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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

A cavallo tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo (in realtà, l’indicazione era imprecisa, ma la cifra tonda restava) i maratoneti italiani, e molti stranieri dell’epoca, corsero da una a due maratone ‘millenarie’ nell’arco di 24 ore.
La prima fu la “Assisi Marathon – Millennium for peace”: esordio in assoluto per quella città, e destinata a rimanere la penultima perché dopo una seconda edizione nel 2000 non credo sia stata più fatta (sicuramente non con quel nome). La seconda fu l’unica “Millennium Marathon” di Roma, un’idea di Primo Nebiolo benedetta alla partenza da papa Giovanni Paolo II: “la vita può essere paragonata a una singola maratona che tutti siamo chiamati a percorrere…: ci attende un comune traguardo ed è l’incontro con Cristo” (quello fu anche l’anno del Giubileo, e infatti un’altra denominazione corrente era “Maratona del Giubileo”).
A Roma si correvano maratone già da qualche anno, nel ricordo sempre vivo della gara olimpica del 1960: fino al 1991 si era svolta la “Romaratona” (parola che sopravvive solo nei trattati grammaticali poco aggiornati, come esempio di “parola-macedonia”); dal 1995 era nata la Roma City Marathon, che aveva celebrato la quinta edizione il 21 marzo (con vittorie di Philip Tanui e della sfortunata Maura Viceconte), e di lì a breve aveva in programma la sesta edizione.
Non pare che gli organizzatori prendessero molto bene questa intromissione ‘giubilare’: anche noi di podisti.net (nati da pochi mesi) che avevamo mosso qualche critica alla gara ‘canonica’, e nel nostro calendario avevamo gratificato di 3 “piedoni” e mezzo la futura Millennium Marathon (su un massimo di 5: Reggio ne aveva 4), ricevemmo una lunga e cortese lettera da Enrico Castrucci in quanto “responsabile  comunicazione” della “Maratona della Città di Roma”, in cui ci chiedeva in base a quali dati potevamo valutare una maratona ancora a venire…
A giudicare dalle due pagine che alla corsa di Roma dedicò la “rosea” del 2 gennaio, al di là dei toni paciosi, conciliari e millenaristici con cui la gara venne raccontata (si segnalò perfino la liberazione di 200 bambini africani prigionieri dei “signori della guerra”), questa ebbe strascichi polemici in relazione alle imminenti selezioni per le olimpiadi di Sidney: il ct Lenzi e il presidente Fidal Gola parteciparono alla stracittadina e dunque usarono il fiato per altri fini, ma Giacomo Leone, giunto secondo di un soffio in una gara vinta dai keniani (Josephat Kiprono tra i maschi e Tegla Loroupe per le donne) disse “senza troppe perifrasi – così si esprimeva la Gazzetta – che “di fare la riserva o di restare in disparte lui proprio non se la sente”. Gli replicò il nuovo selezionatore delle gare di fondo, Massimo Magnani, secondo cui Leone “possiede una grande capacità, quella di saper leggere la gara”, ma in Fidal “abbiamo le idee piuttosto chiare in materia… Goffi e Modica sono fuori discussione, e Baldini se sta bene è l’uomo di punta”. Al che Leone sparò ad alzo zero: “tocca agli altri dimostrare di essere più bravi del sottoscritto”; il nostro più grande di sempre, Bordin, non era regolare come me; “se occorre facciamo le selezioni all’americana, io sono pronto”.
Per la cronaca, non mancarono gli elogi e un titolino a sfondo nero per Roberto Barbi, sesto “con il personale, sfiorando la barriera delle due ore e dieci”. Il resto alle prossime puntate, ma torniamo ad Assisi e alla vigilia di Capodanno: all’esordio di questa 42 si presentò un numero di atleti incredibile se rapportato ai tempi odierni: a finire la gara entro le 6 ore furono 899 maratoneti. Dall’ “Almanacco della maratona italiana” trascrivo il resoconto essenziale:

Una bella giornata di sole, ma fredda e con troppo vento, ha caratterizzato la prima edizione della "Assisi marathon" con partenza da Santa Maria degli Angeli e arrivo nella piazza del Comune di Assisi. Come era prevedibile non si sono fatti registrare tempi eccezionali. Gli ultimi tre chilometri e mezzo in forte pendenza hanno lasciato il segno sulle gambe di molti concorrenti ed appesantito i tempi finali. Ha vinto Davide Milesi, uno che non disdegna la salita, in 2:22.29, precedendo il burundiano Diomede Cishahayo (2:23.37) e Giorgio Calcaterra (2:24.05). Sonia Maccioni, umbra, ha dominato dall'inizio alla fine la gara femminile. Ha terminato in 2:38.47, nona assoluta. Barbara Cimmarusti (2:50.29) e Deborah Bruni (2:51.13) hanno completato il podio. Tiziana Alagia, ventiseienne lucana che corre per l'Avis di Firenze, si è piazzata al quarto posto in 2:52.12. Era la prima volta che correva la maratona: tutto bene, solo qualche rimpianto per una prima parte di gara condotta troppo prudentemente. La piemontese Maria Grazia Navacchia conquistava il sesto posto in 3:06.05, lo stesso piazzamento ottenuto in febbraio a Busseto, quando era iniziata la sua lunga stagione. Si è rivista anche l'altra piemontese, Anna Maria Garelli, che senza preparazione ha ottenuto l'ottavo posto (3:08.42).

 

Vent’anni fa, un Millennium tra Assisi e Roma…

1° - 2:22.29 MILESI DAVIDE
2° - 2:23.37 CISHAHAYO DIOMEDE
3° - 2:24.05 CALCATERRA GIORGIO        

1° - 2:38.47 MACCIONI SONIA
2° - 2:50.29 CIMMARUSTI BARBARA
3° - 2:51.13 BRUNI DEBORAH

La mia copia personale della classifica rimarca, soprattutto nelle parti medio-basse, alcuni nomi, più o meno celebri allora, che forse farà piacere rileggere vent’anni dopo. Ad esempio tra le donne, poco sotto il 20° posto, ecco tre romagnole nel loro pieno agonistico, e che capita di incontrare ancora nelle corsette locali: Anna Zacchi, ravennate più volte protagonista del Passatore con la sua andatura da marcia veloce, che ad Assisi chiuse in 3.38; e le sorelle Maria Luisa e Franca Costetti (3.38-3.44), i cui compagni affettivi erano pure presenti: Enrico Vedilei, allora tesserato per l’Avezzano, 36° assoluto in 2.54, e Ivano Folli 100° in 3.17. Ancora tra le donne, la marchigiana Laura Durpetti, le cui trecce suscitavano in alcuni l’irriverente accostamento alla figlia di Fantozzi, e si stava facendo valere lei pure al Passatore; e le due carpigiane Lorena Losi e Marisella Beschin (fra le 3.50 e 3.56). Il figlio di Lorena, Daniele (per gli amici “Bonsai”), fu capace di 3.21.
Mimetizzata nelle retrovie Angela Gargano (4.50), destinata però ad essere la prima donna a correre 100 maratone in un anno, sempre in compagnia del marito Michele Rizzitelli che però in competizione andava per la sua strada (allora 4.07); e ancora più indietro la campionessa ferrarese Valentina Maisto, all’epoca attardata da seri problemi di salute.
Tra gli uomini, la presenza del grandissimo Antonio Mazzeo, terzo della categoria M 45 con 3.02, ci procura oggi un velo di mestizia; nella stessa classe di età, una ventina di minuti dietro, stava Luciano Bigi, futuro presidente del club Super Marathon Italia, e che nelle ultime settimane del 2019 ha raggiunto le 600 maratone. Batté di poco Giorgio Garello (3.26), ma quel ragazzo ne ha fatta di strada. E poi, oltre la fatidica barriera delle 3.30 che segnava gli under-5/km, ecco “quelli che ci sono sempre”: il “bombardiere-trombettiere” di Forlì, Lorenzo Gemma (3.33), 6 minuti davanti a “don” Gregorio Zucchinali che non aveva ancora intrapreso la carriera di dirigente degli ultramaratoneti.
Quando poi arriva ai 3.50 di Gianfranco Gozzi, già creatore della maratona di Calderara e altro futuro presidente dei supermaratoneti, la mia classifica ha un punto interrogativo e uno esclamativo, dato che “l’omone” era stato visto partire mezz’ora prima: sarà solo invidia perché mi aveva battuto di due minuti? Appena sotto le 4 ore vediamo il bolognese Renzo Pancaldi e il riminese Giovanni Tamburini, altro fondatore dei supermaratoneti (club nato – diceva – per sottoporre al vaglio le vanterie da bar di alcuni podisti), i cui membri  infoltiscono le pagine seguenti: sir Fausto Della Piana (4.03), Paolo Gilardi, allora megadirigente industriale, oggi maratoneta del mondo, da Canterbury a Roma, da Vladivostok a Gerusalemme e via di questo passo.
Intorno alle 4.09 arrivarono due futuri dirigenti supermaratoneti: Franco Scarpa, che oggi è lo statistico, colui che omologa le ‘tacche’ individuali e redige le classifiche semestrali degli over-100; e Massimo Faleo, il foggiano che ad ogni maratona non si sapeva se ci avrebbe messo 3 o 5 ore, e oggi si preoccupa di co-gestire le 42 del sud Italia. E mi sembra di rivedere il copricapo con un gelato rovesciato di Alfio Balloni “Il Balloni passava e la gente gridava ‘gelati’ – al km 30 gli zuccheri eran quasi finiti”), pratese che di lì a poco troverà una fine assurda, investito in motorino da un cinghiale vagante. Allora finì in 4.11, mentre intorno alle 4.15 arrivarono il chimico farmaceutico Rinaldo Furlan (per gli amici Bubu), tuttora sulla breccia e senza peli sulla lingua, e mister Giorgio Pogliano, megaindustriale torinese che lì venne in compagnia della moglie americana e delle due splendide figliolette bionde. Batté di pochissimo Giuseppe Cuoghi, ex hockeysta che, oggi ben oltre i settanta, continua a macinare maratone, come l’ing. Mario Liccardi (4.24), alias “mago della pioggia” con quello che ne è seguito; e Vittorio Camacci (4.28), di cui spesso leggiamo su questi schermi. Si limita alle tapasciate modenesi non competitive il dottore carpigiano Sergio Guaitoli, uno che nel ’99 correva già da 27 anni (dalla prima Sgambada di Mirandola), allora finì in 4.21; è passata alla storia la volta che non poté correre una maratona perché costretto a fare il medico di servizio nella gara stessa.
Ma fu tra le 4.34 e le 4.50 che arrivarono i mostri sacri di quell’ambiente: Giuseppe Togni da Lumezzane, classe 1926, che prima dell’addio da questo mondo supererà ampiamente le 750 maratone corse (e, a differenza di oggi, si trattava di maratone vere, ufficiali, non di quelle autogestite ecc.), e allora finì in 4.34, un minuto meglio dell’ing. Antonino Morisi da Persiceto (alpino, pubblico amministratore, e colui che scoprì per gli italiani le bellezze di Davos e Interlaken), che se ne andrà ancor prima, letteralmente morendo sul campo.
Tra loro due si inserì un altro torinese che abbiamo fortunatamente il piacere di rivedere ancora, ma non più di sfidare in gara, Gaetano Amadio; come vediamo e leggiamo ancora di Mario Ferri, pratese classe 1946, che allora arrivò a braccetto col “Vescovo”, Pietro Alberto Fusari da Treia, inconfondibile per il basco nero e i bragoni bianchi. A chiudere il plotone dei 780 maschi, un altro oggi consegnato all’eternità: Mario Ferracuti, classe 1926 come Togni, “il leone di Fermo”, che ci ha lasciato nel 2018 a 92 anni.
Dopo le premiazioni (mi restano ancora le due felpe, una grigia e una blu elettrico, ricevute nelle due edizioni), alcuni dei partecipanti come detto corsero verso Roma, alla maratona del giorno dopo (Gilardi fu tra questi); lì li aspettava già William Govi, che stranamente, o saggiamente, non venne ad Assisi. Dove, dopo questa, ce ne fu una nel 2000 (vinta da Graziano Calvaresi in 2.22 e da Sara Ferrari in 2.48), poi più niente.
Quest’album dei ricordi ci porta nel nuovo anno, che secondo voci potrebbe vedere il ritorno della maratona sotto l’aureola di San Francesco.

Chi conosce Ermes Luppi (detto Lupo) da meno di un trentennio (come in questo suo arrivo alla maratona di New York nel 2008, pescato da Roberto Mandelli), non lo ricorda coi baffi: che riemergono invece da molte fotografie riprodotte nel suo ultimo libro, Cammino e penso. La corsa tra passato e futuro, una sorta di “intervista totale” a cura del suo amico libraio Giorgio Bettelli (Modena, Artestampa, dicembre 2019, pp. 164, 16 euro). Il libro viene in un certo senso a completare l’autobiografia Dentro e fuori dalle mie scarpe, scritta nel 2011 a due mani con Andrea Accorsi (che le aveva conferito una classe letteraria superiore al livello del libro attuale – aperto sia da una Introduzione sia da una Prefazione, senza che sia molto chiara la differenza tra l’una e l’altra - ma nella quale il Lupo 2011 confessava di non riconoscersi del tutto…).
Anche qui si ripercorrono, molto rapidamente, i primordi della carriera di Ermes, portiere di calcio, poi ciclista alle soglie del semiprofessionismo, infine podista in contemporanea agli inizi del podismo modenese, cioè con la Corrida di Gigliotti e Finelli del 1973; poi fatalmente attratto dalla Grande Mela (chi scrive ci andò per la prima volta in una trasferta organizzata da lui nel 1990), dove scoprì anche le strategie di marketing delle scarpe sportive. Perché nel frattempo l’operaio e rappresentante sindacale della Fiat Modena, Luppi Ermes, aveva profittato dei prepensionamenti agevolati e con la cifra della liquidazione aveva aperto nel 1984 il suo primo negozio, all’estrema periferia di Modena (anzi, fuori città, vicino alle decentrate carceri di Saliceta San Giuliano…), già con l’insegna del Lupo.
E questo nuovo metodo ‘americano’ di vendere ebbe successo, tanto che il negozio si avvicinò progressivamente al centro città ed è divenuto, oltre che il luogo più rinomato del suo settore, anche un “salotto” dove non solo ci si provano scarpe ma dove ci si confessa, si discute (più in dialetto che in buon italiano: di zeta ne circolano poche,  e insomma si resta nel dubbio se quel tal campione friulano si chiami Venanzio Ortiz come a p. 76 o Venansio Ortis come parrebbe da p. 159…), si rievoca, e per quanto si può si tenta di guardare avanti. Il Lupo-pensiero è esplicitato a pp. 27-31, tra pessimismo della ragione (nei riguardi di un movimento podistico modenese alquanto “adagiato”) e ottimismo della volontà, e viene arricchito nei capitoli seguenti da una miriade di interviste a personaggi noti e notissimi, che parlano di sé, della propria esperienza e delle prospettive, se ce ne sono.
Non può mancare, tra gli intervistati, il concittadino Lucio Gigliotti, cui è dedicato l’intero capitolo 5 (pp. 47-58) e altre pagine più oltre (100-103); seguono ex atleti di fama nazionale e altre celebrità locali, come Tonino Caponetto ed Elvino Gennari (che però ricorda male quando dice che suo fratello Pietro, alla prima Sgambada di Mirandola del 1972, arrivò “sicuramente tra gli ultimi”: in realtà si piazzò 32° su 850, come è detto in questo stesso libro a p. 35); allenatori, medici, dietisti, organizzatori delle corse, dalle maratone più antiche, come quella di Vigarano, oggi Ferrara, fino alle gare più moderne e fuori dagli schemi.
Tra questi ultimi, merita attenzione Sergio Bezzanti, inventore modenese delle corse 5.30, che hanno riempito un vuoto perché “ai giovani del vostro podismo non frega niente, ma proprio niente… i nuovi entrati nelle corse della domenica hanno un’età che supera i 30/40 anni… ci sono corse che riciclano senza vergogna gli stessi allestimenti da 30 anni, danno in regalo t-shirt e medaglie senza data per poterle riciclare negli anni successivi” (p. 134).
Tranne la prima frase, io commentatore non condivido nient’altro, e penso invece che le 5.30 non abbiano niente a che fare con lo sport, siano soprattutto un affare monetario per chi le promuove, e una scusa per marinare la scuola e fare casino per gli studenti: ma non posso non constatare il successo dell’iniziativa (per sentito dire, perché io alle 4 mi alzo per correre la TDS o la Dolomiti Extreme, non per fare il buffone coi selfie). Semmai metto questo fatto sullo stesso piano delle altre considerazioni sulla decadenza, non del solo podismo, ma della nostra civiltà, che emergono da tante frasi di Lupo o di Gigliotti (p. 48-50: “noi eravamo ruspanti e praticavamo un’attività di strada, di cortile, di marciapiede. Oggi quell’attività non c’è più. Questo è il gap che c’è tra noi e gli africani. In Africa i bambini fanno tanta attività; camminano, corrono, arrampicano”; mentre i nostri scolari “alle 17,30 chiedono ai genitori o ai nonni di giocare con lo smartphone o la playstation. In quella giornata il ragazzino non ha fatto nessuna attività motoria”.
Lupo si è dato “una calmata” come corridore; adesso “cammina e pensa”. Il suo pensiero finale, nella pagina conclusiva, è “che le scarpe di adesso siano peggiori di quelle di un tempo”, “durano poco e costano molto”. Ma (ultime parole famose) “se una soluzione esiste, da Lupo c’è”.

Rilanciamo volentieri una tabella diffusa dalla "Gang degli Atleti Disagiati", alias "Pro(secco) Athletic Team",  " specialisti nel raddrizzare con un sorriso una giornata storta". Vabbè, non stiamo compilando una dieta-punti e quindi non è specificato di quanti grammi sarà la fetta di panettone o quanti "cappelletti" (come li chiamano a Carpi o in Romagna, alias tortellini, anolini ecc.) dovranno essere contenuti nel piatto dei cenoni o pranzoni. Ma la morale è: più tonnellate di cibi ingurgitiamo, più tonnellate di km dovrem(m)o fare per smaltirli. Auguri per l'una e l'altra delle incombenze!

Lunedì, 23 Dicembre 2019 11:46

Mandelli fa MIAO: un milione di foto!

MIAOOO… Chi ricorda la targa di quando Milano raggiunse il milione di auto immatricolate? Qualcosa del genere bisognerà inventarla anche per Roberto Mandelli, che questa domenica, fotografando a Treviglio la seconda prova del Trofeo Monga (più o meno nelle stesse ore in cui l’Atalanta infliggeva una batosta memorabile ai cugini più titolati della capitale morale), e scaricando poi su Podisti.net quello che risulta essere il suo servizio n 1040 in 15 anni documentati di clic, arrivato alla foto n° 992 ha sentito una specie di miagolio…

https://foto.podisti.net/p30424356

Fatti i dovuti conteggi, si è accorto che questa foto (che per la cronaca ritrae l’avvenuto salto del fosso da parte di un suo conoscente nonché omonimo, Roberto Piazzi, dei Fò di pè) era la milionesima della sua carriera con la nostra testata!

L’evento merita davvero di essere celebrato, aggiungendo che al Mandelli (non chiamatelo solo Superclic, è molto di più!) sono occorsi un anno e venti giorni per fare e pubblicare le sue ultime centomila immagini (la novecentomillesima era stata raggiunta il 2 dicembre 2018 in occasione del 5° Eurotrail Città di Paderno Dugnano).

La cifra è tonda, ma un po’ come certe misurazioni delle gare, risulta probabilmente approssimata per difetto, nel senso che al milione di foto ufficialmente siglate da Roberto se ne aggiungono tante altre, rielaborazioni, fotomontaggi, invenzioni ‘a tecnica mista’ su materiali propri e altrui. Ma che volete: Mandelli non dimentica di essere stato un tornitore specializzato, professione che (dichiara inorgoglito) richiede maggiori competenze che quelle di fotografo, e soprattutto educa alla collaborazione e alla solidarietà con chiunque abbia bisogno.

Ma restiamo al numero di ‘capi firmati’, e andando molto indietro potremmo risalire alla maratona di Reggio Emilia del 2004 e ai 60 anni che allora festeggiò Gianni Morandi, documentati dal Nostro. E che la cifra sia destinata a salire di molto lo provano le insistenze con cui gli organizzatori di eventi reclamano le sue foto “ben tornite” (magari, anche grazie alla rituale scaletta – a volte anche una gru – che gli permette le celebri panoramiche): foto che da sole riescono a portare alle stelle il gradimento di una manifestazione.

Roberto accetta quasi sempre, salvo che non debba svolgere il suo dovere/piacere di nonno che non si perde una partita di pallavolo dei nipoti, e se del caso li porta anche in piscina, senza dimenticare qualche escursione al santuario mariano gestito dal fratello oppure (è capitato anche questo) una intervista estemporanea al Trap beccato in uscita dalla chiesa di Cusano Milanino.

Roberto Mandelli è questo e molto di più: per tornare sulle targhe milanesi, dopo il MIAO ci sarà il MIDO (mi do tutto a fotografare questa gara), poi il MIFO (mi fo in quattro per quest’altro servizio); e così via, finché lo sport avrà bisogno di gente appassionata e di un lavoro ben “tornito” come il suo.

Lunedì, 16 Dicembre 2019 23:40

Modena, Camminata del Quartiere Centro Storico

15 dicembre – La seconda delle 4 camminate di quartiere 2019 è l’unica che si svolge in città, mentre le altre sono confinate all’estrema periferia, o per essere esatti in frazioni di aperta campagna. Partenza, come ogni anno, in zona stazione ferroviaria, e primo tratto della gara (su una lunghezza massima prevista di 11,5 km) nel centro storico, coi passaggi felicemente documentati dalle foto di Teida presso l’ex Manifattura tabacchi, il Palazzo Ducale, le strade più prestigiose del centro, i viali attorno (un paio di km coincidono con quelli che si percorrevano nella defunta maratona d’Italia), poi il solito attraversamento dei Giardini Ducali dove le foto (206-215) non mancano di rilevare lo scempio urbanistico del mostruoso palazzone che fa ombra alla palazzina settecentesca dei giardini: Vittorio Sgarbi si chiedeva chi era stato quel criminale che aveva autorizzato la costruzione (che nelle cartoline ufficiali di Modena è cancellata). Si percorre in lungo e in largo il giardino, sede privilegiata di appostamento di Teida, dal vicolo dove un tempo stavano le gabbie dei leoni Ras e Lea (237), fino al boschetto dove la Desideratissima Dark Lady si lascia agganciare da due, diciamo così, tifosi (foto 325); il secondo dei quali si meriterà, al successivo parco XXII aprile, un promettente cheek-to-cheek (foto 588).
Il giro lungo procede verso nord-est della città, passando dalla chiesa di S. Caterina e ara dei piloti di Formula 1, che il grande “don Ruspa”, cappellano dei piloti (morto un anno fa) eresse abbattendo la vecchia chiesa cadente (il campanile rimasto è nella foto 359), e meritandosi una incriminazione per distruzione di patrimonio artistico (quell’incriminazione che nessuno aveva fatto al responsabile del palazzone di cui sopra): al che Enzo Ferrari gli promise che quando fosse andato in galera gli avrebbe portato il pranzo ogni giorno, naturalmente in Ferrari. La casa natale di Enzo è costeggiata sia nell’andata sia nel ritorno, col giro di boa posto nel quartiere di Torrenova (a un certo punto sembra di stare sotto le mura di Ferrara, ma è solo il terrapieno della tangenziale), e il lungo periplo del citato parco XXII aprile dove sorgeva la villa Pentetorri distrutta dai bombardamenti (foto 375).
È tempo di ripassare la ferrovia e tornare nel cortile dell’ex cinema Ferrovieri, a ritirare il mezzo kg gratuito di fusilli e, per chi vuole, acquistare il cioccolato solidale da Lolo della Ovunque. C’è anche Lupo col suo libro a più mani sulla storia del podismo modenese (ne riparleremo). Purtroppo non ci sono più due amici che questa storia hanno contribuito a farla: il “capostazione” Giulio Bavutti, che qui era di casa, e Silvano Mazzetti, quest’ultimo scomparso due settimane fa.
Nessuna competitività, ovviamente; partenze differenziate tra walkers alle 9 e runners alle 9,30 (ma parecchi runners o semirunners si intrufolano nella schiera di chi ha fretta, o semplicemente di chi se ne frega di orari e regole). Peraltro, il percorso è ottimamente sorvegliato e protetto dal traffico, dai volontari e dai vigili urbani: scambi di saluti tra questi e i loro colleghi che invece corrono con la squadra ufficiale del coordinamento Interforze; e come dice il ginecologo, io lavoro dove tu ti diverti.
Domenica 22 si replica con la terza di quartiere, a Marzaglia (cioè al confine con la provincia di Reggio), contrapposta alla San Donnino Ten dei Modena Runners, all’estremo opposto del comune: gara agonistica, dunque guardata con sospetto dal Coordinamento (“ben” 8 euro le iscrizioni, secondo tariffe regionali), ma che concluderà il trofeo Corriemilia e dunque attende partecipanti da tutta la regione, guidati, raccontati e fotografati da Stefano Morselli.

Si è appena insediata nel ruolo di delegata allo sport della sua università e già lancia la sua prima iniziativa: Isabella Morlini, non solo campionessa (già mondiale di ciaspole, per dirne una), ma anche PhD - Professor of Statistics - Member of the Robust Statistics Area Interdepartmental Research Centre come recita il suo ruolino ufficiale, comunica che:

“Grazie alla collaborazione tra  UNIMORE e La Fratellanza 1874 A.s.d., e UNIMORE e Atletica Reggio A.s.d nascono le prime  UNIMORE RUN (or WALK):
Venerdì 31 Gennaio 2020 ore 14:30, Viale Berengario, Modena
Domenica 15 Marzo 2020 ore 9:00, Piazza della Vittoria, Reggio Emilia.
Eventi in cui lo sport diventa aggregazione e spirito di appartenenza a UNIMORE. Eventi di condivisione, tra docenti, studenti, dipendenti e simpatizzanti UNIMORE delle stesse fatiche, dello stesso impegno e dello stesso traguardo da raggiungere. Eventi di inclusione perché rivolti a universitari e non universitari, sportivi e non sportivi, adulti e bambini, abili e diversamente abili. Eventi per promuovere uno stile di vita sano per tutti. In queste prime edizioni il costo di iscrizione (NdR: rispettivamente 10 e 8 euro) servirà a coprire le spese sostenute dalla società per l’organizzazione. L'obiettivo nei prossimi anni sarà quello di trovare sponsor e devolvere alla ricerca le spese di iscrizione.
Grazie al prezioso contributo di La Fratellanza 1874 e Atletica Reggio a.s.d. e ai nostri delegati alla disabilità, riusciremo ad offrire la partecipazione a persone diversamente abili, sicuri che lo sport sia un mezzo educativo di sviluppo di competenze e di rapporti sociali.
Le corse (o camminate) si svolgeranno all'interno delle gare su strada più importanti e partecipate a Modena (la Corrida) e Reggio Emilia (la 10 km).
Dietro la griglia di partenza dei competitivi, gli  UNIMORE runners partiranno da una griglia dedicata a loro, con la maglia tecnica UNIMORE e il pettorale dotato di chip per la rilevazione elettronica del tempo.
Come iscriversi? Semplicissimo: collegandosi al sito http://www.corridadisangeminiano.it/ e accedendo alla sezione dell’evento
Perché partecipare?

Per almeno tre buone ragioni:
1)     Per mettersi alla prova e sfidare se stessi in una corsa o camminata di 3 o 13 km
2)     Per raggiungere il proprio personal best sulla distanza e magari migliorarlo l'anno successivo
3)     Per vivere una giornata di sport assieme a grandi campioni di livello internazionale”.

Aggiungiamo, anzi ripetiamo, che l’arrivo della Corrida si svolge sotto le finestre dove la prof riceve e fa lezione: una ragione di più per… farsi vedere!

Lunedì, 02 Dicembre 2019 18:52

San Donnino (MO), 42^ Camminata di Quartiere

1° dicembre - Coll'ultimo mese dell'anno, Modena riprende tradizionalmente a riempire le domeniche lasciate libere dagli organizzatori (o qualche volta, a fare concorrenza a organizzatori ritenuti fuori zona o fuori legge) con le gare dette di quartiere, ridotte a quattro, più o meno sempre negli stessi posti, cioè il più fuori possibile dalla città per non disturbare il traffico.
Ce n’è solo una in centro storico, dalla stazione ferroviaria, che di solito apriva le danze ma stavolta, per non intralciare l’afflusso allo stadio (ah bè, si giocava alle 15 e una partita di basso livello, non è che fino all’una ci fosse tanta gente in giro…), si è invertito il turno con questa, che è venuta a collocarsi 7 giorni prima di un’altra camminata a due km di distanza e sullo stesso argine e strade di oggi (ah ri-bè, quella non è “di quartiere” anche se il giro è grossomodo lo stesso di quella di quartiere e di quella competitiva di aprile e di quella del festival dell’Unità ecc., sempre organizzati dalla stessa persona).
Sia pure: come gli uccellini prigionieri non conoscono altro cielo che quello della gabbia, anche per i podisti che rispettano religiosamente i dettami del Coordinamento, gare come questa (anzi, queste) di San Donnino-San Damaso  sono tra le più belle dell’anno e del mondo, contenti loro contenti tutti.
Naturalmente, i podisti più ‘evoluti’ o competitivi, gli assetati di agonismo (che, orfani di Torino o di Genova, si sono precipitati in massa alla maratona di Latina a raggranellare 'tacche'), o i partecipanti a campionati regionali (come, in zona, il Corriemilia), erano altrove: in compenso qui ci si davano di appuntamenti a Reggio domenica prossima, sia per l’indubbia comodità e simpatia della gara reggiana, sia perché i “senatori” sono come quegli uccellini di cui sopra, e fin che saranno abili e arruolati, ogni dicembre andranno sempre e solo là, e guai a parlargli di gare esotiche ma anche solo di Sanremo…
Peraltro, maratoneti giramondo c’erano anche qua: il carpigiano-newyorkese Werther Torricelli, il Colombini Lord of New Castle e di tutte le Majors (foto 248), la desideratissima signora in nero della foto 262, già vincitrice di una maratona di Ragusa (concupita, insieme alla sua bella compagna, dal signore che le tallona anfanando). Solitario correva Rambo, già gemello-indiano di Mastrolia (323), ed erano ormai per lui irraggiungibili le bellezze delle foto 145 e 194 (questa, seguita ad una decina di metri da uno che sembra Lorenzini e ostenta di non puntarla). Altri tempi, quando la criniera atirava le femine como el miele le mosche (così gli storici su papa Alessandro VI, e i cronisti di quartiere sui podisti-apaches).
Ciò posto, le corse di quartiere modenesi presentano indubbi vantaggi: iscrizione gratuita, e nonostante questo, premio di partecipazione (oggi 500 g di pasta), ristoro in gara e al traguardo, controllo dei vigili nei rari attraversamenti stradali, un po’ di animazione (oggi echeggiava la musica anni Sessanta, “The house of rising sun” – che sia la villa ritratta da Teida nelle prime e nelle ultime foto? -, “Ma che colpa abbiamo noi” ecc.); partenza legalmente differenziata per i camminatori – mezz’ora prima dei corridori -, dunque nessuna croce addosso a chi appare nelle foto dalla 21 in poi, 51 in poi; salvo che la campionessa della foto 60 sembra partita prima, eppure corre!
Il mio premio speciale va però alla signora della foto 167, al secolo Roberta Mantovi, podista non delle più scarse né delle più antipatiche: la prima della serie, e tra i pochissimi, a spillarsi il pettorale.
Il percorso, si diceva (stilizzato nella foto 6), è calpestato all’incirca una decina di volte l’anno, anche in notturna; la relativa novità di questa edizione è che lo si fa in senso orario e dunque sul fiume ci si sale solo dopo aver passato lo stradello Bonaghino (che a me fa sempre venire in mente la Parietti), al km 4,5: vedete la bella foto che Mandelli mi ha suggerito di scegliere per la copertina, insieme alle tante altre che seguono nell’album.
Quattro km sull’argine, risalendo il fiume fin quasi all’autostrada, poi discendendo per uno stradello campestre oggi un po’ scivoloso, dove qualche anno fa, in una notturna estiva, assistetti a un podista-gabbiano che tentò di conquistare la sua vicina offrendole il tè del ristoro, ma nel curvare si sbilanciò bagnando la maglietta della bella, che lo ripagò con due urlacci e un presumibile addio alle speranze del dopogara.

Lunghezza del giro più ampio, 10,600 km, che sommati ai 10,500 dell’altra non competitiva del sabato (a pochi km da qui, presso il negozio Run & Fun del campioncino Mohammed Moro), consentono una buona preparazione senza stress, cominciando pure l’operazione di smaltimento dei pranzoni o cenoni di fine annata che le società imbandiscono in questo periodo. Il pranzo, di lì a un paio d'ore, riuscirà particolarmente succulento per i podisti della Sassolese, riuniti in occasione che la propria squadra cittadina dà un dispiacere allo squadrone dal cui campo si esce sempre a mani vuote e - obbligatoriamente - con un rigore a carico. Che questa volta non è bastato.

Lunedì, 25 Novembre 2019 11:18

Cittanova (MO), 27^ Corri Cittanova

24 novembre – Dopo svariati anni di ‘dorato’ esilio in zona Coop, la camminata di Cittanova torna a Cittanova, ossia a sud della via Emilia, dietro la chiesa che nel profondo Medio Evo costituì il nucleo della ‘nuova città' di Modena, dopo le invasioni barbariche e l’abbandono dello storico centro romano. Chiesa che, in tempi molto più recenti, fu sportivamente rivitalizzata da Mauro Zavatta, che da qui faceva partire i suoi pullman della speranza, a notte fonda per risparmiare il pernottamento in hotel, verso maratone più o meno note, da Budapest a Plitvice, da Buhlertal a Fermignano (sic); e a riscuotere le quote in pullman delegava William Govi.
Infatti, il nome e l’immagine di Zavatta (vedi le foto 3 e 4 di Teida Seghedoni, 17-18 di Domenico Petti) sopravvivono nel sottotitolo “7° Memorial Mauro Zavatta”, appiccicato al nome generale della gara, sebbene non sia chiaro che differenza ci sia tra la “Camminata podistica non competitiva di km 16” e il Memorial Zavatta, “percorso di km 16” ugualmente non competitivo. Diciamo che è un residuo copia-incolla dai tempi in cui a Cittanova la gara era anche competitiva, a volte con soluzioni bizzarre come quella specie di challenge in cui i meglio classificati si sfidavano in una seconda gara, la stessa mattina.
Adesso, l’unica gara competitiva era quella, benemerita, riservata alle categorie giovanili, tra i 7 e i 14 anni, che hanno preso il via poco dopo le bande degli anziani non competitivi (s’intende, quella metà che aveva pazientato nel fango fino alle 9 di mattina, e vediamo nelle foto 60-61 di Petti, 23 e seguenti di Nerino Carri), eccettuati dunque gli anticipatori largamente documentati nelle foto di Teida dalla 36 alla 167. Alla santa innocenza dei bambini (iscritti gratuitamente e premiati riccamente, gelato compreso), e ai meriti di Cittanova e Uisp Modena sono dedicate invece le foto di Nerino 101-160.
Per gli ‘adulti’, diciamo così, i percorsi medio di 9,6 e lungo di 16 (in realtà 15,6) erano ricavati in una delle zone più battute dal podismo modenese in odor di reggianità, tra Cittanova, Cognento, Baggiovara, Marzaglia e quasi Magreta, con l’inevitabile passaggio dalla tenuta Hombre dei Panini, sempre sensibili allo sport modenese. Gara dichiarata, in parecchie pagine del libretto-volantino, non competitiva, oppure anche “a carattere ricreativo ludico-motoria”, con iscrizione per tutti a 2 euro (in cambio di un cartoccio di ciccioli o pancetta) ma in cui si è comunque stilato un ordine d’arrivo con chiamata sul palco dei primi/prime cinque: la foto di Petti n. 667 mostra il glorioso Lupo che premia.
Lo so che i puristi, le vestali, i legulei ecc. (quelli che a suo tempo intonarono epinici sui record di Andrei o di Evangelisti, tornato alla ribalta in queste ore per una intervista alla stampa nazionale) troveranno da ridire sul fatto che in una non competitiva si osi affermare che qualcuno è arrivato prima di qualcun altro; per me invece è un semplice ritorno al podismo eroico dei primi tempi, quando ci si trovava in qualche centinaio di praticanti, si riceveva un pettorale non nominativo, e alla fine c’era chi arrivava primo e veniva chiamato dallo speaker e magari vinceva tre cartocci di salume anziché uno; e i Massimo Bedini (ora nella foto 595 di Teida e 423 di Nerino), o la mamma che corre coi gemelli (Teida foto 356 ss., 727 ss.; Nerino 585 invece mostra il paparino) stavano sotto e partecipavano alla festa applaudendo. Ah sì, ma come la mettiamo con la tutela sanitaria e se ci scappa il morto…? Ah bè, ma aspettiamo un leguleio e un medico a spiegarci se il mio cuore fatica di più, sullo stesso percorso, quando so che sul traguardo c’è Brighenti oppure Lupo, Morselli col cronometro oppure Roncarati con la sveglia al collo.
E nel frattempo diamo il dovuto onore ai (chiamiamoli così) più lesti del percorso lungo: tra le donne 1^ Patrizia Martinelli (una signora dall’età sinodale, ma tuttora apprezzatissima sia come podista sia come signora), 2^ Nicoletta Venturelli, 3^ Anna Balboni; tra gli uomini 1° Fabio Poggi (abituale frequentatore dei podii modenesi), 2° Andrea Spadoni, 3° Miller Artioli (li si cominciano a vedere in azione dalla foto 168 di Teida).
Quasi 1800 gli iscritti, che hanno beneficiato dell’apporto, sia pur contenuto, dei reggiani il cui calendario oggi andava in bianco. Il citato libretto di gara recava scritto in due pagine diverse, che vedete alle foto 3 e 5 di Teida: “Partire tutti assieme è più bello… chi parte anticipatamente non è coperto da nessuna assicurazione” ecc. ecc. Beh, come diceva lo speaker Lupo alle 9 meno 5, “qualcuno è già andato via”.

17 novembre - “Vi vogliamo bene…”: lo speaker Roberto Brighenti (annunciato fin sul volantino, come valore aggiunto alla gara) recupera dal repertorio la frase che aveva già usato un paio d’anni fa nella vicina Vezzano, all’atto di comunicare l’annullamento per bufera della mitica ascensione a Canossa; ma questa volta, fortunatamente, si tratta solo di correggere in extremis il tracciato, perché una frana caduta nella notte proprio in vicinanza alle Tre Croci impedirebbe il transito ai mezzi di soccorso, nel caso che questi servissero.
E allora (gli organizzatori dicono “in 6 minuti”) è scattata la decisione di usare il tracciato classico fino al km 12.7, a quota 334, dove si trova il secondo ristoro (lasciando dunque il tratto più duro di salita, ai km 10-12, provenendo dai 90 metri di Scandiano); poi far girare i tacchi scendendo giù per la stessa strada fatta in salita, fin verso il traguardo, per una lunghezza (diceva ancora Brighenti) suppergiù identica a quella dichiarata di 23,750 con 450 metri di dislivello.
Non sarà esattamente così, ma intanto bisogna dare atto ai bravi scandianesi (padri, come non mi stanco di ripetere, della maratona di Reggio e di altre iniziative podistiche tra le migliori in regione) di avere rimediato real time ai capricci della natura, e soprattutto di aver trovato piena collaborazione nelle forze dell’ordine per il presidio in extremis delle strade che invece avrebbero dovuto essere liberate.
C’è solo un paio di “ma”: alla fine della discesa, quando ormai lo stadio della partenza-arrivo stava a meno di un km, fuori della località dal curioso nome di “Lambrusco”, i podisti della super-maratonina sono stati deviati a sinistra sul tracciato del giro “medio” non competitivo di 8,5 km, risalendo un po’ di collina fino a ricongiungersi col giro originale (cioè con la discesa dalle Tre Croci) quando questi segnava km 21 e invece i Gps viaggiavano già verso i 24. Sicuramente la deviazione ha fatto recuperare un po’ dell’altimetria perduta (peraltro arrivata grossomodo a 350 metri in su e in giù), ma ha portato il giro a una super-super-maratonina di 26 km. Qualcuno che, nelle retrovie, era in semiagonia si sarà chiesto: ma perché non ci hanno rimandato direttamente allo stadio, per lo stesso sottopasso e piste ciclopedonali percorse nell’andata? La risposta è, che stava nei patti col comune che quel tratto di strada doveva essere sgombro al più presto possibile (bè, in realtà qualche auto che sorpassava i podisti l’abbiamo vista dal giro di boa fino al fondo). La contro-obiezione sarebbe: ma allora non si poteva anticipare l’avantindré di un paio di km, ad esempio nel piazzale della chiesa di Cadiroggio, evitando anche le incavolature degli automobilisti che erano bloccati all’incrocio? (ho sentito un guidatore, uscito dall’auto, dire a un altro: adesso li metto sotto, non c’è problema!). La probabile controrisposta è che era troppo macchinoso spostare il ristoro.
La contro-controrisposta pratica l’ha data il mio amico Paolino con qualche compagnone suo (non competitivi!), che giunto al giro di boa ha proseguito diritto lungo il percorso storico, ha oltrepassato la frana, ha rivisto le Tre Croci di cui tutti abbiamo nostalgia (specialmente da quando hanno abolito la cronoscalata), giungendo al traguardo esattamente col chilometraggio che aveva programmato di fare.
Un diverso tipo di accorciamento l’ha fatto un vecchio campione e amico mio, che infortunatosi e non sopportando, nella discesa finale, la compagnia assidua dell’ambulanza-scopa, all’uscita da “Lambrusco” ha tirato dritto per il sottopasso che vi dicevo, arrivando al traguardo un quarto d’ora prima dei compagni di viaggio.
Qualche altro, suppongo, ha ‘avvicinato’ il giro di boa come avrei suggerito io: appunto sotto Cadiroggio, chi saliva al suo km 8-9 vedeva già discendere gente del suo calibro, addirittura davanti ai primi competitivi: e se chiedeva “ma a che ora siete partiti?”, si sentiva regolarmente rispondere “all’ora giusta!”. Contenti tutti, non starò io a seminare zizzania; ma quanto all’ “ora giusta”, basta guardare la prima serie delle foto di Teida per accorgersi che i primi “regolari” dopo il via appaiono dalla foto 143; davanti, c’è anche chi sventola il segno churchilliano di vittoria (su chi? sui regolari).
Purtroppo il maltempo della nottata e delle prime ore del mattino (ma quasi niente sulla corsa) ha molto ridotto la partecipazione, specialmente dei modenesi, che avevano sempre eletto la “S. Caterina” a una delle gare preferite, sebbene il Coordinamento imponesse la trasferta a Mirandola: dubito che là ci siano andati in tanti, oggi,  ma sta di fatto che le due società più numerose a Scandiano (la Cittanova di Modena e la Guglia di Sassuolo) hanno raggranellato rispettivamente 49 e 43 partecipanti, la metà – o meno – di quanto riescono ordinariamente a fare.
E se questo ha influito soprattutto sul numero dei non competitivi, va detto che un risultato-mini si è avuto anche tra i competitivi, gente che non si lascia certo condizionare da quattro gocce, e che però hanno fatto mancare all’appello un buon 30% di chi aveva partecipato nel 2018: quest’anno la 26 km è stata conclusa da 233 persone (di cui 38 donne), contro le 350 complessive dell’anno scorso. Defezioni un po’ a tutti i livelli, cominciando da chi l’anno passato era salito sul podio (Bianchi e la Ricci, per esempio), ma anche del fedelissimo Giuseppe Cuoghi (invece Cecilia Gandolfi c’era ed è andata forte, quasi quasi come il figlio Gianluca Spina…; e c’era anche Du Bien Sen, al rientro). Possibili ‘distrazioni’ erano la vicina maratona di Verona, la 50 K di Salsomaggiore e il campionato regionale di campestre nel bolognese.
La vittoria assoluta è stata affare dei soliti nomi che emergono nelle corse reggiane: se dalla foto del km 2 alla Rocca Boiardo vediamo che era sgusciato in testa Andrea Bergianti, dalla seconda serie di foto-Seghedoni si vede che sulle rampe è venuto fuori Yassine El Fathaoui, seguito già a una certa distanza da Bergianti (quinto nel 2018), poi da De Francesco già notevolmente più indietro. I tre si classificheranno nell’ordine: 1.31:37 per il vincitore, con due minuti su Bergianti, 4 su De Francesco (vedete i tre arrivi nelle foto 450-1-2 di Nerino Carri). Confrontando i tempi dell’anno scorso, Bergianti ha impiegato quasi 5 minuti più di sé stesso del 2018; El Fathaoui 7 minuti più di Pigoni vincitore uscente (oggi assente): ovviamente la ‘colpa’ risale all’allungamento del tracciato, e magari a qualcuna delle tante pozzangherone, o piuttosto laghetti, per strada.
Tra le donne, vittoria della frassinorese Manuela Marcolini (che vedete in azione alle foto 70-73 del secondo gruppo di Teida, e al traguardo nelle foto 549-552 di Petti), in quasi 1.53, solo 19 secondi meglio di Bethany Thompson (terza l’anno scorso), e due minuti sulla terza, Elena Neri che aveva vinto nel 2018 (impiegando 13 minuti in meno!). Il trio del cosiddetto podio è insieme nella foto 560 di Petti, e sgranato a pochi metri dall’arrivo nelle foto 471, 473 e 477 di Nerino.
Insomma, una classica che ha saputo essere più forte delle avversità; non di chi, aperte le finestre sulle piogge del mattino, ha deciso di tornare a letto.

Sabato, 16 Novembre 2019 23:56

Modena, 1° Corripollicino

16 novembre – Col nome Pollicino a Modena sono state ribattezzate la struttura pediatrica del Policlinico e una Onlus che si occupa del “progresso della neonatologia”; per far conoscere l’una e l’altra, ed eventualmente per raccogliere un po’ di fondi, niente di meglio che organizzare una corsa podistica, sul tracciato più noto della città: con la partenza all’ex ippodromo (sciaguratamente rinominato Novi Sad), teatro di almeno una quindicina di gare all’anno, due giri della vecchia pista in modo da completare il percorso più corto di 2 km (ma parecchi ne hanno fatto uno solo), e poi uscita in stile Corrida verso la via Emilia centro, che si percorre tutta fino a largo Garibaldi, cioè fino a vialoni di circonvallazione, che si percorrono per l’intero semicerchio sud fino al palazzo dei musei: da qui, chi ne ha abbastanza di 5 km può dirigersi di nuovo all’ippodromo, e gli altri voltano a sinistra per il solito itinerario: via Emilia ovest fino all’ex autodromo (ora parco Ferrari), dove questa volta si entra anziché restarne fuori come in altre corse. Qui, in accordo con la fiaba di Pollicino dove il bimbo e i suoi fratelli si perdono nel bosco, le segnalazioni e gli addetti (già alquanto carenti o distratti, prima) spariscono del tutto, e ognuno si ritaglia l’itinerario che meglio crede. Poi si riesce sulla via Emilia ripercorrendola in senso inverso e arrivando infine al traguardo, allo stesso modo della Corrimutina non competitiva di due settimane fa.
A occhio e croce, i partenti all’ora giusta (le 15 e qualche minuto) saranno trecento, ma molti se ne sono già andati in perfetto stile modenese, come documentano le foto di Teida dove i primi partenti regolari appaiono forse dalla numero 54. Nemmeno stavolta posso accusare nessuno di non indossare il pettorale, perché questo aveva dimensioni da francobollo e per inquadrarlo ci vorrebbe almeno un teleobiettivo da 200 mm; ma sarei molto stupito se il solito personaggio delle foto 59/60, refrattario agli acquisti e alle partenze in orario, l’avesse perlomeno in tasca. Va detto che di fronte ai soliti 2 euro di iscrizione, il premio minimo era un barattolo di verdure sott’olio o una confezione di  'crescente' particolare. E davano persino una medaglia similoro, consuetudine che risale ai tempi delle gare di 40 anni fa ma ormai è soppressa in tutte le non competitive.
Chi ha fatto un’offerta più consistente si riconosceva comunque dalla maglietta bianca con scritta (ad esempio foto 301-303, e i bimbi delle 313-315, 382-85, che hanno portato entusiasmo e allegria ed erano tanto simpatici con le magliette che gli arrivavano ai piedi).
Per gli adulti, a parte quelli che vengono a correre solo per correre (come Gelo Giaroli e la Cecilia, foto 82, Cuoghi con la barba da patriarca della 199, Bedini della 222-223, Paolino Malavasi delle 218-220), è andata in scena la solita caccia alla bella figliola da ‘accompagnare’, volente o nolente, per tutti i 9 km: d’altra parte, come resistere alle rotondità delle foto 131 o 322, o al celeste sorriso della dark lady 330? C’è anzi da stupirsi che la notevole presenza della foto 283 sia stata lasciata in pace fino al traguardo.
Stante l’inesistenza di corse reggiane o bolognesi, si è notata la partecipazione di  alcuni colleghi delle province limitrofe. Viva chi ha il coraggio di riempire anche i sabati grigi di pieno autunno, dove non c’è neanche un prete per chiacchierar; ma viva soprattutto la neonatologia, e ancor di più la realizzazione di neonati, di cui la nostra morente Europa avrebbe tanto bisogno.

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