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Mar 25, 2020 1261volte

Atletica in tempi di coronavirus: il punto di vista di Massimo Magnani

Atletica in tempi di coronavirus: il punto di vista di Massimo Magnani Foto RMandelli

 Alcuni giorni orsono ho pubblicato un mio pezzo (LEGGI QUI), dove toccavo diversi argomenti, ma focalizzando in particolare sulla Federazione, e le sue attuali linee guida (attualmente non ben definite, o assenti), in merito agli atleti professionisti e no; per intenderci, non solo quelli già in possesso dei requisiti ma tutti coloro i quali hanno  già il pass per le varie manifestazioni federali, ad esempio i campionati. Infine, quelli che potrebbero acquisirlo attraverso le gare, che però adesso non ci sono. In mezzo a questo difficile scenario è chiaro che il potersi allenare è condizione fondamentale per raggiungere gli obiettivi. Ho contattato diverse persone che vivono nell’atletica e per l’atletica, anche gli stessi atleti che chiaramente sono i primi a dover subire la situazione. Dico subito che in tanti di loro ho registrato prima di tutto il disagio per l’attuale situazione, la difficoltà a pensare all’atletica in questo momento, sia pure unitamente al desiderio di praticarla. Io credo che tuttavia la vita continua, deve continuare, ci sarà una ripresa che vale per tutte le attività, vale per l’atletica. 

Nel frattempo, è notizia di ieri, sono state rinviate al 2021 le Olimpiadi di Tokio, da capire cosa accadrà al prossimo consiglio federale (27 marzo) ed ai successivi): ci saranno comunque nuove elezioni? Dato il rinvio delle Olimpiadi ci sarà una deroga alla durata quadriennale che, non per caso, coincide con l’anno olimpico?    

Fra le persone contattate e coinvolte Massimo Magnani (una vita spesa nell’atletica, prima agonistica e poi a livello dirigenziale), che ha ritenuto di commentare il mio articolo, fornendo una visione globale del momento, ma anche dando alcune precise indicazioni (ho evidenziato quelle a mio avviso più interessanti). 

Ecco il suo punto di vista: 

Le riflessioni del Presidente Giomi sulla situazione venutasi a creare anche nel mondo dell’atletica a fronte del Coronavirus sono centrate e lucide. Se da un lato Giomi cerca di mantenere accesa la torcia del futuro – «ne usciremo», «c’è un domani» – dall’altro non può che guardare anche verso un certo, giusto, realismo – «quando tutto questo sarà finito, non potremo ripartire come se nulla fosse stato. I tempi per il ritorno alla normalità saranno lunghi». Una disamina questa che, nella sua estrema, apparente, semplicità, è del tutto condivisibile.
Nel realismo di Giomi traspare però anche una certa preoccupazione sul come: come ne usciremo e come riusciremo a ripartire. Ed è proprio su un tale come che auspico si giunga a discutere in Consiglio Federale. Analogamente spero che Presidente e Consiglieri nel loro dibattere partano da quel primo principio ispiratore che apre lo Statuto Federale, secondo il quale «la Federazione Italiana di Atletica Leggera (FIDAL) […]» nel proprio associarsi s’ispira «al principio di democrazia e di partecipazione di chiunque, in condizioni di uguaglianza e pari opportunità»; cioè, detto in altri termini, la Federazione s’impegna a garantire a chiunque la pratica dell’Atletica Leggera su tutto il territorio nazionale.
Ciò che non mi sento di condividere è, invece, il modo in cui la Federazione ha di volta in volta gestito la propria posizione ufficiale circa il comportamento che gli atleti, a qualunque livello essi siano, dovrebbero tenere nella contingenza legata al virus. Nella medesima intervista il DT Antonio La Torre dichiara da un lato che «L’attività fisica moderata mantiene alte le difese immunitarie, e può aiutare ad affrontare meglio il diffondersi del virus. Lo dicono studi scientifici approfonditi e riconosciuti a livello internazionale. Allo stesso tempo, gli atleti amatoriali non possono pensare di utilizzare questa situazione drammatica per dedicarsi all’allenamento. Il problema sta nei comportamenti sbagliati, non nella corsa»; dall’altro che «Per prima cosa, va ridotta drasticamente l’attività. Per lo meno dimezzata. E poi, vanno adottati quei comportamenti che sono stati chiaramente indicati dai medici, nell’ottica del cosiddetto “distanziamento sociale”. Voglio essere chiaro: non si può pensare di andare tutti a mezzogiorno a fare le ripetute alla Montagnetta, a Milano. Ci vuole intelligenza. E aggiungo che molto si può fare, anche senza correre, tra le mura di casa».

Queste due affermazioni, a livello generale, sono tutte corrette e, almeno all’apparenza, neppure si contraddicono reciprocamente. Sfortunatamente, però, e questo è il problema, non possiamo, in occasione di un’emergenza simile a quella odierna, affidarci all’intelligenza ed alla ragionevolezza del singolo. Piuttosto, la Federazione avrebbe dovuto farsi portatrice di un messaggio chiaro ed univoco; e questo perché le persone – a prescindere dalla loro intelligenza – non sono sempre coscienti della condizione storica in cui stanno vivendo, non sanno interpretare i fatti che hanno sotto gli occhi e spesso non sanno neppure organizzarsi adeguatamente: per esempio, se in una città i luoghi deputati alla corsa sono un numero ridotto, è chiaro che quanti vorranno allenarsi si riverseranno tutti in quei luoghi e secondo i loro orari consueti, perché ragioneranno seguendo il criterio dell’abitudine.
Giacché le abitudini consolidate sono difficili da scardinare in generale, figuriamoci in un tempo che chiede una trasformazione così immediata: per esempio, se io appartengo a quel gruppo d’irriducibili che nonostante tutto, decreti o no, vogliono lo stesso andare a correre, leggerò la succitata frase di La Torre come viatico per la mia decisione: «Oh, ma l’ha detto anche La Torre che l’attività fisica moderata mantiene alte le difese immunitarie, e può aiutare ad affrontare meglio il diffondersi del virus» tralasciando completamente che il DT ha posto l’accento sull’aggettivo moderato e che ha ribadito il concetto subito dopo affermando che «va ridotta drasticamente l’attività. Per lo meno dimezzata».
Per quanto l’intento di La Torre possa risultare cristallino per molti degli addetti ai lavori, non lo è per tutti; soprattutto non lo è per il resto, cioè per chi non è addetto, ma è solo appassionato e si affida ai giganti per capire come comportarsi. In breve, il problema non è schierarsi, scegliere se essere pro o contro la prosecuzione dell’attività fisica, quanto piuttosto il modo in cui tale scelta viene comunicata di volta in volta. È anche vero che, ad oggi, allinearsi su una posizione più rigida di comportamento, non equivarrebbe a elidere tout court le proprie convinzioni, qualora dovessero essere difformi rispetto a quelle ministeriali. Risponderebbe piuttosto, e più semplicemente, ad una necessità più alta: fare fronte comune nell’arginare un’emergenza.

Ritornando all’articolo 1 dello Statuto Federale, non si dovrebbero fare figli e figliastri: i Decreti che giorno dopo giorno si sono succeduti rendono, una volta di più, evidente come le norme che regolano la vita federale non vengano applicate e fatte funzionare per tutti, indifferentemente, ma per scopi precisi e mirati, venendo così meno al principio delle pari opportunità. Se è vero che la Federazione s’impegna a garantire a chiunque la pratica dell’Atletica Leggera su tutto il territorio nazionale, allora tutti, non solo gli atleti di élite e d’interesse nazionale – ma tutti coloro che per esempio, pur non essendo d’interesse federale, hanno raggiunto lo standard per partecipare ad un Campionato Nazionale (massima manifestazione federale) – dovrebbero essere messi nelle stesse condizioni degli atleti d’élite e di interesse nazionale. Eppure ad oggi non lo sono, difatti non possono frequentare i campi di atletica e/o non possono allenarsi all’aperto, pur seguendo le indicazioni del Decreto Ministeriale. È chiaro, quindi, come la normativa sugli atleti di interesse nazionale sia stata approvata, non tanto per classificare un atleta in base al proprio valore, ma per agevolare la partecipazione ai bandi di arruolamento nei Gruppi Sportivi Militari.
La sfida a cui oggi la FIDAL è chiamata a rispondere con il prossimo Consiglio Federale è quella di comprendere che sua prima responsabilità è quella di ripensare ed organizzare le condizioni affinché tutti possano praticare l’atletica in totale sicurezza.

Un altro tema, veramente ostico per il Consiglio Federale, sarà il lavoro di armonizzazione del Calendario: poiché gli organismi sportivi deputati non hanno dato informazioni certe su una possibile data di ripresa delle attività agonistiche, non sarà facile calendarizzare le competizioni. A questo si aggiungono una serie di altri problemi.
Innanzitutto la questione della sovrapposizione delle gare: poiché una parte grandissima delle manifestazioni su strada previste in primavera (anche gare istituzionali di carattere internazionale come i Mondiali di Mezza Maratona), per ora, sono state spostate nella seconda parte di stagione, queste avranno un inevitabile impatto anche sull’attività in pista.

Un secondo problema è quello di riuscire a conciliare tutte le attività organizzative dalle varie realtà sportive perché rischiano di non esserci i tempi tecnici necessari, cioè rischia di non esserci spazio nel calendario. C’è da sperare che alle società sportive che organizzano le manifestazioni venga data la precedenza rispetto a quei soggetti il cui obiettivo principale differisce da quello dell’attività federale. Sarà un utile test anche per capire quanti e quali organizzatori amano davvero l’Atletica, e quanti e quali, invece, la utilizzano per fini propri. Sarebbero auspicabili linee precise, chiare anche severe, financo impopolari; forse sarebbe l’unico modo per trovare una soluzione praticabile e magari reimpostare nuove modalità di organizzare il Calendario Federale, anche in prospettiva.

Un altro tema su cui il Consiglio dovrà cominciare a porre attenzione sono le elezioni federali: adesso che siamo stati posti di fronte all’ufficializzazione dello slittamento dei Giochi Olimpici al 2021, vale la pena domandarsi se anche le elezioni debbano seguire lo stesso destino, oppure se il Consiglio Federale decida comunque di confermare le elezioni previste in novembre e dichiararsi dimissionario prima dei Giochi riposizionati nel 2021. Nelle norme CONI esisterebbe la possibilità di chiedere una deroga sia in tal senso, sia di mantenere le elezioni nel 2020: ma quando mai si è visto qualcuno chiedere l’applicazione di norme per perdere una poltrona...?

Proprio perché, come dice il Presidente Giomi, «non potremo ripartire come se nulla fosse stato», gli atti di responsabilità, oggi, assumono un’importanza quanto mai rilevante.

 
 
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