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Dic 25, 2019 1109volte

Quando il Lupo aveva i baffi… correva il Passatore

Lupo senza baffi un po' in affanno alla Tavern on the Green 2008 Lupo senza baffi un po' in affanno alla Tavern on the Green 2008 Roberto Mandelli

Chi conosce Ermes Luppi (detto Lupo) da meno di un trentennio (come in questo suo arrivo alla maratona di New York nel 2008, pescato da Roberto Mandelli), non lo ricorda coi baffi: che riemergono invece da molte fotografie riprodotte nel suo ultimo libro, Cammino e penso. La corsa tra passato e futuro, una sorta di “intervista totale” a cura del suo amico libraio Giorgio Bettelli (Modena, Artestampa, dicembre 2019, pp. 164, 16 euro). Il libro viene in un certo senso a completare l’autobiografia Dentro e fuori dalle mie scarpe, scritta nel 2011 a due mani con Andrea Accorsi (che le aveva conferito una classe letteraria superiore al livello del libro attuale – aperto sia da una Introduzione sia da una Prefazione, senza che sia molto chiara la differenza tra l’una e l’altra - ma nella quale il Lupo 2011 confessava di non riconoscersi del tutto…).
Anche qui si ripercorrono, molto rapidamente, i primordi della carriera di Ermes, portiere di calcio, poi ciclista alle soglie del semiprofessionismo, infine podista in contemporanea agli inizi del podismo modenese, cioè con la Corrida di Gigliotti e Finelli del 1973; poi fatalmente attratto dalla Grande Mela (chi scrive ci andò per la prima volta in una trasferta organizzata da lui nel 1990), dove scoprì anche le strategie di marketing delle scarpe sportive. Perché nel frattempo l’operaio e rappresentante sindacale della Fiat Modena, Luppi Ermes, aveva profittato dei prepensionamenti agevolati e con la cifra della liquidazione aveva aperto nel 1984 il suo primo negozio, all’estrema periferia di Modena (anzi, fuori città, vicino alle decentrate carceri di Saliceta San Giuliano…), già con l’insegna del Lupo.
E questo nuovo metodo ‘americano’ di vendere ebbe successo, tanto che il negozio si avvicinò progressivamente al centro città ed è divenuto, oltre che il luogo più rinomato del suo settore, anche un “salotto” dove non solo ci si provano scarpe ma dove ci si confessa, si discute (più in dialetto che in buon italiano: di zeta ne circolano poche,  e insomma si resta nel dubbio se quel tal campione friulano si chiami Venanzio Ortiz come a p. 76 o Venansio Ortis come parrebbe da p. 159…), si rievoca, e per quanto si può si tenta di guardare avanti. Il Lupo-pensiero è esplicitato a pp. 27-31, tra pessimismo della ragione (nei riguardi di un movimento podistico modenese alquanto “adagiato”) e ottimismo della volontà, e viene arricchito nei capitoli seguenti da una miriade di interviste a personaggi noti e notissimi, che parlano di sé, della propria esperienza e delle prospettive, se ce ne sono.
Non può mancare, tra gli intervistati, il concittadino Lucio Gigliotti, cui è dedicato l’intero capitolo 5 (pp. 47-58) e altre pagine più oltre (100-103); seguono ex atleti di fama nazionale e altre celebrità locali, come Tonino Caponetto ed Elvino Gennari (che però ricorda male quando dice che suo fratello Pietro, alla prima Sgambada di Mirandola del 1972, arrivò “sicuramente tra gli ultimi”: in realtà si piazzò 32° su 850, come è detto in questo stesso libro a p. 35); allenatori, medici, dietisti, organizzatori delle corse, dalle maratone più antiche, come quella di Vigarano, oggi Ferrara, fino alle gare più moderne e fuori dagli schemi.
Tra questi ultimi, merita attenzione Sergio Bezzanti, inventore modenese delle corse 5.30, che hanno riempito un vuoto perché “ai giovani del vostro podismo non frega niente, ma proprio niente… i nuovi entrati nelle corse della domenica hanno un’età che supera i 30/40 anni… ci sono corse che riciclano senza vergogna gli stessi allestimenti da 30 anni, danno in regalo t-shirt e medaglie senza data per poterle riciclare negli anni successivi” (p. 134).
Tranne la prima frase, io commentatore non condivido nient’altro, e penso invece che le 5.30 non abbiano niente a che fare con lo sport, siano soprattutto un affare monetario per chi le promuove, e una scusa per marinare la scuola e fare casino per gli studenti: ma non posso non constatare il successo dell’iniziativa (per sentito dire, perché io alle 4 mi alzo per correre la TDS o la Dolomiti Extreme, non per fare il buffone coi selfie). Semmai metto questo fatto sullo stesso piano delle altre considerazioni sulla decadenza, non del solo podismo, ma della nostra civiltà, che emergono da tante frasi di Lupo o di Gigliotti (p. 48-50: “noi eravamo ruspanti e praticavamo un’attività di strada, di cortile, di marciapiede. Oggi quell’attività non c’è più. Questo è il gap che c’è tra noi e gli africani. In Africa i bambini fanno tanta attività; camminano, corrono, arrampicano”; mentre i nostri scolari “alle 17,30 chiedono ai genitori o ai nonni di giocare con lo smartphone o la playstation. In quella giornata il ragazzino non ha fatto nessuna attività motoria”.
Lupo si è dato “una calmata” come corridore; adesso “cammina e pensa”. Il suo pensiero finale, nella pagina conclusiva, è “che le scarpe di adesso siano peggiori di quelle di un tempo”, “durano poco e costano molto”. Ma (ultime parole famose) “se una soluzione esiste, da Lupo c’è”.

2 commenti

  • Link al commento Domenica, 29 Dicembre 2019 22:39 inviato da Sandra

    Grazie Fabio, è sempre una bella sensazine sapere che mi pensi malgrado gli anni che passo lontano da Modena!
    Augurissimi per un'altro anno bellissimo per te.

    Rapporto
  • Link al commento Mercoledì, 25 Dicembre 2019 20:36 inviato da Gian Carlo Chittolini detto Spino

    É sempre bello leggerti Professore!!!

    Rapporto

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