell’ospitalità. Un gallo inizia a cantare e lo farà per tutta la notte.

Sabato 30 novembre.

Ore 4, mi sveglio di soprassalto e il gallo non si è zittito un secondo; a me sembra che il suo ritmo circadiano sia tarato con quello dei suoi colleghi della Nuova Zelanda. Alle 4,30 il muezzin diffonde dal minareto il primo canto  di preghiera del mattino. La Leonessa di Gerusalemme/Negev può ritenersi fortunata. Venerdì a Gerico si è disputata una mezza maratona. Se si fosse svolta oggi le sarebbe toccata. Ha  faticato ad addormentarsi per la stanchezza e ha problemi a deambulare per aver chiesto tanto alla sua muscolatura.  Oggi più che una leonessa mi sembra una gattina.  Non riesce a placare la sua fame,  e confeziona diversi panini per tutti perché deve avere sempre il cibo a portata di mano. Finiti i preparativi, dall’ostello si parte presto a piedi per il Monte delle Tentazioni. Andata e ritorno sono una ventina di km. Alcune volte Maria Grazia è famelica come l’amico fraterno Ferdinando Iacovelli: è ossessionata dal cibo anche se giustificata dagli enormi sforzi, sportivi e no,  a cui si sottopone.  Vale come appropriato memento perciò il racconto evangelico della prima tentazione di Gesù nella grotta dove ci stiamo recando in pellegrinaggio: “Dopo aver digiunato per quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: “se tu sei figlio di Dio di’ a queste pietre che diventino pane”. Ma egli rispose; “Sta scritto: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Insomma bisogna in ogni modo controllare gli istinti. Gerico è con Gerusalemme proprio l’ombelico del mondo. Il sepolcro di Mosè e qui. Si può salire al monastero greco-ortodosso posto a precipizio sulla parete est della Montagna, che custodisce le grotte dove Gesù fu tentato, con una cabinovia, ma per fortuna apre alle ore 9, mentre alle 8,00 sono il primo a varcare il cancello d’ingresso. Maria Grazia e Riccardo mi lasciano andare solo rispettando le mie volontà.  Quando inizia la ripida salita, una targa in porcellana indica Jerusalem km 25,6. Il mio volto è madido di sudore affrontando l’erta. Il monaco mi apre la chiesa. Mi concedo minuti d’intimità in assoluta solitudine  salendo  nel parekklesion  dove c’è il luogo della prima tentazione e il volto del Salvatore dell’affresco è severo.
 Arrivano Maria Grazia e Riccardo, poi la folla: una donna orientale è così suggestionata dal luogo che inizia a urlare e a piangere. Il monaco si affretta a consolarla. A noi viene da ridere: non siamo tutti uguali.
Scendiamo a valle dove si notano pneumatici abbandonati proprio nel letto del torrente asciutto. Mi vien voglia di ripulire tutto. Vicino ci sono le vestigia della Gerico antica. Intono l’Agni Parthene (Ἁγνὴ Παρθένε), l’inno alla Vergine di San Nectarios di Egina. Facciamo pausa per prendere un caffè in una misera abitazione ai piedi della montagna, dove una dignitosa signora espone i suoi prodotti. Escono fuori come funghi  una marea di bambini scalzi che ci deliziano. Le mamme giovanissime hanno un volto gioioso e angelico. Ci raccontano della loro vita. Sulla via di ritorno incontriamo carri trainati da cavalli, capre e dromedari. Con un tassista concordiamo il prezzo per la prossima tappa: il fiume Giordano dove Gesù fu battezzato da suo cugino Giovanni il Battista. Non è lontano da Gerico. Il luogo è veramente particolare e si trova in territorio israeliano. E’ ottimamente organizzato e i  torpedoni scaricano frotte di pellegrini  molto composte. L’acqua del Sacro Fiume è fredda e la larghezza del letto è di una quindicina di metri. Puoi immergerti indossando una veste bianca (…). Di là, in Giordania, ci sono una decina di persone; delle boe segnano in confine politico. Le palme e le piante di bouganville contrastano con il campo minato che delimita la zona.
E’ ora di rientrare a Gerico e scendiamo nella piazza principale dove assistiamo a uno dei frequenti investimenti. Il ferito è portato via in ambulanza.
Cambiamo il contante in un’agenzia. L’impiegato è una persona adulta sordomuta. Ecco ciò che  ha scritto su un foglio a Maria Grazia e a Riccardo: “How is Jericho? (com’è Gerico?). Risposta: “Gente molto simpatica”. Your eyes are nice! (i vostri occhi sono belli). You good stay in Jericho! (vi auguro un bel soggiorno a Gerico). Risposta: Dio è grande. God bless you! (Dio vi benedica). Ora devo immergermi nelle acque del Mar Morto, che non sono poi così calde. Abbiamo abbastanza ore di luce per concederti questa tappa: non è che uno faccia lì la classica passeggiata sulla spiaggia come da noi. Il litorale è una crosta salata e il fango diventa come sabbie mobili che ti risucchiano. Bisogna osservare delle regole ferree per non rimetterci le penne cioè: non tuffarsi a pesce, non fare la classica bevutina dell’acqua - quasi caustica - , immergersi solo in posizione supina senza che il tuo corpo abbia ferite o escoriazioni che ti brucerebbero alquanto. Quindi, devi fare uso (obbligato) degli stabilimenti in cui si entra a un prezzo ragionevole in un’area circoscritta da boe,  e dove hai a disposizione sedie sdraio, docce, servizi igienici e assistenza medica. Non esistono rivenditori di salvagente, perché andrebbero falliti: si galleggia proprio come una papera e potresti arrivare sulla sponda giordana pagaiando con le mani. Tuttavia, anche se avverti bruciore abbastanza sopportabile nelle parti molli,  il fango e l’acqua hanno effetti benefici sul derma. Quando l’acqua evapora sei coperto da uno strato di sale e la tua pelle è oleosa.
Il sole sta tramontando e inizia a fare freddo. Si rientra a Gerico per l’ultima cena e il pernottamento. Il pasto è a base di squisiti falafel e panini riempiti di ogni sorta di verdure nella piazza centrale della città palestinese. Maria Grazia, come da sua tradizione, li consuma con  avidità. L’indomani, sulla via di rientro a Tel Aviv, per prendere l’aereo per Roma che parte alle 16,30,   vorrei arrivare a Nazareth. E’ un itinerario di duecento km. La coppia di amici mi convince a riservarci la Galilea nel prossimo viaggio e di recarci a Gerusalemme che è vicina e  rimane per strada. Accordo senza risentimenti: non ci si stanca mai di visitare Gerusalemme. Il gallo inizia a cantare come la notte scorsa .

 Domenica 1° dicembre.

Alla basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme i riti religiosi delle varie correnti cristiane iniziano alle quattro di mattina, e vorrei stare lì per quell’ora. Però, rischierei il linciaggio da parte degli amici. Viene in mio aiuto alle 4,30 il muezzin del minareto della vicina moschea, e l’amico  gallo che desta la coppia. I quadricipiti di  Maria Grazia sono inchiodati peggio del giorno prima.  A Gerusalemme sappiano già dove parcheggiare la vettura: il problema è che per pagare il parcheggio bisogna far uso di un’app, insomma non ci sono le macchinette o i grattini. Troviamo posto in una via cieca, non lontano dalla città vecchia, sistemiamo il veicolo facendo ben attenzione di non arrecare intralcio e infrangere divieti. All’alba siamo all’interno della basilica del Santo Sepolcro. M’inginocchio alla Pietra dell’Unzione;  salgo al Golgota e aspetto il mio turno per arrivare in ginocchio alla roccia del Calvario dove fu infissa la Croce di Gesù; mi metto in fila per entrare nell’edicola dove è il Santo Sepolcro e riesco a  esaudire ciò che desideravo. Sul drappo rosso affisso sopra la Pietra  è scritto: Χριστὸς ἀνέστη (Christos Anesti / Cristo è risorto), Mi separo dagli amici con appuntamento alle 9,30 a Porta Damasco per andare poi a visitare Tel Aviv, prima di consegnare il veicolo.

Esco dalla Porta Sion e mi reco al Cenacolo.  All’interno di sono tre giovani, due ragazzi statunitensi e  una ragazza colombiana di Cali Valle che si chiama Camilla: recitano i Salmi. E’ raro oggi trovare ragazzi del genere che non si fanno sedurre dalle tentazioni mondane.  Tutti studiano a Roma e parlano bene l’italiano. Camilla mi fa dono di un vangelo tascabile che custodisco gelosamente.  La chiesa della Dormizione della Santa Vergine la domenica e chiusa, così come quella di San Pietro in Gallicantu che si trova non distante da lì, fuori dalle mura. Tuttavia il percorso archeologico, aggettante la Valle del Cedron con vista al Monte degli Ulivi e la spianata delle moschee, è spettacolare. Rientro nella città vecchia per il quartiere Armeno e ritorno nuovamente all’interno della basilica del Santo Sepolcro; percorro la Via Dolorosa per arrivare a Gerusalemme est, Porta Damasco, dove mi aspettano Maria Grazia e Riccardo.

Dopo tanta commozione, un fuori programma che ha del tragicomico. Appena imbocchiamo la viuzzola per riprendere il veicolo, vicino alla nostra Micra vediamo  un gippone della polizia israeliana coi lampeggianti accesi, due giovani agenti  fuori e dei civili. Maria Grazia sta andando in panico. Io e Riccardo  non sappiamo  se ridere o piangere. Mi raccomando solo, anche se abbiamo ragione, di non abbandonarci a discussioni e di chiedere scusa. Il problema è proprio la nostra macchina. Gli abitanti della casa, che appariva disabitata, non volevano che la parcheggiassimo lì e hanno chiamato la polizia. A mani giunte mi scuso anche se c’è da obiettare che lungo la  via Shaul Adler ci sono  molte vetture che occupano il marciapiede.  Tuttavia, non siamo stati aggrediti dalle parti e ci è stato comunicato che arriverà alla società di noleggio una multa di 1000 shekel (circa 270 euro). Pazienza. Era peggio se avessero messo le ganasce alle ruote della macchina e ci avessero portati nella vicina centrale di polizia, così addio volo di ritorno.

Si salta la visita  volante a Tel Aviv, e andiamo all’aeroporto per evitare ulteriori grane. Alla consegna del mezzo non viene contestato alcun addebito (per ora…). Con la navetta veniamo accompagnati al terminal 1 insieme a una signora francesce di origine ebraiche. Ci racconta che sua figlia è venuta a vivere in Israele, per l’antisemitismo che cresce in Francia. E continua dicendo che alla popolazione ebraica e palestinese importa solo una cosa: vivere in pace. Rispondo che io sono venuto qui per correre la Desert Marathon di Eilat. Non parteggio per nessuna delle due parti e di politica non m’interessa un tubo. Però gli Israeliani hanno tutto il diritto di vivere nella loro terra d’origine ma senza prepotenze. Anche i Palestinesi hanno i loro sacrosanti diritti di esistere in Terra Santa ma devono abbandonare la lotta armata perché la violenza genera solo  odio satanico, e i fratelli maggiori ebrei hanno una potenza di fuoco che può annientarli. L’unica via è il dialogo e dimenticare il trascorso; altrimenti non se ne esce più.
Maria Grazia fa uscire dal suo zaino i panini di Gerico e ritorna a tutti il sorriso. Non ne posso più: sono cinque giorni che li mangiamo come Poldo, però quelli che confeziona la Leonessa sono proprio buoni. Mi sogno gli spaghetti col pomodoro: o Gesù,  onnipotente e misericordioso,  perdonami  questo peccato di gola.
Shalom! Shalom! Shalom!

 

1 commento

  • Link al commento Martedì, 17 Dicembre 2019 09:32 inviato da riccardo silva

    Con fratello Gianni e la signorina Grazia la Leonessa (lo so bene!!!) del Negev abbiamo trascorso pochi ma intensi giorni in una realtà diversa dalla nostra e interessantissima per motivi non esclusivamente geografici ma soprattutto storici, sociali e culturali, si perché Palestina e Israele costituiscono una realtà unica al mondo......

    Mercoledì 27 ormai notte con la macchina finalmente in moto avanziamo in un contesto abbastanza surreale, austero e quasi invisibile che ci circonda, la Nafkha Prison, un penitenziario che incontriamo appena fuori lungo la strada deserta, due cosi che non saprei definire, mezzi militari da deserto a quattro ruote credo ma non ne sono certo, super rumorosi e senza luci posteriori ci sorpassano..... giungiamo a Mitzpe Ramon. Di hostels come quello descritto da Gianni ne ho vissuti svariati praticamente sempre in questi miei anni di viaggi around the world, solo a prezzi più ragggionevoli, per fare un esempio in India l'avremmo potuto pagare sei, sette euro, a Jericho due giorni dopo in uno simile abbiamo soggiornato per quaranta euro, a Mitzpe Ramon in Boker Street al cambio quasi cento euro!!! alla faccia del luogo alternativorastahippy radicalfricchettone!!!!

    L'indomani giovedì 28 continuando in direzione sud lungo la desertica A 40 che poi incrocerà la A 90 incontriamo alcuni dromedari e caprini di cui cartelli già avvisavano la presenza...... infatti ad opera di un paziente lavoro da fabbro ferraio o più probabile da catena di montaggio ne troneggiano immobili varie sagome metalliche, a ridosso delle piccole creste rocciose a capeggiare nelle vicinanze della strada, poco più avanti a ridosso della strada notiamo un cartello con su scritto "firing area entrance forbidden" “area di fuoco vietato l'accesso” ci ricorda mezzi militari in movimento incontrati per strada, postazioni militari e aerei in volo visti e uditi, strano luogo il Negev di Israele. Eilat moderna città di mare come tante altre a me non lascia particolari impressioni se non i suoi prossimi confini per terra o mare con Giordania, Egitto ed Arabia Saudita. L’Ice Mall è un centro commerciale a Eilat a forma tonda con una grande pista di ghiaccio in mezzo e negozi intorno e al piano superiore che a me ricorda uno simile visto anni fa ad Antofagasta in Cile ma i cui negozi erano distribuiti su più piani. Sede per questo evento sportivo, centro di ritrovo per la distribuzione dei pacchi gara e pettorali, previo presentazione del bib number!!! luogo di partenza/arrivo della maratona sulle distanze per noi di 42k ma anche 21k o 10k che ci regalerà

    venerdì 30 dalle ore 06,00 divertimento, un po' di sana fatica, paesaggi suggestivi, e la possibilità di prendere foto. Possiamo dire che il terreno del percorso sia abbastanza agevole, presenta rari tratti di single trek, , ma cosa significa agevole? Vabbè diciamo che non è una maratona su asfalto ma neanche un trail in montagna che Gianni ed io da prudenti trailers abbiamo corso come ne conviene ossia con scarpe da trail ma non particolarmente pronunciate, mentre la leonessa con scarpe da strada leggere sostenendo che le scarpe da trail fossero per lei troppo pesanti!!! sarà per questo che è giunta al traguardo prima di noi!!? il dislivello positivo è di 600m, ristori ogni 3-4 km, temperatura fresca alla partenza, tiepida in seguito. All'arrivo ci incontriamo e siamo tutti contenti.......e affaticati!!!
    Riprendiamo posto verso le 11,30 nel nostro mini appartamento per una sana e meritata doccia fuori tempo massimo previsto dal check out ma concessa dal giovane e gentile gestore su nostra precedente richiesta. Arriviamo a Jericho nel tardo pomeriggio dopo circa quattro ore di guida con brevi soste per foto, pipì e rifornimento benzina. Siamo ora nello stato palestinese, fermiamo la macchina e chiediamo ad un fruttivendolo l'indicazione per il nostro hostel e lui intanto offre un dattero a ciascuno di noi.......

    In un sabato 30 novembre cosa c’è di meglio per defaticare dopo i 42k se non quello di vistare la città più antica del mondo, onore che ci concediamo trascorrendo l’intera mattinata tra visite in luoghi storici e brevi ma interessanti incontri con abitanti locali, nonché di un buon caffè arabo e una spremuta di ottimo melograno. La visita presso il fiume Giordano offre a chi lo vuole, tra le tante, una considerazione a parte, siamo in Palestina ma in questo sito delimitato tutto intorno da filo spinato e cartelli con su scritto “danger mines!” “pericolo mine!” (c’è anche il punto esclamativo) sventola bandiera israeliana, allora sempre per chi osa torna in mente quello che si legge riguardo le centinaia di insediamenti israeliani illegali in terra di Palestina…..

    Domenica 1 dicembre di mattina alla buon’ora ma non quella di Gianni che ci avrebbe voluto già in riga ancor prima del primo richiamo alla preghiera del muezzin torniamo a Gerusalemme. Entriamo ancor prima del sorgere del sole attraverso la Damasco Gate nella Gerusalemme Est dello stato di Palestina, tra una visita, un caffè, un mini shopping quando quasi tutte le attività commerciali devono riprendere, ma soprattutto viviamo ancora un'atmosfera rilassata in aree che consideriamo ora un po’ cosa nostra avendole scoperte lo scorso mese di marzo in occasione della Jerusalem Marathon quantomeno per quello che riguarda quei luoghi di richiamo internazionale e che nei nostri progetti futuri andremo ancora a conoscere e ad approfondire.

    Più tardi, al profumo e al gusto degli ormai collaudati panini della leonessa ci congediamo per il momento da questo molto stridente e straordinario paese


    Salam aleikum, shalom

    Rapporto

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