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Mag 25, 2019 863volte

IX Cronoscalata al Bianello: +30%. Che altro aggiungere?

Fabio Marri in salita prima dell’arrivo Fabio Marri in salita prima dell’arrivo Foto di Stefano Morselli

SERVIZIO FOTOGRAFICO

23 maggio - Al termine della gara, mentre in attesa delle premiazioni allo stand del ristoro si stappava la terza bottiglia di lambrusco e, ridotta ormai alla crosta una fettona di parmigiano, si affettava un bel salame tenero, il “signor Maxent” sponsor della manifestazione mi chiedeva se avrei parlato bene di questo evento.

Ho collegato la richiesta al commento che pochi giorni prima mi ero sentito fare da un organizzatore del Fornacione Trail, a cui il mio relativo articolo del 2018 (intitolato “Segnali di stanchezza”, ovvero, la constatazione che le coppie arrivate erano passate in pochi anni da 145 a 101  - quest’anno 86, + 38 individuali sul percorso corto, ma con la scusante del maltempo - ) non andava a genio, e mi ha in sostanza invitato a stare a casa, se la corsa non mi piaceva (ho obbedito, sebbene la corsa mi piaccia; ma se il termometro dice che hai la febbre, non è accusando l’ingiustizia del termometro che la febbre cala e gli iscritti aumentano).

Bè, non credo che a quelli di Bianello dispiaccia la mia opinione, che ogni anno mi spinge ad affrontare quasi 60 + 60 km per andare da loro, perfino quando ero ingessato, e perfino quest’anno che acciacchi e ‘prevenzione’ dovrebbero indurmi piuttosto a frequentare fisioterapisti. Ma al di là della mia opinione, conta il termometro, secondo il quale, rispetto ai 100 arrivati del 2018, quando mi sono presentato stavolta, con Ideo Fantini, alle iscrizioni del Bianello un’ora prima della partenza, si era già a quota 115, e alla fine si è arrivati a 139 (sebbene poi una decina non abbia preso il via). E in pratica, se il primo nella piazzetta a scendere i gradoni (novità di questa edizione) lo ha fatto alle 19.00, per l’ultima erano scoccate le 20,10, con arrivi ben oltre le otto e mezzo (per fortuna, c’era ancor un bel sole che illuminava questo stupendo angolo di collina reggiana).

Dunque, i fedelissimi ritornano (si è rivisto anche Morselli, quale speaker in bilocazione, prima alla partenza, poi al traguardo ma senza saio matildico, poi di nuovo alla partenza per le premiazioni), e si aggiungono nuovi adepti. Nell’attesa che venisse il mio turno di scattare dai gradoni, ho fatto un po’ da nonno (o da prozio, decidete voi) alle due splendide bambine di Giulia Botti, poi seconda arrivata (dietro l’eterna Morlini in partenza per Lugano): Erika di 4 anni e Greta di uno, ancora sul passeggino ma (assicura Erika) “delle volte la facciamo camminare fino al suo letto”). Mamma Giulia l’anno scorso non era al Bianello, per ragioni immaginabili; quest’anno si è presentata al penultimo momento (con due bimbe piccole c’è sempre qualche imprevisto), ha preso il via col pettorale 139 e ha risalito tutte le posizioni tranne una.

Il primo assoluto, cioè Andrea Bergianti, era già arrivato in cima da un pezzo, riconfermando la vittoria del 2018 anzi migliorandone il tempo di 14” (oggi 16:48 contro 17:02); arriva a 45” Yuri Cornali (16 anni più di lui), che a sua volta rifila altri 40” al terzo, Alessio Basili (due che nel 2018 non c’erano). Da qui cominciano distacchi minimali per le posizioni successive (dal quinto al decimo intercorrono 9 secondi).
Alla partenza di Giulia Botti era già arrivata anche la prima donna , la solita “prof” Morlini , che esibisce uno strano tesseramento Avis Castelnuovo Magra (come farà adesso Alex, l’addetto stampa di Atletica Reggio, a propagandare questo risultato?): Isabella comunque si migliora di 26 secondi, 18:52 contro il  19:18 dell’anno scorso. Mamma Botti arriva in 19:33, precedendo a sua volta di 1’15” la terza, Elisa Fontana Carani (quarta nel 2018), scambiatasi di posto con Eleonora Turrini, terza l’anno scorso e ai piedi del podio (come dicono quelli che sanno scrivere, anche se il podio oggi non c’era proprio) questa volta.

Va ripetuto che la distanza effettiva non sono 4100 (come si ripete sempre il volantino) ma 3850 m, cioè 300 in più delle prime edizioni, quando si entrava direttamente nel castello senza  percorrerne il prato sotto le mura; il dislivello resta più o meno di 200 metri, inclusi i 70 che ci fanno scendere tra il km 1,3 e il 2,7 e poi risalire nell’ultimo km, quando finalmente raggiungiamo i 273 metri del castello dopo essere partiti a quota 152.

Alla prova era annessa anche una non competitiva, abbastanza snobbata quanto a partenza di gruppo, che sarebbe stata mezz’ora prima dei ‘cronometrati’: ma quelli col pettorale da 2 euro se ne sono andati su quando gli è parso, in genere con lo scopo di raggiungere la vetta prima che ci arrivasse il proprio partner agonista; uno però ha aspettato la Cecilia all’uscita dalla piazza ed è salito insieme a lei… Poi li ho trovati, loro già in discesa, mentre salivo l’ultimo km agli 8:18, a farmi coraggio dicendo che in quel tratto loro avevano camminato. La classifica ufficiale vede mamma Cecilia terzultima in 35:23, quattro minuti dietro la sorella Margherita; ma l’onore di famiglia è salvato dal figlio di Cecilia nonché di Italo, Gianluca Spina, 34° assoluto in 20:32.

Quanto alle guerre sportive tra quelli del nostro livello (non “tra poveri”, come direbbe ancora un cronista sapiente: perché noi ci sentiamo ricchi, non dei prosciuttini cui non aspiriamo, ma dei due secondi limati al tempo precedente o al vicino di casa), con sorpresa mia, e anche di Christian Mainini che l’aveva fatto partire 30” dietro me “così ti raggiunge”, Ideo Fantini è più prudente di me e perde altri 25 secondi; Gelo Giaroli (che non sapevo fosse della Pro Patria Milano) addirittura un minutino.

Poi c’è qualche piccolo mistero, ma non faremo reclamo per dirimerlo: ad esempio Lucio Casali, il pellegrino di Compostela, che è partito prima di me e io non ho mai sorpassato, come mai mi arriva dietro? Non sarà che si sia appartato nel bosco a …? Oltre a lui, vengono da Formigine (almeno come tesseramento) i due ultimi classificati maschi, il maestro cioccolataio Luigi Bandieri, classe 1937, e la mente della Lega atletica modenese, Maurizio Pivetti. Li ha superati l’altro veterano pluricitato su queste pagine, Giuseppe Cuoghi dalla Cavazzona, appena tornato dal giro a tappe dell’Elba. Posdomani poi, dice Ideo, impareremo chi ha giudiziosamente conservato le sue energie o chi le ha buttate per sfuggire la gogna del Bianello.

 

Pr confronto, il pezzo del 2018

Ormai il numero cento sembra essere una caratteristica del podismo reggiano serale di collina: eravamo cento coppie a Jano cinque giorni prima, e di nuovo cento singoli (non dirò gli stessi) a Quattro Castella, nome falso-antico al posto di denominazioni locali meno risonanti. Anche il castello di Bianello (l’unico oggi esistente dei quattro di cui si favoleggia) si chiamava “Bibbianello”, rendendo così più evidente la sua parentela con Bibbiano (come, qualche chilometro prima, si trovano Rubbianino e Ghiardello, tutti diminutivi degli agglomerato originari). Comunque, secondo gli storici, non fu a Canossa, ma proprio a Bibbianello che la duchessa Matilde radunò il papa e l’imperatore per la mitica riconciliazione; mentre secondo i folcloristi, nel castello si aggira ancora un fantasma.

Tradotto in termini podistici, il fantasma odierno di Bianello era Stefano Morselli, già tradizionale microfonista in costume al traguardo, e ora costretto nella Bassa da altri doveri meno piacevoli ma più necessari. Riguardando vecchie foto, rivedo Morselli in piena funzione nell’edizione del 2015, dove io venni con un braccio al collo (trasportato sull’auto degli immancabili Cuoghi e Giaroli, siccome non potevo guidare) e poi, tolta la valva gessata e indossato il tutore, mi buttai io pure su quelle rampe badando soprattutto a non rompermi anche l’altro braccio.

La gara da otto anni sostituisce (con altri organizzatori) la cronoscalata delle Tre Croci di Scandiano, su una lunghezza ufficialmente identica di 4100 metri, abbandonata da alcuni anni; a garantire la continuità e la “certezza della pena” è il solito staff dei giudici Uisp, da Mainini junior ai fratelli Iotti (mentre i cugini Giaroli corrono, almeno in parte); e ci aggiungo la signora Flora che provvede a gestire la palestra con docce e custodia borse. Rispetto a Scandiano, qui il percorso è più vario, per quasi due km su sentiero nel bosco, che ti riconcilia con la vita dopo un primo tratto di 650 metri nei quali l’asfalto ti aveva indotto a spingere per ritrovarti sfiatato e pieno di pensieri su “chi me l’ha fatto fare?” alla svolta boschiva a destra, dove forse la metà di noi (la seconda metà, ovviamente) è costretta a camminare sui primi tornanti sterrati. Poi il sentiero spiana e anzi discende leggermente, tra chiazze di fango: i circa 200 metri misurati di salita corrispondono ai circa 120 metri di dislivello tra il municipio di Quattro Castella e il Bianello, più la discesa intermedia di una settantina di metri, infine l’ultima erta micidiale, tra le foto di Nerino al rientro sulla stradina e quelle di Italo al sommo della scalinata, dopo che abbiamo superato un tratto di prato, in salita-discesa appena dentro le mura del castello, che non ricordavo, e infatti prolunga la lunghezza effettiva del tracciato dai 3,550 che il mio Gps misurò tre anni fa ai 3,850 di stavolta.

Qui noi partiti nelle retrovie profonde (e do atto all’organizzazione di aver accettato iscrizioni fino all’ultimo minuto, senza nemmeno l’odioso sovrapprezzo che a molti piace imporre per i ritardatari) incrociamo quelli già arrivati, che stanno discendendo a piedi verso la partenza, la consegna del premio di partecipazione (mezz’ora prima di noi c’era stata anche una non competitiva), il ristoro finale dove appaiono due varietà di ottimo lambrusco reggiano, le classifiche esposte con velocità prodigiosa e le premiazioni.

Noi peones guardiamo veramente dal basso in alto i primi tre che ci hanno messo meno di 18 minuti, incluso Gian Matteo Reverberi che vent’anni fa scalzò Morselli dal trono dei retrorunner; e la prof Morlini che, dovendo risparmiarsi per un chilometro verticale in Svizzera fra due giorni, impiega 19:18 arrivando comunque 14° assoluta.

Ci restano i confronti curiosi tra non-piazzati: mi accorgo di essere immediatamente dietro a una ragazza  Fabia da Rubiera (faremmo una squadra equilibrata per un eventuale trail a coppie…), e un minutino dietro pure al mio già-compagno di squadra alla Abbotts, Maurizio Pivetti. Gelo Giaroli invece deve arrendersi, peraltro evitando largamente la “gogna”, scherzosamente ma ingiustamente riservata all’ultimo. Cui invece io darei un premio uguale che per i primi, tanto più che oggi se lo aggiudicherebbe una mia antica e affettuosa scolara di quando l’università era una cosa seria e formava insegnanti di alto livello, che rispettavano e si facevano rispettare.

Abbiamo vissuto, abbiamo dato, ci siamo ancora e non abbiamo perso la fede nel podismo: chissà se il nostro sport vivrà ancora, e fra trent’anni la prof “Matilde” Morlini potrà incoronare al Bianello una propria allieva.

Informazioni aggiuntive

Fotografo/i: Stefano Morselli - Domenico Petti
Fonte Classifica: UISP RE

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