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Lug 31, 2020 Claudio Romiti 1040volte

Correre in maschera: l’Italia del podismo non s’è desta

Davos: fuori dello stadio, via la mascherina Davos: fuori dello stadio, via la mascherina www.greheute.ch/R. Mandelli

Nel leggere con un certo sconcerto il recente protocollo della Fidal per le corse su strada,  possiamo dire che l’appello del direttore di Podisti.net,  reduce da una prestigiosa competizione svizzera, non sia stato affatto raccolto dallo stesso ente pubblico. Malgrado l’esortazione rivolta al mondo dello sport di svegliarsi,  prendendo ad esempio ciò che sta accadendo nella civilissima confederazione elvetica,  dobbiamo prendere atto che certamente nel podismo l’Italia non è affatto desta.

Basta proprio analizzare alcune misure contenute nel citato protocollo per averne piena contezza.

http://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/6355-fidal-nuovo-protocollo-gare-anche-su-strada-un-passetto-avanti-forse.html

Misure assolutamente demenziali che, così come sta avvenendo in tanti altri settori della vita economica e sociale del Paese, sembrano scaturire da una visione catastrofica del Sars-Cov2, una sorta di virus infernale in grado di condurre chiunque in sala di rianimazione e che pare trasmettersi da un soggetto all’altro con le modalità di una radiazione nucleare.  In realtà, così come sostengono da tempo moltissimi autorevoli studiosi della materia,  l’infezione alias Covid-19 sarebbe di natura ‘opportunista’, non primaria quindi. Ciò significa che essa tenderebbe a colpire con una certa gravità quasi esclusivamente i soggetti fragili, comportando rischi relativamente bassi per il resto della popolazione. 
Tutto ciò, unito alla conclamata impossibilità di trasmettere il contagio all’aperto attraverso contatti fugaci,  dovrebbe determinare l’adozione di misure precauzionali ragionevoli, sul modello di quelle svizzere.

 In tal senso, anche se personalmente penso che se ne potrebbe benissimo fare a meno, l’utilizzo della mascherina a ridosso dalla partenza di una gara appare un obbligo accettabile e agonisticamente tollerabile. 

Mentre invece l’uso della medesima mascherina che impone la Fidal non solo sembra enormemente sproporzionato alla bisogna,  ossia quello di minimizzare un rischio che è praticamente inesistente allo stato attuale,  ma che, nel caso delle partenze con scaglioni superiori ai 50 concorrenti, con un tetto di 200,  mette seriamente a repentaglio la salute degli atleti.

 Ma procediamo con ordine.  Per le gare a cronometro fino a 50 podisti per scaglione vigono grosso modo le modalità adottate in Svizzera,  indossando la mascherina poco prima del via e gettandola in appositi contenitori immediatamente dopo.

Tuttavia è nelle corse con scaglioni più numerosi che casca letteralmente l’asino. Si legge infatti nel protocollo che “gli atleti resteranno distanziati fino alla partenza e dovranno obbligatoriamente indossare la mascherina almeno per i primi 500 metri di corsa (500m è indicazione minima rispetto al momento in cui gli atleti potranno togliere la mascherina e gettarla in appositi contenitori)“.

   Ora, io quando ho letto questa sesquipedale boutade, perché di questo stiamo parlando, credevo si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto.  Mi sembrava e mi sembra tutt’ora incredibile che gli arcicompetenti tecnici della Fidal abbiamo potuto elaborare a tavolino una misura con cui mandare letteralmente in alcalosi respiratoria un buon numero di podisti.  Perché dovrebbe essere evidente anche ai meno esperti di noi che correre per almeno 2/3 minuti con la bocca e il naso coperti, soprattutto in una fase nella quale si tende ad un tipo di sforzo sub-massimale,  appare un atto assolutamente sconsiderato.  Bisogna poi considerare che tutto questo avviene nel periodo, che mediamente dura intorno ai 4 minuti, in cui l’organismo sta progressivamente mandando a regime i meccanismi dello scambio energetico. Dunque un momento piuttosto delicato nel quale ogni podista regola secondo la propria sensibilità il proprio sforzo di lunga durata. Ma farlo con la mascherina, particolarmente d’estate, costituirebbe una inaccettabile, inutile e nociva zavorra di cui proprio non si comprende la ratio.  Così come non si comprende la ragione, ribadita nello stesso documento, di ostinarsi ad esortare gli atleti, tanto in gara che in allenamento, ad indossare sempre e comunque la mascherina prima e dopo ogni sforzo, a prescindere se ci si trovi o meno all’aperto.

Da questo punto di vista possiamo pure comprendere che il ruolo istituzionale della Fidal possa spingerla a volte ad un eccesso di zelo, ma osservando ciò che sta accadendo da mesi nella società italiana, in cui il tabù degli assembramenti all’aperto risulta oramai un lontano ricordo per gran parte della cittadinanza,  ci aspetteremmo ben altre indicazioni da chi rappresenta gli interessi di un popolo, i podisti, che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità costituisce da sempre un presidio di salute.  La prudenza, come si suol dire, non è mai troppa, tuttavia se essa arriva a farci mancare addirittura l’aria che respiriamo si trasforma in qualcosa di molto diverso.

                                         

 
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