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Giu 12, 2020 Sebastiano Scuderi 455volte

Il caso di Torino e il futuro degli stadi di atletica

In questi giorni sono apparse sulla stampa notizie più o meno curiose sul “tempio dell’atletica” piemontese: chi conosce come vanno le cose nel nostro Bel Paese non ha bisogno di tante parole, ma per chi le ignora abbiamo voluto seguire l’iter della vicenda ed esporre con semplicità e chiarezza lo svolgimento della stessa.

Lo stadio di atletica leggera di Torino fu realizzato nel 1959 all’interno del Parco Ruffini, otto corsie, 7200 posti nelle tribune; dal 1963 ospitò un Meeting internazionale inaugurato da Livio Berruti e per vent’anni fu vetrina dei migliori atleti mondiali; sospeso il meeting per dodici anni, riprese per altri diciotto, con l’intitolazione dal 2000 al presidentissimo Primo Nebiolo, e la perla di Antonietta Di Martino che l’8 giugno 2007 stabilì il nuovo record di salto in alto a 2,02.

Nel 2009 venne eseguito il rifacimento totale della pista, omologata fino al 30 giugno del 2023.

In data 21 marzo 2017 fu confermata l’idoneità della pista fino alla data stabilita, ma furono rilevate alcune criticità, che richiedevano un intervento di sistemazione.

Il 23 novembre 2018 la Giunta Comunale approvò lavori di parziale rifacimento, affidati con determinazione dirigenziale del 17 ottobre 2019 alla società Agrogreen per “ripristino di parte della pavimentazione sportiva della pista per l’Atletica Leggera con nuova superficie sintetica di circa 370 mq. dello stesso spessore ed impronta della superficie esistente”; il progetto aveva avuto  il parere favorevole del CONI il 12 agosto 2019.

Il responsabile dell’impianto con la ditta appaltatrice e la ditta fornitrice del materiale Mondo accertarono che i tratti più ammalorati erano le corsie 3, 4 e 5 del rettilineo di arrivo e la pista del salto in lungo.

La Società Mondo fece presente di aver esaurito le scorte e produsse appositamente 500 mq dello stesso  spessore, impronta e colore della superficie preesistente: il nuovo materiale assumerà nel tempo per effetto degli agenti atmosferici e dell’usura caratteristiche simili a quelle del materiale precedente.

I lavori sono stati seguiti e controllati dall’architetto Stefano Longhi della Commissione impiantistica FIDAL, una laurea a pieni voti presso il Politecnico di Torino, vice presidente del Cus Torino con un passato sportivo come nazionale Junior nel disco e nel peso.

Tutto bene quindi…, ma il 9 giugno appare sul sito FIDAL la Circolare SmarTrack che modifica il ponderoso trattato 2019, relativo agli impianti di atletica leggera: 66 pagine per addetti ai lavori.

Da quanto si legge, non essendo un nuovo impianto, ma un retopping o rattoppo all’italiana, non si possono svolgere fasi interregionali e finali dei Campionati di Società, i campionati individuali Assoluti, Junior e Allievi e i Meeting internazionali; dunque nel più prestigioso impianto del Piemonte, l’unico a otto corsie, si possono svolgere solo le manifestazioni promozionali e Master.

Leggendo poi la circolare si scopre tutto il complesso e oneroso iter per arrivare ad avere un impianto omologato: minimo tre visite di controllo, gratuita la prima, € 800 + IVA le altre; gli oneri di collaudo a seconda dell’impianto vanno da € 3.000 a € 8.500 + IVA; l’omologazione vale 14 anni, ma dopo 7 anni è obbligatoria la verifica delle condizioni, per altri € 1.100 + IVA.

La domanda sorge spontanea: quante amministrazioni comunali avranno voglia di realizzare nuovi impianti di atletica leggera? Quante avranno la possibilità di stanziare € 200.000 (minimo) per un rattoppo, che porta con sé un declassamento della struttura?

A queste condizioni l’atletica leggera ha un futuro?

La risposta dovrebbe venire dai tre litiganti (pardon, candidati), che si presenteranno alle elezioni FIDAL, la cui data è ancora nel grembo di Giove Malagò.

 
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