Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

Courmayeur, 13 settembre - Avrebbe dovuto essere un arrivo a braccia abbassate, in tutto relax, visto le circa 4 ore di vantaggio che Franco Collé aveva accantonato fino all’ultima base vita, quella di Ollomont, su Galen Reynods, il suo inseguitore più prossimo. Invece è stato un arrivo quasi al fotofinish, perché i 37 minuti di distacco tra i due, su una distanza di 330 chilometri, sono davvero un’inezia. Fatto sta che il quarantenne ingegnere valdostano ha messo a segno la sua seconda vittoria al Tor des Géants 2018, dopo quella ottenuta nel 2014, quando archiviò la gara con il tempo di 71 ore e 49 minuti. Questa volta il suo tempo complessivo ha superato di soli 3 minuti le 74 ore.
“Ero convinto di farcela fino all’ultimo colle, quello del Malatrà, poi ho cominciato ad avere dubbi quando mi hanno detto che il mio vantaggio era di soli 15 minuti. Così non mi è rimasto altro da fare che dare fondo a tutto”, ha detto Collé subito dopo il traguardo. In realtà il suo vantaggio al Malatrà era di 35 minuti e quello di segnalare tempi inferiori, proprio per suscitare reazioni nel corridore, è un vecchio trucco che viene da mondo del ciclismo.
Collé ha faticato assai negli ultimi 40 chilometri, ma ha tenuto duro, il carattere ha prevalso sul fisico; la voglia di rifarsi dalla delusione dello scorso anno, quando fu costretto al ritiro dopo aver condotto la gara, è stata più forte della stanchezza sempre più avvolgente.
Onore e applausi al trentaquattrenne canadese Galen Reynolds, che ci ha provato fino all’ultimo chilometro. Un secondo posto strepitoso, con il tempo di 74 ore e 40, che ha migliorato la settima posizione dello scorso anno.

Al terzo posto del Tor, con il tempo di 77 ore e 31 minuti,  l’altoatesino Peter Kienzl, che ha all’attivo numerosi ultra trail internazionali. II quarantatreenne atleta di Avelengo, borgo sopra Merano, rappresentante di una azienda che produce speck, si era posto una serie di obiettivi: “Il primo”, ha detto tra i sorrisi e le lacrime di commozione, “era arrivare sano e salvo in fondo, perché una gara così lunga è ricca di incognite”. Il secondo: “entrare nei primi dieci”. Il terzo “avere un po’ di fortuna e salire sul podio”.

Silvia Ainhoa Trigueros Garrote ha il carattere indomito, tipico dei baschi, di chi il Tor lo voleva vincere. E così è stato, naturalmente, dal primo all’ultimo dei 330 km del percorso. Silvia infatti l’ha condotto sempre in testa, sempre tenendo a distanza le più dirette inseguitrici, che pian piano si sono diluite nella stanchezza e nel caldo.
La ultrarunner basca ha chiuso il suo TOR all’attacco con il tempo di 87 ore e 50 minuti, ben 10 ore in meno rispetto al tempo dello scorso anno, che era stato di 97 ore e 43 minuti e che le era valso il secondo posto. Oltretutto quest’anno è arrivata anche dodicesima assoluta. La seconda e la terza classificata, l’italiana Scilla Tonetti e la britannica Jamie Aarons, sono arrivate al traguardo di Courmayeur otto ore dopo, con il tempo di 95 ore e 54 minuti.

Per l’atleta italiana di Samarate (Varese) un bel passo avanti rispetto alle 108 ore dello scorso anno e anche un passo più in alto sul podio rispetto al terzo posto conquistato nel 2013.
Jamie ha mostrato una grande energia, che le deriva dal carattere brillante e da una lunga esperienza internazionale. Il suo curriculum parla chiaro.

Il tempo cronometrico registrato di 95 ore e 54 minuti vale per entrambe (quindi un secondo posto a pari merito), perché le due ultrarunner hanno tagliato il traguardo insieme, mano nella mano.
“Fino al Malatrà, l’ultimo colle prima della lunga discesa verso il traguardo, ci eravamo più volte alternate in testa, distanziate davvero di un paio di minuti o poco più”, ha detto Scilla dopo la linea d’arrivo; “poi una volta arrivate lassù, a 3mila metri e con una bella giornata di sole davanti, ci siamo dette: perché non la smettiamo di inseguirci a vicenda e arriviamo insieme?”

Tot Dret

Marco Mangaretto, origini valdostane con influenze piemontesi, abitante nel Canavese - terra di confine proprio con la Valle d’Aosta - ha vinto la seconda edizione della gara di 130 km e 12.000 metri di salite, partita da Gressoney-Saint-Jean.
Al traguardo di Courmayeur l’atleta canavesano è arrivato alle 21.01, dunque un minuto in più oltre le 24 ore. Un tempo che comunque abbassa di 14 minuti il tempo del vincitore dello scorso anno. Il quarantasettenne atleta, che nella quotidianità lavora in una azienda metalmeccanica, ha “giustificato” la sua vittoria con il ritiro di ultra runners più accreditati al successo, almeno sulla carta. Ma il fatto di essere andato forte fin dall’inizio e di aver condotto la gara sempre nelle prime posizioni, alternandosi spesso in testa, annulla di fatto la sua sportiva giustificazione. Un successo dunque per niente occasionale.
Dopo 30 minuti esatti ha tagliato il traguardo il valdostano Ruben Bovet, che a sua volta ha precedutoGeoffrey Radeka, francese di Chamonix, che ha portato a termine la sua impresa sportiva e personale facendo fermare il cronometro su 24 ore e 58 minuti.

Pure le ragazze dal piede veloce e dal cuore forte hanno riempito nella notte tra il 12 e il 13 settembre anche il podio del Tot Dret. Sul gradino più alto è salita la veneta Francesca Pretto, già vincitrice della Trans d’Havet, al traguardo in 26 ore e 38 minuti. Francesca ha chiuso anche al quarto posto assoluto. Seguono Maria Elisabetta Lastri (12ª assoluta in 30h59’33”), ultrarunner senese, e, al terzo posto, Alessandra Boifava (14ª in 31h38’56”), veneta come la vincitrice.

Sono 130 i chilometri percorsi (movimentati dai 12 mila metri di dislivello positivo), 319 gli iscritti, 258 quelli che hanno effettivamente preso il via l’11 settembre da Gressoney-Saint-Jean, 119 quelli che hanno chiuso la gara nel tempo massimo previsto, 44 ore, sei in più che nella passata edizione. La chiusura dei cancelli non ferma però il team “Gamba in Spalla”, composto da Francis Desandré, Fabienne Sava Pelosse, Lino Cianciotto , Massimo Cavenago e Moreno Pesce: una squadra di cinque amputati che stanno affrontando il Tot Dret, a staffetta. I cinque si stanno dando il cambio sui colli dell’alta via n° 1 combattendo contro i propri limiti, ma anche per aiutare a combattere, tramite la pratica dello sport, i pregiudizi nei confronti della disabilità e agevolare il recupero psico-fisico delle persone affette da disabilità. Tutto questo sarà raccolto in un documentario che diventerà un prezioso strumento di divulgazione da proiettare all'interno di festival tematici sullo sport, sulla montagna, sull'inclusione sociale.

Mentre gli atleti del Tot Dret passeggiano per Courmayeur indossando con orgoglio la loro maglia di finisher, il cuore del Tor des Gèants® pulsa a ritmo sostenuto nella seconda parte del percorso, in vista dell’ambito traguardo di Courmayeur, che dovrà essere superato entro il limite delle 150 ore, dunque sabato pomeriggio. Chi fino ad ora si è lagnato per il caldo eccessivo, da oggi pomeriggio fino a domani dovrà tirar fuori dallo zaino le protezioni antipioggia, perché il servizio meteo della Regione Valle d’Aosta prevede il passaggio - fortunatamente rapido - di nuvole temporalesche e un consistente abbassamento della temperatura in quota. Perciò coperti e ben caldi nell’affrontare le alte cime e macchina fotografica a portata di mano (insieme ai ramponcini). Chissà se il colle più alto della parte finale, il mitico Malatrà, che sfiora i 3000 metri, non voglia presentarsi, ormai quasi una tradizione, con un sottile velo di neve addosso.

Purtroppo, da segnalare un incidente grave, nella stessa zona dove nel 2013 era caduto e morto un concorrente cinese. Sul versante di Avise del Col de la Crosatie, poco dopo la mezzanotte del 12, mentre scendeva verso il Lac du Fond, è caduto il concorrente valdostano Narciso Dagnes, 66enne già al via in diverse edizioni del Tor. Dagnes, che subito dopo la caduta era stato soccorso dalle guide alpine presenti sul Colle e da un medico della base di Valgrisenche con il supporto di un medico rianimatore coordinati dal dr. Luca Cavoretto - responsabile del 118 della valle d’Aosta - è stato recuperato alle 6,42 e trasportato all’ospedale Parini di Aosta, dove era già stata attivata la procedura prevista per i politraumi. Dopo l’esito della fase diagnostica e visti i traumi riportati, il valdostano è stato trasferito nel reparto Rianimazione in prognosi riservata.

Giovedì, 13 Settembre 2018 23:04

Presentato il Salomon Running Milano

Domenica 23 settembre l’Urban trail ambrosiano calcherà alcuni luoghi finora inaccessibili al movimento running. Tre le distanze e altrettante le opportunità di mettersi alla prova tra monumenti, parchi, spazi al chiuso e all’aperto:

Allianz TOP Cup 25 km competitiva valida come Campionato Italiano di Trail Corto – Assoluto e Master

Allianz FAST Cup 15 km non competitiva 

Trofeo CityLife Shopping District  SMART Cup 9,9km non competitiva

 

"Una manifestazione sportiva bella e interessante, una corsa che unisce la passione per lo sport a quella per la nostra città, offrendo percorsi nuovi e innovativi sia per chi ama tenersi in allenamento sia per i professionisti – ha commentato Roberta Guaineri, Assessore allo Sport del Comune di Milano -. In particolare, la gara restituisce un'immagine della città diversa dal solito, di una Milano da percorrere non solo in pianura ma anche in salita, e da ammirare dall'alto. ".

La speciale vertical run competitiva si sviluppa sui primi 23 piani della Torre Allianz con un dislivello di 100 metri (644 scalini).  I runner più veloci a scalare il grattacielo più alto d’Italia per numero di piani si aggiudicheranno il Trofeo Allianz Tower giunto quest’anno alla sua quarta edizione.

Tutti e tre i percorsi di Salomon Running Milano transiteranno sull’elegante parquet di CityLife Shopping District per una prima assoluta che combina il running allo shopping, con tanto di scala mobile (ferma durante il passaggio della corsa) come ostacolo da valicare.

In più,  i partecipanti della prova Allianz Top Cup andranno dove mai nessuna manifestazione di running è transitata: all’interno della stazione metropolitana Cairoli percorreranno un corridoio (alternativo rispetto al normale flusso dei passeggeri senza così interferire con il regolare servizio di trasporto pubblico).

 “Dopo la bella edizione del 2017 a Gavirate, il Campionato Italiano di Trail Corto resta ancora in Lombardia, grazie a questa edizione di uno degli eventi più innovativi e spettacolari del panorama internazionale del running – commenta il Presidente di Fidal Lombardia Gianni Mauri - Un evento che si sposa al meglio con una Milano tutta da scoprire e da correre tra storia, tradizione e innovazione! Il tutto nella grande bellezza della nostra città e della sua storia millenaria".

Le medaglie che verranno consegnate ai finisher sono in legno intagliato, in vero spirito trail.

 

I PERCORSI DI GARA IN DETTAGLIO

 

Allianz TOP Cup - 25 km gara competitiva valida come Campionato Italiano di Trail Corto Assoluto e Master

Partenza ore 9:00 Arena di Milano.

 

Allianz FAST Cup – 15 km corsa non competitiva aperta a tutti.

Partenza ore 10:00  Arena Civica.

 Trofeo “CityLife Shopping District” SMART Cup- 9.9. km corsa non competitiva aperta a tutti

Partenza ore  10:20 Arena Civica

 

IL PROGRAMMA DEL WEEKEND

 

Venerdì 21 Settembre - CityLife Shopping District – Piazza Tre Torri

Dalle 14:00 alle 20:00 - segreteria per ritiro pettorali, villaggio con musica e attività sponsor

 

Sabato 22 Settembre - CityLife Shopping District – Piazza Tre Torri

Dalle 10:00 alle 19:00 segreteria per ritiro pettorali, villaggio con musica e attività sponsor

 

Domenica 23 Settembre - Arena Civica

Ore 8:00: apertura villaggio gara

Ore 9:00: Partenza Allianz Top Cup (25 km)

Ore 10:00: Partenza Allianz Fast Cup (15 km)

Ore 10:20: Partenza Trofeo CityLife Shopping District Smart Cup

Ore 11:30: Premiazioni

Ore 13:00: Chiusura manifestazione

8 settembre - Già abbiamo riportato il comunicato ufficiale del 3° Dolomiti di Brenta Trail, l’ultramaratona di 64 e 45 km, con rispettivi 4200 e 2850 metri da superare, in massima parte su sterrato, che ha fatto segnare nuovi record di partecipazione (iscrizioni chiuse da settimane dopo il superamento del tetto dei 600 iscritti) e come tempi cronometrici.

http://www.podisti.net/index.php/cronache/item/2338-molveno-tn-dolomiti-di-brenta-trail-2018.html

 Devo dire, avendo partecipato ai 45 km, che quanto raccontato non sono vanterie: si tratta di una delle corse negli ambienti più belli dell’arco alpino, e gestita in modo molto ‘umano’: intendo dire che non ci sono tempi massimi-capestro, che costringono le persone appena sotto della media a correre con lo spettro del 'cancello' (mi era capitato a Forno di Zoldo in giugno), senza poter rifiatare un attimo per ammirare un panorama che invece merita soste e contemplazioni.

Le bellezze naturali (l’ho già scritto) non sono merito degli organizzatori: da quelle parti, basta far scorrere il dito sulla carta geografica per inventarsi tracciati favolosi. In più, chi organizza ci deve mettere la scelta dei sentieri e dei punti d’appoggio, di ‘cancelli’ adeguati, la tracciatura, il controllo sul percorso. Doti tutte completamente rispettate a Molveno e dintorni (naturalmente si può sempre migliorare, e per dimostrarvi che non mi hanno pagato troverò qualche pelino nell’uovo).

Personalmente  non conoscevo la zona delle Dolomiti di Brenta (‘strane’ Dolomiti, staccate da tutte le altre veneto-tirolesi, e spesso ignorate dalle pubblicazioni complessive), salvo un ricordo primordiale di cui dirò alla fine… Leggendo sul sito la dettagliatissima descrizione del percorso, coi suoi sentieri panoramici e non insormontabili (tranne uno), coi cinque rifugi toccati e i passi alpini tra i 2200 e i 2600 metri (con partenza da quota 850), mi sono convinto ad andarci, sicuro che ci avrei trovato le mie soddisfazioni, forse tra le ultime di una stagione atleticamente declinante.

Si parte da una tariffa di iscrizione decisamente abbordabile (ancora al penultimo scaglione stiamo intorno, o sotto, alla quota simbolica di un euro a km), e facilitazioni per la prenotazione alberghiera nelle strutture convenzionate: riesco a trovarne una a 200 metri sia dal ritrovo- partenza sia dall’arrivo (collocato in un meraviglioso prato sul lungolago), ad un prezzo decisamente basso, e tale che la mattina della gara esco dall’albergo già in tenuta da gara senza borsoni da lasciare in giro (obiezione 1: non esisteva la custodia borse, con giustificazione che i podisti potevano parcheggiare davanti alla partenza e dunque lasciare la roba in auto: evidentemente nella civilissima Molveno non sono ancora arrivati gli habitués della spaccata alle auto podistiche).

Alla vigilia, ottimo briefing, con insistenza particolare sul materiale obbligatorio: incontra una certa resistenza l’obbligo di pantaloni/collant lunghi di scorta: “se volete, potete correre anche in slip, ma nello zaino dovete avere tutto quanto serve per il maltempo”. Infatti i soliti meteoastrologi, come fanno da tutta questa estate, prevedono che nel pomeriggio pioverà (invece non scenderà una goccia che è una, e il cielo non si coprirà mai, e gli astrologi resteranno impuniti a spacciare la loro pseudoscienza).

Al mattino, calzando delle NB da 65 euro (by Boniburini) che mi hanno già accompagnato in tutti i trail più lunghi dell’ultimo anno (quasi 250 km), faccio l’inventario dei malanni: su una scala di dolore da 1 a 10, il polso sinistro sta a 5 (a che serve il polso per correre? per i bastoncini!); le anche a 2; il tallone sinistro a 2; il metatarso del piede destro a 5, i tendini d’Achille a 1. Abile arruolato, anche senza prendere il diclofenac nello zaino. Quanto ad allenamento, nell’ultimo mese il Polar registra tre  allenamenti da 7 km l’uno, e 60 km di corse ufficiali (di cui solo 13 di trail). Vabbè, mi dico, se sarò sbattuto fuori a qualcuno dei posti di blocco me la sarò meritata.

I numeri rossi dei 64 km sono partiti alle 6, e ne arriveranno 230; a noi 353 numeri blu tocca alle 7,30, su prati coperti da rugiada, col sole che illumina le cime più alte del Gruppo Brenta, e il lago sotto che tremola appena. Data la mia stima nei confronti dei suddetti meteoastrologi, parto con maniche corte ereditate da Brixen, e pantaloni a mezza coscia (sono un omaggio di Lorenzini, sebbene lui non approvi queste mie follie senili): impermeabile, guanti, berretto e tutto il resto (perfino una lampada frontale e 2-3 etti di nutrimento) sta nello zaino e non sarà mai toccato.

Chip nel pettorale: dei sette punti di controllo, il primo dopo 5,5 km proprio non esiste (Andalo: solo Mandelli saprebbe dire chi era Andalù); in due avremo la spunta manuale, negli altri il controllo con scanner (gli ultimi due però esauriscono le batterie e, sia pur segnandoci, non trasmetteranno a valle i loro dati per una metà dei concorrenti circa).

Difficile peraltro ‘tagliare’: l’unico punto in cui teoricamente lo si poteva fare, cioè tra il passo Grosté e il Graffer e poi di nuovo al Grostè, ci ‘fregava’ lo scanner, oltre al primo ristoro davvero abbondante, messo al Graffer (sulla verticale di Madonna di Campiglio): dunque nessuno ha risparmiato quel paio di chilometri. Invece le scorciatoie saranno autorizzate, e spesso suggerite dalla collocazione delle bandelle, nella lunga discesa dal rifugio Pedrotti al Croz dell’Altissimo, 7 km di un sentiero sassoso con infinite varianti.

Bandelle: ottime e abbondanti per tutto il tratto comune ai percorsi di 64 e 45; assenti invece (obiezione 2) nella risalita dal Graffer verso il Tuckett, 4 km in cui noi del ‘corto’, orfani dei lunghisti che la stanno prendendo più larga, ci confortiamo vicendevolmente sulla ‘validità’ dei segni CAI sui massi.

Ristori: 4 completi e pluri-gustosi (l’unica cosa che non oso ingollare sono i panini con mortadella), altri tre con sole bevande (in realtà anche frutta).

Percorso: fa-vo-lo-so. L’unico tratto che ci dà problemi è il ghiaione per salire dal rifugio Brentei alla Bocca di Brenta, 300 e passa metri da scalare in mezz’ora. Ma i nostri occhi sono pieni della bellezza suprema dei luoghi che stiamo attraversando: arrivando al Tuckett dopo 23 km, mi dicono che ho 4 ore di margine sul tmax, allora mi lascio andare: foto, chiacchiere, spiritosaggini. A un collega dico che questo mi sembra il posto più bello di tutte le Dolomiti (è il parere anche di Isabella Morlini), ma lui nega: no, adesso vedrai andando al Brentei, che lì è ancora più bello. – Impossibile, gli replico. – Vedrai, mi fa. E ripartiamo.

In effetti il sentiero “del Fridolin” dal Tuckett al Brentei (con apice la Sella del Fridolin, il luogo dell'anima di Lorenzini) è la sommatoria delle bellezze di tutti i sentieri più belli delle Dolomiti: mettete la salita dal passo Gardena al Pissadù, la strada degli Alpini dietro le cime di Lavaredo verso il Comici, la valle di Travenanzes sotto la terza Tofana. Sommate il tutto e avrete la bellezza suprema del sentiero di questa Alta Via 10, tra rocce dritte che ti appaiono come tanti Duomi di Milano dal colore rossiccio, gallerie, strettoie, e in fondo la Bocca di Brenta che è una specie di Tre Cime, ma più raccolta e compatta. Tantissimi i turisti, generalmente in senso inverso, lungo il percorso; dalla Natascia modenese di Castelvetro al Davide ventunenne primo di tanti fratelli (tutti qui con genitori, e piccoli), ci cedono rispettosamente il passo (bè, qualche volta su certe cenge ‘incatenate’ è meglio aspettare che ne siano venuti fuori), si complimentano, scambiano due impressioni: a una bionda elegante che si appiattisce contro la roccia dico “Grazie, lei è una bella signora”. Risposta stile anni Cinquanta: “Sono signorina”.

Arriva il Brentei, e dopo uno zigzagare tra ghiaie arriva la sospirata ultima forcella: due alpini controllano e fanno foto a richiesta, indicandoci il Pedrotti dieci minuti sotto. Da lì è quasi tutta discesa, una picchiata di 1600 metri in 13-14 km: peccato che le piante dei miei piedi dichiarino di essere in fiamme, comunque il margine sul tempo massimo scenderà poco sotto le tre ore e ci sarà tempo per altre dispersioni extrasportive.

Altro tratto di sentiero meraviglioso scavato nella roccia, verso il Croz dell’Altissimo dove avremo l’ultimo controllo e ristoro. Comincia ad apparire il lago di Molveno, luccicante sotto il sole non previsto dagli astrologi; la stanchezza fa affiorare ricordi del 1954, la prima vacanza montana, senza mamma, di un bimbo della bassa modenese, con un orso a uso fotografico che mi faceva paura, una piscina in riva al lago il cui riempimento era per me più affascinante del lago stesso, un’altalena che mi colpì in testa col primo avviamento, dopo vari punti di sutura, alla chierica fratesca che si allarga sempre più. E il ricordo più fresco dei miei nipotini Davide e Paolo, portati a Molveno dalla loro mamma, e che fra tutto prediligevano la caravella in riva al lago (ora mi informano che quel geniaccio di Paolo, seconda elementare, ha preso una nota perché mentre la maestra spiegava… leggeva sottobanco il Corriere della sera. A  7 anni: per fortuna della maestra non ho dovuto firmare io la nota).

Qui, di fianco alla caravella, è il nostro traguardo, dopo aver attraversato tutta Molveno, quando pure per me rimane un dito di giorno (il campanile suonava giusto le 7 mentre gli passavo sotto 2 km prima). Un berretto di lana e una birra come premio, un pasta party con morbidissimo arrosto e altra birra, commenti tutti entusiasti fra reduci di questa meravigliosa scoperta di un posto da favola.

https://foto.podisti.net/p819083453

 

Settimana di successi emiliani per Isabella Morlini, tutti caratterizzati dal distacco di un minuto e passa sulla seconda: a concludere il trittico è stata la vittoria nella 10 km del 21° Cariparma Running, domenica 9, in 38:07, appunto un minuto davanti a Veronica Paterlini (reggiana residente a Verona e tesserata Cariparma), e su un lotto di ben 99 donne partecipanti; tre giorni dopo aver vinto la Sassuolissima by night, altri 10 km (abbondanti), giovedì 6, con 38:06, oltre un minuto sull’altra reggiana Francesca Cocchi (forse la più forte delle tesserate Corradini, vicecampione regionale 2017 dei 10000 in pista).

Il tutto era stato inaugurato, martedi 4 settembre, colla vittoria nella prima edizione del 5000 “in Fiera”, gara podistica competitiva sulla distanza di 5 km organizzata dalla Uisp (sesta prova della “Coppa Uisp”).

“Prima” edizione dovuta al cambio di location della gara di 5 km settembrina che dal Parco Nord si sposta alla Fiera di Bologna. Lo scorso anno si era disputata la tredicesima edizione dei “5000 del Parco Nord”: una gara divenuta nel tempo un appuntamento partecipato ed apprezzato dal podismo locale, sia per la presenza delle gare giovanili prima della competitiva riservata agli adulti, sia per la partenza di due batterie separate, sia per la voglia di misurarsi in una gara breve e testare lo stato di forma al rientro dalle ferie estive. Al Parco Nord la gara consisteva in due giri di un percorso misto asfalto e sterrato, interamente chiuso al traffico. Il cambio di sede quest’anno segue l’analogo cambio del festival del Pd che dal Parco Nord è stato dirottato sulla Fiera.

Rimangono tutti gli aspetti positivi della gara prima citati: presenza di gare giovanili (dalle 18,15 in avanti), due batterie (19.00 femminile e M over 55; 19,30 gli altri uomini), e distanza invariata di 5000 metri.

Senza storia la corsa femminile: come c’informa Nerino Carri, Isabella ha dominato col tempo di 17’33”, un minutino davanti alla seconda classificata, Elisa Mezzadri dell’Atletica Blizzard di Bologna (18’30”), e Beverly Whitfield del Corriferrara (18’43”).

Tra gli uomini, vittoria del nordafricano Abdelhamid Ezzahdy (Blizzard) in 14’44”, appena davanti a Marco Fiorini (Castenaso, 14’46”) e all’altro Blizzard, Emanuele Generali, 15’08.

Tuttavia, abbiamo raccolto dalla Morlini osservazioni su quelle che diplomaticamente ha definito “importanti criticità”. Le iscrizioni sono all’interno della Fiera vicino ad un Padiglione adibito a concerti. In parecchie entrate i cancelli aprono alle 18, o alle 17:30, quando sul volantino viene scritto che le iscrizioni il giorno della gara chiudono alle 17:30. Gran parte dei podisti si perde all’interno della Fiera. Nessuno dei guardiani ai cancelli sa dell’esistenza della gara ed è in grado di dare indicazioni. Sembra una vera e propria “gara fantasma”.  Una volta trovato il banco delle iscrizioni, la ricerca prosegue con la partenza (a circa 300 metri ed immediatamente all’esterno di uno dei cancelli di entrata).

Altra, più importante, criticità: il percorso, partendo e finendo alla Fiera, non può che essere per almeno 3 o 4 km in mezzo al traffico e alle macchine. Non è bello correre respirando a pieni polmoni il gas di scarico delle macchine e cercando di evitare di scontrarsi con le auto nelle varie rotonde. Vedere per credere il filmato online https://it-it.facebook.com/AtleticaUispBologna/, nell’ultima parte.

Ma l’amica docente reggiana sottolinea la grande gentilezza e disponibilità degli organizzatori, probabilmente impreparati ad affrontare questo cambio di area e di percorso della gara. Penso che gli stessi organizzatori e i podisti si meritino, il prossimo anno, una gara migliore.

 

Giovedì, 06 Settembre 2018 23:08

S. Maria in Strada (BO), Camminata Badia in festa

6 settembre - Doveva essere il 1993 quando per la prima volta circolò (non ancora sul web, ma nei calendari cartacei) l’annuncio di una nuova corsa, a una quindicina di km da Bologna, in occasione della sagra di questa antica abbazia camaldolese, poi cistercense, in riva al torrente Samoggia (chi arriva in treno da Milano, esattamente alla stazione di Ponte Samoggia, se volge lo sguardo verso nord seguendo il corso del torrente incontra l’abbazia a poche centinaia di metri: la linea AV addirittura lambisce il terreno parrocchiale).

Da quei tempi, non credo che la gara si sia disputata regolarmente; negli ultimi anni però è diventata un appuntamento costante, una scampagnata che per la parte gestionale si vale della collaborazione dell’ex presidente del coordinamento podistico bolognese, Angelo Pareschi (che conferma: la maratona di Bologna non si fa né si farà).

Il giro sostanzialmente costeggia il torrente, con lunghi tratti erbosi o sterrati, in mezzo alle coltivazioni tra cui quest’anno prevale il girasole (saranno ordini superiori; ma io continuo a chiedermi dove sono finiti i campi di grano di una volta, in una nazione che importa dall’estero la metà del suo fabbisogno di frumento).

Gara non competitiva, e - nello stile bolognese - mortificata dal vezzo della partenza libera rispetto alle 18,45 fissate. All’ora giusta eravamo rimasti meno di un centinaio, comunque un buon numero rispetto ad altre annate e altre competizioni limitrofe: ricordavamo che nel passato il via era dato dopo la benedizione del parroco-abate. Ma non si vedeva nessun prete, al che il veterano locale Giuseppe Cuoghi si interessava presso gli organizzatori, ricevendo la risposta: “Bè, ma non siete ancora partiti?”.

In tutta fretta, con una bandierina si portava in testa al gruppo e dava il via, mentre nuvole minacciose incombevano sui partenti regolari. Anzi, dopo 3-4 km ci accorgevamo che la strada era bagnata per una pioggia già venuta e finita: con sadismo commentavamo che stavolta erano stati i partenti anticipati a beccarsi l’acqua, mentre noi abbiamo concluso indenni i 7,4 km confortati al termine dal premio di una piada o, a scelta, un pacco di biscotti.

Non più di cinque o sei i gruppi presenti, bolognesi per dovere o per affetto (come il Castelfranco Emilia); i modenesi erano tutti precettati a Sassuolo, con l‘eccezione della fotografa Teida che scopriva persino una storica canotta di Podisti.net indossata dal vecchio amico Stefano Piazzi.

2 settembre - Due anni fa, quando partecipai per la prima volta a questa gara, intitolai I reggiani ci viziano troppo (chi vuole, veda qui in fondo). Tornandoci ora, col solo rammarico di non poter correre il percorso lungo di 22 km, ho visto che i partecipanti alle competitive sono più che raddoppiati, più un bel numero di persone che hanno corso le gare non competitive o passeggiato il walking.

Segno che, non dirò le recensioni positive, ma il passaparola funziona: mi è capitato di fare alcuni km con Carolina Bergamini, una professoressa di inglese a Modena, diciamo di mezza età anche se non dimostra affatto i suoi anni (vedere la foto 457 di Morselli), che non aveva mai corso un trail ma era venuta qui per accompagnare un’amica, finendo però coinvolta nella gara agonistica: affrontata da “non tesserata”, con serenità e largo spazio al colloquio, spaziante da quell’ “uno” rimediato nel primo compito di italiano ad opera di una prof-nobildonna del “Muratori” (che aveva fatto in tempo a stangare pure me, con una domanda-trabocchetto-indovinello sui “Promessi sposi”), fino alla laurea a Bologna (ma che Modena e Modena!) con docenti oggi leggendari, e all’insegnamento nella stessa scuola che l’aveva accolta adolescente.

Mentre finivamo le nostre chiacchiere, appena sotto il cocuzzolo della Pietra, ci ha sorpassato il pettorale n. 1 del percorso lungo, tipico trailer che si rapa a zero i pochi capelli residui. e muscoli in tiro; sembrava andasse a tutta birra, ma un paio di minutini dietro lui incedeva un tipo più tozzo e scuro col pettorale 65. Superato il ristoro della vetta (che per me ha significato l’approvvigionamento di due spiedini, un bicchiere di bianco e uno di limoncello: chi vuole sorpassare si accomodi), nella discesa si sentiva la voce di Morselli descrivere lo sprint finale, che dalla classifica e dalle sue foto tra la 395 e la 405 si desume essere andato a favore del  n. 65, con 22 secondi sul vincitore destinato.

Nel frattempo, una signorina in borghese con cane  interrogava noi ancora in vetta se era per caso passato uno fatto così e così, che dovrebbe essere quinto: boh? E perché? – Perché è il mio moroso (la sventurata rispose, lanciandosi all’inseguimento di corsa).

“E via via tutti gli altri”, come dicevano i telecronisti nelle volate del  Giro d’Italia; bè, non proprio tutti: quando arriva il gruppetto più o meno intorno al sottoscritto, di quelli del percorso lungo ne sono arrivati soltanto 9: il decimo, che risulta provenire dalla Liguria, inscena uno sprint mirabolante per precedermi sulla linea d’arrivo (quale onore battere Marri che ha solo 43 anni più di te!), e un metro dopo le foto di Morselli (numeri 449-453) crolla vittima dei crampi. Valeva la pena?

Come dicono a Parma, noi dei 13 km (con 800 metri di dislivello, che forse sono 700, ma a differenza dei primi anni spostano la cima verso la fine e non ai primi km) ce la prendiamo molto più “dolsa”: da colei che veste le spose, Rosanna Bandieri da Correggio, che causa infortunio non può andare al trail da 501 km cui si era iscritta e si consola con la Pietra, a Luca Salardini in Benatti (a entrare nelle famiglie reggiolesi si finisce per forza a competere), dalla Simonetta Silingardi sassolese alla solita coppia Giaroli-Cuoghi (il secondo, classe 1947, direi che si stia avvicinando ai nostri standard, c’è da stare attenti): finiamo in 131, contro i 55 del 2016.

Più “gettonata” (come dicono coloro che non hanno mai visto un juke-box a gettone, uno per 50 lire, 3 per 100 lire), grazie ai suoi 236 arrivati, la gara dei 22 km con 1300 D+: l’ultima viene dall’Ortica di Milano ma si chiama Morselli, e ci mette poco meno di 5 ore; poco prima ci sono altre due sassolesi innamorate di questo tipo di gare, la Ginetta e la Cecilia (con qualche malignità ci passiamo le info su una loro collega decisamente sovraesposta che ha appena toppato in una gara di super-élite).  Massimo Muratori ha finito tranquillo in 3.31 (senza svelare i suoi progetti imminenti)

http://www.podisti.net/index.php/cronache/item/2308-trail-della-pietra-percorso-lungo-e-gustoso.html

mentre Jennifer-Juniper Mai fa addirittura 2.54,poco dietro l’attuale fidanzato Francesco,  e lascia presagire chissà quali prossimi exploit.

Insomma, un trail per tutti, che non spaventa nessuno con dislivelli o tempi massimi impossibili (solo al traguardo mi sono accorto che per errore avevo calzato scarpe da strada e non da trail), dunque in controtendenza rispetto alle mode o manie dei trail nello stile “se non sono matti non li vogliamo”, e anche della “autosufficienza” (ho visto tre ristori, e il terzo era qualcosa più di un pasto; al traguardo mancava il vino ma c’erano degli squisiti dolcetti casalinghi). Con modico supplemento di 5 euro (rispetto ai 15-20 chiesti per l’iscrizione) era poi disponibile il pasta party all’interno di una festa sud-tirolese (spaetzli sì, non ho però visto i canederli).

Trail della Pietra 2018


Perfette le segnalazioni, ottima la sistemazione del tracciato, e alla faccia degli astrologi che davano pioggia al 90%, non è proprio piovuto: se gli organizzatori riusciranno ad attenuare due dei difetti più tipici dei trail in provincia di Reggio, le lungaggini al ritiro dei pettorali (dove si sbrigavano prima i nuovi iscritti dei preiscritti!), e le docce poche e poco buone, si potranno candidare per  l’eccellenza.

Foto: http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/2298-02-09-2018-castelnuovo-ne-monti-re-4-trail-della-pietra.html

Classifiche: http://www.podisti.net/index.php/classifiche/5562-4-trail-della-pietra.html?date=2018-09-02-00-00

Cronaca del 2016

“Montasi su a Bismantova in cacume”, sentenziò Dante nel Purgatorio, paragonando questa salita, fino al “cacume” cioè alla vetta,  alle altre più dure che conosceva (prima di tutte San Leo). Salita che ai tempi di Dante era più dura di oggi, se dice che “e piedi e man volea  il suol di sotto”; adesso, per arrivare alla cima (al km 3,200 di questa gara, salendo dai 700 metri della partenza ai 1020 della cima stessa ) ci sono sentieri abbastanza comodi, con qualche scalino ricavato nella roccia, e persino un paio di funi, per usare appunto anche le mani, come fecero Dante e Virgilio.

Bellissima idea questa di uno “Stone Trail Team” (ahi, povera lingua di Dante!), allestito sopra quella montagna cui finora  si era girati intorno, nel rinomato “Gir dla Preda”. “Pietra” che, a vederla dal basso, fa un po’ paura con le sue pareti scoscese, non a caso scelte da qualche reggiano per suicidarsi. Ma, affrontata per i sentieri scelti dagli organizzatori, dà ragione a Virgilio: “Questa montagna è tale – che sempre al cominciar di sotto è grave – e quant’uom più va su, e men fa male”. Anche ai due poeti capitò di fare dei sorpassi, di ”persone – che si stavano all’ombra dietro al sasso”; e uno di quelli li sfotte pure: “Or va tu su, che sei valente!”; sì, sorpassa pure, che sei bravo, poi ci vediamo in cima.

Sono disponibili un giro “corto” di 13 km con 800 metri di dislivello (il Garmin dirà 730), e uno lungo da 22, con 1200 metri da salire e scendere; giro comune fin verso il km 7, con un’altra cimetta a 1008 metri, un dente a 860 metri al km 6,6; poi noi semi-potenti del “corto” scendiamo verso Castelnovo Monti, cercando di evitare l’onta del sorpasso da parte dei primi del “lungo”.

Ultimo tratto in salita (dove vedo camminare anche qualche big) al km 11, a quota 825, poi si scende tutti, ipernutriti e iperidratati dai ben 4 ristori (almeno uno in più per i “lunghisti”). In realtà il programma dice di 4 ristori (il 1° e il 4° sono lo stesso) solo per il percorso lungo; ma ne ho trovati 4 anch’io, mettendo nel conto il quarto (forse non previsto) a un km dalla fine, dove si scendeva dal sentiero all’asfalto di Castelnovo, e dove con la birra ho potuto togliermi quel po’ di sete venutami mangiando panini, salumi e salsiccia grigliata nei ristori precedenti.

Certo che, procedendo così, si viziano i podisti, che quando al prossimo trail sentiranno parlare di semi-autosufficienza, e ai ristori troveranno sì e no acqua fresca o tè tiepido, protesteranno contro gli organizzatori… Anche i prezzi d’iscrizione erano decisamente bassini, rispetto alla media e soprattutto ad altre gare reggiane più esose: iscrivendosi entro le 48 ore dall’evento, si pagavano 13 o 20 euro a seconda della gara; 5 euro in più la domenica mattina. E l’iscrizione dava diritto al pasta party (maccheroni, arrosto, insalata, torte, acqua), che si aggiungeva al ristoro finale dove ho usufruito specialmente dei formaggi oltre che delle bevande canoniche. C’era pure un pacco-gara, e il trasporto in auto alle docce (caldissime) distanti circa 1km.

Addirittura esagerato il numero di addetti sparsi lungo il percorso, oltretutto talmente segnato che era difficile sbagliarsi (eppure, si diceva che il primo della 21, un locale che conosceva “troppo” bene i posti, si sia smarrito!).  Insomma, è difficile pretendere di più; anzi, lo ripeto, forse bisognerebbe dare un po’ di meno per non generare troppe pretese...

Come dalle classifiche tempestivamente emanate, sono 110 gli arrivati nella 21 (solo 13 le donne), 55 (di cui 18 donne)  quanti hanno finito la 13, più 30 bambini nelle corse a loro riservate.

Non sono grandi numeri, anche perché il calendario proponeva lo stesso giorno un altro trail dello stesso campionato regionale Uisp in provincia di Parma, più uno a S. Marcello Pistoiese che non è tanto più in là. Però chi è venuto credo sia rimasto pienamente soddisfatto.

Il nostro Roberto Mandelli si avvia ad essere (se non lo è già) il fotografo sportivo più rinomato di tutta la Lombardia. Lo sanno bene i lettori di Podisti.net, ma lo sanno anche gli “esterni”, gli organizzatori di gare e i giornali. I quali talvolta trovano indispensabile, e molto comodo, ricorrere a sue foto per documentare eventi locali. Tutto bene, salvo che ‘dimenticano’ di citarlo come autore delle foto che pubblicano.

Memorial Giorgio Molteni 2017

L’ultimo caso è di oggi 29 agosto e chiama in causa il “Giornale di Monza” online: nell’annunciare il “Memorial Molteni” di domenica 2 settembre a Carate, con particolare attenzione ai disagi del traffico auto, apre con una foto dei concorrenti sulla linea di partenza.

Bene, perché la foto è presa dal servizio su Podisti.net relativo alla prima edizione del 29 aprile 2017; peccato che siano state artatamente (cioè volutamente e con intenzione di appropriazione indebita) ritagliate le sovraimpressioni da cui risultava che la foto è di Mandelli ed appartiene a lui e alla nostra testata.

A questo punto, stiamo a vedere se il “Giornale di Monza” darà a Roberto quel che è di Roberto: lo chiediamo con le buone…

 

...e, come direbbe Totò, tomo tomo cacchio cacchio il "Giornale di Monza" ha sostituito la foto: piuttosto che riconoscere il suo debito verso Mandelli, ne ha messa un'altra, che non si sa di chi sia.
E la chiamano deontologia. 

26 agosto - Si conclude in maniera degna, sebbene con un colpo d’occhio di partecipanti inferiore all’attesa, il 9° Circuito del Frignano, campionato provinciale Uisp di corsa in montagna  che ha messo insieme 11 gare disputate nell’appennino modenese tra la fine di maggio e quest’ultima domenica di agosto.

I competitivi classificati a Pavullo sono stati 202 (39 le donne), ed è una cifra mediamente superiore a quelle registrate nelle gare consorelle; circa 800 i non competitivi, col maltempo della giornata precedente che ha forse dissuaso una parte degli habitués del coordinamento modenese: e vogliamo azzardare che una metà dei non agonisti sia partita in anticipo? Lodevoli poi, anche se non affollatissime, le serie sui 500 e 1000 metri offerte ai ragazzi dai 6 ai 17 anni (ma forse per i più grandicelli si potrebbero prevedere distanze un tantino più impegnative).

La gara principale era misurata in 14,5 km (il mio Gps dà 14,2), con un dislivello in più e in meno di circa 400 metri; le “quattro torri” sarebbero le 4 principali alture del percorso, che spazia tra i 674 e gli 850 metri s.l.m. (questi ultimi raggiunti allo storico castello di Montecuccolo, cui si accede per una mulattiera ciottolata che dovrebbe fare parte dell’antica via Vandelli, la prima transappenninica carrozzabile modenese).

Percorso (per almeno un terzo non asfaltato) ottimamente segnalato, con abbondanza di addetti nei pochi attraversamenti, tre ristori più il consueto ricchissimo quasi-pranzo finale comprensivo di caffè preparato all’istante. Insomma, 34 edizioni hanno conferito agli organizzatori una eccellente qualità di allestimento, e garantito un discreto ritorno in sponsorizzazioni oltre che abbondanti premiazioni di società e individuali (ai consueti prosciutto e formaggio parmigiano si sono aggiunte le scarpe da running per i primi e le prime tre). L’unico neo, che dipende dal tumultuoso sviluppo urbanistico della cittadina, restano i parcheggi selvaggi e non assistiti, a parte le poche decine di posti disponibili vicino all’ingresso dell’impianto sportivo. Adesso che c'è un sindaco nuovo e 'di rottura' rispetto al passato, vedremo se cambierà, ma ormai la cementificazione è compiuta e i semafori sono fin troppi e fastidiosi.

La classifica individuale vede al primo posto assoluto Marco Rocchi della MDS in 53:39, allo sprint su Riccardo Tamassia battuto di due soli secondi, e con un minuto sul terzo Andrea Aragno. Senza storia la gara femminile, come accade da queste parti (Modena-Reggio-Parma-Garfagnana, per tacere del Trentino) ogni volta che prende il via Isabella Morlini: diciottesima assoluta, pochi secondi sopra l’ora, due minuti netti sulla promessa locale Francesca Giacobazzi, poco meno di tre su Laura Ricci. Forse, passare un mese ad arrampicare e correre in montagna è più produttivo che rimanere tutta estate nella bassa a rastrellare premi e premiuzzi.

Le classifiche generali del Circuito del Frignano, come posso grossolanamente argomentare con carta e penna (in attesa delle proclamazioni ufficiali), vedono Rocchi, secondo fino a ieri, conquistare il primo posto, dal momento che dei suoi rivali più vicini, Bernardi era assente a Pavullo, Gentile è arrivato 6°; e la Ricci vincere la classifica femminile incrementando il vantaggio sulle inseguitrici Boschetti, Gualtieri e Donnini, oggi tutte oltre la quinta posizione: sebbene per un complicato gioco di "bonus" alla fine siano solo 3 i punti che separano la Ricci dalla Boschetti.

Venerdì 7 settembre Pioltello ricorderà sportivamente Elio Bonavita per la quarta volta: la “Corro Per Elio” prenderà il via alle 18,30 su due percorsi da 6 e 3 km: la quota di iscrizione di 7 euro sarà ben spesa, perché oltre a dare diritto al pacco gara e a una t-shirt (per i primi 500 iscritti) andrà interamente a finanziare progetti di beneficenza.
Tutto nasce dalla forte iniziativa della famiglia di Elio, un “sole” (come indica il nome), che non può tramontare, sebbene quel maledetto giorno di marzo del 2015 abbia spento irreversibilmente la vita di quel ragazzo quattordicenne di Villasanta che stava andando al parco di Monza a giocare per la sua squadra di calcio, la “Dominante”, ma si è trovato in mezzo a un incidente innescato da Suv guidati a folle velocità (117 all’ora). La mamma di Elio ha passato mesi o meglio anni in ospedale; i due responsabili se la sono cavata con molto meno (includendo l’omissione di soccorso, che è imperdonabile anche più di un incidente, hanno pagato il loro debito con un paio di anni “figurativi” di carcere), e sicuramente adesso pilotano di nuovo le loro maxi-auto ; le assicurazioni, il patteggiamento e il condonismo standardizzato in Italia hanno provveduto al resto.
Alla famiglia e agli amici, ai compagni di scuola e di squadra non resta che tenere vivo il ricordo del loro Elio, con lo sport come piaceva a lui: ecco la ragione di questa corsa; molto più che una tapasciata. E’ lo sport più forte della morte e dell’ingiustizia.

Le Foto della 3^ edizione

Il Volantino:

 

 

11 agosto - Il Teroldego (accento rigorosamente sulla ò) è un vitigno di antiche origini e dalla discussa origine del nome: c’è chi lo connette al Tirolo (“Tiroler Gold”, oro tirolese: strano nome per un vino rosso), sebbene i chimici sostengano che abbia parentele genetiche con uve quali la Marzemina e la Lagrein, di origini addirittura medio-orientali come l’amore bello e impossibile di Gianna Nannini. Sta di fatto che oggi il vino scaturito da queste uve è appannaggio della cosiddetta Piana Rotaliana, ovvero un territorio a ovest di Trento, nelle valli d’Adige e di Noce, tra Molveno e la Val di Non per intenderci. Qui, nella cittadina di Mezzolombardo, alle 18 di sabato 11 è partita la “10 miglia”, competizione pressoché in piano tra i vigneti: premio garantito, una bottiglia di vino e mezzo chilo di pasta, e a fine gara un piatto di pasta ed un bicchiere del vino in questione (questo almeno era promesso dal sito ufficiale, ma sembra che il vino non  sia apparso per niente, salvo che non si insistesse in modo vigoroso... siamo in regione autonoma, ma certi vizi dell'Italietta sono penetrati).
Gara frequentata ovviamente da corridori locali, ma data la stagione, oltre che il prestigio della manifestazione, anche ‘visitata’ da corridori foresti. “Mezzo foresto” è il vincitore, Ousman Jaiteh, tesserato per il Trentino Running Team, che ha concluso in 53:52; alquanto “decentrato” il secondo, il pugliese Francesco Milella (Daunia Running, peraltro habitué di queste contrade), giunto a quasi tre minuti ((55:30), davanti al trentino Alex Cavallar (56:08), che ha preceduto una schiera di corregionali. In campo femminile cast di grande prestigio, regolato dall’eterna giovinezza della reggiana Isabella Morlini (non ne diciamo l’età, ma la classifica ufficiale dichiara la categoria SF 45), che al mattino scala le montagne e verso sera per rilassarsi va a correre: e ha vinto in 1.05:07, 48 secondi prima della locale Federica Stedile, e due  minuti esatti davanti all’altra trentina (SF 50 !) Simonetta Menestrina. Quinta un’altra atleta di prestigio, l’ultramaratoneta Monica Carlin, coetanea della vincitrice. Galline vecchie (sia detto con l’ammirazione di uno ancor più vecchio) che sanno fare un brodo più buono di tante pollastrelle. Se poi (secondo l’usanza emiliana ben nota alla professoressa Morlini) il brodo, nel quale magari galleggeranno canederli, sarà “in vino”, cioè irrobustito nel piatto da un bicchiere di Teroldego, sarà una goduria in più, da insegnare (insieme alle tecniche di corsa) ai discendenti di Cesare Battisti e Alcide De Gasperi.

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