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Set 07, 2022 551volte

Le duemila maratone e il tanto mondo rivissuto dal dottor Michele

Libro e protagonisti Libro e protagonisti Roberto Mandelli

1. Michele Rizzitelli, Una coppia da Guinness (Roma, agosto 2022): le quasi 400 pagine di un libro che in trenta capitoli scanditi annalisticamente dal 1994 al 2020 (più qualche capitolo di preambolo e un finale “per non concludere”) racconta duemila maratone o ultramaratone, non sono un traguardo raggiungibile da qualunque lettore; e viene da chiedere per chi il libro (diffuso dalle edizioni Albatros-Il Filo: https://www.gruppoalbatros.it) sia stato scritto, se per i maratoneti compulsivi oppure anche (come dicono gli accademici quando sfornano un testo commerciale) per le persone colte, diciamo curiose.

Quando e perché sia stato scritto, lo svela l’autore e demiurgo (nel senso che, malgrado il titolo duale, soggetto sceneggiatura e realizzazione sono irreversibilmente sue) verso la fine: dopo “la giornata più inutile della mia vita”, quella domenica 1° marzo 2020 passata sul divano perché tutte le maratone erano state annullate (bè, in realtà se ne fece almeno una, stile trail, in terra toscana non ancora raggiunta dai diktat governativi; ma è probabile che la coppia barlettana avesse puntato le sue carte sulla rinascente Bologna, fatta abortire dalla triade rossa Merola-Bonaccini-Speranza, lasciando così “l’antica Felsina unica a non aver mai avuto una vera 42,195”, come discutibilmente si sostiene a p. 270, in contraddizione con p. 135); quel giorno dunque, primo ufficialmente di una triste serie, dopo aver scaricato le pile del telecomando alla vana ricerca di un programma televisivo decente, il dottor Michele (da poco in pensione, dopo una vita dedicata al coscienzioso espletamento dell’arte medica) decise di mettere in prosa ‘ostensibile’ i suoi sterminati taccuini di appunti.

Per chi, poi? Difficile evitare, in tanti momenti, “il rischio di sconfinare nell’autocelebrazione”, ovvero il compiacimento di ricordare il primo posto di categoria lì e l’ovazione ricevuta là, la vittoria di coppia alla 24 ore di Termini Imerese, e insomma il (o i) Guinness sparati fin dal titolo. Personalmente, dalla prima visita fatta al Museo dei Guinness, all’Empire State Building nel 1990, ritengo che il Guinness non sia un elenco di record ma di stranezze: chi ha mangiato più uova a colazione o divorato la salsiccia più lunga in meno tempo, o magari chi ha emesso il rutto più durevole. Rischio che l’autore esorcizza con ripetute dichiarazioni di modestia, fin dalla pagina d’esordio (“gli studi di Medicina e Chirurgia richiedono non eccelsa intelligenza”), e soprattutto con una sorta di transfert verso la cara moglie Angela, “dolce e paziente”, ma “non tanto dolce di sale”, sposata nel 1991 dopo una apparizione tra l’onirico e il mitologico (p. 27), e una biciclettata galeotta (229): e lei sì gratificata di ogni tipo di elogi, che appaiono forse esagerati a chi non conoscesse il sacro peccato d’amore che li muove (e determina l’intero cap. 14, dove al “sig. Gargano” sfugge però che “dietro una grande donna c’è sempre un grande uomo”).

2. Come dice il sottotitolo (in copertina, non in frontespizio), Le nostre mille maratone, oggetto principale del libro è appunto il ricordo di mille (ultra)maratone per lui e altre mille per lei: non sono sempre le stesse, sia per le soste forzate dell’uno o dell’altra, per qualche infortunio o per i pochi inevitabili ritiri (ma il primo fu quello alla Nove Colli citato a p. 173 o quello dell’anno dopo a San Vito al Tagliamento, su cui p. 186?); sia soprattutto perché, salvo esigenze di “assistenza”, nella medesima gara ognuno dei due va col suo ritmo (che nel caso del dottor Michele – 3h34 dichiarati nel 2001 - è abbastanza dignitoso, quando si impegna: lo dice uno che in gioventù lo batteva quasi regolarmente, fino a quell’arrivo a Carpi in cui Michele lo sorpassò, chiedendo permesso, quasi in piazza Martiri; e adesso i sorpassi al passivo sono quasi la regola). E insomma, sorbirsi duemila resoconti, anche ripetitivi perché fatalmente molti percorsi sono stati affrontati decine di volte, e altri si riducono a semplici elenchi notarili (come le 9 maratone citate in due righe a p. 139, le 17 in 10 righe di 174-5, ecc.), non è impresa facile per il lettore, anche quello malato di maratonite (o maratonosi: chiedo al dottor Michele, che ogni tanto infiora la sua prosa con parolette impeccabili tipo episodi collassiali o sintomatologia algica o glomeruli renali o tenovaginite dei peronieri, se uno stato cronico possa appunto chiamarsi col suffisso -osi), e che fatalmente conosce buona parte dei luoghi descritti nel libro.

3. Per fortuna, il racconto – diciamo così – tecnico è talora felicemente soverchiato dalla descrizione dei luoghi, spesso accoppiata a note storiche o letterarie: non tutte-tutte a proposito (Teodorico non fu mai imperatore, come invece detto a p. 290; Dorando non è nato a Carpi - p. 52 - ma a Mandrio di Correggio; Durbans è un dentifricio e non una città come appare a p. 373; “le” Mauritius e “le” Réunion di p. 295 sono in realtà una in ciascun caso; la morte per Pavese di p. 332 non aveva “il colore” ma solo gli occhi della renitente attrice amata; l’amica che con Nietzsche frequentò il lago d’Orta non si chiamava Andreas Salomè come a 309, ma Lou Salomè coniugata Andreas); ma in molti punti tali da instillare davvero il desiderio di andare là, non solo per la maratona: fra le tante, penso alla Dublino letteraria (mentre per Berlino vedo che non c’è uguale entusiasmo bastando 2 righe a p. 354, e per Interlaken, l’altro mio personale top, ne servono solo tre a 158; laddove Parigi varrebbe la pena di una visita solo per la tomba del conterraneo Giuseppe De Nittis, mentre appare trascurabile la menzione dell’incendio di Notre Dame, in rapida dissolvenza a p. 359 a favore della Muraglia cinese); e ancora, si vorrebbe andare a Pantelleria sede di un Ecotrail, a Cormons e al suo Collio, a Mattinata e al Gargano, alla Reggia di Caserta, per non dire di località minori che si fanno scoprire solo quando organizzano una maratona (chissà com’è davvero l’architettura di regime a Borgo Incoronata di Foggia, tratteggiata a 305-6). Peccato che talora alla bellezza paesistica si accoppii il malcostume organizzativo, come si dice a p. 95 di Livorno (corsa nel traffico) e a p. 205 di Lecco, cui mancavano le medaglie e il ristoro finale erano “rimasugli per mendicanti” (ma non si dice la stessa cosa della prima Ragusa a 143-5, forse per una certa solidarietà meridionalistica che spesso vela realtà poco idilliche, e addirittura antepone a p. 160 l’estinta maratona di Agrigento a quella di Atene, e a 282 pone ai vertici la foggiana maratona-discount dell’Incoronata, e a p. 324 la 6 ore messinese di Capo d’Orlando, nella quale l’amata Angela fu “regina”). Ma va detto che anche la nordica Torino-Saint Vincent è detta “gran bella gara” (221), sia pur lasciandosi sfuggire che si corre nella notte abbagliati dai fari delle auto che sfrecciano a pochi centimetri: resta l’impressione che a volte i voti dipendano dalla simpatia goduta dagli organizzatori (e così, il lago d’Orta a p. 308 diventa il più bello d’Italia per merito di Paolo Gino). Né direi che la descrizione delle maratone nei deserti nordafricani, malgrado l’accattivante foto di copertina, invogli a fare questa esperienza; e forse nemmeno la 100 miglia a tappe sotto l’Himalaya, per non scendere alle tante corse o corsette “attorno al cortile di casa” (come si diceva qualche decennio fa), fossero anche la 10 giorni alias 1000 km, su un tracciato di 1000 metri nel vecchio aeroporto di Atene, cui sono riservate 11 pagine (250-261), prima di passare all’analoga esperienza nel cosiddetto Campovolo di Reggio.

4. Altre chicche o camei (come le chiamano rispettivamente gli speaker podistici e i critici di cinema) traspaiono qua e là, ad esempio nella descrizione impietosa, “da vicino”, del decantato cantore Gianni Morandi, dalla “capigliatura policroma per la tintura datata e la postura cifoscoliotica” (192); nel racconto dei concorsi per la specializzazione medica (68-71) o del 2 nello scritto di italiano all’esame d’ammissione alle medie (superato poi a settembre; si faccia coraggio Michele: anche il suo recensore di oggi, al ginnasio stentava il 6 nei temi, e nella carriera scolastica non ha mai preso più di sette; vent’anni dopo però, è stato chiamato a fare un corso d’aggiornamento su “come si fa un tema” a un gruppo di docenti, tra cui anche colui che alle medie l’aveva bistrattato); e ancora, nella “vera storia” di p. 340 sulla scelta dell’inno di Mameli.

Venendo al nostro tema specifico, ecco la ferma critica alla maratona di New York, che pure costituì l’esordio di Michele a 40 anni sulla distanza regina nel 1986, e “credo che quella mia partecipazione a New York abbia segnato la nascita della maratona di massa” – aggiunge l’autore a p. 25, con egocentrismo che suppongo preterintenzionale. Trovo più corretto dire che la trasferta a NYC nel 1986 (prima di varie presenze rizzi-garganiche sullo Hudson) fu lo specchio di un approccio alla maratona che stava cambiando, spinto da fattori commerciali e da esibizionismo individuale: Rizzitelli più oltre (326) definisce l'adunata alla Grande Mela “roba da novizi della corsa… tosati da intraprendenti agenzie”, con la complicità locale come nel 2012, l’anno dell’annullamento per maltempo (cfr. 275); gustoso l’accenno al “Narrows color paglierino” per le minzioni degli atleti appena partiti sul ponte di Verrazzano (la mia esperienza invece mi fa dire che nell’immenso prato d’attesa ci sono numerose toilette, oltre al largest urinator in the world, altra roba da Guinness). Anche di Tromsö, specchietto per le allodole minore ma pur sempre agitato, si dice che del decantato sole di mezzanotte non c’è “neppure l’ombra” (sic, p. 83).

5. Semmai Rizzitelli, sia come atleta sia come medico, è testimone in carne e tendini, e - diciamo pure - anche coautore della smitizzazione dei luoghi comuni medicali imperanti quando cominciò/cominciammo: la maratona sarebbe uno sforzo superiore ai normali limiti umani, e correrne un paio all’anno basta e avanza (una smentita a più alti livelli tecnico-mediatici è venuta, come sappiamo, da Calcaterra); senza dire dei mutevoli precetti alimentari, sui quali la coppia barlettana dei “cattivi maestri” (cap. 12) sorride, guarda e passa; come sorride sulle “facezie” di Piero Ottone “esponente della sinistra al caviale… amante di nobili panfili”, e per questo schifato dal plebeo sudore podistico (98).

Lo stesso esordio di Angela andò su questa direttrice, con la “doppietta” 30 ottobre-6 novembre 1994, da Acquaviva delle Fonti a New York (e nel passaggio dal 1999 al 2000 ci fu la doppietta in 24 ore, tra Assisi e Roma; nel 2004 si arrivò alle due in un giorno tra Pisa e Rimini). Due anni dopo l’esordio del ’94 si passò alla 100 del Passatore, che sebbene non sia “la più bella del mondo” secondo il luogo comune accettato a p. 49 (mai stati a Biel/Bienne?), ha visto i coniugi protagonisti almeno una decina di volte. Con amoroso puntiglio sono seguiti i record quantitativi di Angela, primatista italiana con 29 maratone nel 1999, detronizzata però dalla vicentina di Montecchio Renata Cecchetto (non bolzanina come detto a 105, equivocando sul suo temporaneo domicilio coniugale), e però definitivamente prima con le 100 del 2002, appaiate alle 100 di Michele, che attribuisce l’idea della cifra tonda al giramondo Mario Ferri (che a sua volta sta quasi completando il suo progetto di correre almeno una maratona in tutti gli stati dell’Europa, inclusi gli staterelli sorti dopo il 1989); e col raccontarle nel lungo capitolo 11 dà un po’ il capogiro di fronte alle tante 42 a circuito forzosamente affrontate per entrare, appunto, nel Guinness (eppure a p. 235 gli sfugge il sentimento di “essere condannato a girare come un asino attorno al pozzo”).

6. Oltre ai luoghi, il libro è una rassegna di persone, cui non si lesinano complimenti all’insegna del volemose bene (quasi una palinodia rispetto a giudizi un tantino meno riguardosi espressi - dico io, con buone ragioni - qualche lustro fa). Del mitico William Govi, “atteggiamento cifotico, non proprio a dieta”, si dice di aver voluto “attingere dai suoi pregi, evitando i suoi non pochi difetti” (54), e si sorvola sull’arrivo alla già citata Ragusa (o i tempi prodigiosi fatti registrare ogni anno a Scandiano in una maratona notturna con larga zona buia non sorvegliata), che getta qualche dubbio sui suoi conclamati record. Pure Beppe Togni è poco meno che beatificato a p. 88 (ma è giusto pubblicizzare, tacitamente confrontandolo col di-cui-sopra, il suo gesto di onestà sportiva a Ravenna, 102); commosso il ricordo di Sergio Tampieri, prima anima dei supermaratoneti (245), e c’è spazio per Luisa Betti (ultimamente celebre lippis et tonsoribus forse oltre le sue intenzioni), dispersa nel 2014 sui sentieri di Monte Sole (312-3; col suo stile un po’ troppo pindarico, Michele non dice come sia finita), ma nel 2018 vincitrice della 56 km in 10 giorni, ovviamente a Orta (che risulta la località più citata, con Amburgo, del libro), in quasi 60 ore, con 8 ore di vantaggio sul secondo, Paolo Saviello (d‘accordo, non stiamo parlando di Grete Waitz e Stefano Baldini). E c’è menzione pure per Antonio Rossi, il San Martino dei luoghi verdiani, che col suo mantello nel 1999 salvò la gara di Angela (67-8).

7. Avviamoci alla conclusione, coll’inverarsi del sottotitolo: secondo una certa numerologia cara a Michele (che per esempio fece marce forzate per raggiungere la sua n° 700 vicino a casa, nel giorno del 70° compleanno), era previsto che le 1000 maratone di entrambi (lui stava colmando le “sole” 13 maratone di svantaggio rispetto a lei) fossero raggiunte il 3 maggio 2020 prendendo il via dalla patria Barletta: ma solo 7 gare furono a disposizione dei tapini prima del lockdown, e per la ripresa si dovette aspettare l’estate, alla cui conclusione, il 10 settembre, toccò a lei raggiungere per prima il traguardo, incoronata dalla mamma a Policoro. Michele dovette concludere il suo itinerario, metaforicamente si direbbe “con l’imbuto” (8 gare consecutive a Policoro, 4 a Rieti per dare un’idea): e il 18 ottobre, a Pescara, raggiunse finalmente obiettivo e moglie, prima che un altro lockdown bloccasse di nuovo lo sport.

Conclusi questi obblighi autoimposti, la coppia potrà finalmente riprendere le amate crociere per il globo, già sperimentate in due occasioni che tuttavia non hanno impedito, nei mesi liberi, dalle 30 alle 50 maratone annue; ma senza fermarsi mai nemmeno in futuro, col limitarsi a essere più “selettiva”, ristretta alle gare “più belle o mai fatte” (è dunque sottinteso che questo impeto stakanovistico abbia portato anche a correre maratone “meno belle”, in numero maggiore rispetto a quelle indicate con la matita rossa e blu).

Dopo tutto, si tratta di scelte personali: qualche ‘giudice’ più pignolo dei signori del Guinness potrebbe chiedere i certificati di omologazione-misurazione di molte gare considerate valide per la ‘tacca’ (qualcuna più ‘artigianale’ delle citate, cui era presente anche il sottoscritto, secondo i Gps non raggiungeva i 40 km). Ma che importa? “Noi maratoneti – si dice a p. 298, per altro proposito – vendiamo la nostra prestazione usando la stessa tecnica dei commercianti nell’esporre i prezzi”: ufficialmente, ognuno crede all’altro; poi, girato l’angolo, gli si comincia a fare la tara.

8. Se dovessi dare il mio contributo (citando a memoria) direi anzi che al catalogo manchi una maratona, quella di Vigarano-Ferrara del 17 marzo 2002 (assente dalla p. 107 del libro): era una maratona abbinata a quella su pista disputata a Ferrara il 9 marzo precedente, che Michele cita e nella quale, primo di categoria, lo precedetti di una buona mezz’ora. Mi preparavo a completare il risultato dell’abbinamento (riccamente premiato in euro), quando il peggior attacco d’ulcera della mia vita, causato da 7 aspirine in 7 giorni per guarire un gran raffreddore, mi costrinse a letto proprio il giorno della rivincita, con ematocrito a 30 ed emoglobina a 10. Michele aveva la via spianata per il successo, che difficilmente gli sarà sfuggito (l’onore di famiglia fu salvato da mia moglie, prima donna classificata, che portò a casa 258 euro, insomma mezzo milione delle vecchie lire).

La rivincita sportiva (condita come sempre da rispetto e complimenti reciproci, e magari anche dalla messa frequentata in comune) arrivò nel 2015, alla 50 km San Gimignano-Siena, che l’autore magistralmente descrive alle pp. 318-320: qui segnai 5.40:12, mentre Michele dichiara 5.47:48, aggiungendo di essere stato “premiato come primo di categoria” (ma citando gli M 70, cui all’epoca non apparteneva essendo ‘solo’ sessantottenne, dunque nella mia stessa M 65 dell’epoca). Quid est veritas?, chiedeva Pilato; e se vogliamo abbondare con le citazioni, aggiungiamo pure amicus Plato sed magis amica veritas.

E non facciamone questione capitale: “sono solo maratone”, pesanti ad libitum, tanto quanto i pesci pescati nelle vecchie storielle sui pescatori. E ringraziamo il libro che le racconta, capace di evocare persone, panorami, affetti vissuti in quelli che inderogabilmente restano gli anni migliori delle nostre vite.

 

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