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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

25 aprile – E lasciamo che i gaudenti intasino l’autostrada in direzione Rimini, e gli ottuagenari vadano in piazza Grande a cantarsi reciproci inni di gloria e attestati di partigianeria sotto l’ala protettrice di Vanni Bulgarelli, riciclato per non far danni all’ANPI dopo una lunga presidenza dell’azienda trasporti modenese (“un disastro  totale, come dimostrano ampiamente i fatti:  dal record di bus bruciati, al numero elevato di scioperi, alle continue vessazioni contro il personale, frutto di numerose cause in Tribunale”: fonte La Pressa); per chi ha meglio da fare, provvede la Madonnina (nel senso di Polisportiva e di quartiere) ad allestire una bella non competitiva, non nella solita direzione Freto-Tre Olmi, ma sfruttando le piste ciclabili ricavate dalle ex ferrovie, fino a Villanova e sul tracciato d’argine Secchia dove per tanti anni passava anche la Lesyncorsa.

E il pensiero va a Gianni Vaccari, presidente della sezione podismo, che proprio alla Lesyncorsa fece la sua ultima apparizione pubblica, e che decenni fa aveva iniziato anche questa Camminata della Libertà, inizialmente ubicata dalle parti di via Barchetta e della “Crepa”. Ma quando uno se ne va, è importante che il suo insegnamento rimanga: e devo dire che, perfino in questa non competitiva, abbiamo avuto un perfetto controllo degli incroci, un “isolamento” dal traffico delle zone di partenza-arrivo e degli attraversamenti più delicati, una segnalazione del percorso molto attenta, tre ristori sul percorso lungo (di poco superiore ai 14 km se si voleva farla proprio tutta, evitando di svoltare verso il traguardo quando si stava già attorno ai 12, "ad una manciata di lancette d'orologio" come ho sentito dire da Alessandro Troncone, un ragazzo di Trc che, se continua così, darà filo da torcere a Brighenti) più un ristoro finale. E dietro il corrispettivo minimale di 2,50, un barattolo di salsa di pomodoro più un dolcino: non si può volere di più.

Settecento i partecipanti (mancavano i reggiani, che avevano la loro corsa, e i supercompetitivi andati alla 50 di Romagna), con la scontata vittoria per società del Cittanova con 112 iscritti, ma ormai tallonata da Run & Fun con 98, e a parere di chi scrive la più bella gioventù, specialmente femminile; terzo posto per la Guglia di Sassuolo con 49. Molti anche i carpigiani, tra cui il benemerito dottor Sergio Guaitoli, e i castelfranchesi, tra cui Fabio Setti con cui ci siamo scambiati lungo 4-5 km i ricordi delle maratone corse insieme, e di quel prodigioso Alfonso Pagliani che correva in due settimane Passatore e Nove Colli, e comprò l’auto nuova per scarrozzare Govi da una maratona all’altra.

Clima decisamente freschino (8 gradi in partenza), la maggioranza ancora in maniche lunghe e pantaloni quantomeno al ginocchio (Mastrolia invece colla criniera dei suoi giorni gloriosi); forse quello che aveva più caldo di tutti era Micio Cenci, sceso dalla sua Fanano innevata, e che aveva “ceduto” la moglie Lella a gestire il ristoro finale con Paolo “Paletta”.

Inevitabile tributo alla giornata, a parte i discorsini iniziali che nessuno ha ascoltato, il disco incantato (nel senso di rotto) di “Bella ciao” che ricominciava sempre dallo stesso punto. Un po’ più di fantasia e di verità storica poteva proporre «Siamo i ribelli della montagna - Viviam di stenti e di patimenti - Ma quella fede che ci accompagna - Sarà la legge dell'avvenir», o «Su comunisti della capitale - è giunto alfine il dì della riscossa - quando alzeremo sopra al Quirinale - Bandiera Rossa». O soprattutto quella che Beppe Fenoglio dichiarò essere l’unica canzone dei partigiani comunisti (Bella ciao esisteva solo come canto delle mondine): “Fischia il vento e infuria la bufera - Scarpe rotte eppur bisogna andar - A conquistare la rossa primavera - Dove sorge il sol dell'avvenir”. Ma vallo a dire a Vanni Bulgarelli, o a quell’omonimo del Presidente Vaccari, che a Gianni doveva pur qualcosa come sportivo e poi deputato (poi trombato, poi auto-riciclato), eppure oggi non era alla Madonnina ma in Piazza Grande.

Invece alla Madonnina non ci si ferma: il prossimo giovedì 9 maggio, a inaugurare la teoria delle gare serali estive (un anno, Gianni Vaccari mi disse con entusiasmo: “in questo giugno si corre 28 volte!”), ci si ritroverà ancora qui per la “Passo dopo passo”, altra non competitiva co-organizzata col Rotary Club “Muratori” di Modena, a sostegno del Centro Oncologico Modenese. Correre e far del bene.

20 aprile – “Ma… ci sono le bandelle!” – “Sì, ci sono, ma sono sbagliate!” – “Se lo decidi tu che sono sbagliate…, io proseguo!” – “Aspettate, sto provando a telefonare agli organizzatori…” – “Guardate la mia mappa, noi siamo qui e dobbiamo arrivare lì, mentre le bandelle puntano verso Pienza…”- “Sentite, lì sotto ci deve essere la strada su cui eravamo anche noi, basta che ci arriviamo e siamo a posto” – “E’ vero, ci sono anche dei podisti!” – “Sì, ci sono, ma alcuni vanno in un senso, altri nell’altro…”.

È una sintesi dei discorsi che ho sentito fare intorno al 50° km del Tuscany Crossing, soprattutto tra concorrenti della 53 km, che vedevano il traguardo di Castiglione d’Orcia di fronte, sulla prossima collina, e in qualche tratto credevano anche di sentire le voci degli speaker, ma non vedevano le bandelle “giuste”… Poi siamo arrivati tutti (oddio, non so di quello che faceva i 103 e mi ha chiesto dove era “lo svincolo” per il suo tracciato: se era là dove avevamo sbagliato noi, doveva tornare indietro di un tot), esibendo i nostri Gps che davano distanze fino a 57 km, comunque in tempi non superiori alle 10h20’ e dunque scampando alla tregenda di pioggia e qualche chicco di grandine o fiocco di neve che si è scatenata verso le 16 (due ore dopo le previsioni): cosa che purtroppo è toccata alle retrovie delle gare sulle cento miglia e sui cento km.

Ed è doveroso cominciare dai risultati di questa undicesima edizione di uno fra gli ultratrail più celebri della Toscana. Per la cento miglia si trattava della quinta edizione, partita alla mezzanotte di venerdì 19 e vinta da Massimiliano Calcinoni (Alpago Run) in 19h 05, con un’ora sul secondo Emanuele Ludovisi e due ore sul terzo Simonluca Cavallini. Ancor più mostruoso il distacco tra le donne, dominate da Caterina Corti (una alla settima presenza qui, con un totale fino a ieri di 576 km percorsi) in 25 ore e mezzo, tre ore e mezzo davanti alla seconda Sara Ionvalli. Azzurra Agosti, terza e ultima donna, ha sfiorato le 31 ore. 57 in tutto gli arrivati, gli ultimi due (maschi) oltre le 34 ore: cioè, diciamo, arrivati alle 10 di domenica.

Sul percorso più classico, dei 103 km, che ha visto al traguardo 165 atleti, i distacchi sono stati minimi, anzi inesistenti per i primi due, i compagni di squadra Mauro Rota e Roberto Pirola (GS Orobie), giunti affiancati in 9.22:58 (il successo sulla carta è arriso a Rota). Lombardo anche il terzo, Marco Biondi (Franciacorta, 9.25:10).

Molto staccate le donne, dove la vincitrice Enrica Gouthier (libera) ha prevalso in 13.11:54, tre quarti d’ora davanti a Daniela Menchetti e un’ora prima di Elena Cominoli: la classifica ne conta 27 in tutto.

Infine, l’altrettanto classica 53 km, che si corre essa pure dalla prima edizione del 2013 (saltato solo il 2020 per le note ragioni): vittoria di Mirko Zancarli (Bolf Team) in 4.06:01, quasi 4 minuti su Daniele Roccon (Vittorio Veneto), e 6 minuti su Daniele Bonandi (Sport & Fitness). Staccatissimi gli altri; relativamente vicina la prima donna, settima assoluta, Stephanie Manivoz (Dynafit), 4.37:07, nove minuti prima di Denise Zacco e mezz’ora abbondante su Silvia Zanchi. 220 gli uomini e 57 le donne in questa classifica; ma bisogna aggiungere anche i/le plogger, come la Silvia mezza maremmana e mezza milanese, con cui ho corso qualche km tra S. Quirico e Pienza (la si vede nelle foto 41-42); ma lei si fermava ad ogni rifiuto sul ciglio del percorso e lo incamerava nel suo saccone, che poi consegnava ai ristori ogni 10 km circa.

Risultati tecnici a parte, va detto che questo tracciato conferma i fascini paesaggistici di cui le corse toscane, e specialmente senesi, vanno orgogliose; ai quali la Tuscany aggiunge l’attraversamento di alcuni tra i più bei borghi d’Italia (come il collage-copertina di Roberto Mandelli sintetizza), dalla partenza-arrivo di Castiglione, il cui castello, e la torre di fronte, sono stati meravigliosamente sistemati (bravi sindaco e presidente Pro-Loco, con le loro meraviglie nelle foto 13-25); a Bagno Vignoni, gioiello tra i gioielli (foto 26-32); a S. Quirico d’Orcia (foto 2-9), Pienza (foto 46-48) e Monticchiello (49-54), tre cittadine, ognuna sul suo colle (da scalare, per noi podisti, ma quasi con gioia, e il compenso di ottimi ristori al culmine dell’ascesa); poi i due guadi, tra cui quello dell’Orcia, con brivido (25 cm d’acqua, corda cui tenersi, e Jader il fotografo a registrare le nostre titubanze o baldanze: foto – non sue - 57 e 58). E all’orizzonte altre meraviglie, dall’Amiata (ancora con una striscia di neve tra le nubi, foto 55) a Montepulciano, più quelle riservate solo ai duri dei percorsi più lunghi.

Organizzazione, direi, quasi perfetta: dall’ottima accoglienza, con parcheggi sufficienti, bar sempre aperto, ritrovo con docce (ancora calde al mio arrivo), e dormitorio adiacenti (ma confesserò che alla mia età ho preferito uno stupendo albergo affacciato sulla vasca di Bagno Vignoni, tutt’al più evitando di annaffiare la cena coi vini quotati due o trecento euro a bottiglia; che invece hanno deliziato il palato di una vicina di tavolo, biondona alquanto più giovane del suo, diciamo così, partner, che avrà sicuramente trovato il modo di farsi compensare l’esborso).

Partenze scaglionate, sabato mattina, per evitare ingorghi: alle 5, col buio ancora fondo, per la 103; alle 6, con cenni di alba, per la 53; alle 10 per le non competitive. Percorso segnatissimo, con frecce direzionali e bandelle, tranne il guaio del km 50: succede spesso che verso il finale dei trail comincino a scarseggiare le segnalazioni, e pure l’elemento umano non sia tanto presente. E se quando, dopo il meraviglioso ristoro di Gallina al km 44 (dove lo chef Roberto quasi ti impone un brodo caldo e un piatto di maccheroni al pomodoro: foto 64-66), nella salita che deve portarci al traguardo, la strada principale non mostra segnali, mentre a destra si apre una carrareccia ipersegnalata, è abbastanza naturale che molti di noi, anche in mancanza di frecce, decidano di seguire le bandelle giallorosse, col risultato che dicevo all’inizio.

Ciò non basta per squalificare un’organizzazione, che anche in seguito è stata encomiabile: ritrovata la via giusta abbiamo ritrovato anche i segnali e qualche segnalatore, poi il traguardo presidiato dai due ottimi speaker Daniele Menarini e Fabio Fiaschi; le docce (in due edifici), comode e calde; un pasta party alla toscana, ancora con maccheroni al pomodoro, poi una scottiglia squisita e vino rosso a volontà (foto 70-71).

Peccato per il clima, che dopo le “deboli piogge” previste nella tarda mattinata (io mi sono beccato un’ora e mezzo, più le conseguenti “crete senesi” che si attaccavano a chili alle scarpe e ai bastoncini) ha più tardi lasciato spazio alle “piogge consistenti”, anzi quasi disastrose, del pomeriggio, divenuto anche molto freddo.

Ma statisticamente “ci sta”, e d’altronde l’organizzazione raccomandava di partire con uno zaino ben munito. Questo è il trail; e la Toscana (lunghezze a parte, francamente a volte un po’ eccessive) è il luogo indicato per invitare gli stradisti a correre in ambienti naturali.

14 aprile – Una non competitiva che non si ferma (grazie alla perdurante abnegazione dell’Ilva, eroina locale del podismo carpigiano un tempo glorioso, e dei suoi aiutanti come l’immancabile vigile Pavesi o i coniugi Orlandi/Losi “cs’agh manca?”), così da offrire un comodo ed economico sfogo a chi non pratica l’agonismo, o una tantum lo mette sotto chiave.

Vedasi Micio Cenci, sceso dalla sua nuova patria fananese (dopo un soggiorno in Islanda) per cominciare una preparazione seria per una gara seria: infatti, dopo i primi 3 km ai 6’ pianta la compagnia di chiacchiere per un allungo che ci lascia senza fiato. Oppure papà Paolino e figlio Maurito Malavasi, che tra una maratona di Russi e una ultra di val d’Orcia inseriscono questa sgambata, sulla distanza massima di 13 km con percorsi intermedi di 4.5 e 9. O ancora Angelo Mastrolia, cui il caldo semiestivo fornisce un’ottima motivazione per correre a torso nudo esibendosi alle (non tantissime) ragazze in fiore presenti, e al termine mi addita con una punta di ironia il suo antico imitatore Rambo, ormai in abiti tutt’altro che seduttivi, ma cui si riconosce il merito di assistere Peppino Valentini nel montaggio e smontaggio della tenda del Cittanova (anche oggi stravincitrice della classifica per società con ben 116 iscritti su un totale di 700 partecipanti censiti).

Certo, Modena oggi non offre niente di meglio: in mezza Italia (incluse Ferrara, Parma e Reggio, quest’ultima col record di 6000 partecipanti) si è corsa la Vivicittà, che a Modena si allestì solo nelle primissime edizioni salvo sostituirla presto con una “Camminata di primavera” che non si fa più neppure lei; a Rimini si correva una mezza, come a Genova; sul lago di Garda una maratona…

Ai modenesi di questo mezzo aprile rimangono le risaie del titolo (ammesso che ce ne siano ancora: io non ne ho notate), le pacifiche stradette tra Fossoli, con il primo tratto praticabile della via Remesina che più a nord diventa un tratturo impercorribile e infatti non si fa più fino a Gruppo come un tempo, e San Marino; per chi sceglie il “lungo”, un paio di km supplementari lungo il canale verso Cibeno (memoria nostalgica del luogo dove nacque e morì la maratona d’Italia) e ritorno.

Iscrizione al prezzo calmierato di 2,5 (per risparmio ecologico, il pettorale è riciclato da altra manifestazione), con doppio omaggio gastronomico nel pacco gara (il sacchetto di riso è però scomparso da anni), e la gradita sorpresa, nel ristoro finale, di ceste e ceste di gnocco fritto (alias torta fritta, pasta fritta, carsenta o chiamatela come vi pare), voracemente fatte fuori.

Non può mancare la cortesia di Italo Spina, che anche oggi, come ieri, offre una scelta di foto sue da cui Roberto Mandelli, anche nel giorno del suo compleanno, estrae il solito magistrale collage.

Il podismo modenese continuerà domenica prossima nel capoluogo col “Modena di corsa con l’Accademia”, 28^ edizione: ricordo benissimo la prima edizione, boicottata come elemento estraneo dall’allora Coordinamento podistico; ma adesso è un po’ come alle elezioni, se vuoi raggiungere il quorum devi allearti anche con gli ex nemici. Se poi i proventi vanno all’AIL, allora viva tutti.

13 aprile – Un dato curioso: il numero dei classificati nelle tre gare di oggi a Rocca Malatina, cioè 426, è esattamente identico al numero dell’edizione 2023. Con la sola differenza che gli arrivati 2024 erano ripartiti su tre percorsi, di 34, 20 e 14 km, mentre fino all’anno scorso i percorsi erano solo due, di 34 e 20. In più si aggiungono i non competitivi sul tracciato di 12 km: insomma, in questa frazione di Guiglia a 580 metri d’altitudine, nota per le sue piccole Dolomiti alias “Sassi”, è venuta davvero tanta gente, malgrado per i trailer ci fosse per esempio la concorrenza della non lontana Abbotts Way.

Giornata decisamente calda anche in quota, dove ai 26 gradi raggiunti a metà giornata si è aggiunta una umidità che ha fatto sudare fin dai primi tratti all’ombra dei faggi; e le conseguenze cronometriche si sono viste soprattutto nella gara lunga maschile, il cui vincitore Marco Gubert ha impiegato 3.35:53, cioè quasi tre quarti d’ora in più del vincitore 2023.

Tra le donne invece non c’è stata differenza, anzi la vincitrice Dinahlee Calzolari col suo 4.10:03 si è migliorata di 19 minuti rispetto al tempo che l’anno scorso le aveva garantito il terzo posto, ed ha virtualmente preceduto di 6 minuti colei che vinse nel 2023.

Sui 20 km il vincitore Robert Ferrari (1.44:37) ha fatto meglio per 3 minuti sul primo dell’anno scorso, all’incirca come la prima donna Vittoria Vandelli (2.02:07), che oltre tutto ha sopravanzato di oltre 12 minuti la seconda Giulia Botti (2:14:40), che ha prevalso quasi allo sprint sulla terza Maria Nicoleta Rusu (2:15:44, seconda l’anno scorso).

La Botti era arrivata seconda nei 34 km l’anno passato e – possiamo dire – quest’anno ha scalato una marcia, allo stesso modo di Isabella Morlini, salvo che per la prof reggiana il risultato non cambia: aveva vinto i 20 km l’anno scorso con 3 minuti di vantaggio sulla Rusu, ha stravinto i 14 quest’anno con 1.54:19, venti minuti davanti alla seconda.

Distacco quasi altrettanto netto tra i maschi, dominati da Matteo Domenicali (1.29:59), dieci minuti sul secondo Marco Maggi (1.40:37). Terzo assoluto… la Morlini, due minuti davanti al terzo maschietto.

La gara sui 20 km, con 1000 metri di dislivello (il mio Gps segna 1030), ha raccolto il maggior numero di adesioni, 265 (erano state 277 l’anno scorso): addirittura più delle medaglie disponibili, per le quali in extremis si è rimediato concedendo anche a noi una medaglia avanzata dai 34 km, dove sono arrivati in 99 (erano stati 149 nel 2023): ma il percorso, come sentivo dire sotto le docce, è veramente duro coi suoi 1500 e passa metri D+.

Sui 14 km, che avevano gli stessi metri di dislivello dei 20 (e dunque proporzionalmente erano più duri), sono arrivati in 62, e qui citerò il 59° Lolo Tiozzo, classe 1945 e di gran lunga il più anziano del lotto, reduce dalla maratona di Parigi, che ha finito in 3.24:41; e Paolo Giaroli, classe 63, per il suo 4.06:42.

Quanto ai 20 km, distanza che ho corso io senza troppo onore (seppure ottenendo un platonico primo posto di categoria), faziosamente vorrei segnalare il successo nella sua categoria di Gianluca Spina, neoquarantenne figlio di Italo, con un tempo intorno alle 2.35, mentre la zia Margherita Gandolfi, classe 1963, è arrivata seconda delle coetanee in 3.38, precedendo la sorella Cecilia (classe 1959, mamma di Gianluca, e domenica scorsa a premio nella maratona di Russi) che ha chiuso in 3.47.

Le due sorelle mi hanno inesorabilmente staccato circa a metà gara, quando ci si avviava verso lo stupendo cocuzzolo di Montecorone, e con loro c’era anche la supertrailer Ermanna Boilini che però non trovo nelle classifiche.

Hanno poi provveduto la scalata al sasso di S. Andrea e ancor più la risalita dal guado del km 15 a stellarmi definitivamente, lasciandomi la sola consolazione di dare un quarto d’ora al vecchio compagno e rivale Ideo Fantini, che colla sua classe 1949 era il più anziano dell’intero lotto e infatti ha vinto gli M 75.

Percorso, in ogni caso, bello e vario, ottimamente segnalato a prova di ipovedenti, ben assistito da vigili urbani e addetti (sguinzagliati da Herr General Direktor Checco Misley di Mud&Snow, che questi sentieri li fa praticare da anni ai suoi adepti) nei punti nevralgici, con tre ristori intermedi ben forniti e uno altrettanto nel finale, dove ho particolarmente apprezzato una coca fredda e salutare, visto il clima. Anche le docce, sebbene non caldissime per gli ultimi, sono state quanto mai gradite.

Premiazioni riservate ai primi cinque assoluti di ognuno dei tre percorsi (insomma, trenta premiati, non in denaro secondo lo spirito trail) cui noi peones abbiamo aggiunto, dietro il corrispettivo all’incirca di un euro a km (salvo i 14 km che hanno pagato come i 20) un discreto pacco gara di cibi tradizionali e salutistici (mi è venuto in mente il Carosello col cowboy che recitava in versi "è carne ben scelta, è carne Montana"); in più, per 10 euro, un pranzo talmente abbondante che quasi nessuno è riuscito a completare, e ci siamo portati a casa qualche crescentina farcita e la crema di salame da spalmare.

La bella presenza di Anna Cavallo, oggi in veste di mastra birraia con berretto da tipografa, ha completato le gioie di questa giornata.

CLASSIFICHE per le prime posizioni (dal sito dell'organizzazione)

 

PERCORSO 34KM MASCHILE

1 Marco Gubert (3:35:53)

2 Leonardo Barioni (3:39:08)

3 Marco Bellini (3:41:24)

 

PERCORSO 34KM FEMMINILE

1 Dinahlee Calzolari (4:10:03)

2 Chiara Vitale (4:15:49)

3 Donatella Acciaro (4:44:52)

 

PERCORSO 20KM MASCHILE

1 Robert Ferrari (1:44:37)

2 Davide Uccellari (1:48:00)

3 Alberto Smaniotto (1:52:10)

 

PERCORSO 20KM FEMMINILE

1 Vittoria Vandelli (2:02:07)

2 Giulia Botti (2:14:40)

3 Maria Nicoleta Rusu (2:15:44)

 

PERCORSO 14KM MASCHILE

1 Matteo Domenicali (1:29:59)

2 Marco Maggi (1:40:37)

3 Matteo Barbieri (1:56:04)

 

PERCORSO 14KM FEMMINILE

1 Isabella Morlini (1:54:19)

2 Sonia Ugolini (2:15:26)

3 Giorgia Anceschi (2:19:20)

 

Un altro libro sul podismo? Nel capitolo 11, intitolato alla Moda, l’autore del libro di cui andiamo a parlare tratta con giustificata ironia il comportamento di chi, podista o no, si adegua al fashion calzando indumenti costosi e probabilmente inutili, come i pantaloni aderenti detti joggers, ma di tendenza e che “fanno fico”,: i quali però, almeno in qualche caso, hanno orientato i non praticanti verso la corsa o almeno il suo “derivato leggero”, il walking.

Nelle mode indotte dal fenomeno podistico possiamo includere anche la pubblicazione di libri, inizialmente ristretti all’aspetto tecnico (allenamento, nutrizione ecc.), ma poi via via allargati all’autobiografismo sulla base del principio che “se questa cosa interessa me, deve interessare anche gli altri”. D’altronde, se calciatori, tennisti eccetera hanno imparato ad aggiungere ai propri proventi anche quelli derivanti dalle “Confessioni” che si fanno scrivere e firmano, ben vengano i libri dei podisti (che molto spesso, a differenza dei suddetti, quei libri li autoproducono e autopagano, coprendo talora le spese con la vendita durante la cena sociale  o nella serata culturale alla biblioteca di quartiere), se come effetto collaterale ottengono di invogliare all’emulazione (della corsa, non della scrittura!).

Tanto più se i libri sono scritti bene, con perizia, senza faticosi approcci sintattici o cedimenti a tentazioni poetiche, ma con un giusto equilibrio tra l’informazione per principianti, la curiosità aneddotica, lo spaziare dai grandi campioni al signor Nessuno che correva a torso nudo tutte le mattine su un lungomare del Ghana, e una componente di autobiografismo che quasi mai scade nel narcisismo. È sicuramente il caso di questo La filosofia della corsa, sottotitolato Fra benessere e libertà: lo sport che ti cambia la vita, scritto da Stefano Boldrini, giornalista romano ormai sessantacinquenne e già presente in libreria con diversi titoli soprattutto di argomento sportivo, come ben si conviene a un ex corrispondente da Londra della “rosea”,  testimone di Olimpiadi e Mondiali (un paio di volumi li abbiamo messi a incorniciare l’immagine del libro di cui parliamo oggi, 200 pagine di agevole lettura, pubblicate in questo marzo 2024 dalla Diarkos di Santarcangelo di Romagna e in vendita a 18 euro scontabili).

D’altra parte, alcuni libri sono stati fondamentali per diffondere la pratica di un esercizio fisico che fino ai primi anni Settanta era oggetto di ironie (giustamente si ricorda la caricatura fatta da Alberto Sordi, nel film Mamma mia, che impressione! del 1951, di un poveraccio che partecipa a una “maratonina” di marcia per conquistare il cuore della “signorina Margherita”): nel 1977 venne il volume del pioniere James Fixx, conosciuto in Italia nel 1980 col titolo Il libro della corsa, mentre la moda del jogging si diffondeva dagli USA all’Inghilterra e poi nel resto del continente anche grazie a libri come Jogging di Bowermann (1966), L’arte di correre di Murakami (2007, in Italia nel 2009) per arrivare nello stesso 2009 a Born to run di Mc Dougall, trascinato ovviamente dall’omonima canzone-culto di Bruce Springsteen del 1975.

Anche il cinema, ovviamente prodotto negli States, ci mise del suo, cominciando da Il maratoneta (Marathon Man) del 1976, di John Schlesinger con protagonista Dustin Hoffmann sulle strade di New York; continuando nel ’79 con le mitiche corse in salita per Philadelphia di Sylvester Stallone alias Rocky, e per finire nel ’94 con Thom Hanks alias Forrest Gump, di Robert Zemeckis, tra i memorabili scenari di Savannah con la sua panchina e il deserto monumentale dell’Arizona.

Dopo film del genere (opportunamente ricordati da Boldrini) era impossibile non indossare un paio di scarpette e mettersi a correre per le strade, favoriti anche da iniziative lungimiranti collegate in parte alla crisi energetica dei primi Settanta: tra queste, “Corri per il verde”, lanciata nel ’73 dalla Uisp romana cominciando a instillare una sensibilità ecologica.

Approdo quasi inevitabile delle corse su strada è stata la maratona, che in Italia fu “prodotta” dapprima da piccole realtà locali (quanti conoscerebbero i nomi di Vigarano, Russi, Vedelago, Cesano Boscone se non ci fossero state le maratone?), poi fagocitata dalle metropoli che tentarono di applicare da noi gli strabilianti exploits di New York e delle altre majors (che Boldrini a p. 156 scrive mayor, in una delle poche sviste tipografiche del libro): tra le grandi città nostrane, l’autore ricorda gli esordi di Firenze nell’84 e Venezia nell’86.

Alla grande storia del podismo come fenomeno collettivo, Boldrini fa seguire Storie (titolo del cap. 13) individuali, cominciando dai vip come i calciatori Bergomi e Ambrosini, che a fine carriera scoprirono la maratona (pagando il quasi obbligatorio pedaggio a New York), e da Gianni Morandi che, in un momento di stanca sulle scene canore divenne apostolo dello sport praticato, e ancor oggi sulla soglia degli ottant’anni si fa vedere non solo sui palcoscenici. Un caso particolare è quello del giornalista Roberto Di Sante, guarito dalla depressione grazie alla maratona (per la quale ha collezionato le sei majors, raccontandolo poi in un libro di successo). Ma il vip che più d’ogni altro merita l’elogio è Nelson Mandela, che sopravvisse 18 anni in una cella di 6 mq imponendosi di correre “sul posto” ogni mattina per 45 minuti più un quarto d’ora di esercizi addominali: e l’autografo di Madiba è una delle cose più care che Boldrini ha portato a casa dopo aver scorrazzato per tutto il mondo.

Accanto a loro tante altre persone che non conquistano pagine di rotocalco o friabili like, ma meritano ugualmente di essere ricordate: il barbiere Molinari da Frascati, alias “Maestro” (anche del Di Sante ricordato sopra), Rosario da Vibo Valentia, che nella corsa ha trovato la cura più appagante contro la talassemia; suor Elena, già nazionale giovanile e maratoneta, poi entrata nelle salesiane di don Bosco, con missioni anche in Africa, e l’intento di insegnare lo sport ai ragazzi che altrimenti non lo farebbero.

Sulle storie degli altri si innestano quelle personali dell’autore, giramondo che dopo un lungo soggiorno londinese adesso sembra aver trovato la pace in Portogallo, arricchita dai sorrisi di quella Giulia cui il libro è dedicato: ma dovunque sia stato (un elenco piuttosto dettagliato è nel cap. 5 Turismo), dopo la scoperta della corsa a 28 anni durante il servizio militare a Portogruaro, ha sempre portato con sé e impolverato le scarpette da corsa. Una sola volta non c’è riuscito, in Cina, dove l’aria irrespirabile lo bloccò; in compenso l’ha fatto anche in Albania, più o meno sotto le bombe, dove il provvidenziale apparire di un cane randagio permise a lui e compagni di schivare le attenzioni di una banda criminale (mentre in Italia, semmai, urge proteggere i joggers dai cani, quelli “da guardia” lasciati liberi dai padroni: è l’argomento del capitolo 16 aggiunto in extremis, dopo un episodio luttuoso di metà febbraio scorso).

Non tutto è oro nel podismo: si va dalle esagerazioni ovvero Estremismo (così il cap. 10), la ricerca di competizioni sempre più abnormi, dove la descrizione e la quasi-ripulsa è temperata dalle interviste a due ultramaratoneti dal volto umano come Ivan Cudin e Giorgio Calcaterra (e personalmente, non accosterei la quasi goliardica Winter night di Dobbiaco a certe gare in Siberia); e si sconfina nel doping, oggetto del cap. 6 dove va apprezzata la difesa di Sandro Donati, il cui libro Campioni senza valore del 1989, e i successivi interventi, hanno portato al risultato che “la cupola internazionale del malaffare ha cercato di ostacolare e persino screditare in mille modi” la nostra “eccellenza della lotta al doping” (mille modi… più uno, se aggiungiamo l’affare-Schwazer, per il quale a p. 87 Boldrini si vale del termine “opacità”).  

Mentre, una sorta di doping a rovescio fu quello impostoci durante il Covid, in totale e rovinosa controtendenza rispetto, per esempio, all’Inghilterra dove risiedeva l’autore al momento: sottoscrivo quasi per intero il contenuto del capitolo 9, in particolare sull’“effetto terapeutico” che ebbe il permesso di correre accordato agli inglesi (pp. 114-5), mentre noi italiani dovevamo vedercela con norme assurde, vigilantes idioti e ironie strapaesane come quelle del cosiddetto governatore De Luca (ma non è che il governatore dell’Emilia Romagna, e il suo draculesco assessore alla Salute, abbiano razzolato tanto meglio).

Oggi, tornata la libertà, tuttavia nei podisti “normali”, col passare degli anni, possono subentrare periodi di stanca, con la voglia di smetterla una volta per tutte; qui viene buono (anche per chi scrive ora) il cap. 15 sulla Fantasia: essere creativi negli allenamenti, cambiare itinerari, modificare gli schemi, cercare compagni di corsa o (se non ci sono) farsi cullare dalla musica, o dalle onde del mare a fianco. E capiterà spesso che durante l’allenamento nascano pensieri, idee, che fondono “un momento di irrinunciabile piacere” con una “estrema concentrazione”. Buona anche, confessa Boldrini nelle sue conclusioni, per scrivere questo libro.

Ma poiché, come scriveva un altro eccellente giornalista-podista quale Daniele Menarini, nessuno siam perfetti, ecco una listerella di piccolezze che, diciamo così, mi piacciono meno (e, come si suol dire nelle recensioni perbene, saranno agevolmente tolte nelle prossime auspicabili tirature). Il libro Andiamo a correre non è di Fulvio Massimi (p. 54) ma Massini. I dipinti di Delaunay del 1924 non si intitolano Les courers (p. 57) ma Les coureurs. Il Volga non è lungo 3.531 metri (p. 74) ma un po’ di più; e per restare tra i fiumi, quello di Berna non si chiama Aere (p. 76) ma Aar / Aare.

Infine, l’illusione che ci facevamo alle prime avvisaglie di Covid, che “l’Europa l’avrebbe svangata” (p. 110), merita il rimprovero dell’attuale presidente della Crusca, Paolo D’Achille, sul sito dell’Accademia: è vero che in rete (e soprattutto nei social) troviamo molti esempi di L’ho svangata! accanto a L’ho sfangata! per dire ‘ce l’ho fatta!’, ‘mi sono tolto d’impaccio!’ e sim., probabilmente dovuti agli scambi tra [f] e [v] che avvengono nel parlato. Ma basterebbe riflettere sullo sviluppo degli usi figurati per comprendere che soltanto sfangare si dovrebbe adoperare con questo significato: superare (spesso a fatica) una situazione di difficoltà è un po’ come uscire dal fango, pulirsi dal fango. La vanga serve invece per scavare e quindi svangare, figuratamente, significa riaprire questioni che si consideravano chiuse, su cui (per usare un’altra metafora) si era messa “una pietra sopra”. Il senso di svangare è dunque quasi l’opposto di quello di sfangare.

Tutto qua: possiamo ben dire che questo bel libro di Boldrini se la sfanga benone.

SERVIZIO FOTOGRAFICO PODISTi.NET - 7 aprile 2024 – Poco meno di duecento sono stati i partecipanti alla maratonina competitiva di Novellara, quinta prova del trofeo Gran Prix della Uisp di Reggio (dopo la Madonnina di Modena, la 10 km di Rubiera che aveva registrato l’afflusso maggiore con 291 partecipanti, la 22 km di Albinea e la 10 km di Gualtieri).


A chiu
dere i 21,097 km (direi misurati esattamente: il mio Gps dice 21,160), su due giri, sono stati in 186, più 5 ritirati, con un grosso incremento rispetto ai 136 dell’anno scorso e i 143 del 2022. Si aggiungano poi le gare non competitive sui 4, 7 e 12 km, dove la squadra più numerosa è stata la Cittanova di Modena con 64 partecipanti, il doppio della seconda classificata; mentre la graduatoria ristretta alla sola 21 vede in testa l’Avis Novellara, davanti a Correggese e Sportinsieme.


Zeno Visto (ph Stefano Morselli)

A vincere sul piano individuale è stato un ragazzo appena trentenne, Zeno Vistoli, modenese (figlio di due podisti nonché psichiatri) ma con la sola Runcard, che si può dire ho visto da bambino con una vaporosa chioma bionda, e adesso ha portato la sua barbetta e i capelli scuri a prevalere in 1.15:40 (3:35/km), con 47” di vantaggio su Nicola Buffa (M 40, Atl. Pidaggia) e 1:42 su Luca Zanni (Self Montanari Gruzza). Massimo Sargenti, M 50 dei Modena Runners, secondo assoluto l’anno scorso in 1.15:27 (tempo che gli avrebbe dato oggi la vittoria) è quarto in 1.18:18.


Nicola Buffa (ph Stefano Morselli)

Arrivo in volata per le prime tre donne, con accoppiata Avis Novellara per Caterina Filippi, 27enne, in 1.30:19 (4:16/km), 8 secondi davanti alla compagna Natalia Pagu (che ha 16 anni più di lei), e 31 secondi sulla terza assoluta, la carpigiana neoquarantenne Silvia Torricelli (un’altra che ho visto sulle strade poco più che ragazzina, e adesso si fa rispettare alla grande).

Molto larghe le premiazioni, 5 premiati per ognuna delle 7 categorie maschili (167 in totale gli uomini), e 3 premiate per le 7 categorie femminili, dove peraltro c’erano larghi vuoti stanti le sole 26 partecipanti donne. Premi comunque non disprezzabili, se perfino il sottoscritto ha portato a casa (per 10 euro di iscrizione, che se non è un record di risparmiosità poco ci manca) un salame da 750 grammi, un parmigiano di mezzo chilo e due bottiglie di lambrusco.


Caterina Filippi e Natalia Pagu (ph Stefano Morselli)

In ogni caso direi che la partecipazione sia stata un successo, anche considerando la concorrenza delle vicine maratone di Russi e di Milano e di una quantità ancor maggiore di maratonine (a cominciare da quella dei colli bolognesi, bella quanto esosa).

Noialtri competitivi ma con minori velleità abbiamo apprezzato il percorso pressoché libero da auto e ottimamente presidiato, con lo sfondo del Cusna innevato, il passaggio dalla frazione di S. Giovanni e l'arrivo in quella che considero una delle piazze più belle d'Italia: certo, i due giri (stile che sembra diventata la prassi per le maratonine reggiane) non sono certo l’equivalente della leggendaria 30 km pasquale che si corse fino almeno al 2017; ma per chi prepara cimenti più impegnativi e non vuole dar fondo al portafogli è l’ideale.


Per dare un’idea: mi ha fatto compagnia per quasi tutta la corsa (oltre a Werther Torricelli papà di Silvia, in partenza – lui - per una super-super gara in Sudafrica) un “giovane” del 73, Pierpaolo Piccoli tesserato Suzzara: corre da soli due anni, dopo aver cominciato con le Run 5.30, e oggi pensava che a un certo punto si sarebbe messo a camminare, e magari avrebbe risentito di chissà quanti malanni: invece, tra una chiacchiera e l’altra, sulle sagre locali abbinate alle corse "tra la Zara e il Po", sugli orari di allenamento strappati a impegni di famiglia e lavoro, sui primi trail affrontati, su chi fa il Passatore in auto ecc., siamo arrivati alla fine sforando di poco i 6 a km di media (certo, nei primi 4 km eravamo sotto i 6’, tra il 18 e il 20 eravamo però scesi sui 6:30, trovando solo l’orgoglio per rimontare l’ultimo interminabile km in 6:06).

Senza malanni né repulsioni, e con la voglia - almeno per il sottoscritto - di visitare l’eccellente museo comunale, nella stessa Rocca che fungeva da ritrovo per la gara: un’esauriente storia dell’antico principato di Novellara, solo nel 1737 rubacchiato dagli Estensi avidi e menefreghisti, il che fa capire come i novellaresi furono tra i primi aderenti alla repubblica napoleonica. Il museo ospita anche una serie notevole di affreschi e quadri del Cinque-Seicento, tra cui una “Leda col cigno” del pittore locale Lelio Orsi, recuperata da un furto e da ieri collocata come pezzo pregiato della collezione. Da qui (mi scuseranno gli interessati) mi è venuta l’idea del titolo un po’ balordo che compare qui in apertura, per fortuna compensato dal collage-capolavoro di Roberto Mandelli; ma quando si viene a Novellara (oggi sulla bocca di tutti, senza sue colpe, per l’affare Saman, come mezzo secolo fa lo era per Augusto dei Nomadi), sarebbe un peccato contentarsi della sola corsa.

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1° aprile – Troppo facile dire che in questo giorno bisogna aspettarsi gli scherzi, e dunque alla Pasquetta sportiva dei modenesi non poteva filare tutto liscio. D’altronde, quando una corsa non si appoggia su una società sportiva, ma su una istituzione (ancorché benemerita) come i volontari della Pubblica Assistenza, è quasi normale che lo sbandieratore del km 5, a un bivio con due frecce che indicavano direzioni opposte, dicesse che non sapeva quale fosse il percorso lungo e il corto; e i vigili a quello che per me era diventato il km 7 dicessero di non avere la minima idea di dove dovessimo andare.

E’ successo che, dopo i primi 5 km nei quali siamo stati più o meno un gruppetto compatto (sì e no 200 eravamo alla partenza regolare, forse altrettanti erano partiti prima), attraverso i parchi Londrina e Ferrari alias “Modena Park”, pensando ad Alfredo che ci ha fatto sfuggire l’occasione con quella t* che è andata con il n*, da quel punto è stato tutto un incrociarsi tra podisti in direzioni opposte, ed era inutile domandare che giro stavano facendo perché non lo sapevano nemmeno loro.

Nei lontani ricordi di Paolino Malavasi e della signora Cecilia Gandolfi in Italo (vederli nella fotina di copertina, con Simona Malavasi e Margherita-cognata: tranne una, quel gruppetto ha in saccoccia almeno mille maratone) ci stava che si andava da lì a Cognento e ritorno, una specie di Corrida accorciata che veniva a fare appunto 12 km, mentre per i camminatori o i pigri c’erano i 3 e i 6 km; ma l’unico che ha ammesso di averne fatti 12 è stato Lord Colombini da Castelnuovo (partito prima). Il sottoscritto a un certo punto ci ha dato a mucchio (come si dice qui), e dopo il succitato colloquio coi vigili, avendo ritrovato delle frecce, le ha seguite finendo sul cavalcavia pedonale del Direzionale 70, dove svariati anni fa – sempre in questa camminata – ci fecero sbagliare strada mandandoci al Jolly Club tennis; ma stavolta i gruppetti si erano ricomposti e siamo finiti tutti nella sede della Protezione Civile, non lontani dal negozio (chiuso) di Lupo Sport, accolti dai volontari contro i quali era inutile prendersela: in fondo, per due infinitesimi euro, oltretutto devoluti a fini solidali, c’era un ristoro di tè, arance, limoni (cui le società aggiungevano scaglie di cioccolata - magari ricavate dall’uovo di Pasqua da 160 grammi ricevuto sabato a Modena Est - e fettone di colomba), e un pacco gara a base dei due prodotti più tipici del podismo modenese: pasta e aceto balsamico.

Ci aspettava Italo abbastanza imbacuccato, che ha ritratto me e Margherita al cospetto di Giorgio Reginato e Simona Neri che annotavano chissà cosa su un registro (che tempi, quando in questi traguardi c’era Rispoli che chiedeva i nomi dei primi arrivati e il giorno dopo pubblicava i “vincitori”; e se mancava Rispoli, lo suppliva Peppino Valentini): breve dibattito su quale sia la gara peggio organizzata dell’anno modenese (- ce n’è di peggio.. – quale, il miglio di Formigine…? – togliti il berretto che ti sputo in un occhio…), e simili amenità, mentre la pioggerellina ha smesso e sembra addirittura di vedere, sopra la cappa padana, un raggio di sole che tenta di trafiggerci.

Arriva di corsa (forse l’unica) Sonia Del Carlo, ma nemmeno lei sorride; arriva Paolino, separato in casa dopo il km 5, e confessa che ne ha fatti 8,5 cioè pochi metri più del sottoscritto: merita la foto grande, combinata dal grande Roberto Mandelli. Da domenica si comincia a fare sul serio: Russi, Tuscany, Curtatone, Chianti classico, Delicius Trail. Oggi,  non ci si lamenta e non si spara sulla Croce Blu: in questa giornata e con questi climi, per dirla con Mina, “È violento il respiro - Io non so se restare o rifarlo morire - L'importante è smaltire”.

30 marzo – Non ricordavo tanta gente come oggi, dal dopocovid; e ho pure ritrovato con gioia, su un tavolino dell’organizzazione, tanti volantini di gare prossime in zona Modena-Reggio-Mantova. Sarà un fuoco di paglia, o è la ripresa tante volte annunciata e altrettante smentita dai fatti? (Nel senso di gare abolite: qui oggi circolavano i commenti sulla soppressione dei giri a tappe della Fassa e dell’Elba, per esempio).

Intanto, i soci della Polisportiva Modena Est sono arrivati a quota 33, guarda caso come gli anni di Cristo in questo giorno di 1990 anni fa (circa), e nel loro piccolo (che è comunque grande) hanno dimostrato che se Dio muore è per tre giorni poi risorge: il podismo, dato per morto dopo i decreti contesperanzapiantedosi (ahi ahi), ha spostato la pietra del sepolcro e si mostra, prima alle donne, dalla Marisella all’Antonella del Finale alla sempre sorridente Sonia Del Carlo… (un reggiano mi diceva: ma quante donne ci sono alle corse di Modena! – ah, ecco perché venite!), e poi a noialtri onesti pedatori, dalle vecchie glorie come i Gennari, Cuoghi, Borghi, Luigi Luca alle nuove generazioni tra cui svetta per altezza Aurora, la figlia di Alle&Simo che anni fa vedevamo sul baby-jogger e adesso è alta come il papà.

Financo Nerino ha dismesso i panni o la pettorina del fotografo ed è venuto a correre sul serio: le foto di Italo (qui ovviamente con tutta la famiglia, tranne chi ha lo skypass annuale della Val Badia) lo ritraggono in testa al gruppo in partenza alle 16, e poi all’arrivo sul filo dell’ora (per 10,250 km), raggiunto poco prima della fine da Angelo Giaroli e il sottoscritto costretti a un inseguimento sul ritmo spezzacuore dei 5:30/km.

A lucrare su tanta abbondanza podistica il principe degli scarpari, quel Pietro Boniburini che, come dice la poesia, è di ottimo umore trafitto da un raggio di sole sul cuore della terra; poi alle 19,50 (inteso al minuto 93 di una certa partita) per lui sarà subito sera, e non ci sarà più da stare tanto Allegri.

La gara (ovviamente non competitiva) parte puntuale, e dopo molto tempo noi del giro di 10 km ritorniamo sull’argine del Panaro che dà il nome alla corsa, e che negli ultimi anni ci accontentavamo di rimirare dal basso delle stradette asfaltate: stavolta invece quei sinuosi 3 km lassù ce li possiamo godere, grosso modo tra il ponte dell’AV e quello della ferrovia normale: ricordi di passeggiate semiclandestine nei mesi del lockdown, poi di allenamenti ariosi fino al ponte della Fossalta e all’innesto col tracciato delle antiche Strapanaro con Gianni Morandi in copertina, e per qualcuno anche rimembranze di dolci momenti intimi favoriti dal folto dei pioppeti (sì, vabbè, non dico i fazzolettini di carta dell’after, ma le bottigliette potreste riportarvele indietro?).

Si scende dall’argine per passare dall’ultima strada di Modena Est entrando poi nella zona industriale: qui un amico arbitro mi permetteva di rifornire la 500 al suo deposito di benzina (120 al litro la super anziché le 140 della pompa); mentre non riesco più a trovare il campo della Sitam (SIlvano TAMburini, il primo produttore di boiler e docce a Modena) in via 9 gennaio, dove tutti i sabati alle 14 (fosse Natale o fosse Ferragosto) ci trovavamo noi futballisti sbandati del gruppo di Eros e Gobbi alla casa colonica dove si era insediato un clochard coi suoi cartoni, per fare tre partite ai cinque: quasi come nel calcio a-Var-iato di oggi, tutti i mani erano punizione, anche involontari: ma sempre punizione di seconda (non abbiamo mai tirato un rigore in trent’anni). Il campo non c’è più, in omaggio forse al consumo zero di suolo propugnato da chi comanda; Eros lo vedo ogni tanto a fare lo sbandieratore nella corsa di Bastiglia.

Bando alle nostalgie: si entra nella zona d’arrivo col solito traguardo dietro la Polisportiva, che premia la nostra fatica non solo con bevande di precetto ma con un uovo di Pasqua, per il modesto corrispettivo di 3 euro che sta diventando la quota standard anche qui dove le società faticarono a ottenere le 1500 lire, che sembrava una cifra esosa. Sarà vero che in Italia ci sono 6 milioni di poveri (anche se si fa fatica a crederlo quando vedi i ristoranti pieni o fai fatica a Modena centro a girare per le strade adorne di tavolini e di sbafatori), ma penso che 3 euro per una corsa come questa siano bene spesi. Cristo è risorto, esultino i cieli e gli uomini: e come dice l’augurio whatsappato da Italo, “che i rami delle palme possano prendere il posto delle armi e la pace regni in tutto il mondo”.

24 marzo – Cervia non è nuova a competitive di lunga lena: almeno fino al 2022 si è corsa l’Ecomaratona del Sale, benedetta dallo stesso Fantini Club davanti a cui si è svolta la mezza di oggi; e andando molto più indietro ricordo una 30 km trail fino a Ravenna, e una 21 corsa un sabato pomeriggio in abbinamento a manifestazioni ciclistiche.

Punto e a capo: in questa prima domenica di effettiva primavera, con un bel sole, 14 gradi in partenza, e alla fine la tentazione di mettere almeno le gambe in acqua, si è ricominciato con il Cerviarun, potrei dire sul modello dell’antica e tuttora vivente Strarimini, con un doppio giro tra lungomare e un viale parallelo interno, con la digressione obbligata del passaggio verso la vecchia zona del nucleo storico e dei magazzini del sale per recuperare il ponte sul canale che separa Cervia da Milano Marittima; qualche chilometro anche qui (bastava poco e si sarebbe arrivati al Papeete…), e ritorno per l’altro ponte al rettilineo d’arrivo.

Percorso quantificato in 10,5 km, in realtà qualcosa di meno perché chi ha fatto il doppio giro risulta aver corso per 20,700 (e 38 metri di dislivello, confermati anche da un sito ufficiale https://www.openrunner.com/route-details/18070403?utm_medium=embed&utm_source=www.cerviarun.it : non esattamente gli zero metri decantati da altri siti). Insomma, a voler trovare il pelo nell’uovo, non è una half-marathon i cui tempi siano validi per le statistiche della Fidal; però c’era un sacco di gente, tant’è vero che gli organizzatori già da qualche giorno avevano dichiarato il tutto esaurito (pardon: si dice sold-out altrimenti non ti prendono sul serio) con più di mille iscritti. E questa mattina, la fila al ritiro pettorali e nuove iscrizioni non competitive era talmente lunga, e forse gestita in modo non ottimale, che il via è slittato di mezz’ora, addirittura alle 10.

Il percorso abbastanza scorrevole (salvo un tratto a Pinarella, infestato da buche e radici, e la zona attorno al canale, non asfaltata ma lastricata) ha favorito prestazioni di un certo rilievo, ad esempio il netto successo di Andrea Bonoli (Dinamo Sport) con 33:54 nella 10 km, in vantaggio di 1:21 su Federico Casadei (Castel S. Pietro) e di 1:41 su Francesco Peccerillo (Potenza Picena).

Alle loro spalle è giunto, primo delle M 50 e degno capofila dei tantissimi modenesi scesi fin qua a 140 km di distanza da casa, Fabrizio Gentile, potentissimo M 50 dei Modena Runners, in 36:22 (la cui giovane sposa, Elisa Ragazzi, ha continuato per un altro giro arrivando ottava assoluta, e seconda F 35, in 1:33 nella mezza). Intanto, poco dietro nel giro unico, arrivava il quasi omonimo modenese Maurizio Gentile della Fratellanza, che ha messo in fila gli M 55 con 37:20. Il gruppo è stato chiuso da un ennesimo Modena Runners, il camminatore Massimo Bedini 200° su 200, in 1.53:55.

Un’altra Modena Runners, Lucia Ricchi (F 40), ha dominato la gara femminile, con 41:17 e  2:22 sulla seconda, Lara Orlandi del Castel S. Pietro.

Modenesi in evidenza pure nel doppio giro, cominciando da quanti hanno corso la 21 in staffetta da due: la coppia mista Andrea Baruffi / Aurora Imperiale ha vinto in 1.20:12, preceduta solo dalla coppia maschile vincente Gianluca Scardovi / Riccardo Dall’Osso (1.11:23); mentre la dolce metà di Baruffi, la sempre sorridente Sonia Del Carlo, in coppia con Sara Calzolari ha vinto tra le staffette femminili con 1.41:23.

Il clou della gara individuale sulla quasi-mezza è stato dominato da Luca Facchinetti (Potenza Picena) in 1.07:53, con 2:44 su Enrico Bartolotti (Avis Castel S. Pietro, altra società solita mietere allori in campo regionale), e 3:33 su Fabio Gervasi (Minerva Parma), su un totale di 446 arrivati.

La collezione dei trofei dei Modena Runners si è arricchita col primo posto M 50 del dottor Giacomo Carpenito, in 1.21:18; qui, addirittura ai piedi del podio è finito Giorgio Calcaterra, pettorale 1 ma quarto M 50 in 1.23:32.

Le 167 donne della 21 sono state regolate dalla F 45 Giorgia Bonci (Liferunner) in 1.24:45, quasi cinque minuti davanti alla molto più giovane modenese Laura Bertoni (Fratellanza), e oltre 6 sulla terza, Lucia Terlizzi, veneta di Taglio di Po. Derby del Secchia in fondo, dove la Modena Runners Simona Neri con 2.45:14 relega all’ultimo posto la reggiana Natascia Messori.

Organizzazione nel complesso migliorabile: a parte la misura del percorso e il ritardo della partenza, direi che i ristori potevano essere forniti un po’ meglio della sola acqua (riempita da taniche) e mele (un bicchiere vuoto sul tavolo aveva tracce di tè, ma evidentemente non ce ne sarà stato moltissimo). Al traguardo, in compenso, un ristoro, per quanto nascosto verso la spiaggia, offriva piatti di pasta con tre condimenti e bottigliette d’ acqua; chi voleva tornare indietro sul percorso di un centinaio di metri avrebbe trovato le solite mele… (naturalmente giudico da quanto ho visto io, che sono arrivato oltre la cinquecentesima posizione; magari i primi avevano di tutto). Svolta seriamente la custodia dei bagagli: potevamo ritirarli self service, ma all’uscita un addetto riscontrava il nostro pettorale col numero attaccato alla borsa.

Docce a oltre un km, ci hanno rinunciato quasi tutti (se vai fin là e poi le trovi fredde, che ci guadagni?): mi sono adattato a una delle docce “da spiaggia” (però chiuse e dotate di un certo confort), sebbene decisamente freschine, dell’attiguo club Fantini. Anche i nostri parcheggi, mediamente, abbiamo dovuto trovarli a un km almeno dal via: questo perché la chiusura al traffico del tracciato - decisamente encomiabile - era tanto assoluta che già un'ora prima del via erano sbarrati tutti gli accessi verso la zona mare.

Speaker molto impegnato e chiassoso, con abbondanza di adrenalina (la parola più citata nel suo eloquio), ma indubbia abilità nel condurre le lunghissime premiazioni di categoria, da cui sono stati esclusi solo gli over 70 intruppati tutti coi sessantacinquenni: peccato, perché sarebbe stata la volta buona che Paolino Malavasi da Modena, domenica scorsa finisher alla maratona di Roma, col suo 1.57 saliva sul podio. Avari.

20 euro la quota di iscrizione per la 21, non elevatissima stando a quanto si è visto nelle ultime settimane; pacco gara scarsino, e nemmeno la medaglietta per gli arrivati. Ma, come dicevano le nostre vecchie, la prima volta si perdona, la seconda si ragiona, alla terza si bastona. C’è tempo.

17 marzo – In una giornata che (a parte la maratona di Roma dei quindicimila) proponeva anche in zona gare competitive di prestigio - una nella stessa provincia di Parma - invece a Carzeto (frazione di Soragna, che non arriva a 300 abitanti dissetati da una fontanella scoperta da un rabdomante negli anni Trenta) si sono ritrovati soprattutto i camminatori, che in grande maggioranza hanno scelto il percorso dei 13 km con partenza diluita tra le 8 e le 9,30, e un picco di partenti alle 8,30; cosicché quando mi sono mosso io alle 9 ormai non c’era quasi più nessuno. Al ristoro del km 15, appena sceso dallo scenografico argine dello Stirone (il torrente caro alle storie di don Camillo e alla parte centrale della maratona verdiana di Chittolini, che a Roccabianca si fonde con la Rigosa proveniente da Busseto per gettarsi in Po), ho chiesto se ero l’unico, e l’addetto mi ha risposto: “sei il sesto”. Dopo di me, non credo altri: un paio di km più avanti ho sorpassato un camminatore, ma gruppi di gente li ho ritrovati solo verso il 18 quando mi sono ricongiunto con quelli della 13. Vabbè, i chilometri sono chilometri sia che tu paghi 40 euro, sia che ne paghi 4.50 “con dono”: decisamente apprezzabile, e arricchito nel ristoro finale, a richiesta, da un profumato panino con mortadella del panificio Magnani di San Secondo (classificato come produttore del miglior panettone della regione), e annaffiato da un bianco frizzante che è un peccato lasciare lì.

Siamo nella zona dove si mangia meglio di tutta Europa (non a caso, la frazione più vicina è Samboseto, già sede del mitico Cantarelli, che ti saluto le tre stelle dei ristoranti da 500 euro a pasto), dove si respirano la musica di Verdi e le storie di don Camillo. Una delle più famose (ma non abbastanza) la racconto a Dervis Montanari mentre camminiamo sul primo argine (credo, del Canale Grande, che viene da Fontanellato e finisce nello Stirone verso la già citata Roccabianca, comune natale di Guareschi): è la storia di un grandioso noce di Soragna, scelto come luogo di vedetta da un soldato tedesco durante l’ultima guerra; soldato che ci tornò dopo la guerra per dormirci in tenda con la sua sposa Gerda. Un’altra storia, del 1960, è quasi del tutto sconosciuta, ma a cominciare dal titolo Il giro viziato sembra quasi una mappa del percorso lungo di oggi, coi suoi riccioli e deviazioni e immancabili sorprese.

Peppone, appena eletto sindaco, pensa alle opere di pubblica utilità: “Il popolo lavoratore, per andare a Solagna, che è a sud-est, deve mettersi in viaggio verso nord-ovest; poi, arrivato al Crocilone, girare a destra e procedere in direzione nord-est fino alla Stra Lunga dove gira ancora a destra e dopo 14 km raggiunge finalmente Solagna. La quale, se invece andasse verso sud e arrivato al Ponte Nuovo, girasse a sinistra costeggiando il Canalaccio, si troverebbe dopo 2 km e mezzo al Ponte del Mulino Vecchio che dista da Solagna km 8 soltanto. Totale km 11,5 al posto di 22. In altre parole: il popolo lavoratore è costretto a compere un giro viziato che gli costa la bellezza di km 10,5”.  Effettivamente, commenta Guareschi, “si trattava di una faccenda squinternata”, perché a impedire la prosecuzione della strada c’era il terreno del vecchio mulino, che il proprietario non voleva cedere; al che Peppone spedisce in zona “una banda di scatenati armati di vanghe, badili e picconi” per buttare giù quello che serviva ad aprire la strada nuova. Il proprietario si rivolge a don Camillo, che in tre giorni di lavoro scava una buca e ci costruisce una tomba etrusca, poi ricoperta di terra; cosicché, quando gli spicconatori arrivano al dunque, la “scoprono” e i lavori si devono arrestare. Don Camillo suggerisce a Peppone un’idea luminosa: “spostare” la tomba etrusca appena fuori dal tracciato stradale progettato. Salvo che dal nuovo scavo emerge un’intera villa romana con “mezza biolca di pavimento” a mosaico, stavolta autentica. Alla sana incavolatura di Peppone, distrutto dalla fatica degli scavi (“Se non avessi le ossa rotte, fra cento anni qui si scoprirebbe una tomba etrusca con dentro un prete!”: mettete a confronto una battuta così fulminante con quelle dei giornalisti pseudo-umoristi di oggi, da Gramellini a Bottura ecc.), segue un ragionamento più pacato, di realismo non propriamente socialista con cui si chiude la storia, numero 304 su 346: “Ancora oggi gli esperti stanno sondando la zona archeologica del Mulino Vecchio, e intanto il popolo lavoratore che deve recarsi a Solagna è costretto a fare il solito “giro viziato” di cui parlò Peppone nel 1946. Come passa presto il tempo”.

Questa domenica di 78 anni dopo, noi popolo non-lavoratore siamo infatti stati instradati, nel nostro giro, sulla via di Parma, ma dopo 3 km dirottati a sinistra, fatti salire sull’argine del Canale Grande, poi ridiscesi, poi risaliti sull’argine dello Stirone, tortuosissimo, erbato, con bei panorami, campanili, fattorie, laggiù; da lì, al km 12 quelli del giro “medio” sono discesi verso Carzeto, noi (cioè io solo, ormai) abbiamo proseguito sull’argine giusto fino a Soragna, scendendo a nostra (cioè mia) volta al km 15, ultimo ristoro – molto ricco, e sovradimensionato dati i frequentatori -, poi un tratto asfaltato che attraversava una casa colonica sulle cui rotoballe si erano issati a giocare tanti bambini, fino a ricongiungersi per un breve tratto coi camminatori dei 13, che però andavano al traguardo lungo un canale, mentre gli stakanovisti erano invitati a una lunga circonvallazione del territorio chiusa da 500 metri di campi dove l’erba era stata rasata appositamente. Segnalazioni con frecce a terra e su paletti precisissime, con l’aggiunta di sbandieratori umani; 3 ristori intermedi e quello ricchissimo finale: insomma, si fa presto a recuperare le 1900 calorie bruciate (secondo il mio orologino): tanto più che qui in zona ci sono ristorantini meravigliosi, il Voltone di Soragna (suggeritomi dalla ristoratrice finale di Carzeto), l’Ardenga di Diolo o il Vernizzi di Frescarolo indicatimi da Angelo Giaroli, mio consulente sicuro quanto a trattorie e a podiste accoglienti. Ma già il paninazzo alla mortadella è tale da saturare e soddisfare i cinque sensi.

“Bravo, mi dice uno degli organizzatori: farne 21 alla tua età…”. – Perché, qual è la mia età?, chiedo. Mi squadra bene e mi dice “Sess… sessanta”. Il resto, mancia carzetana.

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