Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

11 agosto – Di questa maratona mi parlavano, molto bene, le buonanime di Beppe Togni e William Govi, che la frequentavano abitualmente nel secolo scorso; nella loro scia, qualche decina di italiani, quelli che non smettono di maratoneggiare nemmeno in  agosto, erano stati in questa incantevole zona della Nord-Renania-Westfalia (sul confine col Belgio e l’Olanda, zona Liegi-Maastricht, a 30 km dalla stupenda Aquisgrana e 80 da Bonn: vedere rispettivamente foto 2-17 e 50-57), dove il paese che dà il nome alla gara è un gioiello da visitare assolutamente (vedi foto 27-28; il nome è una corruzione dal francese, “Monte della Gioia”) e magari mangiarci nella piazza principale, che i vari ristoratori si sono spartiti sistemando i loro gruppi di sedie senza barriere tra l’uno e l’altro, riconoscibili solo dal colore diverso per ciascun ristorante.

Ma il centro maratona è a Konzen (questo nome viene dal latino “compendium”, come spiega la targa nella foto 20), capoluogo della zona nel Medioevo, oggi sulla statale da Aquisgrana a Treviri, ricchissima di reperti romani e di abbazie benedettine, e soprattutto zona centrale dell’impero fondato da Carlo Magno che ad Aquisgrana è sepolto in una delle chiese più favolose del mondo, con annesso un reliquiario dove si va giù pesante, mica le brustoline di santi sconosciuti: san Pietro, san Paolo, san Giovanni Battista, i vestiti della Madonna, la frusta con cui fu frustato Gesù e il perizoma che indossò in croce… Saranno autentiche? Più o meno come certe maratone (auto)attribuite a certi podisti.

La maratona ha già un’età veneranda e continua a piacere: secondo le classifiche tedesche di gradimento, è la seconda assoluta tra le eco-maratone, dopo il grandioso Rennsteig di Eisenach (che in effetti le somiglia molto, come le somiglia l’Hornigsrinde di Bühlertal) e davanti ad altre gare bellissime come la Tre Nazioni di Lindau e la Oberelbe di Dresda; tredicesima tra tutte le 42. Dal 2017 ha aggiunto alla sua offerta una 56 km, che parte due ore prima, sconfina nel Belgio per i primi 14 km, poi ripassa da Konzen dove gli ultramaratoneti (foto 30-33) si uniscono alla spicciolata a noi che ne facciamo “solo” 42, con 780 metri ufficiali di dislivello, circa due terzi su sterrato.

Sono stati in 195 a concludere l’Ultramaratona: ha vinto l’ M 45 André Collet (plurivincitore in passato nella 42 km) in 3.42:35, un buon quarto d’ora davanti al belga Leo Smets di Herenthals (chi ricorda Rik van Looy?). Tra le donne, ha prevalso la campionessa locale Hendrike Hatzmann, una W 35 che ha corso in 4.51, dieci minuti meglio della seconda Mara Lückert.

Per tutti i classificati c’è anche il tempo al passaggio della maratona, casomai anche qui qualcuno abbia delle statistiche da aggiornare. Per dare un esempio, Collet ha 2.49:55, che gli avrebbe permesso di vincere anche la maratona dato che il vincitore ufficiale (su 389 finisher di cui 82 donne), Markus Mey, altro locale di Konzen, ha segnato 2.53:04, tre minuti e mezzo davanti al secondo Manuel Skopnik.

Prima donna in maratona, e sesta assoluta,  è Tanja Schmitt (W30) in 3:07:22 (questa volta, il suo tempo non è insidiato dalla vincitrice dei 56 km); seconda  Andrea Pfister (ricordarsi che Andrea è nome di donna!), W 35, dodicesima assoluta in 3.12, quasi allo sprint su Nora Schmitz di cui sottolineo la categoria, W 20 (quante ventenni vediamo correre maratone in Italia?).

Ben pochi gli italiani: sarà una oriunda Sylvia Traini che ha finito la 56 in 7.05; per la 42, leggo in classifica un Tommaso Papa, M 60 salentino, che ha chiuso in 4.29, mentre arrivando al traguardo ho incontrato (foto 39 messa anche in copertina) il vecchio amico, modenese  della Bassa, Claudio Campi, M 55 gloriosamente tesserato per il Passo Capponi, e che sta girando in camper per le più belle maratone tedesche: pensate che nel 2007 corremmo insieme la maratona del Capodanno a Zurigo, e poi la UTMB. E siamo ancora qua, sebbene Claudio faccia in tempo a docciarsi prima del mio arrivo…

Sorpresa finale, in zona pasta party spunta “Ronaldinho” (foto 44) alias Haroldinho Abauna già visto nell’ultimo anno a Castelfusano e alla gran Canaria, che qui ha partecipato al “Genuss Marathon”, la “maratona del gusto” (per gli anglofili: Run-Fun), insomma la 42 non competitiva, con un tempo massimo esteso a 8 ore e mezzo, cui hanno preso parte 213 sportivi, regolarmente classificati secondo l’ordine d’arrivo anziché l’anonimo ordine alfabetico che pretendono da noi.

L’ “offerta formativa” di Monschau era completata, oltre che dalle gare per bambini svolte il sabato, da tre tipi di maratona a staffetta (a 2, a 3 e a 4 componenti), cui hanno partecipato in totale 400 corridori, con particolare predilezione per la staffetta a 4 conclusa da 67 squadre.

Completando le statistiche con l’info che l’iscrizione alla maratona costa dai 31 ai 39 euro, alla ultra dai 36 ai 44 a seconda del periodo (con un aumento di 6 euro solo l’ultima settimana), devo insistere sulla bellezza assoluta di questa gara, una delle più affascinanti che abbia mai corso: non mi era mai successo, in trent’anni di maratone, che i segnali chilometrici arrivassero prima di quando li aspettassi. Inutile negare che normalmente ‘non vedo l’ora’ che si materializzi il fatidico paletto: “se Dio vuole, siamo già al 25”, oppure “ma quando arriva sto maledetto 26?”. Qui, la sensazione ad ogni km era “ma siamo già qua?”. Beninteso, siamo in Germania e non ti regalano i km come a *** (spesso nelle maratone italiche di serie B il primo km è di 900 metri): ogni paletto era annunciato dal bip del mio Gps, che infatti al termine segna 42,220 (a essere pignoli, i paletti fra il 30 e il 40 erano spostati un po’ in avanti, poi il 41 leggermente più corto ha sistemato le cose). E vi giuro che alla fine mi è dispiaciuto essere arrivato.

Giro quasi totalmente in natura, fondo sterrato o ghiaiato (ma liscio), con ciottoli nell’attraversamento di Monschau (km 4-5) e qualche km di asfalto nelle salite più lunghe, fra il 33 e il 38. Incantevole il bosco dopo Monschau, tra il 5 e il 18 nella parte a bacìo; mentre quando dopo il km 20 si traversa la statale andando nella zona a solatìo, i boschi si alternano a vaste aree coltivate (ci sono anche mulini dedicati alla segale e alla senape), e soprattutto popolate da vacche al pascolo, con un bel venticello fresco che agita le numerose pale eoliche.

Ristori troppo frequenti: la carta ufficiale ne segnala 11, alcuni solo liquidi (acqua, sali, tè, cola, a volte birra e in un caso vino), altri con frutta, barrette energetiche e altri cibi solidi. Specie nella seconda metà, ne ho saltato qualcuno (la temperatura gradevole sui 20 gradi e il vento non facevano sudare troppo): ma come facevo a dire no, verso il km 30, a un banchetto gestito da una bambina piccolissima e dal papà? Un km prima avevo già bevuto a un ristoro ufficiale, qui ho detto prima un “Nein danke”, ma poi ho visto sul tavolo anche quei gommini colorati a forma di pupazzetto o animaletto e ne ho presi due: la bimbetta ha fatto un grido di gioia e ha battuto le mani, a me si sono inumiditi gli occhi. Peccato dover proseguire.

Tanti bambini (tra i 400 volontari totali) anche al traguardo, coll’incarico di dare le medaglie (foto 40-43), di 8-10 anni max, pienamente responsabilizzati, senza adulti a controllare; e due bambini, appena più grandicelli, anche al computer per la consegna istantanea del diploma (funziona ancora benissimo il mio championchip a farfallina, comprato a Ratisbona nel 1997, e che quasi tutti i tedeschi possiedono).

Palestra a disposizione come spogliatoio e deposito borse autogestito (foto 34-35), con abbondanza di toilettes e di docce sia mobili sia in muratura; ristoro finale un po’ scarsino, e tutti ci accomodiamo nel tendone o nelle tante sedie all’aperto (foto 18, 23, 45) a mangiare typish deutsch, bratkartoffeln, fritten, würtschen, landbrot und so weiter annaffiati dalla birra locale Bitburg (con 10 euro ce la caviamo).

Una volta nutriti, ripuliti e riposati, resta l’agio di visitare i dintorni con la nuovissima e superaccessoriata Polo presa a noleggio (60 euro per 3 giorni, 19 litri di benzina per 380 km): dal monastero di San Cornelio (foto 1) al castello e parco di Brühl (una specie di Venaria Reale: foto 46-49), dall’ordinatissima Bonn dove nacque Beethoven e si formò Pirandello (foto 51-52) al corso del Reno, suggestivo nella zona dei “Sette Monti” e nella “Fortezza del Drago” dove Wagner ha ambientato la saga dei Nibelunghi e dove si arriva attraversando il fiume col traghetto: lì dove Sigfrido uccise il drago, anche nella foschia si spazia su Colonia e Bonn.

Avevano ragione Togni e Govi, questa è una gara da fare: peccato che… la Germania ne offra tante, quasi tutte di alto livello, e per quanto io ne abbia corse decine (sette delle prime dieci in classifica, ad esempio), devo e dovrò fare scelte dolorose.

PPPP (Postilla Personale un Poco Polemica). Questa di Monschau è stata la mia trecentesima maratona (lasciando perdere la cinquantina di ultramaratone): la ricorrenza non era programmata, anzi sarebbe dovuta avvenire sei settimane fa in una maratona in val d’Aosta. Ma lì mi sono imbattuto in un giudice Fidal e gestore di chip che, a quanto pare senza autorizzazione federale, è venuto a ‘giudicare’ una maratona non riconosciuta dalla Fidal (come se Renzi andasse ad arbitrare il congresso di Forza Italia senza dirlo a Zingaretti), e notando che dei 6 rilevamenti chip me ne mancava uno (in realtà ne avevo 6, ma uno era sbagliato…),  mi ha depennato dall’ordine d’arrivo, salvando tuttavia altri personaggi con lo stesso deficit di un tappetino, ma più ‘organici’. Per fortuna che la Germania c’è.

La classifica della 56 km

http://podisti.net/index.php/classifiche/11267-monshau-ultra-marathon.html

La partenza alle 8 di mattina (Comitato Organizzatore, da YouTube)

https://www.youtube.com/watch?v=_gSQLBkb-0g

2 agosto – Soppressa la corsa dell’ Unità di Casalgrande (ma anche a Reggio capoluogo non stanno benissimo...), e lasciata la staffetta “per non dimenticare” ai circa 14 partecipanti documentati dalle foto, ci dirigiamo (con la massima attenzione agli autovelox disseminati perfino su una strada rettilinea senza abitazioni, ma dotata del limite dei 50) verso San Rocco, tre case, una scuola probabilmente dismessa, una chiesa, quasi alla foce del Crostolo in Po: zona d’influenza di Morselli, che infatti prima di partire per l’Egitto viene a condurre le danze, col corredo dei fotografi Nerino e Domenico.

I meteo-astrologi annunciano, anche tre ore prima dell’evento, pioggia o temporali fino alle ore 20, e infatti... alle 19,30 – ora della partenza – uno splendido sole al tramonto si appresta a cedere il trono celeste alla sottilissima falce della luna nuova. Qualche goccia è sicuramente caduta, come appare dalla foto 8 di Petti (evidentemente arrivato molto presto), poi dal pantano entrando nel parcheggio; ma adesso si sta divinamente, una temperatura che non dispiacerebbe tutto l’anno. Le cifre ufficiali contano circa 300 iscritti, l’impressione tuttavia alla partenza è di qualche partecipante in meno rispetto al 2018, quando corremmo con 32 gradi: direi che manchino soprattutto i modenesi, e infatti la tenda di Peppino Valentini del Cittanova è meno affollata del solito (però alla fine vincerà la classifica dei gruppi, con 42 iscritti, dopo i padroni di casa del Novellara che ne hanno 56 ma sportivamente si fanno da parte).
È però vero che a venti minuti dal via ufficiale già diversi pedoni o similcorridori punteggiano le stradine designate per la gara e già fornite di sbandieratori/ristoratori (che invece a mio parere dovrebbero farsi vivi solo dopo la partenza legale). Vedremo cosa succederà il giorno che un 'anticipatore' sarà messo sotto da un'auto in orario extra-corsa.

Giro identico all’anno scorso, 11 km esatti (vedi foto Petti 13 e 38) con quasi 3 di argine del Crostolo, che sull’orizzonte si apre a Cimone, Cusna e Succiso, mentre in zona lascia vedere i campanili dei paeselli vicini, da Santa Vittoria (dove una volta si facevano i carrelli-appendice e una 21 competitiva) e San Bernardino, dove nemmeno Gelo Giaroli e la ragioniera-prof. M. Pia Verzellesi ricordano una gara pomeridiana (a meno che non partisse da Bagnolo). Non si fanno più nemmeno il retrorunning di Poviglio e la corsa annessa alla sagra del pesce di Meletole, il cui organizzatore è qui a correre e tre settimane fa era a punzonarci al lago Calamone prima della salita al Ventasso.

Confermati i ben quattro ristori  più quello finale, dove un addetto con tagli netti e sapienti da macellaio antico affetta cocomere allo stadio perfetto di maturazione (foto Petti 105), mentre a fianco si consegna un nutrito e nutriente sacchetto-gara (foto 106, 107, 111) di fronte ai consueti 2 euro di iscrizione (che danno diritto anche a uno sconto equivalente nella cena che segue). Veramente il pettorale ha le dimensioni di una mezza scheda telefonica, e anche indossandolo non appare granché visibile: un amico podista, ben sapendo delle mie idee rigoriste, viene quasi a giustificarsi di non averlo in mostra: lo assolvo, ammettendo che domenica scorsa il sottoscritto, insistendo a portare un pettorale di carta sotto la pioggia, se l’è trovato spappolato dopo 3 km e ha dovuto conservarne qualche frammento negli slip per dimostrare di non essere un mortodifame.

Corsa, ripeto, piacevole, tranne i km 8-10 su una stradaccia ghiaiata e poco panoramica. Tornati sull’asfalto, Gelo impartisce l’ordine di accelerare, cosicché dai 6:04 del penultimo km risaliamo in rapida progressione ai 5:40, poi 5:20, tagliando infine il traguardo ai 4:50 sotto gli scatti increduli e diagonali di Nerino, mentre Morselli sta già procedendo alle premiazioni (foto 251-270).
Siamo gli ultimi miracolati di San Rocco di Montpellier, compatrono di Venezia, un ultratrailer prodigioso che percorse a piedi la strada da Montpellier a Roma e ritorno, facendo parecchie soste per curare e guarire gli appestati, e ormai prossimo al traguardo fu scambiato per una spia (o un dopatore?) e messo in carcere, dove morì verso il 1379. Dio ci scampi dall’ultima parte della sua ultramaratona, e soprattutto scampi Morselli in viaggio intercontinentale! Per fortuna, Mandelli resta con noi tutta l'estate e a sistemare i servizi fotografici, compreso questo, provvede lui.

28 luglio – 38 gradi venerdì, da 28 in giù sabato con forti piogge, gare annullate una dietro l’altra (e talvolta il meteo è solo una scusa): un occhio a internet, uno ai gruppi di whatsapp, entro una cinquantina di km da casa restano una piatta gara mantovana, una collinare reggiana e un quasi-trail a Zocca, dieci km di cui oltre metà sterrata e su sentieri, compreso un piccolo guado, e dislivello complessivo di 340 metri con oscillazioni fra i 580 e i 790 metri del Monte della Riva (alias Monte Cisterna).

Zocca è oggi, per tutti, la patria di Vasco Rossi: qualche settimana fa il locale sindaco ha chiesto soccorso a provincia regione o quant’altri per risolvere i problemi di traffico e affollamento generati dal quotidiano arrivo di fans nella sua casa della frazione Verucchia (dove, per ora, i  cartelli marrone indicano solo il santuario, perché per l’altra meta basta il passaparola…: però mettere un cartello “Park per casa di Vasco” sarebbe utile a ridurre il viavai motorizzato).

La fama podistica di Zocca era stata oscurata, negli ultimi anni, dalla soppressione della leggendaria 50 km Bologna-Zocca (pensate che una volta la corsi con Irene Senfter e Martina Juda, un’altra volta coll’indimenticabile Antonio Mazzeo), e dall’insorgere prepotente della vicina Rocca Malatina, teatro non solo di una corsa domenicale ma anche di un trail fra i meglio organizzati del calendario regionale. È rimasta a Zocca questa camminata, come sempre sotto lo speak del Lupo sport, ora inserita in un circuito provinciale del Frignano (cioè dell’Appennino modenese), dotato di ricchi premi individuali, di tappa e finali.

Dopo un’ultima rassicurazione avuta via mail dall’ex vicesindaco zocchese (sarebbe sindaco lei, se solo avesse voluto!), l’affettuosa e brava maestra Flavia B., mi metto in viaggio con l’auto, sotto una pioggerellina quasi ristoratrice. Un DJ di una radio locale millanta che oggi 28 luglio 2019 sono quarant’anni dalla nascita della prima radio libera: è una balla grandiosa, perché fin dal 1975 ricordo che ascoltavo, premendo il tasto FM sulla mia radio Mivar da ventimila lire, Punto Radio Zocca, nata infatti il 21 settembre di quell’anno, e dove il giovane Vasco (si presentava solo per nome) coordinava la messa in onda di nastri mandati da ascoltatori- cantanti amatoriali (ricordo uno che schitarrava su fili tesi fra bicchieri di vetro); ma Vasco non cantava mai, nonostante le esortazioni di un suo collaboratore, Gaetano Curreri…

Eccoci adesso a Zocca, diciamo pure al penultimo momento perché la ricerca di un parcheggio non è semplice (quello dove avevo trovato l’anno scorso è tutto pieno, e mancano altre indicazioni, sebbene a 400 metri ci sia la piazza del mercato che è semivuota): mi sto spillando il pettorale da non competitivo (operazione cui non rinuncio mai, rara avis da queste parti) quando partono i competitivi, ben 125, cioè più dell’anno scorso, e il doppio della gara concorrente reggiana. Molto pochi, anzi quasi nessuno, sono i non competitivi: parecchi li incontro che percorrono a ritroso i primi due km del tracciato, di passo e magari con l’ombrello; altri, già partiti, staranno facendo il percorso corto da 5 km, presto saranno ad abbuffarsi al ristoro, ritirare il premio (un litro di latte, come nel 2018) e via. So di un paio che deviano dal giro e passano da casa di Vasco, dove sono nel frattempo arrivati una coppia di sposi (lui novantacinquenne), un tizio di Monza, e fauna simile. Il Comandante uscirà un attimo per salire su un’auto e partire: “ognuno col suo viaggio – ognuno diverso - e ognuno in fondo perso - dentro i fatti suoi”.

Piove, ma non fortissimo, anzi nell’ultima mezzora quasi smette (riprenderà poi, in maniera apocalittica, un’ora dopo). Saranno i cambiamenti climatici…, o sarà che noi contemporanei, protesi al massimo godimento quotidiano che riteniamo nostro diritto costituzionale, abbiamo dimenticato le bufere estive di una volta e siamo pronti a prendercela con l’altra metà del mondo se durante il weekend piove? Da parte mia, l’unica affermazione che ho imparata da quel vanesio di Beppe Severgnini è “una passeggiata sotto l’acqua non è una passeggiata rovinata, ma solo diversa”.

Il giro è quello già noto, agevole fino al bivio tra i due percorsi, poi un tantino difficile per la scivolosità dei sentieri nella salita al bellissimo borgo di Montalbano (fuori classifica come sono, entro nella chiesa, celebre anche per un’esposizione permanente di presepi, dove si respira il caldo buono degli anni antichi), poi nella discesa successiva prima dell’ultima salita al Monte della Riva. Qui, una provvidenziale fontanella serve a ripulirci un po’ tutti delle zacchere accumulate nelle inevitabili cadute.

E vorrei ricordare gli ultimi due classificati della competitiva, con cui faccio insieme (metro più metro meno) la seconda metà della gara: li raggiungo sulla salita più scivolosa, dove lei, “Monny”, davanti, sta aspettando e aiutando come può lui, Augusto, più vecchio di una ventina d’anni (non sono della stessa società). Sbadatamente li supero, limitandomi a segnalare il passaggio che a me pare più praticabile e invitando lui ad attaccarsi agli alberi come faccio io. Solo più tardi, quando mi raggiungeranno sulla cima, mi accorgo che ad Augusto manca una mano, e per lui è impossibile anche azionare il rubinetto a pulsante della vetta. Brava Monny, più di me: alla fine, meritatamente, mi precederete di una cinquantina di metri, ma per te ci vorrebbe un premio speciale: come scrive Luca Grion, ci insegni che la corsa per noi deve essere soprattutto altruismo.

La gara “top” presenta nelle prime posizioni grosso modo gli stessi nomi di queste gare: primi uomini, distanziati di un solo secondo, i due compagni di squadra MDS Marco Rocchi e Tommaso Manfredini; un minuto dopo arriva Arturo Ginosa. Una MDS, Gloria Venturelli, stravince anche la gara femminile, rifilando 4 minuti alla vincitrice 2018 Laura Ricci, e 5 alla bolognese Francesca Battacchi.

Premiazioni gestite come da tradizione da Lupo nella adiacente ed ampia sala consiliare: che abusivamente utilizzo come spogliatoio, dietro un paravento, per togliermi gli abiti zuppi, e dare l’addio estremo alle mie Mizuno (comprate tre anni fa per 80 euro dal compianto Vito Melito, e portate in giro per 12 maratone, tra Conegliano e Nashville, il Gran Sasso e il Mottarone). Avete combattuto le vostre buone battaglie, dall’aldilà fate che io non perda la fede.

28 luglio – Uno dei più duri ultratrail d’Italia, la Südtirol Ultra Skyrace con partenza e arrivo a Bolzano, 121 km con oltre 7500 metri di dislivello da superare, lungo l'alta via “Hufeisentour”, è stata funestata ieri poco dopo le 19 da un incidente mortale: la 45enne norvegese di Tromsö Silje Fismen, più volte piazzata in gare nelle sue regioni (Corriere.it ha scovato un suo successo nell’Ultratrail delle Lofoten, 175 km con 5600 metri D+ chiusi in poco meno di 33 ore), dopo quasi un giorno intero di marcia tra la val Sarentino e la val Passiria (la corsa era partita alle 20 del 27 luglio), è stata colpita da un fulmine in prossimità del lago di San Pancrazio, a 2100 metri di altitudine.
Fatalità ha voluto che la gara fosse stata interrotta, causa maltempo,  da mezz’ora, e già un centinaio di atleti fosse stato fermato nei rifugi Punta Cervina e Kesselberg, o raccolto lungo il percorso: ma nel luogo dove si trovava Silje (insieme a un altro atleta, pure lui colpito ma senza gravi conseguenze) i cellulari non prendessero: i soccorsi, allertati da due podisti nei paraggi, hanno potuto entrare in azione solo mezz’ora dopo l’evento, quando (nei casi di arresto cardiaco) in mancanza di defibrillatore  ogni soccorso è vano, come hanno potuto constatare i medici dell’ospedale di Bolzano dove Silje è giunta cadavere in elicottero.

Nella vita, la Fismen era medico nel reparto di patologia clinica della clinica universitaria di Tromsö, autrice di numerose pubblicazioni, impegnata anche in ricerche sui tumori.

Gli organizzatori, costernati, informano di essere stati in allerta fin dal mezzogiorno, costantemente aggiornati dal soccorso alpino in quota, ma che non era prevista una bufera di quella portata. Al momento della tragedia, i primi avevano già tagliato il traguardo, dopo 17h 43’: si tratta dell’altoatesino Josef Thaler e dell’austriaco Gerald  Fister, che trovandosi appaiati a 5 km dal traguardo avevano deciso di arrivare insieme.

In segno di lutto, le premiazioni in programma domenica alle 11 sono state disdette.

Un incidente del genere, informano le agenzie di stampa e il comunicato degli organizzatori stessi, è stato sfiorato anche questa mattina nel Bei K3 sul Rocciamelone, in Valle di Susa, gara ugualmente sospesa dopo che molti concorrenti l’avevano tuttavia conclusa: un atleta spagnolo, anch’egli già finisher, è stato sfiorato da un fulmine  nel rifugio Cà d’Asti, ma ha riportato solo stordimento: trasportato all’ospedale in elisoccorso, ha rifiutato le cure lasciando la clinica coi suoi mezzi e rientrando nel suo albergo.

14 luglio - Avevo partecipato alle prime tre edizioni della maratona del Ventasso (2003-4-5), poi a qualche altra, sempre con molta soddisfazione: un po’ meno, posso ammetterlo, nel 2015, quando per la prima volta dovetti arrivare in cima al “Gigante”, si accrebbe il dislivello e con esso il tempo di percorrenza, di un’oretta quasi.

Da allora a oggi, pare che il cosiddetto D+ sia cresciuto ancora, stabilizzandosi sui 2200 metri (nel 2003-4 era di 1500, nel 2005 di 1600, nel 2008 di 1900); e anche il tracciato, che la primissima volta era affrontabile tranquillamente con scarpe da asfalto (le uniche che possedevo allora e con le quali andavo anche a Davos e Interlaken), adesso è diventato, più che “eco”, un trail (a occhio, direi che i km di asfalto o lastricato non superino i 5 o 6). Ciò spiega la concessione di un punto per partecipare alla UTMB, ma a mio parere spiega anche il calo dei maratoneti “di città”, quelli che il primo Ventasso di Rosi Manari e Vincenzo Castellano convertì, e invece adesso disertano la corsa.

Riguardo con molta nostalgia la classifica 2003, dove nelle posizioni di coda figurano due leggende come Morisi e Togni, e più su altri collezionisti di maratone ma negati alla montagna, come Govi. C’erano perfino Lupo-sport, Bruno Furia, Marino Pellacani (curiosità: nel 2019 ha gareggiato il figlio Giuseppe), Paolo Manelli, Paolo Giaroli (adesso qui solo in veste di giudice, nelle terre di Giarola da cui trae origine il casato: lo vedete in maglia gialla sulla destra della foto-copertina nel pezzo di Morselli, n. 154 del servizio foto); tra le donne, c’erano la stessa Rosi Manari, Silvana Pellicciari, la Marisella…

Ubi sunt, où sont les neiges d’antan? E vinse la campionessa del mondo Monica Casiraghi, che sotto il Ventasso ha trionfato 5 volte (superata poi da Lara Mustat con 8 successi); anche tra i maschi, nel 2003 vertice d’eccellenza con Cristiano Campestrin e  l’altro campione del mondo sui 100 km Mario Fattore; l’anno dopo, Mario Ardemagni, poi Lorenzo Trincheri e così via, fino al Matteo Pigoni che cominciò nel 2007 e con questa edizione porta, da quarantacinquenne, a 8 le sue vittorie (bravo, bravissimo; ma come si diceva per il vincitore fisso del Passatore, dove sono le nuove leve?).

Nel 2003 eravamo in 161; la soddisfazione, il passaparola (vogliamo anche dire i commenti di Podisti.net??) ci portarono a 261 l’anno dopo, a 280 nel 2005. Nel 2015 fummo in 296. Insomma, qualità dei primi e quantità degli altri, degli amatori; ma con un dato preoccupante, ben 14 classificati fuori tempo massimo, 9 ancora nel 2018: questo, a parte la fiscalità di mettere ftm chi arriva magari due minuti dopo l’orario limite, dimostra che la difficoltà del percorso cominciava a escludere i podisti normali (o dite pure ‘subnormali’ se pensate a tipi come il sottoscritto). Risultato odierno: i pochi supermaratoneti arrivati fin quassù sono stati attenti soprattutto al tempo massimo (a parte i due Mauro, Gambaiani e Malavasi, che non hanno di questi problemi); gli altri, semmai, prediligono le 42 dell’appennino bolognese, dove c’è all’incirca lo stesso tempo massimo ma puoi partire anche due ore prima e ti mettono ugualmente in classifica, e alla fine dell’anno non avrai  punti Utmb ma piuttosto 50 o 100 punti del club e potrai proclamare qualche strano Guinness…

Peccato per questo calo degli ultimi anni: 243 arrivati nel 2016, 229 nel ’17, 209 nel ’18, uno in più quest’anno (grazie all’inserimento in graduatoria anche dei meritori ftm dai 3 agli 8 minuti). È vero che ci sono le gare collaterali, che hanno portato in dotazione 250 arrivati tra 15 e 22 km, più un centinaio di non competitivi nella 15 km e altrettanti ragazzi nei percorsi mini; ma la parola magica ‘maratona’, che da sola basta a spostare qualche centinaio di podisti, fosse anche per indecenze come Genova e dintorni, qui non ha sortito effetti.

Ripeto, peccato! perché metto in gioco la mia reputazione di critico e censore ventennale dicendo che il Ventasso è una delle gare meglio organizzate (Uisp, non Fidal!), più accoglienti, più economiche nella tassa d’iscrizione (in prevalenza, 30 euro), che garantisce un buon pacco gara e due pranzi (vedi foto di Morselli del sabato e di Canedoli della domenica) che – almeno nella versione domenicale – sono disponibili anche a tarda ora (ho finito di pranzare alle 18, trovando ancora tutte le portate, il servizio veloce e non fiscale, addirittura vino a volontà).

Non sono d’accordo invece, da tempo, e riferendomi a un andazzo generale, con la volontà di rendere ogni anno più feroci i percorsi, come nella storiella dell’evoluzionismo secondo cui la giraffa allunga il collo per mangiare le foglie più alte, allora gli alberi si alzano per selezionare le giraffe: quest’anno si è anche superata la soglia dei 42, di un km secondo gli organizzatori, che però non convincono quando i gps registrano tra il km 32,7 di Montemiscoso e il 35 del cartello ben 3,2 km (e non 2,3: qui la tolleranza dei Gps non c’entra!), o tra il 38,9 del penultimo ristoro e il cartello del km 40 (posto dopo il ristoro del meno 3,4 km) altri 2 se non 3 km.

La salita al Ventasso, che all’inizio si era affrontata dal lato est del rifugio Maddalena, in parziale coincidenza col “Vertical Barbarossa” da Nismozza, adesso invece (sembra, per una frana) avviene da ovest, cioè dal lago Calamone, che si raggiunge dopo aver salito 900 metri dal punto più basso del km 11 allo scollinamento del 21, discendendo dunque un centinaio di metri per fare poi una tirata di 320 metri verticali in poco più di 2 km. Percorso faticoso sebbene non estremo, e ripagato dai panorami: non però per noi tardoni, che abbiamo trovato la pioggia proprio salendo in vetta, e nella discesa, tra i km 25 e all’incirca 35, ci siamo dovuti arrangiare su sentieri scivolosi, talora ridotti a torrentelli, a circumnavigare innumerevoli laghetti, o a non lasciare le scarpe nelle sabbie mobili.

Devo dire che il personale di servizio, delle 40 o giù di lì postazioni, è sempre stato presente e ammirevole: in cima al Ventasso flagellato dalla pioggia (dove notiamo anche Armando Rigolli compatrono della Abbotts) distribuivano teli protettivi a chi non li aveva; i ristori erano sempre molto ricchi, e per fortuna l’iperecologismo del “non abbiamo bicchieri, usa il tuo” era attenuato da qualche decina di bicchieri a disposizione, ovviamente con molti cestini da raccolta in un raggio di 200 metri.

Nella seconda metà abbiamo fatto gruppo (un po’ vincoli, un po’ sparpagliati ma con frequenti ritrovi) in una decina di amici vecchi e nuovi: addirittura tre Fabio, uno dei quali romagnolo al suo primo trail, e guidato passo passo dal veterano Daniele Zoli dalla Rosetta di Fusignano (Ippociok, 6 ore della birra e insomma 198 maratone accumulate). Ci ha raggiunto il monzese Rinaldo Furlan, reduce dalla sua 17esima cento km di Biel-Bienne, e da parecchie altre centinaia di gare storiche o mitiche (“ma ti rendi conto che i supermaratoneti di oggi non sanno neppure cos’era la Trevisando?”), inclusa la fresca maratona della Val d’Aosta dove insieme abbiamo sbagliato passando tre volte da un controllo dove dovevamo passare solo 2 volte, e insieme siamo stati puniti (ma con una punizione selettiva che stride in paragone ad altre allegre omologazioni).

Siccome il gruppetto, dal ristoro del 29 in avanti, ha nel mirino l’altra storica maratoneta Marina Mocellin (recente finisher dell’Ultra Via degli Dei), comincia a tesserne gli elogi raccontando aneddoti vari, specie in comparazione a una collega che risulta assai meno simpatica… Quando raggiungiamo Marina, dopo il 35, mentre è intenta a rifornire del suo magnesio/potassio un collega bloccato dai crampi, le raccontiamo tutto e lei chiosa: “veramente con quella là ho litigato anch’io…”.

E così risaliamo e poi scendiamo gli ultimi km, sorpassandoci e riprendendoci in amicizia come don Camillo e Peppone sull’argine del Po nel finale del film: per la cronaca, ci batte Rinaldo che ne ha di più, ma arriviamo tutti, salutati e fotografati da Morselli col cappellino da navigator, nell’arco di tre minuti… e continueremo le chiacchiere e malignità nelle docce (caldissime come capita di rado!), dove ci raggiunge pure il Morellino (“averla finita è l’unica cosa che vale”; vedilo alla partenza nella foto 132 di Morselli).

Ci aspettano ancora a pranzo - quasi apericena o happy hour -, degna conclusione di una giornata comunque bella; e chi vivrà vedrà.

3/9 luglio – La prima data è quella dell’effettuazione della gara, la seconda quella della diramazione della classifica: tanto tempo c’è voluto all’Uisp Modena per fornire dati sballatissimi, che ti fanno passare la voglia di pagare 8 euro per una competitiva. Comunque, veniamo al lato sportivo.

Dopo un’edizione diurna allestita per la prima volta la mattina dell’Epifania 2017, e la conversione in serale d’inizio estate (nello stesso 2017, poi il 29 giugno dell’anno scorso), la competitiva in salita sul percorso utilizzato in allenamento dall’olimpionico Stefano Baldini (il cui tempo di 25:00 rimane quello da battere ed è segnato vicino alla linea di partenza, nell’estrema periferia sud di Castelvetro in corrispondenza di una discesa ‘direttissima’ da Levizzano) riprende sotto le cure di Andrea Baruffi (16° l’anno scorso nel giorno del 50° compleanno) e Sonia Del Carlo, simpatica mamma-atleta col sorriso da ragazzina, vincitrice femminile nel 2018, che qui si è impegnata prima con le iscrizioni tardive e la distribuzione pettorali, poi col ristoro di metà percorso, stoicamente sotto l’acqua (“i bicchieri si riempivano da soli”, mi ha detto poi), infine come ‘scopa’ al seguito dell’ultimo concorrente. Purtroppo del tutto insufficiente l’allestimento delle strutture d’arrivo; a questo punto, sarebbe meglio tornare alla vecchia ruspante Sassuolo-Montegibbio degli anni Novanta, dove era tanto se davano i primi tre arrivati, e gli altri… tutti a pari merito con mezzo chilo di pasta in omaggio.

Il tempo da battere, su questo percorso (più lungo di circa 150 metri rispetto al 2017, e che il mio Gps dichiara di 6,970 con 375 metri di ascensione) era il 31:16 di Miller Artioli nel 2018, e per il lato femminile il 36:45 della citata Del Carlo.

Per quanto ci si possa fidare dei dati diffusi ora (diciamo, da 0 a 01,%), il numero degli arrivati risulta stazionario rispetto all’ultima edizione (9 donne e 58 uomini, tra i quali uomini - secondo le classifiche – Gasparini Giorgia, Cavalieri Daniela, Fontana Elisa, Deriu Sara, Barile Maria, Prato Donatella, Gandolfi Cecilia; per ignoranza non mi pronuncio su Montecchi Nube); malgrado la serataccia che ha sconsigliato taluni dal venire, col rischio di trovarsi l’auto devastata dalla grandine (annunciata) come già dieci giorni prima. Quota di iscrizione, come si diceva, portata a 8 euro rispetto ai 5 dell’anno scorso, senza pacco-gara; atmosfera decisamente amichevole, quasi ruspante (sebbene mancasse, rispetto all’anno scorso, la sezione dei walkers non competitivi), e conclusa dal rituale ristoro a base di frutta estiva.

Il tracciato è piacevole, e dopo un inizio in moderata pendenza, dal secondo km in  poi si inerpica per una salita regolare ma non durissima fino a raggiungere il crinale che separa la valle di Castelvetro (del torrente Guerro) dalla valle del Panaro, sopra Marano: il “muro” più sensibile è al 4° e 5° km; chi ha buona memoria locale, pensi alle estinte Scandiano-Tre Croci o Vezzano-Canossa.

Tra i reduci gloriosi, abbiamo visto Giuseppe Cuoghi, coi suoi racconti che spaziano dai giri a tappe dell’Elba (lofi) e Fassa (togo), al fresco (nel senso di recente) Diecimila di Campogalliano (“sì, c’erano più premi che corridori; poveretti, avranno incassato sì e no da pagare lo speaker…; e c’era il solito personaggio che prima della gara faceva i suoi abituali discorsi, che la gara non gli interessa, poi ha corso a ufo con pettorale personalizzato”), fino alla prossima Casaglia-San Luca di cui è partecipante fisso. Lì, state sicuri che gli daranno un crono, mentre da questa classifica appare senza tempo nella graduatoria generale, e neppure nominato in quella maschile.

E ancora, Lolo Tiozzo, appena tornato giù da Gaiato con la sua Podissima autogestita (oh, attento, con l’aria che tira e le spie che ci sono in giro, hai controllato che non ci fosse nessuno squalificato, ex dopato ecc. ecc.?); e Massimo Bedini, che dove c’è una competitiva non manca mai pur sapendosi abbonato all’ultimo posto (“a un 5000 in pista non mi hanno accettato perché sarei rimasto da solo e doppiato per troppi giri…”). Sembra che sia arrivato ultimo anche stavolta, a 13 minuti dal penultimo, Lolo: Cuoghi doveva essere molto avanti, e invece?

Afa, aria pesante, nuvole nerissime e lampi accompagnano le fasi preliminari. Si parte, chi in canottiera, chi con l’impermeabile. Le prime gocce cadono dopo un quarto d’ora e per un po’ sono di refrigerio per noi che siamo tutti sudatissimi; poi esagerano un po’, ma senza arrivare a quei picchi che si potevano temere, e anzi dopo tre quarti d’ora smettono quasi del tutto. La fioca illuminazione delle nostre lampade è molto rinforzata dai lampi che accendono a giorno l’ambiente, con la chiesa di Ospitaletto illuminata ad aspettarci un po’ più in alto. E si arriva tutti (Cuoghi compreso, alla faccia della classifica), dai 28:07 del vincitore Luca De Francesco a 1.06:39 attribuito a Bedini (siccome ero sul traguardo vicino a chi annotava i tempi, mi permetto di ritenerlo un cronometraggio ottimistico).

Migliorano i tempi di percorrenza maschili (con beneficio d’inventario): il 31:16 di Artioli del 2018 è abbassato di 3 minuti abbondanti da De Francesco. Secondo Andrea Bergianti, ben distanziato a 2’20”; terzo Davide Benincasa a 3’18”.

Resiste invece il record femminile di Sonia Del Carlo, con 36:45: la vincitrice 2019, Francesca Venturelli, impiega quasi due minuti in più (38:33), surclassando peraltro la seconda, Valeria Montanari, di quasi 4 minuti (42:15), che a sua volta distacca di un minuto esatto la terza, Sabrina Cuoghi.

Rilevamento cronometrico ‘all’antica’, con lo speaker che detta il numero di pettorale alla cronometrista-giudice d’arrivo, e i tempi che vengono trascritti al riparo dal maltempo nell’esiguo ingresso delle scuole, dove è sistemato anche il tavolo del ristoro: ma non so se questo basti a spiegare il ritardo con cui è diramato l'ordine d'arrivo ufficiale, e specialmente i seri dubbi sulle classifiche delle retrovie. Il sottoscritto per esempio legge ora di essere arrivato 12 secondi dietro Cecilia Gandolfi (indicata come M), e appena un secondo dietro la coppia madonninara Claudio Rossetto-Simona Malavasi. Sarà stato il buio, ma Claudio non l’ho mai visto nelle vicinanze (penso fosse davanti), mentre Simona Malavasi mi ha passato dopo 3 km e si è progressivamente allontanata, diciamo di almeno 100 metri se non di più: altrocché un secondo, e tra me e lei c'erano 4-5 persone.

Lasciamo perdere, pensiamo alla gioia della corsa in sé e all’allegria generale subito dopo l’arrivo; poi si discende alla base: alcuni a piedi, magari scortati da un ciclista, gli altri con le auto disponibili in quota. A metà della discesa, una famigliola di caprioli (mamma e due cuccioli) sta per attraversare la strada, e sosta prudentemente a lato durante il nostro transito. Passata è la tempesta, la temperatura è piacevolmente scesa di una decina di gradi, nessun danno alle auto: se non guardiamo ai numeri, ci possiamo accontentare.

Domenica, 07 Luglio 2019 23:11

Lemizzone (RE), 17^ Camminata di Re Lamizzo

7 luglio – Chi non aveva voglia di andare in montagna, ai confini delle province di Modena o Bologna, dove stavano le gare della programmazione ufficiale dei coordinamenti, si è ritrovato a Lemizzone: località rinata da pochi decenni, ma cui i non-reggiani riescono ad arrivare solo a forza di navigatore (e benvenuti i navigatori di ultima generazione, che ti avvertono dei tanti autovelox infilati a tradimento nella bassa, in presenza di limiti dei 50 spesso assurdi). A dare una parvenza di storia provvede l’invenzione di un re Lamizzo, mai esistito se non nella fantasia del povero Giuseppe Pederiali, che le tentava tutte pur di acquisire benemerenze presso le proloco: col risultato che se oggi chiedete agli studenti di letteratura italiana di università chi era Pederiali, sarà una scena muta generale.

Le statistiche dicono alla fine di 555 iscritti, con le società dell’area (Correggese, Novellara della prof. M. Pia Verzellesi, Bagnolo) a primeggiare; ma i modenesi risultano all’incirca in 150, con ovvia prevalenza dei carpigiani (l’assessore D’Addese è nella foto 360 di Nerino con Giorgio Diazzi, che un anno fa mi promise l’annuncio della nuova maratona di Carpi: ci penserà il prossimo vescovo?), e dei campogallianesi che qui possono arrivarci anche in bicicletta; ma si nota la presenza pure della trailer modenese Francesca Braidi, che non aveva mai sentito nominare Lemizzone ma ci viene ugualmente, accompagnata dal marito e dai figli sempre più indipendenti e competitivi; oltre al madonninaro Loris Ciabrelli, che come abitudine dell’ultimo anno ha spinto la figlioletta sul baby jogger (foto 359 del servizio di Nerino). C’era anche Giangi, ma solo per respirare l’atmosfera della gara visto che non pare abbia né corso né camminato ma solo raccontato di essere stato investito da un daino; invece Morselli, in azzurro nazionale (foto 338) l’ha corsa un po’ in avanti e un po’ in retrorunning, e solo questo spiega perché, dopo la sua partenza a razzo, alla fine gli sia arrivato davanti io alla media dei 6:07 / km. Visto anche Olivier Samain (230), in netta ripresa dopo il brutto incidente sul Cusna dell’inverno scorso, e che dopo la Lavaredo Ultra Trail continua la preparazione in vista del Monte Bianco di fine agosto.

Nessuno di noi aveva il pettorale, ma stavolta non per negligenza o truffa: l’organizzazione ne rilasciava uno di carta delle dimensioni di un francobollo, facilissimo da perdersi e comunque invisibile anche se l’avessimo spillato; col risultato che parecchi hanno preferito andare a ‘riscuotere’ subito la sportina alimentare del pacco gara (foto 79-80) e togliersi il pensiero.

Il giro più lungo era dichiarato di 10 km che alla fine sono stati quasi  11, due o tre dei quali su stradine sterrate o campestri (le uniche dove abbiamo trovato una parvenza di ombra). La temperatura superava di poco i 30 gradi, e alcune signore, partite con divisa regolamentare, a un certo punto si sono alleggerite dando un certo spettacolo che non è sfuggito a Nerino (foto 168 e 198); molto meno spettacolari i topless maschili, a parte quello del mio omonimo Fabio Marri da Campogalliano (foto 240).

È stata l’occasione anche per portare a spasso il cane, come fanno Tatiana Ilias-Spaak e amica (foto 339); talvolta abbinando cane e pargolo in carrozzina (155), oppure anche prendendo in braccio il cane che non voleva più saperne (179). Ritroviamo con piacere alcune vecchie glorie, come Marino Pellacani (foto 139), il campione di Tromso Guido Menozzi, o Pietro Boniburini, che però si limita a gestire il suo stand di scarparo (foto 72-73), riconoscendo perfino ai miei piedi due Mizuno che mi vendette lui e che hanno fatto almeno una decina di maratone senza reclamare il pensionamento. Prendono il via persino i fratelli Iotti, oggi esentati dal giudicare i vivi e i morti, e Claudio Lavaggi (foto 58).

Un ristoro lungo il percorso (con tè caldo!) e uno alla fine, dove sono andati a ruba gli spicchi di cocomera, anzi lingòrria, la prima davvero buona di questa estate. Buona prospettiva per le tre sere di Correggio, che si correranno in questa zona a partire da mercoledì prossimo. E siccome certi organizzatori annunciano fin dai volantini la presenza di speaker prestigiosi, evidentemente capaci di attirare le iscrizioni (?), qui possiamo dire: a Correggio lo speaker sarà Morselli, cosa volete di più?

30 giugno - Un anno dopo Massimo Muratori (che ne scrisse su Podisti.net il 25 giugno 2018) ho pensato anch’io di andare a correre - ovvero a strascinarmi dopo due settimane in ciascuna delle quali avevo corso una maratona, e un mese dopo il Passatore - in una zona che non conoscevo per niente, malgrado l’ora e 45 di viaggio e la conseguente levataccia: ma saggiamente l’orario di partenza per la prima delle gare, il Trail Running nominalmente di 21 km e 1240 metri di dislivello, era prevista per le 9,30, e il termine ultimo per le iscrizioni sul campo, ufficialmente le 8,30, era ampiamente superato.
Prevista la penalità per chi non si era iscritto entro giovedì: gli euro passavano da 18 a 25 per la gara lunga, da 14 a 20 per lo “Short” di 12 km. Tariffe, come già rilevava Muratori, a un prezzo “tutt’altro che popolare, ben oltre il canonico €/ km ormai di prassi anche in gare ben più lunghe e impegnative dal punto di vista organizzativo)”: “di popolare il prezzo aveva ben poco ma era scritto chiaramente, e se decidi di venire sono fatti tuoi”.
Schia, a quanto appare e mi hanno riferito, è una località ‘inventata’ negli anni Cinquanta-Sessanta a beneficio del turismo sciatorio (chissà se il nome esisteva già prima o è stato creato a partire dalla designata vocazione turistica): una specie di Piane di Mocogno o di Marilleva, che era meta della Parma-bene ma oggi risente di una certa crisi (la società che gestiva gli impianti è fallita un paio d’anni fa, anche quest’inverno è andato così così): se non altro, ai suoi 1250 metri la temperatura in partenza della gara si aggirava sui 24 gradi, all’arrivo mio sui 27, insomma una decina di meno della pianura; dunque ci accontentiamo, sebbene l’unica zona viva del comprensorio sembri oggi il camping vicino al laghetto, in buona parte per merito di noi podisti, peraltro a ciò costretti dalla mancanza di alternative.
Ben vengano dunque queste iniziative che danno un senso anche all’estate, oltre che inserirsi in un calendario del trail parmense che risulta forse il più ricco, insieme a quello dell’appennino romagnolo, dell’intera regione. Le montagne parmensi sono più dolci di quelle del centro-Emilia: qui, il “canalone de la muerte”, così battezzato dagli organizzatori, cioè in pratica l’ultima salita sull’altura da cui poi si scenderà sul prato della pista da sci, più che difficile suona sadico per gente arrivata a 500 metri dal traguardo, che podisticamente diventano quasi 2 km in su e in giù; ma alternando il passo a poche decine di metri con entrambi i piedi sollevati da terra, sono affrontabili. Per il resto, la salita più impegnativa è quella alla cima del Monte Caio, di circa 1580 m, dove giungiamo dopo 8 km, ancora appaiati noi del percorso lungo e quelli dello short che scenderanno di lì a poco verso Schia: meno di 2 km il sentiero da fare, il resto sono carraie e prati, in gran parte gradevolmente all’ombra dei boschi.
Dopo il Caio, a noi ‘lunghisti’ vidimati dalla bella rilevatrice appostata sul cippo (che si presta anche a fare e ricevere foto) tocca un bel tratto di crinale, fino alla vetta della Croce che si raggiunge dopo un breve tratto di scivolosa ghiaietta, quasi verticale (qui un cordino da alpinista sarebbe utile: lo mettono persino per salire due metri sull’argine del Po!). Ecco altri rilevatori gentili e disposti a farti foto; bel panorama sul cui orizzonte troneggia la Pietra di Bismantova, e più avanti addirittura il Cimone. Sì, valeva la pena di arrivarci, fino a questo km 13. Segue una simpatica discesa nel bosco, un tratto di asfalto ai km 15-16 con passaggio dal paesino di Capriglio (qui, la scassatissima auto di un villico, che perde i pezzi, rischia di investirmi mentre punto sulla fontanella indicatami dagli addetti); poi, un altro paio di km in salita (su carraie sassose, non piacevolissime), fino alla discesa sul camping dove ci aspetta però la “muerte” sopra annunciata del tratto finale.
Può darsi che il mio Gps perda dei colpi, ma alla fine mi dà 20 km esatti (in concordanza con altre misurazioni semi-ufficiali) e solo 830 metri di dislivello in su e in giù, che sarebbero davvero pochi rispetto all’annunciato.
Percorso ben segnalato, con bandelle quasi sempre in vista l’una dell’altra, e segnalatori umani nei punti forse più delicati; la direzione giusta nei campi era indicata dallo sfalcio dell’erba; due ristori ufficiali molto ben forniti, più altri due con sola acqua, più un paio di fontane ‘stabili’ ci hanno protetto da crisi di fame e sete. Il pacco gara conteneva una maglietta, una busta di prosciutto e uno spicchio di parmigiano. Ma tutto il resto era a pagamento: il pasta party (cioè un primo, abbondante, e una bibita, da consumarsi nell’unico ristorante convenzionato, cioè quello del camping) costava come annunciato 10 euro; e persino le docce, disponibili nei sotterranei dello stesso ristorante del camping, funzionavano soltanto (e questo proprio non era detto) con l’immissione di uno o due euro, per avere un getto d’acqua che non durava moltissimo, e soprattutto era inesorabilmente freddo. Per fortuna, dato il clima, nessuno era infangato.

La classifica completa è qui allegata (oltre alle due competitive si è svolta anche una non competitiva da 6,5 km).
Per le prime tre posizioni:

Trail 21 km (classificati 96 uomini e 25 donne)

1 96 GAZZOTTI MASSIMO  1974 ASS-M 21 ATL CASTELNOVO MONTI 01:49:32

2 103 BOLDRINI DAVIDE   1989 ASS-M 21 GNARRO JET MATTEI 01:53:31

3 88 ROVERI GIORGIO 1980 ASS-M 21 JOY RUNNER 01:54:01

 

1 81 ADORNI ELISA 1981 ASS-F 21 SPIRITO TARSOGNO ASD 02:06:29

2 95 MAGNESA GIULIA 1972 ASS-F 21 CASONE NOCETO 02:27:01

3 70 MUSIARI RAFFAELLA 1970 ASS-F 21 + KUOTA 02:32:09

 

Trail 12 km (63 uomini e 29 donne)

1 212 PAU DAVIDE 1977 ASS-M 12 SINERGY 01:00:59

2 291 MARRANGONE EMANUEL 1972 ASS-M 12 MINERVA 01:01:47

3 273 BURATTI GIOVANNI PAOLO 1978 ASS-M 12 MODENA RUNNER 01:03:27

 

1 210 BERTOLINI FRANCESCA 1975 ASS-F 12 MINERVA 01:13:50

2 278 GHIRETTI GIULIA Donne 1982 ASS-F 12 CUS PARMA 01:17:18

3 292 POLETTI CHIARA Donne 1983 ASS-F 12 ECOMARATONA VENTASSO 01:26:48

 

Anche dietro sollecitazione nostra e dei nostri lettori, il Comitato Organizzatore della LGM ha diramato questo comunicato,  in cui annunciando la prossima edizione cerca di fare il punto sulle inadempienze tuttora ‘aperte’.

La 13esima edizione della Lake Garda Marathon, che Malcesine (VR) ospiterà il prossimo 20 ottobre, è figlia diretta delle vicissitudini dello scorso anno, che portarono prima allo spostamento della manifestazione dal 21 al 28 ottobre per la concomitanza con la giornata elettorale, poi alla cancellazione della gara a 10 minuti dalla partenza in quanto, per il maltempo, non c’erano sufficienti condizioni per garantire la sicurezza dei concorrenti, con alcune strade del percorso che erano state chiuse per l’esondazione del fiume Sarca. Gli eventi di quella triste giornata sono ancora fortemente presenti nell’animo degli organizzatori, tanto che l’allestimento della prova del prossimo 20 ottobre è dettato proprio dalla volontà di consentire il recupero della partecipazione a coloro che avevano versato la quota senza poi poter gareggiare. Gli organizzatori contavano su aiuti pubblici promessi all’atto dello spostamento e della cancellazione che finora non sono ancora arrivati: un centinaio degli oltre 400 iscritti hanno avuto indietro la tassa d’iscrizione (anche se nel regolamento era evidenziato che le quote non erano rimborsabili), altri hanno chiesto di dirottare la quota per il 2019 (e questa opzione è ancora attivabile, basta segnalare all’atto dell’iscrizione di averla già versata per il 2018), per il resto si attendono gli aiuti pubblici promessi per saldare ogni debito. L’allestimento dell’evento del 20 ottobre servirà anche a questo, ma non solo, servirà anche a girare pagina e chiudere un capitolo davvero triste e non voluto.

La maratona, dedicata alla memoria di Michela Ramponi, tragicamente scomparsa proprio il 28 ottobre scorso per la colata di fango avvenuta a Dimaro in Val di Sole, sarà abbinata alle prove su 28 e 15 km, per offrire agli appassionati una vasta gamma di scelte. Il percorso quest’anno cambia notevolmente, coinvolgendo le parti veneta e trentina del perimetro lacustre. La partenza sarà data a Malcesine, precisamente da Piazza Statuto alle ore 9:30, per poi dirigersi verso Torbole sul Garda (arrivo della 15 km e giro di boa per la 28 km) ed Arco prima di fare ritorno a Malcesine, con arrivo a Lido Paina.

La partecipazione alla maratona ha un costo di 45 euro fino al 5 luglio, poi sono previsti aumenti. Nel pacco gara i concorrenti troveranno anche un braccialetto che dà diritto all’utilizzo gratuito dei battelli e degli shuttle bus; all’arrivo a Malcesine presso Lido Paina saranno disponibili docce calde e massaggi.

La mattina di domenica 20 ottobre alle ore 07,00 da Torbole sul Garda partirà un traghetto per coloro che correndo i 15 km partiranno da Malcesine per arrivare a Torbole sul Garda, dove potranno lasciare dunque le loro auto. Per i concorrenti della Lake Garda Long Run e Lake Garda Marathon invece non c’è problema in quanto partiranno da e torneranno a Malcesine dove presto verranno comunicati i parcheggi a disposizione degli atleti.

Per informazioni: Garda Supersport, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., www.lakegardamarathon.com

Riportiamo fedelmente, tuttavia annotando che la formula “anche se nel regolamento era evidenziato che le quote non erano rimborsabili” confonde due cose diverse: è prassi generale quella di non rimborsare le quote se la gara è sospesa durante lo svolgimento, o annullata nell’imminenza per cause di forza maggiore (dunque, purtroppo, chi si è trovato l’anno scorso a correre una non-maratona in quanto accorciata per maltempo, non ha legalmente diritto a rimborso). Ben altro è il caso dello spostamento di una settimana, certamente determinato dall’imprevisto turno elettorale (cioè non dagli organizzatori, sebbene in altri casi sia capitato che le maratone si siano svolte ugualmente: personalmente ricordo Bologna aprile 1996), ma che doveva e deve portare al rimborso per quanti si erano iscritti all’evento del 21 e magari per il 28 avevano altri impegni. Leggiamo l’esperienza di Simona Bacchi e Alessandro Mascia, che al Garda ci sono stati:

“Da bravi collezionisti di maratone,  ci siamo iscritti alla Lake Garda Marathon e alla maratona di Venezia che erano calendariate in due domeniche di ottobre successive l'una all'altra. A poche settimane dalla partenza della maratona Limone /Malcesine, giunge la notizia dello spostamento per cause elettorali nella stessa domenica in cui era già fissata la Venice Marathon. Non avendo il dono dell'ubiquità dovevamo obbligatoriamente fare una scelta; considerando che non avevamo mai fatto quella del Garda, abbiamo deciso di posticipare Venezia al 2019 per essere in quella data alla partenza a Limone. Però quest'evento non era nato sotto una buona stella, perché nella settimana antecedente il maltempo ha iniziato a creare molti problemi. 
La sera prima, tramite social, l’organizzazione  aveva comunicato l'allerta maltempo e dato la possibilità a chi veniva da lontano di rimandarla all'anno successivo. Ormai iscritti (e nell’impossibilità ormai di ripiegare su Venezia) abbiamo deciso di andare ugualmente, consapevoli e preparati che ci potesse essere il rischio di un annullamento. Le nostre paure sono diventate realtà quando lo speaker ha comunicato ufficialmente la riduzione del percorso da 42 a 29 km per l'esondazione del fiume Sarca tra Arco e Riva del Garda.
Però a nostro avviso l'organizzazione qualche pecca l'ha avuta, a  partire dallo spostamento del punto di partenza del battello che da Malcesine avrebbe portato i podisti a Limone; per la comunicazione sempre e solo sui social, pochi minuti prima dell'orario di ritrovo. Le sacche con il cambio all'arrivo erano appoggiate su un campo da basket all'aperto; come unica protezione, un sacco per l'immondizia, dato insieme al pettorale. Come tutti ben sanno, quel giorno non smise mai di piovere (l'acqua alta alla maratona di Venezia è passata alla storia). 
Bisogna ammettere che pur  all’interno di una giornata climaticamente difficile, il percorso, totalmente chiuso al traffico, lascia senza fiato: mai noioso, sempre in riva al lago, splendida la ciclabile a sbalzo". 

Ma c'è chi non poteva andarci e si era avvalso della proposta di rimborso, senza vedersi finora soddisfatta, nemmeno a parole. L’organizzazione ammette di essere indietro con tale adempimento; la nostra lettrice Anna Maria Rizzi commenta:

“Non mi è mai successa una cosa del genere in 12 anni che corro. Ci tenevo tanto a fare questa gara, anche per i meravigliosi panorami, ma ora non la farò mai più. Non posso tollerare di avere scritto mail su mail senza avere mai ricevuto una risposta... ignorata sempre!”.

La speranza di pubbliche sovvenzioni retroattive è piuttosto aleatoria, dunque non resta che auspicare un afflusso di quote di iscrizioni 2019 per sanare i debiti del 2018: una sorta di mini-bot, che però apriranno voragini per l’anno in corso. E la data scelta, seppure già praticata nel passato, non sembra aprire buone prospettive: in quel 20 ottobre ci saranno altre tre maratone (Chianti, Parma, Pescara), più quella di Amsterdam che attira molti italiani; invece, nella domenica precedente (13 ottobre), non è annunciata nessuna maratona sul suolo italiano, orfano ormai irrimediabilmente della maratona di Carpi con cui la Lake Garda, in anni antichi, si poneva in concorrenza (mentre adesso l’unica cosa rimasta in comune sono i rimborsi non erogati). Pure il 6 ottobre, gli eventi annunciati non pare attireranno le folle. Ma ormai le scelte sono fatte.

Mercoledì, 26 Giugno 2019 22:25

Ganaceto (MO) – 19^ Spumpeda

25 giugno – Premetto che il numero 19 nasce da un mio calcolo personale, ma non è precisato dal volantino, e qualcuno ha memoria di una corsa podistica che si faceva in loco trenta e più anni fa, dove i chilometri erano segnati da spiritose vignette dialettali create da una signora appassionata.

La data sembra essersi stabilizzata ormai verso la fine di giugno, quando si va esaurendo il diluvio di non competitive pomeridiane che hanno caratterizzato le prime tre settimane del mese (infatti , weekend escluso, tra Modena e Reggio si correrà una sola altra volta, venerdì prossimo a Cibeno in una gara appena nata, mentre una “camminata popolare” indetta dal Partitone è stata annullata).

Eppure c’è ancora fame di podismo, tant’è vero che la strada Modena-Carpi (che a metà attraversa Ganaceto, come ricorderanno i reduci dalla infelice maratona d’Italia) in prossimità della partenza della corsa diventa un budello dove si gira a passo d’uomo (anche per uno di quegli stupidi semafori di cui si ammantano i paeselli per darsi importanza):  tanti sono i podisti che arrivano e che poi, in buon numero, si fermano nello stand gastronomico.

Da due anni, al tradizionale percorso semicampestre da 7 km (ora divenuto “percorso medio”) se ne è aggiunto uno in direzione opposta, verso nord-ovest, di 10,5 km,  che dopo 4 km arriva alla località dal divertente nome di Saliceto Buzzalino (dove nelle estati ormai antiche si correva una podistica, a iscrizione gratuita e premiata con un sacchetto di mele), sfiora Campogalliano poi sottopassa l’Alta velocità (che per l’occasione devia dalla linea retta Bologna-Modena-Reggio per salvare la sede del festival dell’Unità).

Qui noi podisti, già alquanto spumpèe dopo ben 6,4 km corsi con una temperatura di 34 gradi e il sole ancora sopra l’orizzonte, troviamo finalmente l’unico ristoro, tè fresco e acqua tiepida. Seguono 400 metri erbosi, un po’ d’asfalto lungo il quale si incontra quella che sembra una stalla e invece è un rimessaggio di motoscafi, poi un km di stradaccia non asfaltata, cosparsa di buche malamente stompate da pietrisco e ceramiche, per tornare sull’asfalto a un km dalla bella chiesa romanica, sotto cui si chiude la gara.

Tradizionale il chilo di farina offerto come premio per tutti, e il ristoro finale con pezzi di angurie e meloni. Per chi vuole restare a cena senza appestare il vicinato, ci sono perfino le docce, evento rarissimo in questo tipo di gare. Mi accontento di tornare a casa con 15 pezzi di gnocco fritto da consumare, ancora caldi, a cena. Sull’argine del Secchia sono ancora schierati i sacchetti di sabbia messi qui un mese o un’era geologica fa, nella previsione di alluvioni.

Come detto, modenesi e confinanti si ritroveranno a Cibeno, periferia di Carpi e luogo di partenza delle primissime maratone d’Italia, venerdì prossimo: proprio il giorno in cui la diocesi di Carpi sarà commissariata dopo le dimissioni del vescovo, sgradito a papa Francesco e coinvolto in intercettazioni di Vatileaks ampiamente diffuse dall’ “Espresso”, con ripercussioni anche sull’amministrazione comunale che ha appena riconquistato, col fiatone dopo ballottaggio, il potere detenuto da 70 anni e oggi mai così fragile. Il Carpi calcio è appena retrocesso e si sta disfacendo come società; maratona di Carpi non pervenuta (al pari dei rimborsi per gli iscritti), come il giro a tappe di Barbolini e l’altro giro a tappe notturno delle frazioni. Per trovare qualcosa di buono bisogna andare a Correggio, non solo per la Rosa Alfieri e per le “tre sere” di metà luglio, ma anche per Milena Bertolini cui tra poco qualcuno offrirà una panchina nel calcio professionistico maschile.

La Casta (casta, eppure capace di molti incesti) asserisce: Roma locuta, causa finita.

Roma padrona, tuttavia c’è un giudice anche a Berlino… E prima ancora, c’è lo sdegno della gente comune.

Cominciamo dai fatti. Ecco la sentenza, firmata dal dottor Antonio Matella, vicepresidente del Tribunale Nazionale Antidoping – prima sezione, e controfirmata da tre avvocati Melandri Sieni Tomaselli; qui da noi corredata dagli articoli del codice cui fa riferimento (ha collaborato alla raccolta dati Roberto Annoscia):

La Prima Sezione del Tribunale Nazionale Antidoping, nel procedimento disciplinare a carico del sig. Alessio Guidi (tesserato FIDAL/FITRI), visti gli artt. 2.9, 4.3.4 delle NSA, afferma la responsabilità dello stesso in ordine all’addebito ascrittogli e gli infligge la squalifica di 2 anni, a decorrere dal 24 giugno 2019 e con scadenza al 23 giugno 2021. Condanna il sig. Guidi al pagamento delle spese del procedimento quantificate forfettariamente in euro 378,00.

Ecco gli articoli serviti ai legulei di oggi: annoverabili nella categoria che pochi giorni fa abbiamo definito “le vestali dell’antidoping” (pensando ai “professionisti dell’antimafia” di cui parlava Sciascia).

2.9 Complicità. Fornire assistenza, incoraggiamento e aiuto, istigare, dissimulare o assicurare ogni altro tipo di complicità intenzionale in riferimento a una qualsiasi violazione o tentata violazione delle NSA o violazione dell’articolo 4.12.1 da parte di altra persona.

4.3.4 Per le violazioni dell’articolo 2.9 (Assistenza) il periodo di squalifica deve essere pari almeno a 2 (due) anni, fino ad un massimo di 4 (quattro) anni, a seconda della gravità della violazione.

4.12.1 Divieto di partecipare alle attività sportive durante il periodo di squalifica. Nessun Atleta o altra Persona squalificata può partecipare a qualsiasi titolo, per tutto il periodo di squalifica, ad una competizione o ad un'attività (con l’eccezione dei programmi di formazione antidoping e riabilitazione autorizzati da NADO Italia) che sia autorizzata o organizzata da un Firmatario del Codice WADA, da un'organizzazione ad esso affiliata, da una società o altra organizzazione affiliata ad un’organizzazione affiliata a un Firmatario, oppure a competizioni autorizzate o organizzate da una lega professionistica o da una qualsiasi organizzazione di eventi sportivi a livello nazionale o internazionale, o qualsiasi attività sportiva agonistica di alto livello o di livello nazionale finanziata da un ente governativo. Un Atleta o altra Persona che sconti un periodo di squalifica più lungo di quattro anni può partecipare da Atleta, alla fine del quarto anno di squalifica, ad eventi sportivi locali che non si svolgano sotto l’egida o comunque la giurisdizione di un Firmatario o un membro di un Firmatario, ma solo se l'evento sportivo locale è ad un livello che non può consentire di qualificarsi direttamente o indirettamente (né di accumulare punti) per competere nel campionato nazionale o in un evento internazionale.

Cosa ha fatto Alessio Guidi, presidente della società bolognese “Passo Capponi” da lui stesso fondata, e artefice di innumerevoli altre iniziative che hanno smosso il fatiscente podismo amatoriale emiliano (portandolo, fra l'altro, a dare soccorsi materiali ai terremotati, poi agli alluvionati della Bassa modenese)? Si è drogato? No. Anzi!

Il 1° novembre, data assegnata dalla Fidal per la nuova auspicata maratona di Bologna, dato che la maratona vera non si faceva ha organizzato lui una maratona libera, senza iscrizioni, senza vigili, senza transenne, senza pettorali, con un percorso definito solo approssimativamente (chi scrive aveva meditato di andarci, poi rinunciò per ragioni familiari, ma ugualmente seguì l’iniziativa).

Ebbene, tra i 40/ 50 partecipanti di quella mattina piovosa, oltre a Vito Melito plurivincitore del “Passatore”, e alla coppia Alessandro Mascia – Simona Bacchi che ben conosciamo,  apparve Roberto Barbi, maratoneta plurisqualificato per doping.

Ne abbiamo parlato, in un articolo del  4 novembre scorso, letto oltre  1800 volte e che forse vale la pena di rileggere anche adesso

https://www.podisti.net/index.php/commenti/item/2768-maratona-di-bologna-per-ora-autogestita.html

Era una corsa in famiglia, o meglio ancora, un libero raduno: chi cc’è cc’è, e chi nun c’è se vva a ffà ddà in tel Ku (così si scriveva a Bologna sui muri dell’università ai tempi della festa della matricola), non una gara federale succhiasoldi tra omologazione e runcard e certificati e balle varie, compresa la circolare Gabrielli.

Guidi, si sia accorto o no della presenza indebita, non ha segato le gambe a nessuno: ebbene, tutto ciò è stato visto dai giudici (di Roma, non di Berlino) come complicità, incoraggiamento al doping, per aver fatto partecipare persone che non possono gareggiare in quanto sospese.
(Vuol dire che Barbi non può nemmeno fare due passi di corsa in libertà per conservare il peso-forma? Il negozio che gli vende le scarpe è passibile di complicità?)

La prova della complicità sarebbe la foto collettiva in cui Guidi appare anche con Barbi.   (Confesso che, quando vidi la foto, dovette esserci qualcuno a dirmi che c’era anche Barbi perché io non l’avevo riconosciuto).

Ecco la dichiarazione di Alessio Guidi espressa su Facebook pochi minuti dopo la sentenza:

Ciao a tutti, ci rivediamo il 23/06/21. Sinceramente ho poco da aggiungere, adesso devo solo capire cosa posso e cosa non posso fare sia da atleta che da Presidente di società.

PS per chi non conosce i fatti dico solo che non mi sono dopato, ma sono stato accusato di aver organizzato una manifestazione sportiva invitando a partecipare un atleta squalificato per doping.

PS2 io sono molto tranquillo e sereno perchè sono completamente estraneo alle accuse che mi sono state fatte e già da domani inizierò una lunga battaglia per far saltare fuori la verità.

Buone corse a tutti.

Dicevamo: c’è un giudice a Berlino (frase usata da un mugnaio del tardo Settecento, ingiustamente danneggiato da giudici corrotti, ma che alla fine ebbe ragione ricorrendo al sovrano Federico il Grande). Ci sono stati giudici che hanno ribaltato la sentenza di condanna di Enzo Tortora e altri che hanno assolto personaggi celebri messi in galera da PM affetti da protagonismo (anche se purtroppo quei giudici e quei PM hanno continuato indisturbati la loro carriera).

E’ ovvio che Alessio Guidi avrà ragione, in seconda istanza. Ma (se lo è chiesto lo scrivente, pochissimi giorni fa, danneggiato da una ‘sentenza’ emessa da un organismo non qualificato, eppure dotato di potere), vale la pena di fare ricorso? Forse basterebbe farsi una risata e brindare alla memoria del prof. Conconi e del dottor Ferrari, assurti ai più alti onori nella Fidal come ‘preparatori’ degli atleti da medaglie; e di quei papaveri federali che alzarono la pedana del pesista Andrei per fargli fare il record (hanno mai trovato un giudice che li ha condannati?).

Qualcuno proporrà sicuramente un hashtag Siamo tutti Alessio Guidi. Cominciamo da qui, invitando all’attenzione i solerti giudici: a chi firma il presente articolo, qualche anno fa, giunse da Alessio Guidi l'informazione amichevole che un suo atleta, impossibilitato per malattia a partecipare a una grossa maratona italiana, lasciava 'libero' il suo pettorale. Il sottoscritto ne approfittò e corse la maratona, finendo in classifica col nome dell’altro (perché non si poteva più cambiare). E magari, siccome ero raffreddato,  mi ero fatto pure qualche inalazione di Vicks: doping! Meritiamo un’altra bella squalifica.
Pazienza: se non potrò correre maratone in Italia, con Alessio (che sulla mezza ha 1.19, sulla maratona ha 2.48 ma anche 6.34 per aiutare amici in difficoltà) andrò in Svizzera o in America, dove sono organizzate senza i cavilli che a noi italiani tocca di subire.

21 giugno - Non c’è una sola parola italiana nel titolo e sottotitolo di questo 5000 metri svoltosi nella sera del solstizio d’estate (infatti con piena visibilità anche all’arrivo degli ultimi della gara maschile, partita alle 21,15): eppure si tratta di gara italianissima, anzi emilianissima, inserita come è quale ottava prova del trofeo Corri Emilia. Le società più lontane provenivano da Reggio, Ferrara, Cento e Castel San Pietro, a parte il GS Esercito che dal Veneto ha mandato, via Roma,  due sentinelle le quali – guarda caso – hanno vinto la corsa femminile.

Si tratta di Elisa Bortoli, mezzofondista di levatura nazionale, classe 1994, prima con 17:11 (un tempo che l’avrebbe collocata al settimo posto assoluto), nettamente davanti a Ilaria Fantinel (1998) con 18:22. Altri 44 secondi ed è giunta la terza, la reggiana Isabella Morlini, classe 1971, una che gli allenamenti bigiornalieri se li scorda dovendosi dividere tra gli impegni di docente universitaria e di mamma, e qui ha regolato per 39” Oksana Diamanti, la prima bolognese di tesseramento (Blizzard). 43 in tutto le donne, partite alle 20,30: tra loro ci ha fatto piacere rivedere la nostra collaboratrice Valentina Gualandi (se non l’avessi letto nelle classifiche stenterei a credere che sia del ’69), ora tesserata per la società di casa, undicesima assoluta in 22:14 malgrado qualche guaio fisico non pienamente risolto.

Tra gli uomini (119 in tutto), la gara è stata molto più combattuta, anche se ha vinto il ferrarese Rudy Magagnoli, classe 1977, habitué di queste competizioni vicino a casa (un mese fa aveva vinto a Cona, tre mesi fa a Baura) in 15:40, con 7” di vantaggio su un terzetto giunto, si sarebbe detto una volta, al fotofinish: Moslim Labouiti (Centese), Mamadi Kaba (Castenaso) e Luis Ricciardi (Aquadela). Netto il distacco su tutti gli altri, addirittura con qualche doppiaggio nei confronti degli ultimi.

Piacevole il percorso: due giri da 2500 metri, con partenza-arrivo nel piazzale dell’avveniristico palazzo comunale di Zola e della stazioncina dei treni, poi immediato sottopasso della linea ferroviaria e sviluppo del giro nel vicino parco, su stradine bianche, con varie curve a 90 gradi e un po’ di refrigerio dato dalla vegetazione. Qui era appostato il principe dei fotografi bolognesi, Jader Consolini (in Gualandi).

Di fronte a 8 euro di iscrizione era fornito un discreto pacco alimentare (più quel berretto che una volta si vedeva in testa solo al vecchio tipografo di don Camillo), oltre a un buono scontato (ma non troppo) per una cenetta nell’adiacente bistrò.

Corri Emilia va in vacanza e riprenderà dal 10 settembre con le ultime sette gare: aprirà un altro 5000, ma il clou sarà rappresentato da ben tre maratonine a Correggio, Voltana e Castelmaggiore, e chiusura con un 10000 nei pressi di Modena il 22 dicembre.

15 giugno -  Nell’età – suppongo - estrema della pratica podistica, tendo a non ripetere gare già fatte, rivolgendomi piuttosto a competizioni nuove in posti per me sconosciuti. Ero già stato l’anno scorso a Castelbolognese, quasi come recupero la settimana dopo un ultratrail piuttosto duro; dunque, basta. Tanto più che in questo 2019 sono iscritto a una maratona fra una settimana. E invece… comincia la happy family Allesimo a dire che ci sarà e pregusta già il divertimento; poi, la famiglia Paolino, ma, chissà, andiamo alla Pistoia- Abetone però… perché no? Si preannuncia anche il rendez vous Liccardi-Di Vittorio sul tema “dopato o no?”, e la presenza di Eleonora Corradini… (avevo scritto l’anno scorso: quanto a belle donne, questa trasferta di Castelbolognese non lascia delusi. Chi scrive, quando va a correre, va a correre e basta (a differenza di molti colleghi delusi dalla vita, che sperano in un ribaltone solo per aver porto il bicchiere del tè alla fighetta affiancata); ma certo, arrivare in zona ritrovo e trovarsi di fronte all’opulenza di Luisa Betti o a quella vivente statua di Canova che è Eleonora Corradini (e non solo lei), sa renderti gradevole persino una corsa all’inferno).

Peccato, perché il paragone con la  statua di Canova mi era venuto adesso, e sembrava originale; invece… già sfruttato. Ma insomma, un sacco di ragioni per ripetere l’azzardo, e in extremis, due scarsi giorni prima, mi iscrivo.

La pensano come me quasi tutti i partecipanti del 2018, e molti altri: se l’anno scorso ci furono 83 classificati, quest’anno ce ne sono113: 89 dei quali raggiungono nelle 6 ore la canonica distanza della maratona corrispondente a 16 giri da 2640 metri (tutti sterrati).

L’estate finalmente è esplosa, al via delle ore 14 stiamo sui 32 gradi, sebbene ogni tanto un centinaio di metri all’ombra mitighino l’arsura. Ma rimane provvidenziale, e quasi forzato, il ricorso ad ogni passaggio presso il traguardo (che duro però quello scalino erboso per risalire sull’argine del Senio, dopo!) al bicchiere di birra freschissima alla spina, che ti vale anche come testimone del giro compiuto.

Per chi si collegasse solo oggi, rispiego la questione: alla gara ufficiale, dove vince chi dopo 6 ore ha fatto più giri, si aggiunge quella ‘goliardica’: ogni birra bevuta al passaggio dà un bonus di 1 km; sono invece abolite, rispetto al 2018, le penalità per gli astemi, che semplicemente depositano un bicchiere rosso vuoto al posto di quello bianco dei ‘bevitori’.

In zona è esposta la classifica delle precedenti 4 edizioni, sulla base delle sole birre bevute (prescindendo dai km): la capeggia Claudio Romani con 86 birre (record di 30 nel 2016), con vantaggio abissale su Domenico Pino (solo 73 birre); ma al terzo posto sta Elena Di Vittorio la quale, seppure con sole 3 partecipazioni, si è dissetata in questo modo 71 volte, per giunta vincendo pure quanto a percorrenza!

Guardando poi le classifiche ‘speciali’ del 2019, vedo che il primato è andato a Stefano Farina, tesserato 100 km del Passatore, che in ognuno dei 25 giri percorsi (66 km) si è dissetato con una bionda; come lui ha fatto il compagno di squadra Simone Assirelli, terzo l’anno scorso, ora con 24 giri (63,3 km) e 24 birre. Ma li ha battuti tutti, quanto a chilometri (71,2) Luigi Pecora, sebbene i suoi 27 giri siano stati costellati da “sole” 22 birre.

Dunque, la classifica che andrà nelle statistiche ‘serie’ dice: 1° Pecora (assente nel 2018), con 71,2 km; 2° Farina (come l’anno scorso, ma con un giro in meno), a due giri (66 km); 3° Alessandro Coianiz (altro ‘nuovo), a tre giri, stesso chilometraggio 63,3 di Assirelli ma con un tempo minore. Nella classifica ‘con birra’ Coianiz, che ha bevuto ‘solo’ 17 volte, scivola al 5° posto, vedendosi superato da Andrea Pagani, con un giro in meno di lui (dunque 60,7 km), ma svariate birre in più.

Tra le donne, la vincitrice dell’anno scorso, Elena Di Vittorio (60,7 km nel 2018) corre con prudenza per un infortunio da cui sta uscendo, e si accontenta di 44,850 km che le valgono l’ottavo posto femminile (41° assoluto). La classifica ‘astemia’ vede vittoriosa quella “impossible target” di Eleonora Rachele Corradini (seconda alla 9 Colli del 2018), ora sesta assoluta con 60,7 km, cioè 24 giri (8 più dell’anno scorso) e ‘soltanto’ 16 birre (tuttavia, 10 più che nel 2018), che però non le fanno perdere il primato nemmeno nella graduatoria ‘alcoolica’; 2^ Sabrina Gargani, a 2 giri (55,4 km; resta seconda anche nell’altra classifica, perché le sue 21 birre le fanno guadagnare 5 km su Eleonora che conserva 376 metri di vantaggio!); 3^ Marta isabella Doko, stessi giri della seconda ma un tempo peggiore (e poi, essendo totalmente astemia, nella classifica generale scivola al 50° posto assoluto: quasi un titolo di merito).

Già, gli astemi: in questa pazza corsa, vale la pena citare quelli i cui zero bicchieri bianchi depositati li hanno penalizzati nella seconda classifica: la Doko è la più veloce, dietro lei vedo principalmente donne: Azzurra Agosti, che comunque percorre 47,5 km, Angela Maruccia, Tea Lombardi e qualche altra. L’astinenza maschile è celebrata da Luca Aiudi, dal supermaratoneta modenese Mauro Gambaiani, da Filippo Nordio e da Maurito Malavasi (figlio di Paolino), tutti e quattro con 17 giri (44,850) e zero birre. Quanto ad altri supermaratoneti, segnalo l’arrivo quasi in gruppo compatto (poco dietro alla Di Vittorio) del trio Bigi-Bacchi-Mascia, 17 giri e 5 birre ciascuno, sportivamente davanti a me di 2,640 km, ma puniti dalla poca birra che li lascia alle soglie dei 50 km virtuali (virtuali, o viziosi?) mentre il sottoscritto si issa a quota 58.

Naturalmente restavano a disposizione anche i beveraggi normali, le bevande e frutta solite, fresche e secche, più qualche verdura un po’ meno usuale (pomodori, carote, cetrioli), sotto la supervisione di altre gloriose ultramaratonete romagnole, come le sorelle Costetti e Anna Zacchi habituées del Passatore.

Il sole tramonta e sorge una luna pienissima, la temperatura si abbassa intorno ai 22/23 gradi. Dopo un sommario lavaggio con l’acqua fresca che sgorga da una gomma, ci attardiamo a parlare di diete e malanni e medicine con Elena Di Vittorio, senza accorgerci che nel frattempo la grigliata garantita ai partecipanti sta finendo (sembra che la cucina abbia dovuto interrompere le operazioni, dopo aver beneficiato delle sue grazie un po’ tutti i presenti non podisti); e quando mi presento al bancone, resta qualche stuzzichino, acqua minerale, la solita birra e un bicchiere di spumante per non so qual compleanno (ma l’anno scorso il vino rosso era ai tavoli).

A proposito: Elena replica ‘scientificamente’ alla mia battuta, se cospargersi di idrocortisone come antizanzare fosse doping: “Ogni molecola di farmaco definita cortisonico in realtà ha una farmacocinetica (assorbimento, metabolismo, escrezione, legame alle proteine plasmatiche) diversa, per cui alcuni sono vietati solo per uso sistemico (a seconda della via di somministrazione orale, intramuscolo, endovena, rettale), altri per tutte le vie (anche topica).

Se uno si spalma Locoidon per una puntura di zanzara non è dopato, però se se lo iniettasse o lo ingerisse lo sarebbe. Idem con altri cortisonici”.

La compilazione delle classifiche è come al solito laboriosa e soggetta a correzioni (ultima revisione, limitata alla “senza birra”, il 18 giugno, e la correzione principale fa scendere il 6° della classifica originaria all’attuale 17° posto, con 3 giri in meno di quelli inizialmente conteggiati). Dei 113 in graduatoria (un aumento del 36% rispetto al 2018), due si sono accontentati di quattro giri (10,5 km), con o senza aggiunta di birre; chi ne ha fatti addirittura 19 più 9 birre (eppure l’ho doppiato almeno quattro volte… infatti nella classifica rivista perde 3 giri e 66 posizioni); chi, arrivato quasi allo scoccare delle 6 ore in zona traguardo, ha ottenuto di proseguire per l’ultimo giro utile a fargli scattare il fatidico “punto” dei 42,208 cioè della maratona valida per le classifiche nazionali e mondiali (sono 33 in tutto i maratoneti ‘nudi e crudi’, 54 gli ‘ultramaratoneti’).

Così non fa Gregorio Zucchinali, presidente IUTA, che finisce con me (facciamo insieme quasi tutto l'ultimo giro, parlando di politica, di doping, di ricordi, di vecchi amici che non ci sono più); lui è un giro dietro, dunque a quota 39,6, ma si dichiara contento del risultato, visti gli acciacchi da cui sta quasi uscendo, ed esce dall'agone bevendo la quindicesima birra.

Insomma, qualche buon motivo per essere a Castelbolognese anche quest’anno l’abbiamo trovato tutti: se... camperemo cent'anni, torneremo.

Lunedì, 17 Giugno 2019 12:42

Per amore, si ingolla anche l’Ortica

Una frase fatta recita che dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna. Beh certo, dietro all’editore Angelo Rizzoli c’è stata Eleonora Giorgi, dietro Onassis c’era Jacqueline ex-Kennedy, dietro Sollecito c’era Amanda, dietro Icardi c’è Wanda Nara ecc.

A volte può essere vero il contrario, o meglio, il reciproco. Ce ne siamo resi conto scorrendo le foto di Roberto Mandelli al recente Palio dell’Ortica, gara non competitiva ma dove gli atleti avevano il pettorale numerato e i primi arrivati sono stati comunque premiati:

 https://foto.podisti.net/p276415172/hce88e696#hce88e696

In questa prima foto della nostra scelta vediamo, al via in prima fila, secondo da sinistra con pettorale 145, un podista ampiamente tatuato sul suo lato destro, e dall’aspetto sicuramente molto atletico. Del tutto normale che, chi ritiene di avere chances per fare una buona gara, parta davanti onde non essere rallentato dai vari Fabio Maderna (o peggio ancora, se ci fosse stato, Fabio Marri). In una foto poco successiva, sempre prima della partenza, scopriamo un’altra tenuta nera, indossata da un gentile personaggio femminile che porta il pettorale 144

https://foto.podisti.net/p276415172/hce88e696#hce88e6c3

La gara comincia, e la gentildonna numero 144 balza in testa alla gara femminile. Eccola al primo passaggio:

https://foto.podisti.net/p411520951/hce88eac3#hce88eac3

To’ chi si rivede: a romperle l’aria, per renderglierla meno urticante c’è il nostro uomo tatuato, pettorale seminascosto, ma divisa del tutto identica. Vana appare la resistenza della seconda donna, la 556, che sembra potersi raccomandare solo al cielo.

Eccoci infine al traguardo: Mandelli sta per fissare il meritato arrivo, chissà, mano nella mano, della coppia, ma ecco il supremo atto d’amore (uso il termine in senso lato):

https://foto.podisti.net/p21857661/hce890495#hce890495

La vittoria femminile è tutta e solo di Lorenza Bianchetti (questo il nome della premiata); non sia mai che qualcuno del pubblico la voglia sminuire, o che il pacemaker pretenda una parte del premio come usa nelle grandi gare! Dunque, l’estremo sacrificio che arriva fino all’annullamento di sé: il pettorale 145 esce letteralmente di scena, forse non taglia nemmeno il traguardo (vedete la sua progressiva sparizione nelle foto 131-136).

A godere di quanto ‘seminato’ sembra essere invece un altro, stessa divisa ma numero 138, che nelle foto 143-146 schiocca un bel bacio (non ricambiato) alla vincitrice, poi esulta con lei. Siccome mi dicono che si chiami Gianluca Rundiciotto e sia persona squisitissima oltre che coordinatore del gruppo Urban Milano, non mi permetto di insinuare che faccia come il cuculo che sfrutta il nido costruito da altri uccelli: anzi, anche lui acconsentirà che si elogi il vero meritevole del tiraggio, colui che ha ingollato l’aria pungente delle Ortiche pur di garantire il successo di Lorenza.

Diamo tutti i meriti dunque ad Andrea Gornati, immediatamente riconosciuto dai presenti e da chi ha visto le foto: personaggio molto noto come preparatore atletico e allenatore, già in rapporto con Orlando Pizzolato, e adesso in proprio (omissis). Qualcuno in rete ha anche aggiunto motivazioni ‘speciali’ per giustificare il ‘tiraggio’ o, reciprocamente, il ‘succhiaggio’: ma qui si entra nella sfera personale e noi non lo seguiremo.

Ci basta aver segnalato questo supremo gesto di altruismo: almeno stavolta, dietro (o davanti) a una grande donna c’è stato un grande uomo.

Milano (Centro Sportivo Saini) 9° Palio dell'Ortica

Castelbolognese, 15 giugno – In attesa di riferirvi della quinta “6 ore della birra” (attendo le classifiche, per ora contentatevi delle foto http://podisti.net/index.php/foto.html ), vorrei dirvi di come l’antefatto e il “terzo tempo” di questa corsa siano stati conditi da franchi colloqui tra i due protagonisti della vicenda doping (prima ironicamente proclamata, poi un po’ sminuita, e nel frattempo stigmatizzata soprattutto via social). Intendo tra Mario Liccardi, che prima si è autodenunciato e ora continua a difendersi e precisarsi nei commenti al suo articolo online da alcuni giorni (http://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/4206-un-tapascione-dopato-a-sua-insaputa.html), ed Elena Di Vittorio, la quale oltre a essere una ultramaratoneta di assoluto rilievo (l’anno scorso aveva vinto la 6 ore della birra, quest’anno è volutamente andata più piano perché reduce da un infortunio), ha due lauree nell’ambiente chimico-farmaceutico-biologico, ed è apprezzata biologa nutrizionista a Parma, dove vive (le ho anche gettato l’amo: perché non ci scrivi qualcosa di scientifico per Podnet?).

Ebbene, i due ‘contendenti’ si sono civilmente confrontati nell’imminenza della gara; dopo la corsa, essendosi Liccardi già avviato verso casa, sono stato io ad approfittare della squisita disponibilità della dottoressa-campionessa per fare un po’ il punto (senza pretendere di esaurire il discorso, tanto più che il mio tipo di laurea non consente di spingersi troppo in là su certi argomenti), anche con l’aiuto di qualche email, sulla questione che a quanto pare sta suscitando molto interesse.

Elena lamenta, come aveva scritto in un commento sul nostro sito:

 

Prima di citare un mio post a supporto di una tesi sarebbe bene leggere ATTENTAMENTE il testo: in questa citazione [quella fatta da Mario] viene "ribaltato" il significato dell'affermazione (che non è altro che un'evidenza scientifica assolutamente assodata ormai da decenni). Nel passaggio citato infatti si metteva in evidenza che con un utilizzo "occasionale" del cortisonico si ha la prevalenza degli effetti "positivi dopanti", che poi con l'uso prolungato vengono meno e risultano ampiamente sovrastati dagli effetti negativi. Non voglio far polemica, sono intervenuta soltanto perché tirata in ballo personalmente, ma solo puntualizzare. Non mi piace quando vengo citata riportando in modo travisato le mie parole.

 

A beneficio dei lettori che non sono su Fb (come il sottoscritto) ci siamo fatti mandare il “post verboso”, come l’ha definito la stessa Elena, messo in rete il 6 giugno. Per agevolare la lettura mi permetto di ridurlo un po’ e togliere le note bibliografiche:

 

LE AZIONI FARMCOLOGICHE DEL CORTISONE, QUESTE SCONOSCIUTE?

Il più gettonato tra gli sportivi è il cortisone, o meglio la classe dei cortisonici di sintesi ovvero molecole che mimano l'effetto del 11β,17α,21-triidrossipregn-4-en-3,20-dione volgarmente detto cortisolo endogeno.

Ebbene si, produciamo normalmente il cortisolo, o meglio lo producono quotidianamente in modo fisiologico le nostre ghiandole surrenali con un ritmo ben preciso (circadiano): tutte le mattine verso le 8:00 abbiamo il nostro picco ematico del cortisolo.

Come le gazzelle che ogni mattina quando si svegliano devono essere pronte a scappare dai leoni, anche noi dobbiamo essere rapidamente efficienti ed operativi, ed il cortisolo ce lo consente.

E' un ormone steroideo infatti che regola numerose funzioni fisiologiche, tanto che la sua mancata produzione è condizione patologica (MORBO DI ADDISON) che può rivelarsi anche pericolosa per la vita e che necessita di trattamento farmacologico con gli analoghi di sintesi.

Essendo il cortisolo fondamentale per il mantenimento dell'omeostasi idro-salina e per l'adattamento del corpo a qualsiasi situazione di stress la sua mancanza provoca, solo per citare alcuni sintomi:

astenia, ipoglicemia, affaticabilità, ipotensione ortostatica, anoressia, perdita di peso, intolleranza al freddo, vertigini, acantosi nigricans (macchie cutanee), depressione, ansia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, amenorrea.

La produzione di cortisolo aumenta in condizioni di stress, quindi anche nel caso di attività fisica prolungata (un esempio a caso: nella corsa di resistenza). Questa iperproduzione è il principale spauracchio dei personal trainer che sconsigliano l'attività aerobica come se fosse il male assoluto e la principale causa dei loro "fallimenti" (quando, avendo visto innumerevoli diete dei PT, io qualche sospetto sulla vera causa di insuccesso dell'allenamento nella ricomposizione corporea ce l'avrei, ma questo è un discorso a parte).

Tralasciando il fatto che se i PT studiassero un po' saprebbero che anche esercizi ad alta intensità provocano un picco nella secrezione di cortisolo e che l'aumento di cortisolo circolante dipende dall'intensità e dal volume d'allenamento nel caso di attività di resistenza e provocano un aumento superiore soprattutto quelle che comportano una maggiore produzione di lattato, l'azione in acuto del cortisolo è la risposta fisiologica allo stress volta al mantenimento dell'omeostasi, e non provoca i danni che invece sono conseguenti ad una iperproduzione cronica (o ad un'assunzione prolungata di cortisonici esogeni, ovvero farmaci).

I danni si manifestano in seguito ad un'iperproduzione cronicizzata di cortisolo, da stress prolungato mal gestito nel tempo: il famigerato OVERTRAINING.

Il CORTISOLO modula un gran numero di funzioni fisiologiche:

- METABOLISMO: stimola lipolisi e gluconeogenesi, utilizzo delle proteine per produrre glucosio con conseguente aumento della glicemia.

- BILANCIO IDRICO E SALINO: favorisce il riassorbimento di SODIO e l'escrezione di POTASSIO e CALCIO a livello renale.

- SISTEMA IMMUNITARIO: esercita azione antiinfiammatoria e di immunosoppressione.

- APPARATO CARDIO-CIRCOLATORIO: mantenimento della gittata cardiaca, aumento del tono arteriolare, riduzione della permeabilità endoteliale.

- stimola il riassorbimento osseo e la perdita di massa muscolare.

- facilita l'azione di glucagone e catecolamine in risposta a stimoli stressanti.

 In pratica a livello fisiologico la funzione principale e' quella ergogenica (che è l'effetto "collaterale" dei farmaci corticosteroidei che li rende DOPING) , mentre a livello farmacologico le azioni ricercate sono quelle che si definirebbero per l'ormone endogeno EFFETTI COLLATERALI (soppressione della reazione infiammatoria e delle reazioni allergiche).

Quindi affermare che un cortisonico è un banale farmaco utilizzato per curare un'allergia è evidentemente una sciocchezza. Non è un farmaco "banale" ed ha indicazioni terapeutiche ben precise, per cui vanno preferite opzioni terapeutiche alternative quando non strettamente necessario sulla base di un discorso di rapporto rischi-benefici (anche se l'eccesso prescrittivo di corticosteroidi in Italia è estremamente diffuso. Questa è una mia personalissima considerazione).

I corticosteroidi assunti per non oltre una settimana continuativa producono innegabili vantaggi in termini di miglioramento di performance, riducendo la fatica ed il dolore, ottimizzando il metabolismo sotto sforzo e agendo in cooperazione con le catecolamine migliorano anche la performance cardiaca e provocano euforia.

Chiaramente con l'uso prolungato (per moltissime patologie purtoppo è necessario) prevalgono gli effetti collaterali negativi anche gravi (depressione,ipertensione, diabete, osteoporosi, riduzione della massa muscolare, accumulo di grasso addominale, ecc...).

 

Ho messo in neretto quest’ultima frase perché era quella che Mario citava e in un certo senso faceva propria, sia pur mettendo in dubbio l’azione dopante per una sola assunzione a due giorni dalla gara.

Mario ha ribadito la sua convinzione nell’ultimo (per ora) commento aggiunto al suo pezzo ‘storico’, commento che riporto qua perché non è facilissimo leggerlo ‘in chiaro’ sul sito (il trucco è cliccare su “Rapporto”).

In occasione della sei ore della birra a Castelbolognese (mi sono ritirato al 23^ km per troppo caldo), ieri ho avuto una franca discussione con Elena di Vittorio. Relativamente alla prima parte del confronto, circa il dotto post sulle azioni farmacologiche del cortisone, Elena ha sostenuto che le sue affermazioni sono state mal interpretate o travisate: non avendo io tenuto conto di una negazione, ho distorto il senso della frase.

Cosa ha scritto Elena? [segue la prima frase riportata sopra in neretto]

Cosa ho capito, magari in maniera non corretta?

Che il cortisone assunto fino a non oltre una settimana continuativa, quindi fino sette giorni di seguito, produce benefici che aumentano progressivamente giorno dopo giorno.

Tempo fa ad esempio, dietro prescrizione medica mia moglie ha assunto Bentelan per 4 giorni consecutivi: il dolore reumatico o artrosico che, specialmente durante la notte, si irradiava dalla schiena fino al piede della gamba destra impedendole di dormire, solo al quarto giorno è miracolosamente sparito.

Cosa ho scritto? “Segnalo di non aver mai assunto il Bentelan per non oltre una settimana continuativa. Lo prendo solo alla bisogna, poche volte nell’arco di maggio e giugno. Quest’anno, una volta sola. Non so quindi fino a che punto abbia mai influito nelle mie prestazioni sportive”.

Ho distorto il senso dell’affermazione di Elena? Non mi pare.

 

Bè (commenta Elena), è quasi come citare Burioni in un testo contro l'uso dei vaccini… Da parte mia, direi che Mario, sebbene abbia letto e trascritto da Elena che il cortisone nella prima settimana di uso aumenta le prestazioni sportive, continua a dubitare che ciò sia accaduto nel suo caso, dato che ne ha presa solo una fiala (e aggiunge l’esempio di sua moglie, dove gli effetti si sono visti solo al quarto giorno d’uso).

Per curiosità, sono andato a leggere il foglietto illustrativo del Bentelan  (su internet, sperando che non l’abbia scritto il dr. Google). Trascrivo con tagli:

 

Bentelan fa parte della categoria dei Corticosteroidi sistemici - glicocorticoidi.

La terapia corticosteroidea può trovare indicazione in una vasta gamma di malattie. Tra le principali vanno ricordate:

asma bronchiale [che, chissà perché, affligge molti sportivi di alto livello, NdR]

allergopatie gravi [è il caso di Mario];

artrite reumatoide

collagenopatie;

dermatosi infiammatorie;

Precauzioni per l'uso

Durante la terapia possono manifestarsi alterazioni psichiche di vario genere: euforia, insonnia, mutamenti dell'umore o della personalità, depressione grave o sintomi di vere e proprie psicosi. Una preesistente instabilità emotiva o tendenze psicotiche possono essere aggravate dal glicocorticoide.

Con l'uso inalatorio: raramente si possono verificare una serie di effetti psicologici e comportamentali che includono iperattività psicomotoria, disturbi del sonno, ansietà, depressione, aggressività, disturbi del comportamento (prevalentemente nei bambini).

Nei pazienti anziani la terapia, in particolare se prolungata, deve essere pianificata in considerazione della maggiore incidenza degli effetti collaterali quali osteoporosi, peggioramento del diabete, dell'ipertensione, maggiore suscettibilità alle infezioni, assottigliamento cutaneo.

La posologia di mantenimento deve essere sempre la minima in grado di controllare la sintomatologia; una riduzione posologica va fatta sempre gradualmente durante un periodo di alcune settimane o mesi in rapporto alla dose precedentemente assunta ed alla durata della terapia.

PER CHI SVOLGE ATTIVITÀ SPORTIVA

L'uso del farmaco senza necessità terapeutica costituisce doping e può determinare comunque positività ai test anti-doping.

 

Ecco, forse queste ultime righe erano state ‘saltate’ da Mario. È però vero che qui si parla di “uso senza necessità terapeutica”, che invece in Mario c’era. A questo punto, come sollecitano le vestali dell’antidoping, Mario deve starsene sul divano fino alla cessazione degli effetti del Bentelan, oppure può continuare a svolgere attività sportiva senza lucrarne prosciutti ed eurini? (era il senso anche dei quesiti di altri due lettori).

Elena privatamente mi ha risposto: Ogni cortisonico ha un'emivita differente, il calcolo esatto però è molto complicato perché i cortisonici si accumulano nel grasso corporeo, quindi i livelli circolanti variano in base a quanto ne è stato assunto ma anche in base alle caratteristiche fisiche del soggetto.  In seguito a singola somministrazione è più prevedibile e si desume dal foglietto illustrativo (alla voce proprietà farmacocinetiche).

Purtroppo non ho trovato questa voce nel foglietto online (che parla solo di “escrezione quasi completata nelle 24 ore”: significa che dopo 24 ore il farmaco circola perfettamente, o viceversa che non ce n’è più traccia, o non ha più efficacia? Opterei per la prima risposta). E ribadisco il mio parere: chi come Mario a Monselice si classifica 13° su 35, con 48,414 km percorsi in 6 ore (cioè andando ai 7:30 /km), non credo che prenda farmaci per doparsi. Se li prende, dietro prescrizione medica, per star bene (o addirittura come salvavita), perché vietargli di gareggiare senza fini di lucro?
Faccio un paragone personale ma estremo e semi-immaginario, nel senso che l'ipotesi prospettata non si è poi realizzata: nel marzo 2003 ebbi un forte attacco di ulcera, il mio ematocrito andò a 30 e l’emoglobina a 10. Se mi avessero curato con l’epo e due mesi dopo avessi corso il Passatore (cui ero già iscritto), sarei stato un drogato passibile di squalifica? Cioè la mia assunzione di epo sarebbe stata vista come un tentativo di andare più forte al Passatore?

Ma in realtà: non mi prescrissero l’epo, per riportare il sangue a livelli più decenti mangiai chili di milza, di fegato e di fiocchi d’avena, l’unica medicina prescritta fu l’ acido folico – oltre ovviamente all’omeoprazolo -, e due mesi dopo corsi il Passatore in meno di 13 ore. Magari con l’epo facevo 12:30 e arrivavo 150° anziché 178°… E chissà se l’omeoprazolo, che prendo ancor oggi come ‘richiamo’ una volta l’anno, sta pure esso nella lista nera …

Tornando all’oggi: la sera prima della 6 ore, un medico intervistato da un Tg nazionale ha sostenuto che il rimedio più efficace contro le zanzare è l’idrocortisone. La cosa è confermata da vari siti internet: per esempio il “Corriere salute”:

Applicare idrocortisone in crema

Come viene spiegato sul National Library of Medicine, questo preparato antiinfiammatorio ad uso topico è efficace per ridurre il calore provocato dalla puntura di zanzare e il successivo gonfiore, dando anche sollievo al prurito.

Il consiglio: una crema a base di idrocortisone allo 0,5% o all'1% applicata un paio di volte al giorno dovrebbe riuscire ad alleviare il prurito.

(Altrove)

 L'idrocortisone contiene una piccola quantità di steroidi (1% della soluzione) che aiuta a prevenire il prurito.

Magari, tra i partecipanti alla 6 ore qualcuno si era preventivamente spalmato di questa crema: dopato?? Wada, accorri!!

La presenza su Podisti.net del padre Pasquale Castrilli, missionario Oblato di Maria Immacolata, e corridore anche di lunga lena (13 maratone, una ventina di mezze e tante gare più corte, quando lo permettono i tanti viaggi intercontinentali per missioni), data dal gennaio 2018. La sua rubrica “Correre con lo spirito” (italianizzazione di “Running & Spirit” che era tra le proposte iniziali, insieme a “Il cavallo di S. Francesco”) è diventata un appuntamento, seppure a liberi intervalli imposti dagli eventi.

In attesa che padre Pasquale ci mandi un’altra puntata, abusiamo del suo tag per dire del libretto Evangelii Gaudium. La staffetta dei sacerdoti runners sulle pendici dell’Etna (Roma, Editrice Missionari OMI, maggio 2019, 58 pagine, € 6.50): l’occasione scaturisce dalla vittoria dei  parrini, dei tre sacerdoti assemblati e ‘allenati’ da padre Pasquale, alla 12^ edizione della Supermaratona dell’Etna del 9 giugno 2018, col record del percorso (di cui voi lettori sapeste in anteprima). Record che rischia di resistere all’infinito, non solo per il suo valore assoluto ma soprattutto perché, lo scorso sabato 8 giugno, la Supermaratona si è svolta solo come gara individuale e non più a staffetta (153 partecipanti, dominati da Francesco Mangano in 4:19, con 19 minuti di vantaggio su Francesco Cesare; prima donna, l’ungherese Agnes Korodi in 5:22): la presenza dei religiosi era comunque assicurata da una copia del libretto nel pacco-gara dei concorrenti…

La prima parte del testo rievoca, con ricchezza di dettagli, le tre frazioni corse della scalata etnea: a prendere il via per primo (dopo la benedizione a tutti gli atleti, impartita con acqua marina dal terzo staffettista) è don Vincenzo Puccio (cui padre Pasquale, che era stato primo frazionista nell’edizione dell’anno precedente, cede il ruolo), seppur reduce da una pubalgia che l’ha tenuto fermo un anno: soffre, ma conclude i 14,5 km in 1.07, terzo a cinque minuti dalla prima squadra. Dà il cambio a don Gianni Buontempo, molisano, che supera tutti chiudendo i suoi 19 km in 1.35, primo! Ed ecco la novità della staffetta 2019, il prete trentino don Franco Torresani, che copre i quasi 10 km del suo tratto, con pendenze proibitive fin sotto la vetta dell’Etna, col nuovo record parziale di 59:01, ciò che produce un tempo complessivo di 3.41:54, 23 minuti davanti ai secondi!

La vittoria non è però tutto: il libretto prosegue raccontando della messa, celebrata dai tre e da altri confratelli, nella chiesa madre di Linguaglossa, prima delle premiazioni; e di un nuovo incontro, l’indomani, con un gruppo di corridori messinesi cui don Gianni illustra il concetto del “dare il meglio di sé”; come padre Pasquale ha fatto per i frequentatori di Podisti.net il 4 luglio 2018: http://podisti.net/index.php/commenti/item/1919-dare-il-meglio-di-se-lo-sport-e-la-fede.html

 

Molto interessanti poi, dal lato umano,  i ritratti dei tre protagonisti della staffetta: don Puccio, oggi parroco a Barcellona Pozzo di Gotto, ma atleta… fin dalla nascita, che però fu temporaneamente strappato allo sport dal rettore del suo seminario; solo nel 2010 tornò alle corse, con una Roma-Ostia terminata in 1.15. Il 2015 sarebbe stato l’anno dell’esordio in maratona, ma quella maledetta gara di Messina venne sospesa pochi istanti prima del via (c’ero anch’io, che da allora non ho più messo piede a Messina: don Vincenzo invece c’è tornato nel 2019 arrivando secondo alla maratona, e vincendo poi la vicina maratonina dei Nebrodi). Esordio però rinviato di poche settimane, a Treviso nel marzo 2015, dove chiuse in 2.29. Un po’ peggio invece a Milano quest’anno, dove alla partenza l’azzurro Stefano La Rosa gli chiese la benedizione, mentre don Puccio ebbe bisogno di molte preghiere alla Madonna per arrivare in fondo!

Ha sempre fatto sport, invece, don Franco Torresani, il trentino che veleggia verso i 60 anni, attualmente parroco ad Arco (dopo esserlo stato in val di Non), addirittura quattro volte nazionale azzurro di corsa in montagna (dove ha ottenuto 5 titoli mondiali e 4 europei). Corre anche quando visita a casa i suoi parrocchiani, che ovviamente tifano per lui nelle corse ufficiali (chi scrive lo incrociò al giro della Val di Fassa nel 2001): 31:16 nei diecimila, 1.19 nella maratonina (campione italiano M 40 nel 2002); 2.33 in maratona a Reggio, con un’occasione perduta a Firenze nel 1999 quando crollò nel finale; e sembra che questo sia stato il suo addio ai 42 km.

Don Gianni Buontempo invece viene dal mondo delle campestri e delle non competitive, e per scoprire le maratone aspettò l’epoca in cui si trovava a Washington come docente di seminario, nel 2007: lì gli venne chiesto di correre la Marine Corps Marathon, per raccogliere fondi a vantaggio dei seminaristi più poveri. L’entusiasmo degli americani lo contagiò, e don Gianni ha finito per correre cinque volte quella 42, con un miglior tempo di 2.32, a 40 anni. Degli americani gli piace lo spirito pienamente dilettantistico, a volte folcloristico con punte di sconsideratezza (come la ricerca delle corse estreme, le 100 miglia, le 50 maratone nei 50 stati…), certo meno competitivo ed esasperato degli italiani, dove ha l’impressione che chi non è “performante” sia tenuto ai margini della considerazione sportiva. Per don Gianni la corsa deve essere una “dipendenza lieve”, non fine a se stessa, ma capace di insegnarti il sacrificio, le levatacce, la dieta, insomma quello che una volta si chiamava la vita monastica.

Tutto questo, possiamo ben dirlo, è “correre con lo Spirito”, ma senza dimenticare le esigenze materiali di chi ha meno di noi: così la neonata Athletica Vaticana raccoglie scarpe da corsa da inviare in Africa; e il nostro padre Pasquale cerca fondi per le missioni, anche attraverso il suo sito www.pasquale castrilli.it.

In gara, ogni passo ci porta verso il traguardo; nella vita, ogni obolo, anche modesto, può servire a portare qualche altro verso i suoi legittimi traguardi.

Giovedì, 13 Giugno 2019 00:22

Modena, 1° Rugby Run

12 giugno - In un panorama del podismo emiliano orientato più sul levare che sull’aggiungere (è di oggi la notizia dell’ennesima soppressione di gara “per motivi di organizzazione”, all’interno del circuito dei festival dell’Unità modenesi; mentre le statistiche della pur celebrata corsa di Castellarano danno un impietoso -20% dei competitivi), fa piacere segnalare la nascita di una nuova gara, non legata né a fini partitici né alla necessità di mettere a tavola qualche centinaio di persone, ma originata da una società sportiva, a soli fini sportivi: la Modena Rugby 1965, la squadra che ebbe Luciano Gigliotti tra i suoi fondatori e tecnici, e che ha invitato i podisti presso la sua sede, relativamente nuova, in una frazione di Modena (Collegarola) finora trascurata dalle corse, forse a causa dell’essere stretta fra due statali molto trafficate (eppure chi scrive la usa spesso per i propri allenamenti, trovandosi tra immense distese di grano e qualche vigneto, quasi in assenza di traffico ora che l’unica attività commerciale in loco ha chiuso).

Gara non competitiva, prezzo canonico di due euro che ha dato diritto alla confezione di tre piade - ultimamente divenuta il premio tipico del podismo (come sono lontani i tempi della bottiglia di lambrusco o di bianco frizzante!) -, tre percorsi di 1,5 (concepito espressamente per i figli dei podisti, che venivano accompagnati dagli organizzatori in un circuito dedicato), 5 e 10,7 (che poi al Gps risulteranno 11,1).

Malgrado la piaga dei partenti anticipati, già un’oretta prima delle 19,30 indicate (mi sta venendo un’idea, alternativa a quella di instradare i partenti anticipati su strade sbagliate e percorse dai Tir: perché non fare come nelle 6 ore, cioè all’interno di un certo orario ciascuno parte, arriva, si ferma, va al cesso ecc., quando gli pare, ovviamente sotto la sua responsabilità?), al via ufficiale saremo stati almeno 400, che in confronto a recenti esibizioni (a Modena in giugno si corre tutte le sere) era tanta gente.

Dopo un km e mezzo in comune, nell’abitato di Vaciglio (prima mitica stazioncina della defunta ferrovia Modena-Vignola) i percorsi si dividevano: i 5 km restavano più o meno nella periferia di Modena città, mentre gli 11 erano instradati verso sud, lungo la ciclabile dell’ex ferrovia, anch’essa piuttosto trascurata dal podismo, fino a oltrepassare quella che per i vecchi modenesi è la Ciam e per gli altri è Casa Modena (già sede di due simpatiche corse, estinte già a principio del millennio), poi affrontare la nuova ciclabile sterrata del Lungo Tiepido, sottopassare l’autostrada nei pressi del casello di Modena sud, e procedere poi in parallelo all’autostrada, lungo una stradetta mai calpestata dal podismo ufficiale (c’ero passato io una volta, in un vagabondaggio podistico, e siccome non trovavo un ponte sul fiume per tornare verso casa, ero salito sulla corsia d’emergenza dell’autostrada per usare il suo ponte...).

Proprio qui mi dicono della morte, ieri, del vecchio amico podista Paolo Fantoni, che non aveva smesso di correre (persino le maratone) nemmeno quando un tremendo incidente stradale, che l’aveva tenuto in coma per mesi, l’aveva privato di una gamba. Sicuramente Paolo, nei nostri anni giovani, avrà cantato la canzone dei nostri compaesani Nomadi: “Per fare un uomo ci voglion vent'anni - per fare un bimbo un'ora d'amore - per una vita migliaia di ore - per il dolore è abbastanza un minuto”.
Come Ulisse alla morte del suo fido Argo, ci asciughiamo una lacrima ritrovando il cavalca-autostrada nei pressi della Ciam-Casa Modena.
Da qui, ultimi 3 km di nuovo verso il traguardo, allestito in modo suggestivo tra le due porte ad H del campo principale da rugby, erbosissimo e popolato da bambini piccolissimi che si avviano allo sport. Nel sole che tramonta, chiudono gli arrivi le sorelle Gandolfi col loro ‘custode’ Lolo Tiozzo di Ovunque viaggi; a Margherita mettono in mano una palla da rugby, e solo allora suo cognato Italo (fotografo in crisi di identità) estrae il telefonino e riprende la scena.

Ristoro di acqua, tè e agrumi, premiazioni di società con gran dispiego di vini; 'terzo tempo' alimentare, mi dicono, un po' lungagnone. Un bell’esordio, speriamo non finisca qui.

9 giugno - Una delle gare più amate dai reggiani e dai modenesi, che la vedono inserita nei rispettivi calendari provinciali di podismo, da 25 anni affianca, alla rituale corsa collinare non competitiva di 12/13 km (nata come “corsa di Tressano”, ai tempi che la società era gestita dal vecchio Bertucci, sempre molto galante con le signore), una competitiva a circuito, quest’anno compresa anche nel campionato regionale Corriemilia Uisp come settima di 15 prove.

Tre giri da 3200 metri, con leggeri saliscendi (per un dislivello totale di 70 metri) e arrivo con giro quasi completo della brutta e inutile pista di bitume dello stadio di Castellarano; cronologia sfalsata di tre quarti d’ora dalla non competitiva (cui sono dedicate le foto 5-86 del servizio di Nerino), ad evitare commistioni e intrufolamenti di podisti risparmiosi, cui secca di pagare i 10 euro dell’iscrizione e pretenderebbero di cavarsela coi 2 euro del calmiere. Nell’intervallo si svolgono, in pista, le gare dei giovanissimi, su distanze differenziate secondo età (foto 87-157).

Ottimamente distribuiti e gestiti i parcheggi in un raggio di 300 metri dal raduno; percorso totalmente chiuso al traffico, con due punti di ristoro e uno spugnaggio ogni giro.

L’ordine d’arrivo subisce un deciso ribaltone, rispetto all’albo d’oro della gara, che negli ultimi 6 anni per gli uomini e gli ultimi dieci per le donne presentava presso che gli stessi nomi ai primi tre posti, magari con oscillazioni tra la vittoria e le piazze d’onore. In questo 2019 invece hanno prevalso due ventiseienni, e davvero ci vuole uno slancio di giovinezza in un mondo podistico che tende a propinare immagini fotocopia degli stessi collezionisti di premi in natura ed eurini.

Abissale il distacco che Francesca Cocchi, gioiello della Corradini Excelsior Rubiera (17:12 sui 5000 e 35:39 sui 10000 in pista, 35:10 sui 10mila in strada, 1.18:22 in maratonina a 21 anni, ma che si è cimentata anche nel salto in lungo e nella corsa a ostacoli) ha inflitto alla sua compagna di società (sebbene oggi presentatasi con tesseramento Uisp) Laura Ricci, vincitrice a Castellarano delle ultime tre edizioni e di un’altra nel 2012:  Francesca, undicesima assoluta, ha finito in 36:49 (foto 320 di Domenico Petti, 525 di Nerino Carri), contro i 39:25 della Ricci (foto 543 Carri) che a sua volta ha preceduto di 26” la solita Rosa Alfieri (foto 548: vincitrice nel 2015, terza nel 2009, 2010, 2013, 2017 a confermare quella ripetitività di cui dicevo).

Più ristretto il margine del modenese Tamassia (del tutto nuovo al podio in questa gara, ma che nel Corriemilia 2019 aveva già vinto la tappa di Ferrara il 1° maggio): 34:05 per lui (vedi foto 285 di Petti prima del via, poi in azione foto 513, 515 di Nerino), 16 secondi meglio di Salvatore Franzese (secondo anche l’anno scorso, terzo nel 2014 e 2017), il quale a sua volta ha avuto la meglio per 3 scarsi secondi su Andrea Bergianti, terzo pure l’anno scorso.

I classificati sono 229 di cui 54 donne: tra queste, scopriamo quasi appaiate, in discreta posizione intorno ai 47 minuti, due (si può dire?) cinquantenni, la dietologa modenese Chiara Mezzetti e la reggiolese Antonella Benatti, che ai tempi del primo Podisti.net ci istruì su come lei corse fino all’estremo termine della gravidanza. Poco dietro, ai 48 minuti, altre due coetanee, la modenese Roberta Mantovi (che prima di correre fa sempre un giro fotografico dei partenti) e la ‘nostra’ Valentina Gualandi. Personalmente, taglio il traguardo insieme alla meno giovane del lotto, la prof novellarese Maria Pia Verzellesi (foto di Petti 693), ricordando quando 18 anni fa lei presentò un mio libro (18 anni fa, ripeto!). Mentre ce lo diciamo sul rettilineo finale, un giovanotto correggese quarantenne e poco ‘cavaliere’ ci supera allo sprint; pazienza, perlomeno lasciamo indietro Roberto Manini della Biasola, che insiste a chiamarmi prof sebbene io protesti che in corsa sono ormai peggio di un … ripetente.

Naturalmente, i maschi buoni sono già arrivati da un pezzo, e i Modena Runners hanno consolidato il primato nella classifica di squadra del Corriemilia piazzando sesto Luca Gallinari (davanti al mirandolese Roberto Bianchi, l’ultimo a doppiarmi mentre stavo finendo il secondo giro…), 10° Fabrizio Manni, 16° il ‘sindaco’ Luca Gozzoli che batte allo sprint il più anziano dell’élite, il reggiano Claudio Gelosini, alle soglie dei sessanta; mentre l’altra vecchia gloria Stefano Baraldini, classe 1962, finisce 36°, appena dietro Rosa Alfieri.

Un altro ‘62 di cui sono piene le cronache sportive è Antonio Lo Conte, altro Modena Runner, che con 41:38 precede a spalla il coetaneo e compagno di squadra Giordano Castelli. Appena prima è arrivato il poco più giovane (del ’66) Guido Menozzi da Correggio, che saluto ogni volta come secondo assoluto in una maratona di Tromso in cui gli fecero sbagliare percorso, e qui è 52° in 41:21.

“E via via tutti gli altri” (come dicevano i cronisti di ciclismo delle volate in gruppo), salutati per nome all’arrivo da Roberto Brighenti, filmati e fotografati contemporaneamente da Nerino nel suo personalissimo stile ‘inclinato’, mentre Domenico Petti, dopo aver fornito un’ampia panoramica del ritrovo nelle sue prime cento foto, e ancora dalla 200 alla 260, attende poco prima dell’ingresso nello stadio, dove poi entra per gli arrivi (guardate la foto 707, col giudice Giaroli che quasi frena il rush di Maurizia Gambarelli!).

Di lusso il pacco gara anche per chi non vince niente (i premiati per meriti sportivi saranno una quarantina): salamino, trancio di mortadella, aceto balsamico (la cinquantesima bottiglia da podismo che finisce in un armadio della cantina), asciugamano.

Per i non competitivi, biscotti, che si trovano in abbondanza anche al ristoro finale (foto Petti 222-224), privo però di frutta (ma Petti dimostra che all’inizio gli spicchi di limone c’erano). Beh, anche in queste gare top, qualcosa da ridire c’è sempre…

Per chi ha passato gli anta, il nome di Eleonora Giorgi richiama l’attrice sex symbol classe 1953, protagonista (immaginate in quali, ehm, vesti) di film come Storia di una monaca di clausura o Appassionata o  Conviene far bene l'amore, e senza veli pure sulle pagine di Playboy, poi sposata a un partito decisamente ‘buono’ come Angelo Rizzoli che alla separazione (voluta dalla Giorgi Prima quando Rizzoli cadde dal piedistallo) dovette lasciarle cinque miliarduzzi degli anni Ottanta.

E lasciamo perdere il resto, fino all’annuncio di voler finire i suoi giorni in convento (non è però chiaro se per ‘rifare’ la monaca del suo primo film), spostandoci nel più spirabil aere dello sport all’aria aperta, con la Seconda e più vera Eleonora Anna Giorgi, milanese purosangue, trent’anni non ancora compiuti (li farà il 14 settembre). A quindici anni cominciò col mezzofondo, poi un infortunio la costrinse a optare per la marcia, dove trovò un maestro come Giovanni Perricelli da Quarto Oggiaro (medaglia d’argento nella 50 km ai mondiali del 1995), che l’ha portata al record italiano dei 20 km, fatto scendere da Eleonora tra il 2014 e il ’15 fino a 1h26:17; e al record mondiale dei 5000 in pista (20:01, cioè in pratica quei 4’ a km che costituiscono il sogno di molti podisti). Ultima impresa: il 19 maggio a Alytus in Lituania ha vinto l’oro in Coppa Europa nei 50 chilometri col nuovo record continentale di 4 h 04: 50.

Ma  siccome di sola marcia non si vive (tanto più che nella marcia puoi sempre incontrare dei giudici severi, che ti squalificano se non ti vedono affondare il tacco nell’asfalto o nella pista), Eleonora si è laureata a pieni voti in Economia alla Bocconi di Milano, dunque va un po’ sulle orme di Mario Monti (sperando che la sua pensione non sia quella voluta dall’altra prof, Elsa Fornero).

Nel frattempo, sulle sue orme si trova spesso il nostro Roberto Mandelli, ad esempio lo scorso 26 aprile al Walk & Middle Distance night di Milano

https://foto.podisti.net/f741785130

o al Centro federale di Cascina S. Fedele, dove è di casa anche il suo tecnico Perricelli

https://foto.podisti.net/p114753245/h7783e67f#h7783e67f

 

La marcia non è uno sport tanto lontano dal podismo, capita anzi spesso di incontrare, nelle gare più lunghe, dei tapascio-maratoneti che avanzino di marcia, sia secondo i dettami canonici, sia comunque tenendo sempre almeno un piede al suolo. Dunque salutiamo anche da queste colonne la ‘cugina’ Eleonora Anna, sicuri che se si presentasse a una delle nostre maratone ruspanti ci darebbe la polvere.

E vedremo se tra tanti nani e ballerine che occupano le ribalte (vedi all’inizio), per lei, oltre alle medaglie conseguite sul campo, ci sarà anche quell’Ambrogino d’oro che molti le auspicano.

Eleonora Giorgi (II), nostra ‘cugina’ maratoneta del tacco-punta

Ci è pervenuta per conoscenza questa lettera inviata all’Uisp Pistoia il 3 giugno scorso:

La seguente per comunicarvi che:
vista la totale assenza di sponsor, le elezioni avvenute il 26 Maggio nel comune di Lizzano in Belvedere (ove ci è stato un alto rischio di commissariamento) il quale non può purtroppo venirci in aiuto e le difficoltà  di permessi per chiusura e/o deviazioni di traffico sulle strade interessate da nostra manifestazione, vi annunciamo che, a malincuore, la manifestazione podistica Porretta Terme- Corno alle Scale in programma il 28 Luglio è annullata. Noi come organizzatori siamo comunque disponibili a cederla se qualcuno volesse farla al posto nostro.
Restando a disposizione per eventuali chiarimenti porgiamo
Distinti saluti

Matteo Giovannelli, Laura Ori 

Per chiarire: alle elezioni comunali di Lizzano si è presentato un unico candidato, Sergio Polmonari, sotto il nome di una lista civica, che ha ottenuto il 100% dei 1033 voti validi, senza considerare 250 tra schede bianche o nulle. Ha votato il 66% degli aventi diritto, dunque è stato scongiurato il pericolo della nomina di un commissario prefettizio, che sarebbe scattata se i votanti non avessero raggiunto il 50%.

La gara annullata avrebbe avuto sviluppi di 29,6 e di 15,5 (per il percorso ridotto), ed era organizzata dalla Silvano Fedi di Pistoia. Clamoroso era stato l’episodio dell’edizione 2017, con la “vittoria” dello squalificato Roberto Barbi, cui era stato consentito di correre e che addirittura era stato scortato in gara (fu detto, per errore) da un mezzo dell’organizzazione.

https://www.podisti.net/index.php/commenti/item/1807-a-volte-ritornano-barbi-braccato-da-stefano-la-sorda.html

Dopo di che, la gara era stata riproposta per il 2018, ma fu annullata quasi in extremis con un’altra lettera degli stessi due di cui sopra: 

I sottoscritti organizzatori Matteo Giovannelli e Laura Ori comunicano quanto segue.

Vista la mancanza di fondi, la manifestazione podistica Porretta Terme-Corno alle Scale del 29 Luglio 2018 per il corrente anno è annullata.

Ci scusiamo per la comunicazione un po' tardiva, ma abbiamo voluto provare ogni strada possibile prima di rinunciare.

Cogliamo l'occasione per porgere distinti saluti.

(Il dopo-Barbi non è ancora cominciato…).

 

Rieti, geograficamente situata a metà dell’Italia sia come longitudine sia come latitudine, si appresta a ridiventare il centro delle maratone di inizio estate.

Il 9 giugno, alle 9 di mattina, prenderà il via dalla zona Vazia (Via F. M. Malfatti, a 455 metri di altitudine) la 4^ Maratona e Mezza maratona del Terminillo Plus, aperta agli iscritti Fidal ed Eps, che dopo 4 km di tracciato ondulato affronteranno 14 km di salita (parzialmente sterrata) fino ai 1620 del Terminillo; seguiranno 6 km ondulati e poi la discesa in senso inverso. La mezza maratona invertirà la direzione a Pian de Rosce, dopo 7 km di salita.

La quota iscrizione è fissata in 35 e 25 euro, rispettivamente; ci si potrà iscrivere anche la mattina della gara con un supplemento di 5 €. Il pacco gara è garantito ai primi 200 iscritti.

Siti utili: www.runnersrieti.it  www.dreamrunners.it   www.icron.it

Recapito telefonico dell’organizzatore Felice Petroni: 3280825088.

 

Appena il tempo di riposarsi, e dopo due settimane scattano, dal 21 Giugno al 2 Luglio, le 12 MARATONE in 12 GIORNI, su 12 percorsi diversi (disponibili anche su chilometraggi minori, detti Lunghissimi, Medi e Family Run).

Nel capoluogo si svolgeranno 6 gare, ma si inizierà con le prime 3 tappe (21-22-23 Giugno) a Piedicolle, frazione di Rivodutri, celebre per le Sorgenti di S. Susanna. Le tre tappe restanti saranno in comune di Contigliano (dove si trova il Santuario di Greccio)

Le iscrizioni alle gare si chiuderanno il 20 giugno: l’iscrizione a tutte le 12 maratone costa 300 euro (mentre le gare singole costeranno fra i 30 e i 35 euro); per le gare più brevi oscilla tra i 120 / 150 e i 250 euro.

Per entrare in classifica occorrerà aver completato almeno 6 gare del circuito scelto. Saranno premiati i primi 3 di ciascuna delle 10 categorie maschili e 8 femminili previste.

L’organizzazione offre anche pacchetti  “Sport-vacanza in provincia di Rieti”, da prenotare entro il 10 Giugno, con prezzi che per il pernottamento e prima colazione si aggirano sui 25/35 euro a notte.

25 maggio - 3410 iscritti, 2668 arrivati: tornavo al Passatore dopo 14 anni (dichiaratamente per l’ultima volta come atleta: è bene chiudere da sé certi files prima che provveda madre Natura, e finché i nipotini guarderanno al nonno come a una persona da amare, non un fanatico da baraccone). Nel 2005 eravamo partiti in 1300 e arrivammo in 808: dunque il Passatore è triplicato, quasi esclusivamente per il tributo che gli concedono gli italiani (oltre il 95% degli iscritti), da tutto lo Stivale (frequentissimi in corsa gli accenti romaneschi, napoletani e veneti, oltre ai due ‘di casa’ tosco-romagnoli).

Arrivando in stazione di Firenze verso le 11,30, e poco dopo salendo sul bellissimo nuovo tram per le Cascine, la gente in tuta e scarpette era se non la maggioranza, quasi. I primi che incontro (vedere le foto 1 e 2 del servizio che l’insostituibile Mandelli ha assemblato e continuamente ritoccato) sono Marina  Mocellin, una ultramaratoneta bolognese adottiva che invecchiando va sempre più forte e ha da poco finito i 125 km della Via degli Dei; e Armando Rigolli, motore della Abbotts Way, e che pubblicizza la sua maratona-trail di Ferragosto (“ma guarda che non è mica uno scherzo, sono 2000 D+”).

Poi, nell’ottima sistemazione logistica delle Cascine, dove la fila di 200 metri per il ritiro pettorale (foto 3-4) è sbrigata in una ventina di minuti, appaiono uno dopo l’altro i supermaratoneti, dal presidente Paolo Gino alla first lady Laura Failli (che sportivamente ce le suonerà a tutti, per un 14.23 finale: la vedete in azione alla foto 22, quando eravamo ancora insieme, e le proiezioni davano un finale di 13 ore cui ovviamente non credevamo); e ancora (foto 6-10) dal primatista assoluto Piero Ancora al bombardiere Gemma (“chi mi arriva davanti non tr**”), da Fernando Gambelli (26° Passatore) a Roberto Trinelli, a Leo Manfrini (nei cui paraggi mi ritrovai  al Passatore 2002, e adesso ha giurato alla moglie che questo sarà il suo ultimo); c’è perfino Carla Gavazzeni appena guarita dalla frattura para-maratonica di Malta, nonché l’indiano Pandian, che sfoggia la maglietta delle 10 in 10 di Orta (foto 8), e solo dal mio stentato inglese apprende che può lasciare un cambio al passo della Colla.
E aveva spergiurato che non sarebbe più venuta, la siora Nadaìna Masiero, invece eccola qua: la sento dire al microfono che quando compirà 70 anni sarà più o meno il suo trentesimo (o quarantesimo?) Passatore; in gara correremo insieme qualche tratto (foto 15-18), ma da Borgo i suoi 40 chili (scarsi) avranno la prevalenza sui miei 76 abbondanti, e alla fine l’ordine d’arrivo la gratifica di un’ampia mezz’ora sul sottoscritto.

Intorno alle 14 ci mettiamo pian piano in movimento verso la partenza di piazza del Duomo, a piedi o col tram gratuito per gli iscritti (foto 11-12: ci sale anche uno dei 27 “Passo Capponi” tutti partiti e tutti arrivati, Andrea Apicella, che alla fine quasi mi raggiungerà); in pratica, occupiamo tutto la parte destra della piazza fino all’abside della chiesa, dove sono opportunamente collocate (già dentro il recinto) toilettes chimiche. Non ci hanno più voluto dalle parti di piazza della Repubblica, peccato per le Giubbe Rosse e ristoranti vicini, che non intascano i nostri eurini (ma se non volete che noi podisti lasciamo i rifiuti in giro, mettete dei cestini per i rifiuti: in piazza Duomo faccio fatica a trovarne uno!).

Temperatura tutto sommato gradevole, specie stando all’ombra; sappiamo che pioverà e molti partono già con l’impermeabile addosso. Partenza puntuale, sebbene chi sta in mezzo al gruppone come me aspetti 2 minuti e mezzo prima di passare sul rilevatore del chip (quando si introdurrà il real time come misura ufficiale?); e anche nel primo km dovremo spesso camminare o addirittura fermarci per la calca.

Il giro urbano è più bello di una volta: mi sembra di riconoscere piazza dell’Annunziata e piazza Savonarola, poi si sale a Fiesole; forse il chilometraggio è diminuito un poco, sebbene l’unico miracolo che non riuscirà agli organizzatori sarà quello di avvicinare Firenze a Faenza fino alla cifra tonda di 100 km. È vero che Google Maps indica un percorso pedonale di 99,9 km, ma si avrebbero se da Fiesole (oltretutto raggiunta senza giri viziosi) si prendesse la strada della Futa fino a San Piero a Sieve, donde poi a Borgo San Lorenzo e poi sempre sulla ex statale Faentina (magari, senza salire in cima a Ronta come invece ci tocca, vedi foto 48). Diversamente, col nostro percorso, i km sono 102; non cito il Gps che è approssimato e supera i 103, ma noto che i cartelli chilometrici della SP 302 sono sfalsati di 2 km fino alla Colla (cioè, per esempio, alla pietra miliare del km 38 corrisponde il km 40 ufficiale del Passatore), poi lo sfalsamento si riduce a un km (cioè il km 69 dell’Anas diventa “solo” 70 per i podisti), e negli ultimi dieci km, ogni nuova tabella è spostata qualche decina di metri in avanti, cioè ogni km diventa di 1050 o più, così da non superare in piazza del Popolo la cosiddetta “soglia psicologica” dei 100.

Miracoli impossibili a parte, l’organizzazione mi sembra migliorata: è vero che il divieto di accompagnamento in auto e di rifornimenti fuori settore è ampiamente trasgredito, e dal km 20 in poi respireremo sempre gas di scarico, col parossismo della Colla (si intravede dalla foto 49) dove sembra di essere sul Pordoi al passaggio del Giro d’Italia, o nei dintorni di viale Ceccarini la notte di Ferragosto; ma noto con piacere che si sta instaurando l’abitudine dell’accompagnamento in bici, non casual come una volta, ma con registrazione, numero di pettorale, ritratto dell’ “accompagnato”: foto 31-32). Le bici non fanno rumore e quando in discesa ti sfrecciano alle spalle ti danno qualche brivido, ma se non altro non inquinano e le loro lucine attenuano il buio della notte senza stelle (qualche volta ho l’impressione che molti ciclisti siano lì non tanto per seguire qualcuno, ma per farsi una biciclettata di 100 km in compagnia: capita di incontrare dieci ciclisti attorno a due podisti).

Mia moglie Daniela, che col Passatore ‘praticato’ ha smesso dopo raggiunta quota 10, vorrebbe tuffarsi nell’atmosfera rifacendo la strada in auto: le do appuntamento non prima del km 65 di Marradi, e solo in prossimità dei ristori (vedi foto da 55 a 59; mentre la foto 54 è della simpatica Ilaria Pozzi, che una settimana dopo la Nove Colli qui si limita a farci il tifo, spostandosi sulla sua auto dove fa bella mostra il regolamentare seggiolino per neonati, foto 36).

Altro mezzo di trasporto è quello che un figlioletto, forse di 4-5 anni, ha ‘scelto’ in compagnia del papà maratoneta: un comodo (per lui) baby-jogger, spinto con allegria nel piano (foto 25-27), con un po’ di fatica tra Borgo e la Colla, ma che poi, debitamente coperto per la pioggia che ha cominciato a cadere, mi sfreccia via dopo Casaglia, spinto da papà Marco Barbieri che lo condurrà a terminare sotto le 14 ore. Ancor più nature è la coppia che corre a piedi nudi (foto 19-24): di lui non leggo il pettorale, ma lei è una appariscente svedese, Sora Enge, che finirà in 16.45. Io che corro ‘ammortizzato’ (plantari sulle stesse scarpette che hanno assaporato l’acqua alta di Venezia), dalla seconda metà avrò una bella sfioppla sotto il piede destro (e l’unghione del sinistro che se ne va), più i quadricipiti delle cosce dalla consistenza del marmo. Che la via ‘giusta’ del podismo sia la loro?

Intanto, ai 920 metri della Colla di Casaglia (qualche km dopo un platonico e inutile, perché non controllato, cartello dei 42,195 m, che non dà ‘punti’ nemmeno al Club Supermarathon), un tendone iperaffollato (fonte delle poche proteste che sentirò durante l’intera giornata dagli atleti) conserva all’asciutto i nostri ricambi: il mio è proprio in fondo, prendo fiato una ventina di minuti sedendomi su un cartone di bottiglie. Quando esco, vi entra Sabrina Tricarico, decisamente infreddolita e un po’ meno pimpante del solito (finirà in 16 ore e mezzo, non lontano dalla Casalinga Disperata che corre in camuffa).

I ristori però sono un km sotto (direi che il primo sia ‘privato’, tant’è vero che ci trovo della birra e poco altro), poi in centro di Casaglia, dopo 5 km: dove finalmente appare il desideratissimo brodo, che da lì in avanti sarà il mio nutrimento principale. Ma per chi ha stomaco più tollerante, c’è di tutto come nella miglior tradizione, grosso modo ogni 4 km dalla partenza all’arrivo: panini e affettato, torte, uova sode (già tagliate a fettine: tenerle in mano è quasi impossibile!), limoni mele e banane, uvetta, acqua liscia e gassata, sali, tè, caffè, coca ecc.). Non trovo più quell’enorme ristoro allestito, un tempo, in un’area di servizio, già nella discesa; né per l’aria aleggia quell’odore di salsiccia grigliata di un tempo; in compenso direi che i ristori siano più frequenti, e omogenei, e insomma, quando dopo dieci ore cominci ad avere nausee, ogni volta puoi variare l’approvvigionamento senza danni.

Da Casaglia in poi, per noi che scolliniamo intorno alle 7 ore (un’ora in più del solito, per il sottoscritto… lasciamo perdere!), comincia una pioggerella che ad intermittenza ci accompagnerà fino a Marradi e poi, quasi impercettibile, al traguardo. Più o meno siamo quei 100 o 200 che si ritrovano (molti amici di Podisti.net degli anni antichi, scusa onorevole Cova se la mia memoria si arrugginisce), fanno insieme qualche mezzo chilometro, poi si salutano, ognuno a rincorrere  i suoi guai; o i suoi cespugli per fare pipì.

Ecco il piccolo grande carpigiano Antonino Caponetto, il più anziano in gara coi suoi 88 anni, e un miglior tempo di 9.10: qui un dolore al polpaccio lo rallenta (finirà verso le 15.30), ma non gli toglie la lucidità, da cui proviene una parola di disapprovazione verso il collega podista il quale, inveendo contro un’auto che intralcia, prorompe in una bestemmia. Il vecchio prof di religione non può tollerarlo; e a me viene in mente quando mio figlio, giovanissimo calciatore di serie C, disse a un avversario che aveva sbagliato uno stop e bestemmiava: “che colpa ne ha Dio, se sei un giocatore di m*?”.

A Marradi sono in scia della più volte elogiata mamma Emilia Neviani, presidentessa della Guglia di Sassuolo e reduce dalla 50 di Romagna: inesorabilmente, se ne va via col compagno di squadra Marco Vitelli e alla fine (foto 62-63) infliggerà 18 minuti al mio orgoglioso solipsismo (mai fatta una ultra in compagnia se non nella prima parte dell’UTMB 2007, all’esordio; ricorso ai pacer solo una volta alla maratona di Lucca quando sballarono i tempi: peggio per me). A proposito di compagnia: il mio partner di tanti trail a coppie, quell’Ideo Fantini che mi aveva tallonato due giorni prima nella cronoscalata al Bianello, va via prudente e chiuderà in 16.42. Emilia invece ha fretta di tornare a Sassuolo per spodestare il sindaco-professionista ("nel segreto delle urne Dio ti vede, Stalin no"), ci riesce e così vince due volte.
A Brisighella, ultima crudele salitina ("In Italia ci sono più salite o discese?", mi chiedeva il babbo aspirante farmacista: "Più salite, perché c'è la Salitina MA"), di nuovo in compagnia con Caponetto (che a scortarlo ha la figlia, anche nel ruolo di massaggiatrice); rapido rencontre con Daniela, con l'arrivederci al traguardo. 
Il cielo si schiarisce, al gracidare delle rane nel corso alto del Lamone si sostituisce il cinguettare degli uccellini e il quaquà delle ochette. Le gambe, indipendentemente dal cervello, provano a spingere, e in quei rari momenti che tocchi gli 8:30 a km ti sembra di volare… Ai meno 3, dove una volta la signora Ariel (già ultraottantenne nei primi Duemila) offriva le sue ciliegie sotto spirito, ora c’è un altro tavolino privato (ma le ciliegie solo sotto… banco), cui ci si ferma per nostalgia.

Un collega che più tardi mi raggiunge (ormai so come è l’andazzo: supero  chi cammina, ma chiunque corra va più forte di me) dice che dovremmo già essere all’ultimo km: gli modero l’entusiasmo, indicando il profilo dello striscione del meno 1, ancora avanti qualche centinaio di metri. Poi è la Piazza, un ‘falso’ traguardo cinquanta metri prima di quello vero, e finalmente l’apoteosi. Ci hanno tolto l’obbligo di salire sul palco a ricevere la medaglia (quest'anno, vagamente leonardesca); adesso è tutto rasoterra, compresa la consegna dei diplomi, dei piatti in ceramica per i pluripresenti, delle tre bottiglie di vino, un primo ristoro non abbondantissimo, che sarà poi duplicato nella palestra delle docce. Spola continua di pullmini, sovraccarichi (ma i vigili a quest’ora sono buoni), per la stazione e per il locale docce, a circa un km, molto confortevole e con acqua bella calda.

La logistica funziona egregiamente, c’è anche la spola avant-indré dei pullman dei ritirati (ne conto almeno 5 o 6), i nostri bagagli sono arrivati regolarmente: insomma, all’immortale Passatore c’è molto, anzi troppo di più delle cose che i podisti normali trovano nelle corse normali. C’è, insomma, la ‘perfetta letizia’ di cui parlava frate Francesco.

Cfr. http://www.podisti.net/index.php/in-evidenza/item/4056-xlvii-100-km-del-passatore.html

SERVIZIO FOTOGRAFICO

23 maggio - Al termine della gara, mentre in attesa delle premiazioni allo stand del ristoro si stappava la terza bottiglia di lambrusco e, ridotta ormai alla crosta una fettona di parmigiano, si affettava un bel salame tenero, il “signor Maxent” sponsor della manifestazione mi chiedeva se avrei parlato bene di questo evento.

Ho collegato la richiesta al commento che pochi giorni prima mi ero sentito fare da un organizzatore del Fornacione Trail, a cui il mio relativo articolo del 2018 (intitolato “Segnali di stanchezza”, ovvero, la constatazione che le coppie arrivate erano passate in pochi anni da 145 a 101  - quest’anno 86, + 38 individuali sul percorso corto, ma con la scusante del maltempo - ) non andava a genio, e mi ha in sostanza invitato a stare a casa, se la corsa non mi piaceva (ho obbedito, sebbene la corsa mi piaccia; ma se il termometro dice che hai la febbre, non è accusando l’ingiustizia del termometro che la febbre cala e gli iscritti aumentano).

Bè, non credo che a quelli di Bianello dispiaccia la mia opinione, che ogni anno mi spinge ad affrontare quasi 60 + 60 km per andare da loro, perfino quando ero ingessato, e perfino quest’anno che acciacchi e ‘prevenzione’ dovrebbero indurmi piuttosto a frequentare fisioterapisti. Ma al di là della mia opinione, conta il termometro, secondo il quale, rispetto ai 100 arrivati del 2018, quando mi sono presentato stavolta, con Ideo Fantini, alle iscrizioni del Bianello un’ora prima della partenza, si era già a quota 115, e alla fine si è arrivati a 139 (sebbene poi una decina non abbia preso il via). E in pratica, se il primo nella piazzetta a scendere i gradoni (novità di questa edizione) lo ha fatto alle 19.00, per l’ultima erano scoccate le 20,10, con arrivi ben oltre le otto e mezzo (per fortuna, c’era ancor un bel sole che illuminava questo stupendo angolo di collina reggiana).

Dunque, i fedelissimi ritornano (si è rivisto anche Morselli, quale speaker in bilocazione, prima alla partenza, poi al traguardo ma senza saio matildico, poi di nuovo alla partenza per le premiazioni), e si aggiungono nuovi adepti. Nell’attesa che venisse il mio turno di scattare dai gradoni, ho fatto un po’ da nonno (o da prozio, decidete voi) alle due splendide bambine di Giulia Botti, poi seconda arrivata (dietro l’eterna Morlini in partenza per Lugano): Erika di 4 anni e Greta di uno, ancora sul passeggino ma (assicura Erika) “delle volte la facciamo camminare fino al suo letto”). Mamma Giulia l’anno scorso non era al Bianello, per ragioni immaginabili; quest’anno si è presentata al penultimo momento (con due bimbe piccole c’è sempre qualche imprevisto), ha preso il via col pettorale 139 e ha risalito tutte le posizioni tranne una.

Il primo assoluto, cioè Andrea Bergianti, era già arrivato in cima da un pezzo, riconfermando la vittoria del 2018 anzi migliorandone il tempo di 14” (oggi 16:48 contro 17:02); arriva a 45” Yuri Cornali (16 anni più di lui), che a sua volta rifila altri 40” al terzo, Alessio Basili (due che nel 2018 non c’erano). Da qui cominciano distacchi minimali per le posizioni successive (dal quinto al decimo intercorrono 9 secondi).
Alla partenza di Giulia Botti era già arrivata anche la prima donna , la solita “prof” Morlini , che esibisce uno strano tesseramento Avis Castelnuovo Magra (come farà adesso Alex, l’addetto stampa di Atletica Reggio, a propagandare questo risultato?): Isabella comunque si migliora di 26 secondi, 18:52 contro il  19:18 dell’anno scorso. Mamma Botti arriva in 19:33, precedendo a sua volta di 1’15” la terza, Elisa Fontana Carani (quarta nel 2018), scambiatasi di posto con Eleonora Turrini, terza l’anno scorso e ai piedi del podio (come dicono quelli che sanno scrivere, anche se il podio oggi non c’era proprio) questa volta.

Va ripetuto che la distanza effettiva non sono 4100 (come si ripete sempre il volantino) ma 3850 m, cioè 300 in più delle prime edizioni, quando si entrava direttamente nel castello senza  percorrerne il prato sotto le mura; il dislivello resta più o meno di 200 metri, inclusi i 70 che ci fanno scendere tra il km 1,3 e il 2,7 e poi risalire nell’ultimo km, quando finalmente raggiungiamo i 273 metri del castello dopo essere partiti a quota 152.

Alla prova era annessa anche una non competitiva, abbastanza snobbata quanto a partenza di gruppo, che sarebbe stata mezz’ora prima dei ‘cronometrati’: ma quelli col pettorale da 2 euro se ne sono andati su quando gli è parso, in genere con lo scopo di raggiungere la vetta prima che ci arrivasse il proprio partner agonista; uno però ha aspettato la Cecilia all’uscita dalla piazza ed è salito insieme a lei… Poi li ho trovati, loro già in discesa, mentre salivo l’ultimo km agli 8:18, a farmi coraggio dicendo che in quel tratto loro avevano camminato. La classifica ufficiale vede mamma Cecilia terzultima in 35:23, quattro minuti dietro la sorella Margherita; ma l’onore di famiglia è salvato dal figlio di Cecilia nonché di Italo, Gianluca Spina, 34° assoluto in 20:32.

Quanto alle guerre sportive tra quelli del nostro livello (non “tra poveri”, come direbbe ancora un cronista sapiente: perché noi ci sentiamo ricchi, non dei prosciuttini cui non aspiriamo, ma dei due secondi limati al tempo precedente o al vicino di casa), con sorpresa mia, e anche di Christian Mainini che l’aveva fatto partire 30” dietro me “così ti raggiunge”, Ideo Fantini è più prudente di me e perde altri 25 secondi; Gelo Giaroli (che non sapevo fosse della Pro Patria Milano) addirittura un minutino.

Poi c’è qualche piccolo mistero, ma non faremo reclamo per dirimerlo: ad esempio Lucio Casali, il pellegrino di Compostela, che è partito prima di me e io non ho mai sorpassato, come mai mi arriva dietro? Non sarà che si sia appartato nel bosco a …? Oltre a lui, vengono da Formigine (almeno come tesseramento) i due ultimi classificati maschi, il maestro cioccolataio Luigi Bandieri, classe 1937, e la mente della Lega atletica modenese, Maurizio Pivetti. Li ha superati l’altro veterano pluricitato su queste pagine, Giuseppe Cuoghi dalla Cavazzona, appena tornato dal giro a tappe dell’Elba. Posdomani poi, dice Ideo, impareremo chi ha giudiziosamente conservato le sue energie o chi le ha buttate per sfuggire la gogna del Bianello.

 

Pr confronto, il pezzo del 2018

Ormai il numero cento sembra essere una caratteristica del podismo reggiano serale di collina: eravamo cento coppie a Jano cinque giorni prima, e di nuovo cento singoli (non dirò gli stessi) a Quattro Castella, nome falso-antico al posto di denominazioni locali meno risonanti. Anche il castello di Bianello (l’unico oggi esistente dei quattro di cui si favoleggia) si chiamava “Bibbianello”, rendendo così più evidente la sua parentela con Bibbiano (come, qualche chilometro prima, si trovano Rubbianino e Ghiardello, tutti diminutivi degli agglomerato originari). Comunque, secondo gli storici, non fu a Canossa, ma proprio a Bibbianello che la duchessa Matilde radunò il papa e l’imperatore per la mitica riconciliazione; mentre secondo i folcloristi, nel castello si aggira ancora un fantasma.

Tradotto in termini podistici, il fantasma odierno di Bianello era Stefano Morselli, già tradizionale microfonista in costume al traguardo, e ora costretto nella Bassa da altri doveri meno piacevoli ma più necessari. Riguardando vecchie foto, rivedo Morselli in piena funzione nell’edizione del 2015, dove io venni con un braccio al collo (trasportato sull’auto degli immancabili Cuoghi e Giaroli, siccome non potevo guidare) e poi, tolta la valva gessata e indossato il tutore, mi buttai io pure su quelle rampe badando soprattutto a non rompermi anche l’altro braccio.

La gara da otto anni sostituisce (con altri organizzatori) la cronoscalata delle Tre Croci di Scandiano, su una lunghezza ufficialmente identica di 4100 metri, abbandonata da alcuni anni; a garantire la continuità e la “certezza della pena” è il solito staff dei giudici Uisp, da Mainini junior ai fratelli Iotti (mentre i cugini Giaroli corrono, almeno in parte); e ci aggiungo la signora Flora che provvede a gestire la palestra con docce e custodia borse. Rispetto a Scandiano, qui il percorso è più vario, per quasi due km su sentiero nel bosco, che ti riconcilia con la vita dopo un primo tratto di 650 metri nei quali l’asfalto ti aveva indotto a spingere per ritrovarti sfiatato e pieno di pensieri su “chi me l’ha fatto fare?” alla svolta boschiva a destra, dove forse la metà di noi (la seconda metà, ovviamente) è costretta a camminare sui primi tornanti sterrati. Poi il sentiero spiana e anzi discende leggermente, tra chiazze di fango: i circa 200 metri misurati di salita corrispondono ai circa 120 metri di dislivello tra il municipio di Quattro Castella e il Bianello, più la discesa intermedia di una settantina di metri, infine l’ultima erta micidiale, tra le foto di Nerino al rientro sulla stradina e quelle di Italo al sommo della scalinata, dopo che abbiamo superato un tratto di prato, in salita-discesa appena dentro le mura del castello, che non ricordavo, e infatti prolunga la lunghezza effettiva del tracciato dai 3,550 che il mio Gps misurò tre anni fa ai 3,850 di stavolta.

Qui noi partiti nelle retrovie profonde (e do atto all’organizzazione di aver accettato iscrizioni fino all’ultimo minuto, senza nemmeno l’odioso sovrapprezzo che a molti piace imporre per i ritardatari) incrociamo quelli già arrivati, che stanno discendendo a piedi verso la partenza, la consegna del premio di partecipazione (mezz’ora prima di noi c’era stata anche una non competitiva), il ristoro finale dove appaiono due varietà di ottimo lambrusco reggiano, le classifiche esposte con velocità prodigiosa e le premiazioni.

Noi peones guardiamo veramente dal basso in alto i primi tre che ci hanno messo meno di 18 minuti, incluso Gian Matteo Reverberi che vent’anni fa scalzò Morselli dal trono dei retrorunner; e la prof Morlini che, dovendo risparmiarsi per un chilometro verticale in Svizzera fra due giorni, impiega 19:18 arrivando comunque 14° assoluta.

Ci restano i confronti curiosi tra non-piazzati: mi accorgo di essere immediatamente dietro a una ragazza  Fabia da Rubiera (faremmo una squadra equilibrata per un eventuale trail a coppie…), e un minutino dietro pure al mio già-compagno di squadra alla Abbotts, Maurizio Pivetti. Gelo Giaroli invece deve arrendersi, peraltro evitando largamente la “gogna”, scherzosamente ma ingiustamente riservata all’ultimo. Cui invece io darei un premio uguale che per i primi, tanto più che oggi se lo aggiudicherebbe una mia antica e affettuosa scolara di quando l’università era una cosa seria e formava insegnanti di alto livello, che rispettavano e si facevano rispettare.

Abbiamo vissuto, abbiamo dato, ci siamo ancora e non abbiamo perso la fede nel podismo: chissà se il nostro sport vivrà ancora, e fra trent’anni la prof “Matilde” Morlini potrà incoronare al Bianello una propria allieva.

12 maggio - Quinta delle dieci prove del 7° campionato modenese di podismo, e seconda tra le cinque maratonine dello stesso Grand Prix, in una giornata piovosa che ha visto l’annullamento di due trail nel raggio di una quarantina di km, la Saxo Oleum Run ha portato al traguardo 213 agonisti (di cui 43 donne), più altri non competitivi che potevano scegliere anche i tracciati più corti di 4 e 11,5 km. È un buon risultato per il gruppo podistico della Guglia presieduto da Emilia Neviani (una reduce dalla 50 di Romagna), che lungo un tracciato tra i più belli della provincia, reso paludoso e pantanoso nei 4-5 km su sterrato, oltre che allagato nei primi e ultimi 2 km (vedere foto 234-235 di Domenico Petti), ha garantito le massime condizioni di sicurezza e – se si può dire così – di comfort per quanti si sono cimentati alla faccia del meteo.

Sui 21,1 km (sostanzialmente confermati dal Gps) ha vinto il quarantatreenne Marco Rocchi della MDS con 1.21:52, una quarantina di secondi davanti all’altro sassolese della Guglia, il quasi coetaneo Claudio Costi, il quale a sua volta ha preceduto di pochi metri il quarantottenne Massimo Sargenti del 3.30: tutti della categoria B, over-40, che ha radunato il maggior numero di partecipanti, 66. Quinto assoluto, e primo degli under-40, Fabio Vandelli della Formiginese; mentre il primo dei 58 over-50, e nono assoluto, è stato il “sindaco” di Spilamberto Luca Gozzoli (1.28:44), appena una trentina di secondi meglio dell’altro “gugliante” Rinaldo Venturelli. Un po’ più indietro si deve scendere per vedere il primo over-60, e non è sorprendente trovarci il 68enne Romano Pierli, 1.38:36, sette minuti davanti al suo più vicino rivale di categoria, oltretutto più ‘giovane’ di 7 anni.

Tra le donne, prima (e 21^ assoluta) la ‘montanara’ Manuela Marcolini, appena sopra l’1.32, tre abbondanti minuti meglio di Bethany Thompson, che ha regolato la terza, Elena Neri, di 2 minuti. La Neri ha prevalso tra le over-40 (la categoria femminile più numerosa, oltre la metà dell’intero lotto), mentre le over-50 sono state regolate da Roberta Mantovi, coetanea del “sindaco” sopra citato. La mancanza di maratone in questa giornata, e la soppressione dei trail, ha convogliato qui vari amici/rivali delle 42, da padre e figlio Malavasi alla Happy Family Bacchi/Mascia, fino a Cecilia Gandolfi che alla fine mi ha praticamente raggiunto, e ha consentito al marito Italo di spendere le ultime foto per noi alle soglie del tempo massimo, sotto la pioggia che aumentava e aveva già suggerito la partenza a Petti. Peccato non avergli chiesto di fotografare le mie scarpe Joma, sì e no 200 km all’attivo, mai una maratona, e che hanno letteralmente perso il rivestimento del tacco (Lupe Lupe, meas liras redde…, diceva Augusto imperatore che non era quello dei Nomadi).

Percorso davvero bello, e sorprendente per chi non fosse mai salito a monte di una città decisamente ‘sfortunata’ come Sassuolo (il nome dialettale “Sasòl”, che tuttavia rimane nell’intestazione della “Coursa”, è stato abolito dall’amministrazione comunale di oggi, che come suo primo atto dopo aver riconquistato il potere fece appunto togliere le targhe stradali bilingui). A un primo tratto di 7 km lungo la ciclopedonale destra del Secchia seguivano 6 km di salite verso la rupe del Pescale (e qui a quelli della mia caratura non era permesso altro che camminare ai 10 min/km, lungo una scalinata a fondo naturale); e poi, dopo il passaggio da una ceramica decorata da scritte sentenziose (tra cui quella celebre tra i podisti, che al mattino nel deserto, che tu sia leone o gazzella, devi comunque correre) un’altra salita verso il Monte Scisso e il piccolo abitato del km 13/14, prima di ridiscendere a San Michele dei Mucchietti e di nuovo alla ciclabile del Secchia per gli ultimi 4 km a ritroso verso il traguardo.

Grande spiegamento di forze organizzative (quando vedo uno come Aligi Vandelli ai lati con la bandierina, mi chiedo perché sono io a correre e lui no: ma non mancheranno occasioni per sorpassarmi, come sempre, al km 32); quattro ristori ben forniti, oltre a quello finale; moltissimi segnalatori e molti ‘consiglieri’ sulla via migliore da seguire per schivare i pericoli del tracciato; traffico ottimamente controllato negli attraversamenti delle strade; giro di pista finale e, per chi lo voleva, salutare tuffo nelle due docce disponibili, in due edifici poco distanti tra loro, con acqua letteralmente ustionante. Venga pur giù tutto il diluvio che vuole, ma la gente non pantofolaia non si lascia impressionare e si diverte ugualmente.

5 maggio - Alla fine, mentre quasi tutta Italia era sommersa dal maltempo, con l’eccidio o il suicidio di parecchie gare, nell’isola napoleonica l’unica acqua che si è vista, alla faccia delle previsioni meteo, è stata l’”Acqua dell’Elba”: la linea di profumi, creme e molto altro (tessuti e biciclette comprese) che ha sponsorizzato la manifestazione animandola colla presenza e il brio di Silvia, ferrarese/romagnola trasferitasi qui da un ventennio, laureata in Lettere che sa vendere case e – appunto – prodotti elbani.

Premio meritato, il bel tempo e l’egregia riuscita dell’insieme, per il gruppo raccoltosi intorno a Damiano Di Cicco, persona che (mi diceva un negoziante locale) fa moltissimo per la sua isola, e al quart’anno di allestimento della maratona ha radunato oltre 700 agonisti più un numero difficilmente precisabile di non competitivi (che alla fine hanno però tutti ricevuto la medaglia). Restando ai dati dei finisher delle tre gare (42, 21, 10 competitiva) siamo a quota 705 contro i 624 dell’anno passato; eppure sono convinto che le fosche profezie dei meteo-astrologi (che da almeno una settimana avevano indicato per l’Elba un fine settimana come non si era mai visto a maggio) abbiano tenuto lontani molti indecisi, spaventati anche dalla possibilità di un mare molto mosso che avrebbe potuto bloccare i traghetti.

Confesso come anch’io, che alle previsioni oltre le 48 ore non credo e dunque non le guardo, ma purtroppo sono costretto a sorbirmele nei tg (propinate prevalentemente da bamboline sexy o maschietti con mossette gaye), dopo essermi registrato e aver fatto tutte le prenotazioni, il venerdì abbia più volte controllato email e whatsapp nel timore di ricevere l’avviso di annullamento, come è capitato a tanti altri colleghi, anche a iscritti ad innocue corse su strada. Già mi era successo a Malta due mesi fa (e lì avevano tutte le ragioni), chissà se questo è un anno-no in cui dedicarsi alle palestre.

Invece, Damiano, Silvia e gli altri non hanno mai pensato ad arrendersi senza combattere; e il bel sole che ci ha accolto sabato al ritrovo in piazza del Comune, poi lo stellato della notte, sono stati la prima ricompensa per chi aveva offerto e per chi aveva nutrito fiducia. Anche il risveglio della domenica ci ha letteralmente rasserenato, e pure gli astrologi avevano fatto retromarcia (ovviamente senza dire “ci siamo sbagliati”), indicando maltempo solo nel pomeriggio. Faceva freschino, ma neanche tanto; la scelta del sottoscritto è stata per pantaloncini cortissimi, calze lunghe contentive (sebbene non raccomandate da Lorenzini, per accontentare il quale calzavo comunque le scarpe della sua fornitura speciale), maglietta leggera ma a maniche lunghe sotto, e canottierina traforata Podnet sopra. Per precauzione, marsupietto contenente impermeabile smanicato e berretto. Quest’ultimo mi sarà utile dopo il km 25, ma per difendermi dal sole che picchiava attraversando l’esile barriera dei capelli improvvidamente accorciati la vigilia.

Si parte all’ora prevista, sotto un vento leggero che soffierà contro nell’andata e a favore nel ritorno; il percorso deve essere collaudato perché sull’asfalto compaiono segnalazioni chilometriche sbiadite e sfalsate di poche decine di metri, evidentemente degli anni passati. Alla fine (udite udite) il mio Gps darà circa 500 metri in meno della distanza canonica (e 380 metri di saliscendi): attribuisco questo guadagno in gran parte alla possibilità di tagliare tutte le numerosissime curve, stante l’assenza di traffico assoluta almeno fino al km 28 (poi, forse, ho visto un’auto a km, notando peraltro un grosso blocco stradale messo su dagli organizzatori e dai vigili quando dalla litoranea siamo tornati nell’area urbana di Marina di Campo, verso il km 32).

Dire che il percorso sia bello, è pleonastico per chi conosce l’Elba; facendo paragoni con maratone, direi che somiglia (ma in meglio) alla 42 della Gran Canaria, anche per la compresenza di quelli della mezza maratona che fanno il giro di boa quando siamo verso il km 13, e si risparmiano le due grosse salite di Pomonte ai nostri km 17 e 25, dai 10 ai 90 metri slm in un paio di km circa ciascuna. Altra somiglianza ‘estetica’ si può trovare nella Nizza-Cannes, dove però l’organizzazione è più spocchiosa - in perfetto stile francese - e offre meno a chi corre, soprattutto all’arrivo. E va detto che gli elbani non si limitavano a offrire pettorale e pacco gara, ma avevano studiato pacchetti comprensivi di viaggio e/o alloggio, sconti sui traghetti e nei ristoranti, ecc.

Abbiamo corso quasi tutto il lato sud e una parte del lato ovest dell’isola, su coste dirupate che lasciavano spazio a spiaggette incantevoli come Cavoli o Fetovaia, e con la visione costante di Montecristo, Pianosa e della Corsica. Certo, chi non c’era mai stato ha un po’ sofferto nella salita di Pomonte (fatta per fortuna solo nell’andata), ma d’altra parte con un nome così non potevi aspettare altro: e l’occhio si ripagava con panorami tra i più belli del giro. Poi, noi scarsi cominciavamo a incrociare i primi, che tornavano indietro dopo il passaggio da Chiessi al km 22 (io ne conto 60 fino a che non ci deviano su a Pomonte; tornato sulla retta via, ne conterò una quindicina che arrancano, loro ancora nella prima metà).

Il primo, Carmine Buccilli già vincitore l’anno scorso, aveva un vantaggio che a occhio appare superiore a un paio di km già a due terzi di gara, e infatti vincerà con 24 minuti sul secondo, Antonio Bucci. Il tempo del vincitore, 2.22:49 (tempi Tds, solo lordi perché mancava il rilevamento alla partenza, o non è stato comunicato), migliora di quasi 5 minuti il crono ottenuto dallo stesso Buccilli nel 2018. Terzo si conferma Matteo Rigamonti, il quarto è Roberto Fani che fu quinto nel 2018.

Intorno alla ventesima posizione vedo passare un maratoneta scalzo, peccato non riconoscerlo ma provvederà Silvia a farne il nome: Francesco Arone, finisce 24° in 3.21. Penso a chi eccepisce sugli aiutini artificiali che riceverà Kipchoge, reclamando il ritorno alla natura, ma senza riflettere sull’aiutone che ci danno le scarpe ultrammortizzate da aria o gel o kevlar o molle o altre diavolerie (il famoso uomo preistorico born-to-run correva scalzo, come ancora Bikila nel 1990!).

Grosso modo trentesima assoluta, arriva anche la prima donna, accompagnata lungo la strada da un ciclista (vedi foto di copertina): è Lorena Piastra, che andrà a vincere in 3.25, due minuti più del suo successo 2018, ma con un margine ‘umano’ sulla seconda, Anna Vimercati compagna di squadra di Mandelli (a due minuti e mezzo; la terza chiuderà a cinque minuti).

Alla fine saranno 174 i classificati entro le 5h30 (ma nel mio ritorno vedo altri podisti dietro la vettura-scopa); non può mancare Mario Ferri, maratoneta pratese e giramondo, che ha smesso di dare i numeri quando ha raggiunto quota 500, ma che fa la spola tra Canarie, Tailandia ecc., con l’obiettivo di correre almeno una maratona in ogni stato del mondo. Fa il pacer delle 5 ore con altri due, decisamente sovradimensionati rispetto al fabbisogno, e che infatti, trovandosi senza nessuno al seguito (come accade anche ad altri colleghi con palloncino), decidono di accelerare finendo in 4.58, mentre Mario solo soletto fa 5.03.

Come minimo orgoglio personale, dirò che nella seconda metà sono tallonato da un Gianni, podista locale come intuisco dal tifo che gli spettatori fanno per lui dopo gli applausi di circostanza (e comunque immeritati) per me; e quando intorno al km 35 mi affianca e supera, nel rientro a Marina, me ne faccio una ragione (è di qua, conosce il percorso, è più giovane ecc.). Vado avanti ai 6:45 / 7 a km, mentre l’amico ogni tanto si mette a camminare. Al 38, nell’avant-indree finale col supplizio di Tantalo del traguardo a pochi metri in linea d’aria ma ancora distante, lo riprendo, e alla fine gli darò un minutino; lo scherzetto non mi riesce con la ragazza che mi precede, una Maria Cristina che ogni tanto passeggia pure lei, ma conserverà un 150 metri di margine.

Per dare un po' di soddisfazione agli astrologi, dirò che proprio durante queste scaramucce tra dilettanti, verso le 5 ore dal via, comincia a cadere qualche goccia di pioggia, ma è una sciocchezza che dopo neanche mezz’ora finisce (ben altra condizione troveremo in serata traversando l’Appennino): a rimetterci sarà il ‘nostro’ pasta-party, che sbaracca in fretta. Vabbè, avevamo usufruito di un happy hour il sabato pomeriggio, e durante la gara i ristori, grosso modo ogni 4 km, erano ben forniti... a  parte la mancanza di tè caldo.

Sempre verso la quinta ora salgono sul palco (non parlerò di gradini del podio perché non ci sono) i vincitori delle varie corse: i 10 km si sono risolti in uno sprint tra Juri Picchi e Daniele Conte (33:06, 33:08; gli altri a più di due minuti). Tra le donne, la 51enne Gloria Marconi, come Buccilli 'testimonial' dell'evento, si impone in 38:10, oltre un minuto sulla quarantenne dal volto di ragazzina Laura Ricci (scortata in partenza da papà Dino, che però non vedo in classifica: come dicevano un tempo i politici, mutuando dalla missilistica, una volta esaurita la sua spinta propulsiva si è lasciato andare); mentre la terza finirà a oltre 4 minuti. 104 gli arrivati, quasi ugualmente distribuiti tra uomini e donne, e 29 in più dell’anno scorso.

Nella 21 km, esultanza del nutrito gruppo reggiano, o per essere precisi scandianese, per la vittoria del giovane compatriota Salvatore Franzese, già vincitore ‘morale’ della recente maratonina di Reggio, che chiude in 1.09:38, 34 secondi meglio del marchigiano Antonello Landi; anche qui, staccatissimo il terzo, a oltre 7 minuti. Molto più tranquilla la gara femminile, regolata dalla ciociara D’Orsi in quasi 1.34, oltre due minuti su Laura Scappini. Gli arrivati sono 427, con 144 donne: giusto 60 in più del 2018.

Detto dei primi della 42, chiudo citando lo scandianese Salvatore Costantino, al suo esordio in maratona e capace di 4.40 (ammetto di averlo ‘frenato’ con le mie chiacchiere nei primi 15 km): proprio nei giorni in cui la sua società annuncia la soppressione della maratona a circuito, quella in cui Govi faceva sempre il suo record… (Almeno, resta il Furnasoun notturno).

Mario Ferri aveva tenuto una bottiglia di spumante nella sua reggia sopra Procchio: chi c’è ne approfitta, il resto va in beneficenza come nelle consuetudini del generoso Mitsubishi-man. Il “Corriere elbano” lamenta lo scippo dei “Giochi delle isole” (o meglio, “giochi delle sòle”), che vanno in Corsica, accusando gli amministratori di aver firmato un accordo senza conoscere  il francese: e ospita la lettera di un ex pilota di rally che lamenta il mancato sviluppo dell’aeroporto, ciò che costringe i turisti alla dipendenza dai traghetti… o a preferire Fuerteventura.
Appunto, il nostro traghetto prenotato non si presenta in porto: meno male che ci ‘riproteggono’ su un’altra nave, più piccola ma sufficiente. In Italia, dal meteo ai trasporti, è bene non fidarsi mai di nessuno.

1° maggio - I Runners Bergamo hanno ricordato uno dei propri Amici più illustri, l’ultramaratoneta Antonio Mazzeo scomparso il 22 luglio 2018, in un modo che certamente gli sarebbe piaciuto: una 6 ore in pista, che assegnava anche tempi e classifiche per la maratona e, a chi ne fosse capace, per i 50 km.

“Non mi fermo perché l’atletica è la mia vita” questo era il suo motto, anche quando una malattia terribile sembrava non lasciargli speranze, ed eccolo a  correre senza sosta proprio nella prima corsia del campo Coni nel Centro sportivo Vivere Insieme di Curno.

E il 1° maggio sono convenuti amici soprattutto da Bergamo, ma un po’ da tutta Italia: l’occasione era agonistica ma la ricerca del risultato è andata in secondo piano rispetto alla commozione, acuita dalla presenza a bordo pista dei familiari di Antonio.

La gara più lunga è stata vinta, su 55 concorrenti di cui 11 donne, da Paolo Panzeri, bergamasco, che in 6 ore ha coperto 171 giri per un totale di 68,481 km (media di 5:15/km); a 6 giri l’ha seguito l’ingegnere reggiano Antonio Tallarita (66,322 km); terzo a 8 giri l’altro Runner Bergamo Domenico Acerbis (65,589).

Da notare i 47 km di “don” Gregorio Zucchinali, maratoneta di lungo corso e longa manus dell’ultratrail italiano (lo vedete in completo relax nella foto).

Undicesima assoluta, e prima donna, Maria Ilaria Fossati (non nuova a successi in questo tipo di gare), con 148 giri pari a  59,287 km (6:04/km), 7 km più della seconda, Angela Spada (133 giri), che a sua volta ha battuto di soli 24 metri la terza, Gundi Steinhilber. E permettetemi di citare la settima, la neo-mamma Ilaria Pozzi,  47,5 km.

A Panzeri e Fossati  è riuscito il triplete, cioè la vittoria anche ‘di passaggio’ nelle altre due competizioni: nei 50 Panzeri ha segnato 4.13:24, 10 minuti meno di Acerbis che a sua volta ha preceduto di poco Federico Bruni (poi molto calato, tanto da giungere solo 26° al termine delle 6 ore). La Fossati ha completato i 50 km in 5.04, vantando già mezz’ora sulla Steinhilber, che a poco più di uN minuto era seguita dalla Spada che poi l’ha superata allo sprint.

Anche il passaggio dei 42,195 ha visto nell’ordine Panzeri (appena sotto le 3h30), Acerbis a 5 minuti e Bruni a 8. Tallarita sorvegliava dal suo quarto posto, Zucchinali era 35°, venti minuti dietro il supermaratoneta modenese di montagna Mauro Gambaiani, che però alla fine gli cederà ben 11 giri.

La Sdam non ha comunicato i risultati della maratona femminile, ma non è difficile immaginare chi abbia prevalso.

 

CLASSIFICHE

6 ore

 

1 PANZERI PAOLO- SM50 RUNNERS BERGAMO 171 68,481 06:00:00 11.41 05:15

2 TALLARITA ANTONIO- SM55 PODISTICA BIASOLA ASD 165 66,322 06:00:00 11.05 05:25

3 ACERBIS DOMENICO STEFANO- SM45 RUNNERS BERGAMO 163 65,589 06:00:00 10.93 05:29

 

1 FOSSATI MARIA ILARIA- SF45 RUNCARD 148 59,287 06:00:00 9.88 06:04

2 SPADA ANGELA- SF40 U.S. LA SPORTIVA 133 53,332 06:00:00 8.89 06:45

3 STEINHILBER GUNDI-SF55 RUNNERS BERGAMO 133 53,309 06:00:00 8.88 06:45

 

50 km

 

1  PANZERI PAOLO SM50 RUNNERS BERGAMO ITA 04:13:24 04:13:24 04:13:24 0.24

2  ACERBIS DOMENICO STEFANO SM45 RUNNERS BERGAMO 04:23:25 04:23:25 04:23:25 0.23

3 BRUNI FEDERICO SM40 TEAM OTC SSD ARL ITA 04:24:04 04:24:04 04:24:04 0.23

 

1  FOSSATI MARIA ILARIA SF45 RUNCARD ITA 05:04:46 05:04:46 05:04:46 0.20

2  STEINHILBER GUNDI SF55 RUNNERS BERGAMO 05:35:53 05:35:53 05:35:53 0.18

3  SPADA ANGELA SF40 U.S. LA SPORTIVA ITA 05:37:01 05:37:01 05:37:01 0.18

 

Maratona

 

1 PANZERI PAOLO SM50 RUNNERS BERGAMO ITA 03:29:32

2 ACERBIS DOMENICO STEFANO SM45 RUNNERS BERGAMO 03:35:38

3 BRUNI FEDERICO  TEAM OTC SSD ARL ITA 03:37:11

Lunedì, 29 Aprile 2019 12:03

San Damaso (MO), 23^ Strapanaro

28 aprile - L’inclusione, come quarta prova, nel Gran Prix di podismo modenese ha garantito una certa partecipazione, anche di reggiani e bolognesi, a questa gara, svoltasi in uno dei territori più frequentati dai podisti ma che, ad ogni cambio di stagione, sa offrire scorci panoramici nuovi. Certamente non nuovi sono i primi 3 e gli ultimi 5 km del tracciato, comuni a tutti i percorsi tranne quello mini; i 15 e i 21 km invece recuperano un lungo tratto sopra e sotto l’argine del Panaro, oltre la diga delle casse d’espansione, in comune di San Cesario, con discesa nell’abitato di S. Anna (esattamente dove, in ben altro clima politico, si svolgeva una camminata del Festival del Partitone), proseguimento fino a ridosso del casello di Modena sud dell’Autosole, risalita sull’argine destro (dopo un ricciolo supplementare, in zona campestre, imposto ai 21) e ritorno ancora alla diga con passaggio sull’argine sinistro -grosso modo dove in epoca romana e medievale la via Emilia giungeva al guado o traghetto sul fiume - per ripassare dalla chiesa di Collegara (nucleo antico dell’abitato di San Damaso, che invece è zona residenziale moderna) e giungere al traguardo dopo il consueto pratino conclusivo dove sono insediati Nerino e Tetyana a fotografare. Pittoresche le foto degli ombrelli adottati quando gli scrosci di pioggia erano un po' più intensi: vedi 122-125, 178-180, 216 e 429 per i diversi accorgimenti dei bimbi a seconda delle età; 182 e 194 per dei curiosi copricapi occasionali.

194 sono stati i competitivi classificati (di cui 33 donne): li ha regolati il 46enne mirandolese Roberto Bianchi, tra le eccellenze di questi tipi di gare, in 1.15:10, con un buon minuto e mezzo sul secondo, Roeland Slaegter, 33enne, e sul 29enne Fabio Vandelli. La vecchia guardia è stata rappresentata dall’ex sindaco di Spilamberto Luca Gozzoli, 53 anni che lo fanno capace ancora di 1.20:48. Tra le donne, in mancanza di qualche big-big, risultato abbastanza scontato e ancora un successo per la 35enne reggiana Linda Pojani (1.17:47), mezzo minuto su Elena Neri, e un minuto su una Cecilia Tirelli, modenese quasi alla soglia degli anta che cominciò a correre bambina, fine anni Ottanta, con papà Giuliano, mamma Mara, il sottoscritto e la sua famiglia, in una società estemporaneamente costituita senza carte da bollo o medici sociali (la “Mati”) i cui successi nel circuito delle Basse hanno riempito casa mia e dei Tirelli di tante coppe e targhe. Questo giorno, lo ricordiamo insieme, è l’anniversario del suo esordio in maratona, un 2.53 a Padova sotto la guida di Gianni Ferraguti.

A noi vecchi restano questi ricordi che però sono anche motivo di orgoglio per la consapevolezza di aver seminato bene (mentre Cecilia gareggia qui, il suo antico compagno di corse bambine, Giulio, corre la mezza di Nashville…).

Cullati dai ricordi, ci fanno meno male i tempi risibili e la fatica durata per concludere i 21 km, tre quarti d’ora abbondanti dopo Cecilia (e dieci minuti dopo Giulio…): ci accontentiamo di raggiungere e superare nel finale il coetaneo Enzo “Evergreen” Ori, una specie di Mastrolia delle Basse, che negli anni d’oro ci provava a far compagnia a tutte le podiste, e oggi viene invece abbandonato negli ultimi km da due ‘ragazze’ tra i 42 e i 53 anni, con cui era stato in gruppo per tutta la gara. “Le donne non ci aspettano più”, gli dico. “Mi aspetto da solo”, è la sua risposta.

Meglio lui dei tanti ex rivali di gare passate, anche di maratone estere corse fra le 3h30 e le 4, che abbiamo incrociato sotto una leggera pioggerella nell’avant-indree sull’argine, noi al km 4-5 o seguenti, loro invece già quasi all’arrivo, dopo essere partiti un’ora prima, e magari senza pettorale perché 2 euro sono troppi, anche a fronte di un vasetto di marmellata e qualche bustina di fitofarmaci del pacco gara.  Notate che il primo pettorale esibito appare alla foto n. 629.

A occhio, direi comunque numerosa la presenza dei non competitivi, rigorosamente distinti dai 194 alla partenza, e insolitamente disciplinati nell’aspettare il via dopo che il colpo di pistola  era echeggiato per i migliori. Per San Damaso, dove di solito all’orario giusto rimanevamo in poche decine, mi sembra una novità, che ha premiato il meritorio sforzo profuso da "Baffo" Abati e dalla sua famiglia allargata degli organizzatori.

Domenica, 28 Aprile 2019 23:51

Spezzano (MO) - 37° Strafiorano

27 aprile – Gara non competitiva, di 8,5 km dichiarati che in realtà non arrivano a 8, con circa 110 metri di  dislivello, che nei suoi quasi quattro decenni ha avuto varie date e dislocazioni: dal giorno della Befana, a una domenica di inizio estate, dal bocciodromo allo stadio lato pianura e infine, come ora, lato monte, nei pressi del cimitero dove è sepolto il martire risorgimentale Ciro Menotti. A volerla fu Edoardo Ronchi, uno dei pionieri del podismo modenese; ora, è il figlio Claudio che la tiene in vita.

Non competitiva ma alla fine c’è sempre modo (come si faceva nel podismo delle origini, quando non c'erano tutte le paturnie dei certificati medici e delle omologazioni ecc.) di premiare i primi tre uomini e tre donne: forse tra i pochi a prendere la corsa sul serio come si vede ad esempio dalla foto 210 di Teida Seghedoni, della vincitrice femminile che scende di gran carriera dribblando i podisti normali e i camminatori che stanno ancora salendo (ma qualcuno era già arrivato da mezz'ora, perdendosi la rituale inquadratura di Teida che dovrà poi rimediare cercandolo tra le tende, già rivestito); o dalla foto 89 coi primi due maschi che scendono per la strada mentre il percorso raccomandato era sul sentiero pedonale transennato alla loro sinistra.

Ma l’occasione è stata buona per una ossigenazione sulle prime collinette sassolesi (da non credere, che una città così disumana come Sassuolo abbia un hinterland così gradevole), nel territorio del parco delle Salse su cui spicca il vulcanetto dove da bambini andavamo ad accendere il gas con un fiammifero, ma adesso non si può più (foto 67-83). Bel verde, vegetazione in rigoglio, solicello che ha indotto alcune poche podiste a osare il duepezzi foto 118 e 192). Nel ristoro intermedio occhieggiavano tre bottiglie di vino bianco (foto 27-29) ma una delle tre ci risulta sia rimasta chiusa.

Non si può onestamente pretendere di più da una gara offerta ai soliti 2 euro (ma il pettorale indossato, come sempre, è un optional raro a vedersi), con un percorso ben sorvegliato anche dai vigili, e l’occasione per un ritrovo senza stress fra vecchi amici, incluso il decano della provincia Luigi Bandieri (nella foto 185 con la trailer di lungo corso Cecilia Gandolfi): a molti è servita per saggiare le proprie forze, o per la maratona di Padova, o per la 21 del campionato modenese dell’indomani.

La notizia, data in anteprima in Mondovisione e ripresa dai quotidiani inglesi (il Guardian e il Telegraph), è rimbalzata su tutti gli organi di informazione: siamo a Londra ma sembra quasi che l’imminente maratona (dove Farah arrivò 3° lo scorso anno dietro il detentore della miglior prestazione mondiale Eliud Kipchoge, e all'etiope Kitata) passi in secondo piano.

La scena si sposta in Etiopia, vicino ad Addis Abeba, dove Haile Gebrselassie (vincitore di due ori olimipici e detentore del record mondiale sui 42 km fino al 2011) possiede un albergo all’interno del centro di allenamento Yaya Africa Athletics Village: qui Mo Farah (ex somalo, ora cittadino britannico, quattro ori olimpici) ha alloggiato addirittura per tre mesi, e dichiara di essere stato derubato, il 23 marzo scorso, giorno del suo 36° compleanno, dell’equivalente di 2500 sterline, due cellulari, e un orologio dal “grande valore”, non solo commerciale ma affettivo essendo appunto il regalo di compleanno da parte della moglie: il furto sarebbe avvenuto nella stanza di Mo Farah, utilizzando una chiave lasciata al portiere (come se in un albergo non avessero le chiavi di tutte le stanze!). Cinque dipendenti del centro erano stati fermati dalla polizia, ma dopo qualche giorno sono stati rilasciati per mancanza di prove. Si aggiunge che Farah aveva rifiutato di consegnare gli oggetti di valore alla reception.

Secondo Farah, “Gebrselassie non si è assunto alcuna responsabilità né ha proposto un risarcimento”, cosa che invece sarebbe stata fatta – dice Gebre – se Farah non se ne fosse andato in fretta, senza saldare il conto di 3000 sterline; secondo altre fonti, il conto sarebbe stato saldato, a un prezzo di favore (secondo Gebre il 50% di sconto), ma senza gli extra, cioè altre 2.300 sterline. Beh, insomma, all’incirca avrebbe fatto pari… e per giunta avrebbe spedito a Gebre degli sms sul tenore “distruggerò il tuo nome e quello del tuo hotel”.

Provocato, Haile ha reagito raccontando di un Farah coinvolto, durante il suo soggiorno, in una aggressione e in una tentata estorsione, e da lui stesso salvato a stento da un avviso di reato. Ma portatore di un rancore che risalirebbe a tre anni fa, quando Gebre, allora capo della Federazione di atletica etiopica, avrebbe negato l’accesso all’hotel a Jama Aden, già allenatore (seppur non uifficiale) dello stesso Farah, e che pochi mesi prima era stato arrestato dalla polizia spagnola dopo essere stato visto gettare nell’immondizia dell’albergo di Sabadell, dove si trovava coi suoi atleti,19 siringhe usate (e nella stanza di un vice di Aden si era trovata dell’Epo). All’episodio non è seguita nessuna vicenda processuale, sebbene si parli di una richiesta di estradizione per Aden rivolta dalla Spagna al Qatar (dove ora si troverebbe l’allenatore). Farah sostiene di non essere mai stato un atleta di Aden, ma l’accusa di Gebre sembra dimostrare il contrario, e certamente ‘pesa’ più di 3000 sterline.

Le fonti a stampa ricordano altre disavventure paragiudiziarie  e strepiti infondati di Mo Farah: ad esempio quando sostenne che un poliziotto dell’aeroporto di Monaco di Baviera l’avesse colpito con offese razziste, ricevendo la secca smentita della polizia tedesca.

Vedremo se la cosiddetta ‘adrenalina’ di cui ha fatto il pieno in questi giorni lo farà andare più forte a Londra…

Poco dopo la presentazione del 3° Trieste Running Festival, la manifestazione podistica che prevede tre gare dal 2 al 5 maggio, il cui clou sarà la mezza maratona internazionale affiliata Aims e naturalmente Fidal, è esplosa la polemica sfociata in accuse di “epurazioni”, di razzismo o peggio (specialmente ad opera di un partito che a tutto si appiglia pur di attenuare le presenti e future scoppole elettorali).

È successo che Fabio Carini, il presidente della Apd Miramar organizzatrice delle gare, ha dichiarato: "Quest'anno abbiamo deciso di prendere soltanto atleti europei per dare uno stop affinché vengano presi dei provvedimenti che regolamentino quello che è attualmente un mercimonio di atleti africani di altissimo valore, che vengono semplicemente sfruttati, e questa è una cosa che non possiamo più accettare. In Italia troppi organizzatori subiscono le pressioni di manager poco seri che sfruttano questi atleti e li propongono a costi bassissimi, e questo va a scapito della loro dignità, perché molto spesso non intascano niente e non vengono trattati con la giusta dignità di atleti e di esseri umani, ma anche a discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente, rispetto al costo della vita, non possono essere ingaggiati perché hanno costi di mercato”.

Ai primi commenti negativi, Carini ha aggiunto: “Mi spiace se qualcuno se l'è presa, hanno preso una cantonata mostruosa. Ora è il momento che da questa Trieste, città multiculturale, si dica basta allo sport che non è etico. Il nostro obiettivo è che questo non rimanga un fatto isolato ma che si cambino le regole".

I commenti – come detto, pressoché unilaterali – sono arrivati ad affermare che “si impedisce a dei professionisti di prendere parte a una gara perché provenienti dall'Africa”, e sarebbe “una vergogna inflitta a una città come Trieste e a una regione come il Friuli Venezia Giulia, da sempre culle di civiltà".

“Impedire”? Se chi ha usato questo verbo avesse aperto il sito degli organizzatori e letto il regolamento, forse non sarebbe ricorso a questo tipo di disinformacjia. Le iscrizioni sono tuttora aperte, alla quota finale di 25 euro, e il regolamento recita:

 

2.REQUISITI DI PARTECIPAZIONE ATLETI NON TESSERATI IN ITALIA

Possono partecipare:

  1. a) atleti italiani/e e stranieri/e non tesserati/e in Italia, limitatamente alle persone da 18 anni in poi

(millesimo d’età) compiuti alla data della manifestazione, in possesso di uno dei seguenti requisiti:

  • Atleti/e con tessera di club affiliati a Federazioni Estere di Atletica Leggera riconosciute dalla

Iaaf. All’atto dell’iscrizione dovranno in alternativa presentare:

- l’autocertificazione di possesso della tessera riconosciuta dalla Iaaf. L’autocertificazione

andrà poi, comunque, firmata in originale al momento del ritiro del pettorale.

[…]

la presentazione di un certificato medico di idoneità agonistica specifica per l’atletica

leggera, in corso di validità, che dovrà essere esibito agli organizzatori in originale e

conservato, in copia, agli atti della Società organizzatrice di ciascuna manifestazione. Il

certificato medico per gli stranieri non residenti può essere emesso nel proprio paese, ma

devono essere stati effettuati gli stessi esami previsti dalla normativa italiana: a) visita medica;

  1. b) esame completo delle urine; c) elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo; d) spirografia.

[…]

Atleti tesserati con Federazioni Straniere di Atletica Leggera affiliate alla IAAF: autorizzazione della

propria Federazione o copia della tessera della società sportiva di appartenenza valida per il 2019

o autocertificazione tesseramento e, per gli atleti extracomunitari, copia del permesso di soggiorno

o del visto d’ingresso, da inviare via e-mail o da presentare al momento del ritiro del pettorale.

 

Dunque non c’è nessun divieto, e sfido gli organizzatori a dire di no a un atleta extracomunitario tesserato per una federazione riconosciuta, e che paghi la sua quota.

La realtà, ovvia (forse non per gli sdegnati), sta negli ingaggi, in quel “prendere soltanto atleti europei” secondo le parole di Carini. Chi paga, ingaggia chi gli pare. Dall’altra parte, chi vuole correre, paga l’iscrizione e se è bravo va a premio: questo accade nel mondo dei podisti normali, che costituiscono il 98% dei partecipanti a una gara competitiva. Adesso la Fidal dichiara di aprire un'inchiesta: probabilmente sarà una di quelle inchieste condotte o dichiarate per mostrarsi sulla cresta dell'onda; sarebbe curioso se alla fine riuscirà ad 'obbligare' un organizzatore a pagare degli ingaggi, o a scegliere lei Fidal chi ingaggiare, e a quali prezzi...

Sembra tuttavia un po’ capzioso, al limite contraddittorio, il ragionamento seguente di Carini, che citando i bassi “prezzi” degli africani, parla del “discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente, rispetto al costo della vita, non possono essere ingaggiati perché hanno costi di mercato”. Insomma: gli europei costano di più, gli “extra” meno: che scoperta! È una realtà con cui ci confrontiamo tutti i giorni quando facciamo compere, il made in China costa la metà o un quarto del made in Europa (e anche all’interno dell’Europa, il made in Romania costa meno del made in France), e noi purtroppo compriamo le biciclette cinesi mandando in rovina i nostri imprenditori (facendo un paragone più osé, ma che ha a che fare col mercato di carne umana: le segnorine nigeriane rovinano la piazza a quelle ‘caucasiche’).
Trieste sembra dire: i bassi costi dell’offerta ‘umana’ dall’Africa rovinano la piazza agli europei che hanno un “costo” della vita superiore. È il mercato, bellezza: se l’organizzazione annuncia sul suo sito la presenza alla gara dello svedese Fredrik Uhrbom e dello sloveno Rok Puhar, evidentemente avrà scelto di pagarli, nella ‘filosofia’ che sia meglio impegnare il budget per un europeo che per cinque extra… chiamiamola pure scelta etica, come sarebbe di comprare il cioccolato Pernigotti invece delle schifezze orientali, anche se costa di più.
Ma se poi un africano (o un giapponese...) bravo decidesse di iscriversi e andasse a premio perché va più forte di svedesi e sloveni, chi potrebbe impedire a lui l’iscrizione e, alla fine, di ricevere gli euro previsti? Euro che peraltro restano un po’ misteriosi, dato che non li abbiamo trovati sul sito o sul regolamento… ma che sicuramente ci sono. E nella serata di sabato Carini dichiara che "inviteremo anche atleti africani": ovviamente non dice a che prezzo; ma forse il politically correct ha i suoi costi.

Ancor più misteriose le cifre degli ingaggi, cioè il ‘pacco gara’ anticipato che tu prendi solo per schierarti al via (e qui qualche voce maligna sussurra che negli anni passati Trieste non fosse stata né generosa né puntuale...). Quando, nella maratona di Utopia o dell'Isola-che-non c'è, fossero aboliti, sarebbe un grande progresso dello sport podistico. E della lotta al doping.
Ma fin che c'è, chi parla di razzismo potrebbe dimostrare che dice sul serio pagando a sue spese l’ingaggio di quanti “extra” vuole: abbiamo visto che costano poco, che difficoltà ci sarebbe a tirar fuori, dai famosi “rimborsi elettorali” o dalle “cene di finanziamento” o dalle tavolate ai festival, 300 o 500 euro? Anime generose, in un recente passato e certamente anche oggi, si sono impegnate per pagare le rette di asili e mense a bambini stranieri che non ce la facevano. Se pagare gli ingaggi è 'umanitario', avanti pure!

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