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Mar 03, 2020 Paolo Gino Presidente Club Supermarathon 317volte

La Briglia di Vaiano (PO) - Monte Maggiore, Virus Minore

Dal film Solaris, si vaga nella brughiera Dal film Solaris, si vaga nella brughiera

Pioveva che Dio la mandava. C'erano solo due corazzieri alloggiati in quell'albergo e due autisti che li avrebbero portati il giorno dopo a deporre una corona a Sant’Anna di Stazzema col presidente della Repubblica. Alti e perfetti nel mantello nero, e il loro elmo sotto braccio, se ne andarono il sabato mattino nella pioggia. Uno strano incontro. D’inverno gli alberghi si ricordano per i fantasmi che si incontrano per le scale quando vanno e vengono dalle loro stanze. Di notte il silenzio ricordava l’Overlook Hotel con una musica in una stanza lontana.  La stanza era al primo piano e dava sul mare turchese e sbiadito nel grigio. Dava anche sul giardino verde acqua. Nel giardino c'erano grandi palme, panchine verdi e la piscina blu dove la pioggia faceva tutti i cerchi che voleva. Col tempo bello d’estate i russi ci vomitavano vodka e c'era sempre un fotografo col suo flash. Ai russi piaceva star sotto le palme, e qualcuno una volta ci veniva anche d’inverno.

Gli italiani venivano da lontano a vedere come era il mondo negli anni venti prima del virus, quando ancora ci si poteva stringere la mano e qualcos’altro. Poi tutto era cambiato e sotto la pioggia si stava meglio. Pioveva. La pioggia dondolava dai palmizi e cacciava via tutto. L'acqua e i pensieri stagnavano sulla ghiaia dei sentieri attorno al giardino. Dal letto si vedeva il mare che si spargeva in una lunga riga di qui e la pioggia di là dalle onde. Col binocolo qualche essere vivente scivolava sul piano inclinato della spiaggia. Una donna correva come si usava fare una volta prima dei divieti asettici, aveva dei riccioli che si rompevano fragili tra il bagna asciuga e una lunga lacrima che le disegnava la pioggia.

Non so da quanto tempo non aprivo la capote e la pioggia mi ricordava quando andavo in moto da ragazzo.  Le macchine erano sparite perché la domenica si stava in casa. Al distributore, sulla soglia del caffè, un cameriere stava guardando fuori verso l’autogrill deserto. Due occhi guardavano fuori dalla finestra. “Dove va?”. “Guardi che piove?”. “Posso venire?”. “Non ce l’ho”.   Non so chi fosse si raggomitolò sul sedile accanto, ma non tossiva. Continuai a leggere il tachimetro, disteso con il piede a fondo con una mano che toglieva le gocce dagli occhiali. Mi gridò: “Sì, sì, brutto tempo. Il tempo è molto brutto, ma è l’ideale per farlo.”  Tacque e il suo volto si accese come fossimo in fondo a una stanza semibuia a duecento all’ora.

Parcheggiai lontano sul Bisenzio. Scese e sparì. Qualcuno stava sulla soglia di un bar vuoto con un ombrello. Entrai. Dietro un tavolo al buio i numeri della vecchia bisca del Monte Maggiore.  La cameriera mi fece un caffè. “Non corra fin dopo il ponte. Poi vada su”. Mi stava lontano, forse sapeva da dove venivo. Presi il 72. Le prime gocce lo inzupparono bene. Camminai fin dopo il ponte, dopo una curva gettai la giacca e finalmente mi misi a correre.

Le corse clandestine vanno affrontate con tremenda serietà. Non si possono accogliere i reclami del giorno dopo. Nessun contatto, parola, respiro o sensazione di competizione. La propria dignità è di non ledere la salute altrui. Il piacere è il desiderio di correre in isolamento completo. Seguire le tracce collegati a un tracker clandestino. L’adrenalina delle prime trasgressioni lascia il posto a considerazioni per il proprio mestiere di corridore. La faccia contro la pioggia, il fiato proibito vecchio e pesante, piedi scassati e mani fredde. Sempre attenti che dietro alla curva compaia qualcuno.  Si era messo a piovere più forte.

Nella nebbia su al ripetitore una volta c’erano dei maiali che sopravvissero alla pandemia. I cinghiali urlavano ancora e i cavalli selvatici stavano fermi sotto gli scrosci dopo il rifugio Gensini.

Ricomparve. “72. Hai fatto il giro?”. “43 km?”, ”Andiamo” 

Ormai era buio pesto e sulle palme continuava a piovere. Dalla villa vicina si sentiva suonare un’arpa.  Stavo leggendo il mio libro. In una stanza vicina la TV era accesa sul programma dei contagi. Qualcuno bussò alla porta. “Avanti”.  Alzai gli occhi dal libro. Sulla soglia c'era la cameriera coi due corazzieri. “Venga con noi!”

 

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