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Mar 02, 2020 1120volte

La Briglia di Vaiano (PO) – Emiliani in cattedra alla 3^ Ecomaratona del Monte Maggiore

Anche i maiali destano simpatia Anche i maiali destano simpatia Roberto Mandelli

1° marzo – Podismo ufficialmente vietato nelle regioni ‘gialle’ e in altre zone variamente colorate (dalle Marche alla Sicilia). Particolarmente dolorosa la soppressione di Bologna, che in un certo senso sconta il fatto che la Costituzione l’ha creata capoluogo di una regione comprendente Piacenza. E dire che il primo progetto di Costituzione invece separava le due province, come fanno ancora oggi le Poste (il Cap di Piacenza è lombardo, non emiliano); e in effetti, oggi alcune zone della provincia di Piacenza si sono ‘ammalate’ in quanto gravitanti sulla Lombardia. Pensate come sarebbe stato diverso se passava l’altro progetto: invece è andata nel modo che sappiamo, cosicché nel marzo 2020 da Piacenza a Rimini non si corre (magari si va in palestra, perché i vàirus sopra i 25 gradi muoiono e di solito in palestra fa un caldo boia…).
Questo preambolo per dire che qualche maratoneta emiliano-romagnolo, domenica 1° marzo, vista la soppressione delle 42 km di Bologna, appunto, e di S. Benedetto del Tronto, ha ripiegato sconfinando di 30 km dalla sua regione, giusto appena più a sud di Castiglion de’ Pepoli dove si erano perfino svolte, non moltissimo fa,  due ecomaratone: ed è arrivato alla Briglia di Vaiano, in provincia di Prato (altro paradosso, la provincia più ‘cinese’ d’Italia, che però non soffre della imperversante ‘sindrome cinese’).
Ovviamente, questa Ecomaratona è nata come trail, per allungamento di quello che era il Trail del Monte Maggiore di 22 km (oggi rimasto come nobilissima gara di contorno), e dunque i suoi clienti primari sono i trailer, categoria peraltro che ingrossa attirando vari stradisti: ma non è un vero e proprio trail, nel senso che non propone difficoltà para-alpinistiche come spesso si incontrano nei trail che si adeguano alle cosiddette “regole di Morfasso”. Insomma, è in buona parte corribile grazie a una decina o poco meno di km d’asfalto, una prevalenza di stradine carrabili, e infine qualche sentiero ma con pendenze abbastanza moderate (non ci sono corde né bisogno di abbrancarsi agli alberi per salire o scendere; c’è un paio di guadi, più quello che è successo verso la fine ma ha riguardato solo noi delle retrovie).
La misurazione del percorso lungo è data in 43 km, con 1600 metri di dislivello: dati sostanzialmente confermati dai Gps. Il clou è ovviamente costituito dalla salita al Monte Maggiore, cima di 916 metri, la più alta dei Monti della Calvana che separano le province di Prato e di Firenze, ovvero il tracciato della ferrovia “Direttissima” da quello dell’autostrada. Entrambi i percorsi raggiungono la vetta, i maratoneti dopo 32,5 km, gli altri dopo 12; ma i maratoneti prima avevano dovuto salire due altre cime, partendo dai 100 metri del via fino ai 470 metri dove si arriva ai km 7,5 e 10,7. Segue un discesone che porta addirittura più in basso della partenza, ai 70 metri di Travalle, da dove cominciano 16 km di salita quasi continua (con una breve discesa dopo il ‘cancello’ dei 25 km) fino al Monte Maggiore. Da lì si va quasi soltanto in giù, teoricamente in modo facile (“in discesa tutti i santi aiutano”, dicevano i vecchi), ma soprattutto per gli stambecchi-trailer capaci di correre in qualsiasi condizione.
A questa categoria appartengono i due emiliani arrivati primi della 43 km, il fananese Giulio Piana e il bolognese di Val Samoggia Roberto Gheduzzi, tesserati entrambi Mud&Snow, che hanno dominato la gara. Piana, classe 1981 e quarto qui l’anno scorso con 3.54, quest’anno ha portato il suo tempo a 3.38:06; Gheduzzi (venticinquenne, che nel 2018 aveva vinto il Tuscany Crossing di 50 km e quest’anno si è piazzato nei 57 km della Bora e nei 45 del Brunello Crossing), l’ha seguito a poco meno di 5 minuti. Il terzo, Angelo Simone (lucchese di Stiava) è arrivato a 37 minuti da Piana.
Tesserata in Emilia anche la prima donna, Giulia Magnesa del Casone Noceto, del ’72, giunta 15^ assoluta in 4h50'35'', tre quarti d’ora prima della seconda, Chiara Barassi. Insomma, questi emiliani un vàirus ce l’hanno di sicuro, quello della vittoria. I toscani si sono consolati con l’intero podio maschile dei 22 km: primo Filippo Bianchi (Il Ponte Scandicci) in 1h46'33'', davanti a Mileno Frediani (Montecatini Marathon) a 6 minuti e ad Alessandro Melani (Il Ponte Scandicci) a 10.
Quasi incollate le prime due donne, Camelia Barboi (del ’66, Isolotto di Firenze), in 2h14'30'', 47” davanti a Stella Pacini (del 1981).
Poi ci sono gli altri, e nessuno mi sgridi se ne cito solo pochi del percorso lungo: la coppia reggiana Federica Zini & Giuseppe Pellacani (5h10); il supermaratoneta Timothy Chaplin (5h16); l’altro supermaratoneta pratese Leandro Giorgio Pelagalli, vincitore della categoria “Oro” (over 70) con un egregio 5h51, appena davanti all’altro socio del Club, il fananese Mauro Gambaiani; e l’avvocato di Latina Paolo Reali, che dopo avermi ripreso nel mio incerto guado del km 10, si è involato dandomi quasi un’ora.
I classificati sono in tutto 93, 17 in meno dell’anno scorso (e 96 nei 22 km, anche qui con un certo calo; poi un numero non precisato nella non competitiva di 12 chilometri, la Monte Maggiore Free Run).
Ma vanno messe in conto le proibitive condizioni atmosferiche (ampiamente previste, tanto da dissuadere molti dal venire in loco), che dopo le prime ore di pioggerella lieve, che deliziosamente bagnava e rinfrescava i simpatici maiali, le paciose mucche e i cavalli dei pascoli più alti cui si ispira la medaglia, sono nettamente peggiorate alla quinta ora, quando un nubifragio con vento fortissimo si è abbattuto sui tanti che stavano salendo sul Maggiore (o, i meno lenti, ne stavano scendendo): qualcuno non ce l’ha fatta e si è ritirato, prontamente soccorso dalle ambulanze della Misericordia salite fin quasi in cima o comunque al ristoro posto a 850 metri. Altri si sono scaldati e cambiati d’abiti nel delizioso piccolo rifugio Gensini, un centinaio di metri prima della vetta, allietato da un focolare acceso.
Per i restanti, è rimasta la larga cima del monte, immersa nelle nubi e dal fondo pantanoso (provvidenziali le bandierine arancioni piantate a vista l’una dell’altra), poi la discesa prima sassosa e largamente cosparsa di enormi pozzanghere, indi sentieri divenuti veri e propri torrenti (a un certo punto, se non avessi visto le bandelle, avrei creduto di aver sbagliato strada); e solo l’ultimo km di asfalto fino al traguardo.
Gli organizzatori hanno fatto tutto il desiderabile, e anzi di più: per un prezzo d’iscrizione che partiva da 25/30  euro, un pacco gara davvero pesante (inclusa una birra dedicata espressamente all’evento); sette ristori, sempre forniti di tè caldo e frutta, oltre che dei tipici cibi toscani, dalla fettunta agli affettati di cinghiale alle crostate; segnalazioni precisissime (e collegate a un foglio illustrativo di una chiarezza e ricchezza estreme), sbandieratori frequenti e ‘tifosi’ (specie nell’ultimo tratto); docce calde, pasta party nella tradizione toscana, incluso il vino a volontà, e una amichevole tolleranza nei confronti di quanti stavano superando il tempo limite ma ormai erano in zona arrivo. D’altronde, da un supermaratoneta come Daniele Mulinacci, organizzatore con centinaia di lunghe all’attivo, non ci si poteva aspettare di meno.

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1 commento

  • Link al commento Martedì, 03 Marzo 2020 09:35 inviato da Mario Liccardi

    Ottimo articolo prof Marri, come sempre. Allegato ad una mail, invialo all'assessore lombardo che ieri ha esortato gli over 65 come te a starsene tappati in casa, facendo finta di ignorare che anche in Lombardia i cosiddetti "anziani" non sono fatti tutti della stessa pasta! Contribuendo, e non poco, a diffondere il panico da "coronavairus" come lo chiami tu.
    Hasta la victoria siempre!

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