Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

21-22 settembre – Il passaggio di stagione è stato celebrato, a Modena e dintorni, con due corse ‘abbastanza’ ludico-motorie, tra il centro città e il confine sud del Comune. Finita la stagione delle infrasettimanali, con l’autunno che ogni giorno sottrae luce, si sfruttano unicamente i weekend: il pomeriggio non troppo avanzato del sabato (perché alle 7 fa già buio) e la mattina della domenica, che per i cosiddetti “partéss prémma” è anticipata alle prime luci dell’alba. Naturalmente restano possibilità di evasione fuori provincia: sta anzi cominciando la stagione più intensa delle maratone e delle mezze; ma per chi non se la sente o non è capace, benvenuti anche gli scampoli settembrini.

Eccoci dunque sabato 21 al cosiddetto Parco Ferrari, che per un annetto fu chiamato Modena Park dopo che il Vasco ci fece il concertone (adesso però è un pezzo che la canzone “ModenaPark”, ovvero “Colpa di Alfredo”, non si sente più: tout passe, tout se remplace), e che i vecchi modenesi continuano a chiamare “Aftodròmo”, memori di quando ci sfrecciavano le auto di F1, tra Ascari e Surtees, o le moto di Provini, Agostini, Francesco e Walter Villa.
Sabato 21, dicevo,  si va al 2° “Allena la mente” (in meritorio sostegno dei malati di Alzheimer), dopo aver scelto tra le due facciate del volantino, una delle quali dichiarava la gara “domenica 21 settembre”, e l’altra “sabato 21 settembre”.

Lochèscion, il Parco, arcinota anche ai podisti, che la incontrano come sede, o passaggio, di almeno altre sei- sette gare ogni anno, inclusa la tappa intermedia della defunta maratona d’Italia, nonché di allenamenti a volte condotti, cronometro alla mano, dai due venerati santoni Gigliotti-Finelli.

Ma qui siamo al livello più ludico possibile, come svela già, all’arrivo, la voce di due speaker impostati sullo stile Gialappas, che fanno apparire sobrio persino il Paolo Mutton di secoli fa, e addirittura un austero regimental il Brighenti quotidiano: e riescono a coinvolgere nella loro forzata sproloquiante allegria persino l’assessora, convenuta malgrado il suo fisico dimostri poca dimestichezza con la pratica sportiva (lo potete commisurare nella foto 383 di Teida Seghedoni, quando al traguardo si confronta con una sportiva autentica, la Tina Turner dalla criniera al vento nelle foto 312-313).

http://podisti.net/index.php/component/k2/item/4882-21-09-2019-modena-2-allenalamente.html

Per il resto, è come andare in piscina: ci si tuffa quando si vuole, si esce dalla vasca a proprio piacimento, ci si rientra, si flirta con la vicina di asciugamano, si fanno dieci metri a tutta e quaranta in souplesse, si fa il ciaomama alla fotografa in attesa di postarlo su Fb, ecc.
Una mezz’ora prima del via, come le foto vi documentano, è tutto un girare in tondo: alla partenza ufficiale delle 17 ci presentiamo forse in un centinaio (su 500 iscritti dichiarati complessivamente). Mi colpisce la deliziosa scia profumata (a me pare talco, ma lei precisa trattarsi di vaniglia più zenzero) della più desiderata tra le podiste modenesi,  imperlata ma non imbruttita dal sudore per un giro già finito, e stranamente non circondata da stuoli di calabroni maschi, ma quasi esclusivamente da donne, o addirittura solitaria (Teida la immortalerà mentre si allaccia una scarpina nel bosco, foto 243-247). A grande richiesta, si concede per altri due giri; per gli altri due (tali da finire il plenum nominale di 10 km), la compagnia sarà offerta da Allesimo, e in particolare da Simona, che deve raccontarmi forse di nove maratone corse nelle ultime nove settimane e mezzo… e ha già la borsa fatta per andare con Alle  domani alla maratona del Mugello. Così passa un’oretta piacevole, tanto per riprendere confidenza coi battiti cardiaci, fra una 42 e un’altra.

L’indomani, il calendario del coordinamento prescrive una corsa a Quarantoli (Mirandola), estrema periferia nord della provincia, a quasi 40 km dal capoluogo. Da quelle parti hanno avuto or ora la forza di cambiare l’amministrazione comunale, dopo 70 anni di predominio di una parte sola (con annessi affidamenti famigliari alla famosa associazione Hansel & Gretel) ; ma non sono ancora riusciti a convincere i modenesi a sud di Carpi a frequentare le loro corse (fortemente decadute rispetto ai tempi mitici della Sgambada). Risultato, a Quarantoli dichiarano 400 presenze (quando la media modenese sta sempre sopra le 1000, talora 1500). E gli altri? Personalmente, come negli ultimi due anni vado alla “Meridiana” (a Casinalbo, una decina scarsa di km a sud di Modena), convinto di trovarmi, al pari degli anni precedenti e anche in forza della pioggia, insieme a poche decine di amici, intrufolatisi in quella che da 9 anni è la sfida competitiva tra i due circoli tennis appunto della Meridiana e del Villaggio Zeta di Modena (da qui il nome “Merizeta”).
Invece, Dio li benedica, eccomi coi parcheggi già pieni a mezzo km dal posto, la Teida in bici che fatica anche lei a trovare un parcheggio, varie  tende sociali (anche di società fedelissime al Coordinamento: foto 20) piantate nel prato antistante alla partenza… E soprattutto, all’iscrizione, mi sento dire dalle addette che i pettorali sono esauriti (possibili le iscrizioni solo per gli appartenenti ai circoli, impegnati nella sfida).
Ma abbiamo ugualmente il permesso di correre, eventualmente corrispondendo un eurino di libera offerta; è la seconda volta in vita mia che corro senza pettorale (la prima fu per uno sciopero dichiarato), e penso a quei personaggi che, abituati a correre da portoghesi, oggi lo faranno senza poter essere accusati da nessuno ( un compatriota ad honorem di Cristiano Ronaldo compare anche nelle foto di Teida, e fa perfino l’allegrone sbracciandosi quando vede la fotocamera: tanto, è gratis anche quella).
Quanti saremo? Boh? Il calcolo è reso arduo dall’inevitabile conseguenza del calo di qualità dei presenti: nel senso che, dico poco, duecento persone sono già in giro sul percorso (un avant-indree da 5,350 km x 2), magari con gli ombrelli; degli altri, solo i tennisti competitivi paiono soffrire nello sforzo agonistico (foto 204 per esempio), mentre i restanti si divertono, chi come suo solito annusando la scia di donnine mentre la moglie sovrappeso è rimasta alla tenda, altre invece correndo in tutta solitudine e grazia (foto 300, 330).

Tutto molto bello, per citare ancora la Gialappas. Che succederà fra un anno? Magari, la Merizeta sarà promossa a gara ufficiale del Coordinamento (chissà se voleranno gli stracci alla prossima riunione mensile), e ai mirandolesi resterà la vendetta che mi annunciarono minacciosamente quando li scoprii alla Corrida senza pettorale: “Vuàtar mudnìas an gnii minga al nòstar cùrsi, alora nuàtar a vgném a Modna e an paghèm minga”.

15 settembre - Ci sono due sole cose che non quadrano in questa seconda ecomaratona di Prato: prima, ma non in ordine d’importanza, la mancanza di docce, che ha ridotto noi arrivati ad attingere all’unica fontanella in zona (nella foto 33 vedete l’avvocato Reali, nella 34 Gianfranco Toschi, il ‘supermaratoneta dell’alba’, che si rinfrescano dopo l’arrivo). C’erano, è vero, molti bagni chimici, ma ovviamente senza acqua; eppure, se non si voleva allestire docce da campo, ci si poteva indirizzare verso i vicini campi sportivi, o in qualche palestra scolastica: non eravamo legioni.
La seconda cosa, più grave, viene dai numeri: di fronte alla tenuta degli arrivati nella mezza (305, contro i 307 del 2018), la maratona vede entro le 7 ore del generoso tempo massimo solo  139 podisti (di cui 29 donne), col risultato che parecchi dei tantissimi premi di categoria (ben 120, oltre ai premi per gli assoluti: vedete il mio nella foto 43) sono rimasti senza aggiudicatario’.  Segnalo peraltro che era disponibile anche una maratona-walking non competitiva, partita un’ora prima (e io ci ho messo una trentina di km a raggiungere quel nugolo di simpatiche magliette gialle); e una camminata di 7 km, cui ha partecipato, col papà, Indro Neri, leggendario iniziatore della Dead Runners Society e rientrato da poco dagli Usa.
Peccato per il calo, dico (mi sussurrano che potrebbe dipendere dalle cattive impressioni sul tracciato del 2018, più bruttino di questo): perché a differenza di una disastrosa maratona stradale allestita a Prato per pochi anni al principio del secolo, questa Ecomaratona ha un percorso molto bello, cominciando dalla sede della partenza, dei primi e degli ultimi due km (foto 17-20, ecc.), il Parco delle Cascine di Tavola (a ovest di Paperino, per ricordare quel capolavoro di comicità toscana del 1981); proseguendo con la dolce salita al parco e alla villa medicea di Poggio a Caiano del km 11; poi il bellissimo bosco ovvero “Bargo” dei km 14-16, seguito dal lungo argine dell’Ombrone che, con qualche interruzione e trasbordo da una riva all’altra, da un canale all’altro, da un boschetto all’altro, anche attraverso la comoda ciclabile “Fausto Coppi”, porta a Quarrata e da lì al bel parco-museo Quinto Martini di Seano, con tante umanissime statue di bronzo (la ragazza che vuol prendere l’oca ci scorre proprio di fianco) dell’artista locale scomparso da pochi anni.
Ancora argini, riecco il km 39 che era già stato il nostro 18, ma questa volta non ci costringono a voltare a sinistra per l’Ombrone (“non siamo noi che ti costringiamo, sei tu che scegli di andare per di là”, mi aveva rimbeccato argutamente lo sbandieratore), instradandoci invece sul percorso che era stato della 21, col rientro nelle Cascine per arrivare anche noi, Deo gratias.
A occhio e croce, almeno i 3/4 del tracciato erano su sterrato, con tanta ombra nei boschi e un sole implacabile sugli argini: il gps parla di un dislivello di 225 metri. I pochi tratti su asfalto (il più monotono, quello iniziale nel centro di Tavola) erano presidiati in modo eccellente; abbondanti le segnalazioni (frecce, bandelle) lungo il percorso, con l’aggiunta di segnalatori ‘umani’, spesso in vista l’uno dell’altro. Ristori e spugnaggi (compresa acqua da bere) molto numerosi e forniti.
Quanto alla, diciamo così, ospitalità, i pratesi si sono collocati nella migliore usanza toscana (direi soprattutto senese): un pasta party del sabato sera che era un vero cenone (da due primi a due piatti di carne al dolce alla birra: foto 21-22), gratuito per gli iscritti alla maratona, a 6 euro per gli altri; una festa del Csi la sera prima e nell’imminenza del via, dove l’antica tradizione Csi di signore (anzi, ‘signorine’ nubili in età sinodale) non di fascino raggiante è smentita dalle giovani ballerine della foto 24. E di nuovo si ritrovano quasi le stesse vivande della cena (con aggiunta di vino rosso) nel ristoro finale,  da consumare comodamente seduti (foto 35-38), raccontandoci le nostre ‘imprese’, ironizzando sul  terzo posto nella categoria “oro” (over 70, vinta con un tempo strepitoso da Leandro Giorgio Pelagalli, foto 37) dell’ingegner Liccardi (foto 35), piazzamento che andrebbe verificato da chi starnazza su Fb e dall’agenzia DonnaNuda o come si chiama, visti i trascorsi cortisonici del suddetto (sui quali esprime un parere tecnico competente ‘Bubu’ Furlan), mentre l’architetta Noris si fa spiegare i dettagli di quel ponte crollato a Bologna perché l’ingegnere capo non aveva seguito le raccomandazioni dell’ing. Liccardi (che infatti fu l’unico assolto nel processo che ne seguì: ma era il 2001 e ben altri crolli interessarono l’opinione pubblica).
Insomma, non siamo venuti a Prato solo per aggiungere una tacca al curriculum di forzati delle 42 km: preliminarmente, il centro del capoluogo va visitato per il Duomo e la chiesa rinascimentale delle Carceri (foto 13, in allestimento matrimoniale), per il castello e i due musei, comunale e vescovile, ricchi di capolavori, da Donatello a Michelozzo, dai Della Robbia ai Pisano ail ‘locali’ Ardengo Soffici e Lorenzo Bartolini (foto 1-11), e con un eccellente panorama sulla città: ma anche il ‘maledetto toscano’ Malaparte era di queste zone ed è sepolto in posizione dominante. Per chi volesse rivedere il tutto in un allestimento podistico, si presenti o 6 ottobre secondo le indicazioni della foto 45.
Né può mancare un passaggio (foto 39-42) da Paperino, nome leggermente in contrasto con la solennità dei nomi di strade che ci portano (Viale Moro, Viale Berlinguer, e magari anche via Toscana dove le insegne sono però tutte in cinese, qualcuna pure in russo), ma irresistibilmente trascinato dal film che dicevo: d’altronde, se le orde vanno al lago di Braies per suggestione di Terence Hill e delle inverosimili storiacce di poliziotti barbuti e  innamorati, io posso ben permettermi Paperino pensando a Benvenuti che telefona fingendo di  avere una partita di droga dentro una scatola di Tampax (“T come Tossicodipendente, A come Ascisc, senza l’acca”).
Anche a Paperino, e soprattutto ad ovest, c’è qualcosa di buono.

 

Venerdì, 13 Settembre 2019 23:04

Il tramonto dell’estate podistica modenese

11-13 settembre - Ultime gare del tardo pomeriggio nel comprensorio di Modena, sempre presente con manifestazioni (a parte un inevitabile rallentamento ad agosto) per accontentare chi non è in vacanza. Con l’aiuto della vicina Reggio, a giugno-luglio non c’è stata quasi serata in cui non ci fosse una corsetta, di quei 6-8-10 km buoni per mantenere la forma, espellere col sudore le tossine, e socializzare ovvero tentare (quasi sempre con esiti lacrimevoli) di imbarcare.
L’area comunale di Modena ha offerto dunque, tra mercoledì e venerdì, tre gare non competitive: la prima, nel famigerato 11 settembre (quel giorno, nel 2001 si correva a Ganaceto), con partenza alle 19,30 dall’ex ippodromo di Modena (ora miserevolmente ribattezzato Novi Sad, Novi Park, o peggio ancora Novi Ark, come eredità degli antichi gemellaggi di fratellanza antiimperialista tra città socialiste, come appunto fu Novi Sad), era la 5^ “Corri con l’Associazione Leucemie” (AIL), uno o due giri di 4,3 km su un percorso urbano già più volte sfruttato per le 5,30 e altre corse speculative. Qui invece la tariffa di iscrizione era il solito calmiere dei due euro (come per le corse delle sere successive), con la garanzia che il ricavato sarebbe appunto stato devoluto all’associazione suddetta e dunque a fin di bene.

Le foto di Teida Seghedoni documentano l’evento:

 http://podisti.net/index.php/component/k2/item/4801-11-09-2019-modena-5-corri-con-a-i-l.html

Giovedì 12 alle 19 ci si è spostati nella zona sud-ovest, tra il quartiere San Faustino e il villaggio-satellite di Cognento, per la “Corri Ducale”, edizione non specificata ma che ai miei annuari risulta la 8^. Lo strano nome risente della recente mania/nostalgia municipale per i Duchi di Modena (evidentemente chi ci governa adesso li fa rimpiangere) e della bizzarra denominazione “Residenza Anni Azzurri Ducale” della casa di riposo per anziani non autosufficienti presso cui si svolge la gara. Un po’ più giovane, ma non tanto, era l’età media dei partecipanti alla corsa, di 8.2 km con tempo massimo un’ora, che è un po’ poco e infatti stimola la piaga delle partenze anticipate. Va detto però che era prevista una partenza mezz’ora prima per i “camminatori”, e che comunque il ristoro e la consegna finale dei premi di partecipazione si sono protratti ben oltre l’ora canonica, quando ormai era calato il buio. Percorso  gradevole, col sole che andava a tramontare lasciando la spazio alla luna piena. Anche qui, Teida e figlio “Teidino” documentano scena e personaggi (qui in allegato).

Senza fotografi invece la terza serata, nell’altro villaggio-satellite di Albareto, questa volta nel lembo nord del comune, tra l’inceneritore, la linea TAV e la discarica divenuta collina. Albareto è una delle località più frequentate dal podismo, sia come luogo di partenza sia come passaggio (fra due giorni ci transiterà la maratonina del Torrazzo), sia di gare annesse al mini-festival del Partitone sia, come oggi, della Sagra parrocchiale.
Questa era la 18^ edizione della corsa, il giovane parroco ora si chiama don Binu, viene dal Kerala e a volte corre pure (non oggi). Si parte alle 19, la lunghezza massima è di 7 km esatti: le due novità sono che non piove (come invece accadeva sempre in questa occasione) e che il premio finale non sono più gli attrezzi da lavoro che davano una volta (cacciaviti, pinze ecc.) ma l’usuale mezzo chilo di pasta.

Nessuna novità invece nel rituale pienone di iscrizioni fatto dal Cittanova, il cui leader Peppino Valentini presenzia grosso modo a 367 gare l’anno (è tra i pochi modenesi che va a correre anche nell’odiata terra bolognese), offrendo generosa ospitalità agli sbandati che non trovano una tenda in cui custodire i propri bagagli; e niente di nuovo quanto ai partenti anticipati, a occhio la metà degli iscritti: forse volevano correre alla luce del sole, mentre noi normali vediamo la palla di fuoco calare oltre i pioppi e l’argine del Secchia, e, mentre stiamo arrivando, si accendono i lampioni dell’illuminazione cittadina.
Attrazione fatale per molti atleti, lo stand gastronomico che offre sconti per chi ha corso, cosicché anche le losanghe di gnocco fritto, ufficialmente quotate 70 cent, per noi podisti godono di un ribasso del 10%: sempre meglio mangiare qui che consumare i cosiddetti menù filosofici al contemporaneo cosiddetto Festival della filosofia, kermesse annuale dove, ogni anno sotto titoli diversi, le stesse persone dicono le stesse cose, e i “menù filosofici” ogni anno consistono nelle solite cose che appunto si mangiano anche, a prezzo più onesto e senza condimento parolaio, alla sagra di Albareto.

L’estate modenese finisce qui: d’ora in avanti, gare pomeridiane ci saranno solo di sabato, e poi nemmeno più; qualche notturna è prevista nel reggiano a cavallo di settembre e ottobre, dopo di che riporremo le canottiere nell’armadio fino all’estate prossima. Per chi ci sarà ancora.

10 settembre - Dopo la pausa estiva, e le prime 8 gare già disputate, il trofeo Uisp CorriEmilia2019 è tornato con la nona prova, il “7º Circuito Città di Castel San Pietro”, nella serata di martedì con un 5000 in notturna, spezzato in due manches (ore 20,30 – 21,15) per meglio gestire i quasi 250 iscritti (a cui vanno aggiunti i partecipanti della camminata non competitiva, impegnati dalle ore 19).

Nella classifica cumulativa, i vincitori maschili risultano ovviamente appartenere alla seconda manche (quella destinata agli assoluti e under 55), con arrivo quasi in volata che ha visto prevalere il giovane Luis Matteo Ricciardi (dell’Aquadela Bologna) in 15:01, dunque ai 3’ a km in un circuito non semplice, di 1250 metri, con 4 curve ad angolo retto, il rettilineo finale in salita (dislivello complessivo 35 metri) e acciottolato.
Dietro di soli 4 secondi si è piazzato il locale Gianluca Borghesi, un over 40; mentre per il terzo si è dovuto attendere mezzo minuto (è il capolista del Corriemilia nella categoria Assoluti, Kaba Mamadi, del Celtic Druid Castenaso, 15:35), e altri 22 secondi per il quarto e i successivi.

Non c’è stata storia invece per la competizione femminile (accorpata alla prima manche, con i maschi over 55), dove Isabella Morlini dell’Atletica Reggio, già quattro volte prima e una volta seconda a Castel San Pietro, e vincitrice anche dell’ultima prova del CorriEmilia a Zola, ha primeggiato senza soffrire in 18:42 (3:44 di media/km), precedendo di una quarantina di secondi la modenese Ilaria Silvestri (Modena Runners, prima della categoria Under 35 in 19:24), a sua volta davanti per soli 3” alla quasi coetanea Alice Cuscini (Gabbi).

Bel giro, interamente chiuso al traffico (valga come aneddoto che la partenza del primo evento è stata ritardata di 8 minuti per l’attesa di un bus pubblico che doveva transitare nella strada del circuito ma era in ritardo), in un centro storico ottimamente sistemato. Prontissima l’esposizione delle classifiche e celeri le premiazioni, sebbene fossero frazionate categoria per categoria.

Domenica prossima altra puntata del trofeo (delle 6 restanti) coi 10km di Occhiobello, ma è probabile che a decidere sarà il trittico di maratonine Correggio-Voltana-Castemaggiore tra ottobre e dicembre, prima della conclusione a San Donnino di Modena il 22 dicembre con l’ultimo 10km. Per la classifica finale, categoria per categoria, verranno considerate un massimo di 10 prove sulle 15 in programma, più un bonus a forfait per chi terminerà gare in più.

Mi è stato segnalato il romanzo di Adriano Corona Silvano principe del Monreale (resta il dubbio se dopo “Silvano”, dove il titolo in copertina va a capo, ci voglia un punto o un trattino: si veda l’edizione del maggio 2019 presso AmicoLibro, Vico II S. Barbara, 4, 09012 Capoterra (CA) - www.amicolibro.eu): poco più di un centinaio di pagine scritte da un podista amatoriale, ugualmente diviso tra il fascino della sua Sardegna e l’attrazione fatale di ogni maratoneta verso New York.

Il protagonista si chiama Silvano Melas, un bambino come tutti gli altri, ma con qualcosa in più, e  che a 7 anni vedendo in tv il successo di Pizzolato in Central Park si innamora definitivamente della corsa, cominciando a sognare di poter ripetere l’impresa. 
Il racconto segue la crescita del ragazzo, dedicando ampio spazio alle scorribande e avventure coi coetanei nell’incanto dei paesaggi sardi: durante una di queste, i ragazzi riescono a entrare nei ruderi del Castello di Monreale (realmente esistente nell’entroterra dell’isola, a sud-ovest da Sàrdara), di cui appunto Silvano si proclamerà “principe”, valendosi della carica soprattutto per ammaliare la bella Elisa, una ‘continentale’ ma di famiglia sarda, che torna nei paesi degli avi per le vacanze estive.
Ma questo accadrà molto più tardi, attorno ai vent’anni del ragazzo: il quale, prima, ha cominciato a partecipare a corse ufficiali, vincendo a sorpresa una “marcialonga” di 12 km, e incrementando i chilometri fino a partecipare alla prima maratona di Cagliari (reale o immaginaria? personalmente mi capitò di correrne in Sardegna durante gli anni Novanta, ma a Platamona e ad Assemini, non propriamente nel capoluogo), nel momento cruciale dei suoi esami di maturità. Sarà a lungo in testa, crollerà nel finale ma porterà ugualmente a termine l’impresa.
Silvano si affida a un allenatore, Attilio, un vecchio maestro elementare cui era morto il figlio ventiseienne, già maratoneta a Roma 1960 (a ventidue anni? Per la cronaca, il sardo Antonio Ambu gareggiò in maratona a Tokio quando aveva 28 anni) e in procinto di partire per le olimpiadi di Tokio: gli allenamenti si svolgono in buona parte sulle pendici del Monreale, con l’occhio fisso alla New York dell’anno dopo, secondo metodi rigorosi cui Silvano si assoggetta volentieri: la prova generale dovrebbe tenersi di nuovo alla maratona di Cagliari, che però Silvano deve saltare per un attacco di appendicite e susseguente operazione.
Restano pochi mesi, ma l’obiettivo New York rimane fisso, e così sarà, per la 28^ edizione del 1998: nel frattempo, le fatiche della preparazione sono alleviate dalla delicata e casta storia d’amore con Elisa (nipote di Attilio), che ripartita per il continente lascerà a Silvano una poetica lettera da aprirsi solo alla vigilia della maratona newyorkese.
Silvano e Attilio partono alfine per gli States, ed è la prima volta che il giovane, ventunenne, si allontana dalla Sardegna. La stupefatta ammirazione per i grattacieli lascia il posto alla pianificazione della gara, ovviamente diretta da Attilio che però, il giorno dell’evento, lascerà partire Silvano da solo per Fort Wadsworth, limitandosi a raggiungere Central Park per assistere alla gara tramite maxischermo e direttamente al finale.
La descrizione della corsa (le ultime 10 pagine) lascia piuttosto a desiderare (a mio parere), risultando più fiabesca-leggendaria che credibile: in base ai tempi di qualificazione, Silvano è assegnato alla seconda wave (non weve come è ripetutamente scritto a p. 113), eppure dopo poche miglia si trova a tallonare i top runners, inserendosi addirittura, unico italiano, nel gruppo di testa: nemmeno i telecronisti italiani (dalle cui labbra pendono, in Sardegna, gli amici e familiari che stanno seguendo la corsa in tv) sanno chi sia. Silvano è urtato e cade, sembra addirittura che si fratturi un polso, eppure viene rialzato e gonfio di adrenalina (come si suol dire), oltre che col pensiero della ‘sua’ Elisa che gli si è dichiarata per lettera, raggiunge di nuovo i primi, ridotti a quattro. Due perdono il contatto, restano un etiope, ormai allo stremo delle forze, e infine il keniano Mutai, vincitore uscente: a Silvano tornano in mente le parole del suo allenatore: al termine di una maratona, le gambe e la testa ti abbandonano (la seconda cosa, veramente, sarebbe esiziale!), rimane solo il cuore, inteso – suppongo – come coraggio, e solo a quello bisogna affidarsi.
A un km dalla fine l’etiope è superato, resta il keniano, affiancato e poi lasciato indietro a poche centinaia di metri dal traguardo, sotto lo sguardo di Attilio che, sventolando la bandiera sarda dei quattro mori, piange tutte le sue lacrime nel vedere finalmente un proprio ‘figlio’ trionfare in maratona.
Siamo all’apoteosi: il romanzo si chiude con Silvano disteso a terra dopo la finish line, che mormora: “È così bello che potrei morire”.

Che dire, da lettore? È una ‘favola bella’, molto ideale e un po’ enfatica, che forse un editor-maratoneta avrebbe aggiustato sia nell’intreccio generale sia in dettagli, come quello di Silvano che arrivando in corsa dal Queensboro Bridge ammira i grattacieli finora “visti solo in tv” (p. 113), ma che in realtà erano già stati contemplati e fotografati a pagina 108. Oppure l’abuso di virgole, anche in zone proibite come tra soggetto e verbo (“i volontari dell’organizzazione, distribuivano cibi e bevande”, “gli sembrarono in quel momento, parole troppo sussurrate”), tra verbo e complemento o viceversa (“portavano sempre in dono, dei buonissimi pasti pronti”; “la loro unica scoperta interessante, la fecero sotto la casa”, “nonostante avesse corso gran parte della gara, a pochi metri da loro”), tra frase reggente e frase secondaria (“Ci volle circa mezz’ora, per giungere a destinazione”).
Ma sono quisquilie: se la trama vi è piaciuta, vedete di procurarvi il libro e leggetelo durante la prossima trasferta per una maratona. Se poi sarà per la maratona di Cagliari (la cui edizione 2019 è stata annullata, con rinvio al 2020), sarà ancora più a tema.

 

11 agosto – Di questa maratona mi parlavano, molto bene, le buonanime di Beppe Togni e William Govi, che la frequentavano abitualmente nel secolo scorso; nella loro scia, qualche decina di italiani, quelli che non smettono di maratoneggiare nemmeno in  agosto, erano stati in questa incantevole zona della Nord-Renania-Westfalia (sul confine col Belgio e l’Olanda, zona Liegi-Maastricht, a 30 km dalla stupenda Aquisgrana e 80 da Bonn: vedere rispettivamente foto 2-17 e 50-57), dove il paese che dà il nome alla gara è un gioiello da visitare assolutamente (vedi foto 27-28; il nome è una corruzione dal francese, “Monte della Gioia”) e magari mangiarci nella piazza principale, che i vari ristoratori si sono spartiti sistemando i loro gruppi di sedie senza barriere tra l’uno e l’altro, riconoscibili solo dal colore diverso per ciascun ristorante.

Ma il centro maratona è a Konzen (questo nome viene dal latino “compendium”, come spiega la targa nella foto 20), capoluogo della zona nel Medioevo, oggi sulla statale da Aquisgrana a Treviri, ricchissima di reperti romani e di abbazie benedettine, e soprattutto zona centrale dell’impero fondato da Carlo Magno che ad Aquisgrana è sepolto in una delle chiese più favolose del mondo, con annesso un reliquiario dove si va giù pesante, mica le brustoline di santi sconosciuti: san Pietro, san Paolo, san Giovanni Battista, i vestiti della Madonna, la frusta con cui fu frustato Gesù e il perizoma che indossò in croce… Saranno autentiche? Più o meno come certe maratone (auto)attribuite a certi podisti.

La maratona ha già un’età veneranda e continua a piacere: secondo le classifiche tedesche di gradimento, è la seconda assoluta tra le eco-maratone, dopo il grandioso Rennsteig di Eisenach (che in effetti le somiglia molto, come le somiglia l’Hornigsrinde di Bühlertal) e davanti ad altre gare bellissime come la Tre Nazioni di Lindau e la Oberelbe di Dresda; tredicesima tra tutte le 42. Dal 2017 ha aggiunto alla sua offerta una 56 km, che parte due ore prima, sconfina nel Belgio per i primi 14 km, poi ripassa da Konzen dove gli ultramaratoneti (foto 30-33) si uniscono alla spicciolata a noi che ne facciamo “solo” 42, con 780 metri ufficiali di dislivello, circa due terzi su sterrato.

Sono stati in 195 a concludere l’Ultramaratona: ha vinto l’ M 45 André Collet (plurivincitore in passato nella 42 km) in 3.42:35, un buon quarto d’ora davanti al belga Leo Smets di Herenthals (chi ricorda Rik van Looy?). Tra le donne, ha prevalso la campionessa locale Hendrike Hatzmann, una W 35 che ha corso in 4.51, dieci minuti meglio della seconda Mara Lückert.

Per tutti i classificati c’è anche il tempo al passaggio della maratona, casomai anche qui qualcuno abbia delle statistiche da aggiornare. Per dare un esempio, Collet ha 2.49:55, che gli avrebbe permesso di vincere anche la maratona dato che il vincitore ufficiale (su 389 finisher di cui 82 donne), Markus Mey, altro locale di Konzen, ha segnato 2.53:04, tre minuti e mezzo davanti al secondo Manuel Skopnik.

Prima donna in maratona, e sesta assoluta,  è Tanja Schmitt (W30) in 3:07:22 (questa volta, il suo tempo non è insidiato dalla vincitrice dei 56 km); seconda  Andrea Pfister (ricordarsi che Andrea è nome di donna!), W 35, dodicesima assoluta in 3.12, quasi allo sprint su Nora Schmitz di cui sottolineo la categoria, W 20 (quante ventenni vediamo correre maratone in Italia?).

Ben pochi gli italiani: sarà una oriunda Sylvia Traini che ha finito la 56 in 7.05; per la 42, leggo in classifica un Tommaso Papa, M 60 salentino, che ha chiuso in 4.29, mentre arrivando al traguardo ho incontrato (foto 39 messa anche in copertina) il vecchio amico, modenese  della Bassa, Claudio Campi, M 55 gloriosamente tesserato per il Passo Capponi, e che sta girando in camper per le più belle maratone tedesche: pensate che nel 2007 corremmo insieme la maratona del Capodanno a Zurigo, e poi la UTMB. E siamo ancora qua, sebbene Claudio faccia in tempo a docciarsi prima del mio arrivo…

Sorpresa finale, in zona pasta party spunta “Ronaldinho” (foto 44) alias Haroldinho Abauna già visto nell’ultimo anno a Castelfusano e alla gran Canaria, che qui ha partecipato al “Genuss Marathon”, la “maratona del gusto” (per gli anglofili: Run-Fun), insomma la 42 non competitiva, con un tempo massimo esteso a 8 ore e mezzo, cui hanno preso parte 213 sportivi, regolarmente classificati secondo l’ordine d’arrivo anziché l’anonimo ordine alfabetico che pretendono da noi.

L’ “offerta formativa” di Monschau era completata, oltre che dalle gare per bambini svolte il sabato, da tre tipi di maratona a staffetta (a 2, a 3 e a 4 componenti), cui hanno partecipato in totale 400 corridori, con particolare predilezione per la staffetta a 4 conclusa da 67 squadre.

Completando le statistiche con l’info che l’iscrizione alla maratona costa dai 31 ai 39 euro, alla ultra dai 36 ai 44 a seconda del periodo (con un aumento di 6 euro solo l’ultima settimana), devo insistere sulla bellezza assoluta di questa gara, una delle più affascinanti che abbia mai corso: non mi era mai successo, in trent’anni di maratone, che i segnali chilometrici arrivassero prima di quando li aspettassi. Inutile negare che normalmente ‘non vedo l’ora’ che si materializzi il fatidico paletto: “se Dio vuole, siamo già al 25”, oppure “ma quando arriva sto maledetto 26?”. Qui, la sensazione ad ogni km era “ma siamo già qua?”. Beninteso, siamo in Germania e non ti regalano i km come a *** (spesso nelle maratone italiche di serie B il primo km è di 900 metri): ogni paletto era annunciato dal bip del mio Gps, che infatti al termine segna 42,220 (a essere pignoli, i paletti fra il 30 e il 40 erano spostati un po’ in avanti, poi il 41 leggermente più corto ha sistemato le cose). E vi giuro che alla fine mi è dispiaciuto essere arrivato.

Giro quasi totalmente in natura, fondo sterrato o ghiaiato (ma liscio), con ciottoli nell’attraversamento di Monschau (km 4-5) e qualche km di asfalto nelle salite più lunghe, fra il 33 e il 38. Incantevole il bosco dopo Monschau, tra il 5 e il 18 nella parte a bacìo; mentre quando dopo il km 20 si traversa la statale andando nella zona a solatìo, i boschi si alternano a vaste aree coltivate (ci sono anche mulini dedicati alla segale e alla senape), e soprattutto popolate da vacche al pascolo, con un bel venticello fresco che agita le numerose pale eoliche.

Ristori troppo frequenti: la carta ufficiale ne segnala 11, alcuni solo liquidi (acqua, sali, tè, cola, a volte birra e in un caso vino), altri con frutta, barrette energetiche e altri cibi solidi. Specie nella seconda metà, ne ho saltato qualcuno (la temperatura gradevole sui 20 gradi e il vento non facevano sudare troppo): ma come facevo a dire no, verso il km 30, a un banchetto gestito da una bambina piccolissima e dal papà? Un km prima avevo già bevuto a un ristoro ufficiale, qui ho detto prima un “Nein danke”, ma poi ho visto sul tavolo anche quei gommini colorati a forma di pupazzetto o animaletto e ne ho presi due: la bimbetta ha fatto un grido di gioia e ha battuto le mani, a me si sono inumiditi gli occhi. Peccato dover proseguire.

Tanti bambini (tra i 400 volontari totali) anche al traguardo, coll’incarico di dare le medaglie (foto 40-43), di 8-10 anni max, pienamente responsabilizzati, senza adulti a controllare; e due bambini, appena più grandicelli, anche al computer per la consegna istantanea del diploma (funziona ancora benissimo il mio championchip a farfallina, comprato a Ratisbona nel 1997, e che quasi tutti i tedeschi possiedono).

Palestra a disposizione come spogliatoio e deposito borse autogestito (foto 34-35), con abbondanza di toilettes e di docce sia mobili sia in muratura; ristoro finale un po’ scarsino, e tutti ci accomodiamo nel tendone o nelle tante sedie all’aperto (foto 18, 23, 45) a mangiare typish deutsch, bratkartoffeln, fritten, würtschen, landbrot und so weiter annaffiati dalla birra locale Bitburg (con 10 euro ce la caviamo).

Una volta nutriti, ripuliti e riposati, resta l’agio di visitare i dintorni con la nuovissima e superaccessoriata Polo presa a noleggio (60 euro per 3 giorni, 19 litri di benzina per 380 km): dal monastero di San Cornelio (foto 1) al castello e parco di Brühl (una specie di Venaria Reale: foto 46-49), dall’ordinatissima Bonn dove nacque Beethoven e si formò Pirandello (foto 51-52) al corso del Reno, suggestivo nella zona dei “Sette Monti” e nella “Fortezza del Drago” dove Wagner ha ambientato la saga dei Nibelunghi e dove si arriva attraversando il fiume col traghetto: lì dove Sigfrido uccise il drago, anche nella foschia si spazia su Colonia e Bonn.

Avevano ragione Togni e Govi, questa è una gara da fare: peccato che… la Germania ne offra tante, quasi tutte di alto livello, e per quanto io ne abbia corse decine (sette delle prime dieci in classifica, ad esempio), devo e dovrò fare scelte dolorose.

PPPP (Postilla Personale un Poco Polemica). Questa di Monschau è stata la mia trecentesima maratona (lasciando perdere la cinquantina di ultramaratone): la ricorrenza non era programmata, anzi sarebbe dovuta avvenire sei settimane fa in una maratona in val d’Aosta. Ma lì mi sono imbattuto in un giudice Fidal e gestore di chip che, a quanto pare senza autorizzazione federale, è venuto a ‘giudicare’ una maratona non riconosciuta dalla Fidal (come se Renzi andasse ad arbitrare il congresso di Forza Italia senza dirlo a Zingaretti), e notando che dei 6 rilevamenti chip me ne mancava uno (in realtà ne avevo 6, ma uno era sbagliato…),  mi ha depennato dall’ordine d’arrivo, salvando tuttavia altri personaggi con lo stesso deficit di un tappetino, ma più ‘organici’. Per fortuna che la Germania c’è.

La classifica della 56 km

http://podisti.net/index.php/classifiche/11267-monshau-ultra-marathon.html

La partenza alle 8 di mattina (Comitato Organizzatore, da YouTube)

https://www.youtube.com/watch?v=_gSQLBkb-0g

2 agosto – Soppressa la corsa dell’ Unità di Casalgrande (ma anche a Reggio capoluogo non stanno benissimo...), e lasciata la staffetta “per non dimenticare” ai circa 14 partecipanti documentati dalle foto, ci dirigiamo (con la massima attenzione agli autovelox disseminati perfino su una strada rettilinea senza abitazioni, ma dotata del limite dei 50) verso San Rocco, tre case, una scuola probabilmente dismessa, una chiesa, quasi alla foce del Crostolo in Po: zona d’influenza di Morselli, che infatti prima di partire per l’Egitto viene a condurre le danze, col corredo dei fotografi Nerino e Domenico.

I meteo-astrologi annunciano, anche tre ore prima dell’evento, pioggia o temporali fino alle ore 20, e infatti... alle 19,30 – ora della partenza – uno splendido sole al tramonto si appresta a cedere il trono celeste alla sottilissima falce della luna nuova. Qualche goccia è sicuramente caduta, come appare dalla foto 8 di Petti (evidentemente arrivato molto presto), poi dal pantano entrando nel parcheggio; ma adesso si sta divinamente, una temperatura che non dispiacerebbe tutto l’anno. Le cifre ufficiali contano circa 300 iscritti, l’impressione tuttavia alla partenza è di qualche partecipante in meno rispetto al 2018, quando corremmo con 32 gradi: direi che manchino soprattutto i modenesi, e infatti la tenda di Peppino Valentini del Cittanova è meno affollata del solito (però alla fine vincerà la classifica dei gruppi, con 42 iscritti, dopo i padroni di casa del Novellara che ne hanno 56 ma sportivamente si fanno da parte).
È però vero che a venti minuti dal via ufficiale già diversi pedoni o similcorridori punteggiano le stradine designate per la gara e già fornite di sbandieratori/ristoratori (che invece a mio parere dovrebbero farsi vivi solo dopo la partenza legale). Vedremo cosa succederà il giorno che un 'anticipatore' sarà messo sotto da un'auto in orario extra-corsa.

Giro identico all’anno scorso, 11 km esatti (vedi foto Petti 13 e 38) con quasi 3 di argine del Crostolo, che sull’orizzonte si apre a Cimone, Cusna e Succiso, mentre in zona lascia vedere i campanili dei paeselli vicini, da Santa Vittoria (dove una volta si facevano i carrelli-appendice e una 21 competitiva) e San Bernardino, dove nemmeno Gelo Giaroli e la ragioniera-prof. M. Pia Verzellesi ricordano una gara pomeridiana (a meno che non partisse da Bagnolo). Non si fanno più nemmeno il retrorunning di Poviglio e la corsa annessa alla sagra del pesce di Meletole, il cui organizzatore è qui a correre e tre settimane fa era a punzonarci al lago Calamone prima della salita al Ventasso.

Confermati i ben quattro ristori  più quello finale, dove un addetto con tagli netti e sapienti da macellaio antico affetta cocomere allo stadio perfetto di maturazione (foto Petti 105), mentre a fianco si consegna un nutrito e nutriente sacchetto-gara (foto 106, 107, 111) di fronte ai consueti 2 euro di iscrizione (che danno diritto anche a uno sconto equivalente nella cena che segue). Veramente il pettorale ha le dimensioni di una mezza scheda telefonica, e anche indossandolo non appare granché visibile: un amico podista, ben sapendo delle mie idee rigoriste, viene quasi a giustificarsi di non averlo in mostra: lo assolvo, ammettendo che domenica scorsa il sottoscritto, insistendo a portare un pettorale di carta sotto la pioggia, se l’è trovato spappolato dopo 3 km e ha dovuto conservarne qualche frammento negli slip per dimostrare di non essere un mortodifame.

Corsa, ripeto, piacevole, tranne i km 8-10 su una stradaccia ghiaiata e poco panoramica. Tornati sull’asfalto, Gelo impartisce l’ordine di accelerare, cosicché dai 6:04 del penultimo km risaliamo in rapida progressione ai 5:40, poi 5:20, tagliando infine il traguardo ai 4:50 sotto gli scatti increduli e diagonali di Nerino, mentre Morselli sta già procedendo alle premiazioni (foto 251-270).
Siamo gli ultimi miracolati di San Rocco di Montpellier, compatrono di Venezia, un ultratrailer prodigioso che percorse a piedi la strada da Montpellier a Roma e ritorno, facendo parecchie soste per curare e guarire gli appestati, e ormai prossimo al traguardo fu scambiato per una spia (o un dopatore?) e messo in carcere, dove morì verso il 1379. Dio ci scampi dall’ultima parte della sua ultramaratona, e soprattutto scampi Morselli in viaggio intercontinentale! Per fortuna, Mandelli resta con noi tutta l'estate e a sistemare i servizi fotografici, compreso questo, provvede lui.

28 luglio – 38 gradi venerdì, da 28 in giù sabato con forti piogge, gare annullate una dietro l’altra (e talvolta il meteo è solo una scusa): un occhio a internet, uno ai gruppi di whatsapp, entro una cinquantina di km da casa restano una piatta gara mantovana, una collinare reggiana e un quasi-trail a Zocca, dieci km di cui oltre metà sterrata e su sentieri, compreso un piccolo guado, e dislivello complessivo di 340 metri con oscillazioni fra i 580 e i 790 metri del Monte della Riva (alias Monte Cisterna).

Zocca è oggi, per tutti, la patria di Vasco Rossi: qualche settimana fa il locale sindaco ha chiesto soccorso a provincia regione o quant’altri per risolvere i problemi di traffico e affollamento generati dal quotidiano arrivo di fans nella sua casa della frazione Verucchia (dove, per ora, i  cartelli marrone indicano solo il santuario, perché per l’altra meta basta il passaparola…: però mettere un cartello “Park per casa di Vasco” sarebbe utile a ridurre il viavai motorizzato).

La fama podistica di Zocca era stata oscurata, negli ultimi anni, dalla soppressione della leggendaria 50 km Bologna-Zocca (pensate che una volta la corsi con Irene Senfter e Martina Juda, un’altra volta coll’indimenticabile Antonio Mazzeo), e dall’insorgere prepotente della vicina Rocca Malatina, teatro non solo di una corsa domenicale ma anche di un trail fra i meglio organizzati del calendario regionale. È rimasta a Zocca questa camminata, come sempre sotto lo speak del Lupo sport, ora inserita in un circuito provinciale del Frignano (cioè dell’Appennino modenese), dotato di ricchi premi individuali, di tappa e finali.

Dopo un’ultima rassicurazione avuta via mail dall’ex vicesindaco zocchese (sarebbe sindaco lei, se solo avesse voluto!), l’affettuosa e brava maestra Flavia B., mi metto in viaggio con l’auto, sotto una pioggerellina quasi ristoratrice. Un DJ di una radio locale millanta che oggi 28 luglio 2019 sono quarant’anni dalla nascita della prima radio libera: è una balla grandiosa, perché fin dal 1975 ricordo che ascoltavo, premendo il tasto FM sulla mia radio Mivar da ventimila lire, Punto Radio Zocca, nata infatti il 21 settembre di quell’anno, e dove il giovane Vasco (si presentava solo per nome) coordinava la messa in onda di nastri mandati da ascoltatori- cantanti amatoriali (ricordo uno che schitarrava su fili tesi fra bicchieri di vetro); ma Vasco non cantava mai, nonostante le esortazioni di un suo collaboratore, Gaetano Curreri…

Eccoci adesso a Zocca, diciamo pure al penultimo momento perché la ricerca di un parcheggio non è semplice (quello dove avevo trovato l’anno scorso è tutto pieno, e mancano altre indicazioni, sebbene a 400 metri ci sia la piazza del mercato che è semivuota): mi sto spillando il pettorale da non competitivo (operazione cui non rinuncio mai, rara avis da queste parti) quando partono i competitivi, ben 125, cioè più dell’anno scorso, e il doppio della gara concorrente reggiana. Molto pochi, anzi quasi nessuno, sono i non competitivi: parecchi li incontro che percorrono a ritroso i primi due km del tracciato, di passo e magari con l’ombrello; altri, già partiti, staranno facendo il percorso corto da 5 km, presto saranno ad abbuffarsi al ristoro, ritirare il premio (un litro di latte, come nel 2018) e via. So di un paio che deviano dal giro e passano da casa di Vasco, dove sono nel frattempo arrivati una coppia di sposi (lui novantacinquenne), un tizio di Monza, e fauna simile. Il Comandante uscirà un attimo per salire su un’auto e partire: “ognuno col suo viaggio – ognuno diverso - e ognuno in fondo perso - dentro i fatti suoi”.

Piove, ma non fortissimo, anzi nell’ultima mezzora quasi smette (riprenderà poi, in maniera apocalittica, un’ora dopo). Saranno i cambiamenti climatici…, o sarà che noi contemporanei, protesi al massimo godimento quotidiano che riteniamo nostro diritto costituzionale, abbiamo dimenticato le bufere estive di una volta e siamo pronti a prendercela con l’altra metà del mondo se durante il weekend piove? Da parte mia, l’unica affermazione che ho imparata da quel vanesio di Beppe Severgnini è “una passeggiata sotto l’acqua non è una passeggiata rovinata, ma solo diversa”.

Il giro è quello già noto, agevole fino al bivio tra i due percorsi, poi un tantino difficile per la scivolosità dei sentieri nella salita al bellissimo borgo di Montalbano (fuori classifica come sono, entro nella chiesa, celebre anche per un’esposizione permanente di presepi, dove si respira il caldo buono degli anni antichi), poi nella discesa successiva prima dell’ultima salita al Monte della Riva. Qui, una provvidenziale fontanella serve a ripulirci un po’ tutti delle zacchere accumulate nelle inevitabili cadute.

E vorrei ricordare gli ultimi due classificati della competitiva, con cui faccio insieme (metro più metro meno) la seconda metà della gara: li raggiungo sulla salita più scivolosa, dove lei, “Monny”, davanti, sta aspettando e aiutando come può lui, Augusto, più vecchio di una ventina d’anni (non sono della stessa società). Sbadatamente li supero, limitandomi a segnalare il passaggio che a me pare più praticabile e invitando lui ad attaccarsi agli alberi come faccio io. Solo più tardi, quando mi raggiungeranno sulla cima, mi accorgo che ad Augusto manca una mano, e per lui è impossibile anche azionare il rubinetto a pulsante della vetta. Brava Monny, più di me: alla fine, meritatamente, mi precederete di una cinquantina di metri, ma per te ci vorrebbe un premio speciale: come scrive Luca Grion, ci insegni che la corsa per noi deve essere soprattutto altruismo.

La gara “top” presenta nelle prime posizioni grosso modo gli stessi nomi di queste gare: primi uomini, distanziati di un solo secondo, i due compagni di squadra MDS Marco Rocchi e Tommaso Manfredini; un minuto dopo arriva Arturo Ginosa. Una MDS, Gloria Venturelli, stravince anche la gara femminile, rifilando 4 minuti alla vincitrice 2018 Laura Ricci, e 5 alla bolognese Francesca Battacchi.

Premiazioni gestite come da tradizione da Lupo nella adiacente ed ampia sala consiliare: che abusivamente utilizzo come spogliatoio, dietro un paravento, per togliermi gli abiti zuppi, e dare l’addio estremo alle mie Mizuno (comprate tre anni fa per 80 euro dal compianto Vito Melito, e portate in giro per 12 maratone, tra Conegliano e Nashville, il Gran Sasso e il Mottarone). Avete combattuto le vostre buone battaglie, dall’aldilà fate che io non perda la fede.

28 luglio – Uno dei più duri ultratrail d’Italia, la Südtirol Ultra Skyrace con partenza e arrivo a Bolzano, 121 km con oltre 7500 metri di dislivello da superare, lungo l'alta via “Hufeisentour”, è stata funestata ieri poco dopo le 19 da un incidente mortale: la 45enne norvegese di Tromsö Silje Fismen, più volte piazzata in gare nelle sue regioni (Corriere.it ha scovato un suo successo nell’Ultratrail delle Lofoten, 175 km con 5600 metri D+ chiusi in poco meno di 33 ore), dopo quasi un giorno intero di marcia tra la val Sarentino e la val Passiria (la corsa era partita alle 20 del 27 luglio), è stata colpita da un fulmine in prossimità del lago di San Pancrazio, a 2100 metri di altitudine.
Fatalità ha voluto che la gara fosse stata interrotta, causa maltempo,  da mezz’ora, e già un centinaio di atleti fosse stato fermato nei rifugi Punta Cervina e Kesselberg, o raccolto lungo il percorso: ma nel luogo dove si trovava Silje (insieme a un altro atleta, pure lui colpito ma senza gravi conseguenze) i cellulari non prendessero: i soccorsi, allertati da due podisti nei paraggi, hanno potuto entrare in azione solo mezz’ora dopo l’evento, quando (nei casi di arresto cardiaco) in mancanza di defibrillatore  ogni soccorso è vano, come hanno potuto constatare i medici dell’ospedale di Bolzano dove Silje è giunta cadavere in elicottero.

Nella vita, la Fismen era medico nel reparto di patologia clinica della clinica universitaria di Tromsö, autrice di numerose pubblicazioni, impegnata anche in ricerche sui tumori.

Gli organizzatori, costernati, informano di essere stati in allerta fin dal mezzogiorno, costantemente aggiornati dal soccorso alpino in quota, ma che non era prevista una bufera di quella portata. Al momento della tragedia, i primi avevano già tagliato il traguardo, dopo 17h 43’: si tratta dell’altoatesino Josef Thaler e dell’austriaco Gerald  Fister, che trovandosi appaiati a 5 km dal traguardo avevano deciso di arrivare insieme.

In segno di lutto, le premiazioni in programma domenica alle 11 sono state disdette.

Un incidente del genere, informano le agenzie di stampa e il comunicato degli organizzatori stessi, è stato sfiorato anche questa mattina nel Bei K3 sul Rocciamelone, in Valle di Susa, gara ugualmente sospesa dopo che molti concorrenti l’avevano tuttavia conclusa: un atleta spagnolo, anch’egli già finisher, è stato sfiorato da un fulmine  nel rifugio Cà d’Asti, ma ha riportato solo stordimento: trasportato all’ospedale in elisoccorso, ha rifiutato le cure lasciando la clinica coi suoi mezzi e rientrando nel suo albergo.

14 luglio - Avevo partecipato alle prime tre edizioni della maratona del Ventasso (2003-4-5), poi a qualche altra, sempre con molta soddisfazione: un po’ meno, posso ammetterlo, nel 2015, quando per la prima volta dovetti arrivare in cima al “Gigante”, si accrebbe il dislivello e con esso il tempo di percorrenza, di un’oretta quasi.

Da allora a oggi, pare che il cosiddetto D+ sia cresciuto ancora, stabilizzandosi sui 2200 metri (nel 2003-4 era di 1500, nel 2005 di 1600, nel 2008 di 1900); e anche il tracciato, che la primissima volta era affrontabile tranquillamente con scarpe da asfalto (le uniche che possedevo allora e con le quali andavo anche a Davos e Interlaken), adesso è diventato, più che “eco”, un trail (a occhio, direi che i km di asfalto o lastricato non superino i 5 o 6). Ciò spiega la concessione di un punto per partecipare alla UTMB, ma a mio parere spiega anche il calo dei maratoneti “di città”, quelli che il primo Ventasso di Rosi Manari e Vincenzo Castellano convertì, e invece adesso disertano la corsa.

Riguardo con molta nostalgia la classifica 2003, dove nelle posizioni di coda figurano due leggende come Morisi e Togni, e più su altri collezionisti di maratone ma negati alla montagna, come Govi. C’erano perfino Lupo-sport, Bruno Furia, Marino Pellacani (curiosità: nel 2019 ha gareggiato il figlio Giuseppe), Paolo Manelli, Paolo Giaroli (adesso qui solo in veste di giudice, nelle terre di Giarola da cui trae origine il casato: lo vedete in maglia gialla sulla destra della foto-copertina nel pezzo di Morselli, n. 154 del servizio foto); tra le donne, c’erano la stessa Rosi Manari, Silvana Pellicciari, la Marisella…

Ubi sunt, où sont les neiges d’antan? E vinse la campionessa del mondo Monica Casiraghi, che sotto il Ventasso ha trionfato 5 volte (superata poi da Lara Mustat con 8 successi); anche tra i maschi, nel 2003 vertice d’eccellenza con Cristiano Campestrin e  l’altro campione del mondo sui 100 km Mario Fattore; l’anno dopo, Mario Ardemagni, poi Lorenzo Trincheri e così via, fino al Matteo Pigoni che cominciò nel 2007 e con questa edizione porta, da quarantacinquenne, a 8 le sue vittorie (bravo, bravissimo; ma come si diceva per il vincitore fisso del Passatore, dove sono le nuove leve?).

Nel 2003 eravamo in 161; la soddisfazione, il passaparola (vogliamo anche dire i commenti di Podisti.net??) ci portarono a 261 l’anno dopo, a 280 nel 2005. Nel 2015 fummo in 296. Insomma, qualità dei primi e quantità degli altri, degli amatori; ma con un dato preoccupante, ben 14 classificati fuori tempo massimo, 9 ancora nel 2018: questo, a parte la fiscalità di mettere ftm chi arriva magari due minuti dopo l’orario limite, dimostra che la difficoltà del percorso cominciava a escludere i podisti normali (o dite pure ‘subnormali’ se pensate a tipi come il sottoscritto). Risultato odierno: i pochi supermaratoneti arrivati fin quassù sono stati attenti soprattutto al tempo massimo (a parte i due Mauro, Gambaiani e Malavasi, che non hanno di questi problemi); gli altri, semmai, prediligono le 42 dell’appennino bolognese, dove c’è all’incirca lo stesso tempo massimo ma puoi partire anche due ore prima e ti mettono ugualmente in classifica, e alla fine dell’anno non avrai  punti Utmb ma piuttosto 50 o 100 punti del club e potrai proclamare qualche strano Guinness…

Peccato per questo calo degli ultimi anni: 243 arrivati nel 2016, 229 nel ’17, 209 nel ’18, uno in più quest’anno (grazie all’inserimento in graduatoria anche dei meritori ftm dai 3 agli 8 minuti). È vero che ci sono le gare collaterali, che hanno portato in dotazione 250 arrivati tra 15 e 22 km, più un centinaio di non competitivi nella 15 km e altrettanti ragazzi nei percorsi mini; ma la parola magica ‘maratona’, che da sola basta a spostare qualche centinaio di podisti, fosse anche per indecenze come Genova e dintorni, qui non ha sortito effetti.

Ripeto, peccato! perché metto in gioco la mia reputazione di critico e censore ventennale dicendo che il Ventasso è una delle gare meglio organizzate (Uisp, non Fidal!), più accoglienti, più economiche nella tassa d’iscrizione (in prevalenza, 30 euro), che garantisce un buon pacco gara e due pranzi (vedi foto di Morselli del sabato e di Canedoli della domenica) che – almeno nella versione domenicale – sono disponibili anche a tarda ora (ho finito di pranzare alle 18, trovando ancora tutte le portate, il servizio veloce e non fiscale, addirittura vino a volontà).

Non sono d’accordo invece, da tempo, e riferendomi a un andazzo generale, con la volontà di rendere ogni anno più feroci i percorsi, come nella storiella dell’evoluzionismo secondo cui la giraffa allunga il collo per mangiare le foglie più alte, allora gli alberi si alzano per selezionare le giraffe: quest’anno si è anche superata la soglia dei 42, di un km secondo gli organizzatori, che però non convincono quando i gps registrano tra il km 32,7 di Montemiscoso e il 35 del cartello ben 3,2 km (e non 2,3: qui la tolleranza dei Gps non c’entra!), o tra il 38,9 del penultimo ristoro e il cartello del km 40 (posto dopo il ristoro del meno 3,4 km) altri 2 se non 3 km.

La salita al Ventasso, che all’inizio si era affrontata dal lato est del rifugio Maddalena, in parziale coincidenza col “Vertical Barbarossa” da Nismozza, adesso invece (sembra, per una frana) avviene da ovest, cioè dal lago Calamone, che si raggiunge dopo aver salito 900 metri dal punto più basso del km 11 allo scollinamento del 21, discendendo dunque un centinaio di metri per fare poi una tirata di 320 metri verticali in poco più di 2 km. Percorso faticoso sebbene non estremo, e ripagato dai panorami: non però per noi tardoni, che abbiamo trovato la pioggia proprio salendo in vetta, e nella discesa, tra i km 25 e all’incirca 35, ci siamo dovuti arrangiare su sentieri scivolosi, talora ridotti a torrentelli, a circumnavigare innumerevoli laghetti, o a non lasciare le scarpe nelle sabbie mobili.

Devo dire che il personale di servizio, delle 40 o giù di lì postazioni, è sempre stato presente e ammirevole: in cima al Ventasso flagellato dalla pioggia (dove notiamo anche Armando Rigolli compatrono della Abbotts) distribuivano teli protettivi a chi non li aveva; i ristori erano sempre molto ricchi, e per fortuna l’iperecologismo del “non abbiamo bicchieri, usa il tuo” era attenuato da qualche decina di bicchieri a disposizione, ovviamente con molti cestini da raccolta in un raggio di 200 metri.

Nella seconda metà abbiamo fatto gruppo (un po’ vincoli, un po’ sparpagliati ma con frequenti ritrovi) in una decina di amici vecchi e nuovi: addirittura tre Fabio, uno dei quali romagnolo al suo primo trail, e guidato passo passo dal veterano Daniele Zoli dalla Rosetta di Fusignano (Ippociok, 6 ore della birra e insomma 198 maratone accumulate). Ci ha raggiunto il monzese Rinaldo Furlan, reduce dalla sua 17esima cento km di Biel-Bienne, e da parecchie altre centinaia di gare storiche o mitiche (“ma ti rendi conto che i supermaratoneti di oggi non sanno neppure cos’era la Trevisando?”), inclusa la fresca maratona della Val d’Aosta dove insieme abbiamo sbagliato passando tre volte da un controllo dove dovevamo passare solo 2 volte, e insieme siamo stati puniti (ma con una punizione selettiva che stride in paragone ad altre allegre omologazioni).

Siccome il gruppetto, dal ristoro del 29 in avanti, ha nel mirino l’altra storica maratoneta Marina Mocellin (recente finisher dell’Ultra Via degli Dei), comincia a tesserne gli elogi raccontando aneddoti vari, specie in comparazione a una collega che risulta assai meno simpatica… Quando raggiungiamo Marina, dopo il 35, mentre è intenta a rifornire del suo magnesio/potassio un collega bloccato dai crampi, le raccontiamo tutto e lei chiosa: “veramente con quella là ho litigato anch’io…”.

E così risaliamo e poi scendiamo gli ultimi km, sorpassandoci e riprendendoci in amicizia come don Camillo e Peppone sull’argine del Po nel finale del film: per la cronaca, ci batte Rinaldo che ne ha di più, ma arriviamo tutti, salutati e fotografati da Morselli col cappellino da navigator, nell’arco di tre minuti… e continueremo le chiacchiere e malignità nelle docce (caldissime come capita di rado!), dove ci raggiunge pure il Morellino (“averla finita è l’unica cosa che vale”; vedilo alla partenza nella foto 132 di Morselli).

Ci aspettano ancora a pranzo - quasi apericena o happy hour -, degna conclusione di una giornata comunque bella; e chi vivrà vedrà.

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