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Giu 28, 2020 486volte

Monchio (MO), 12^ Panoramica “special edition”: i primi a ripartire?

17 partenti secondo le regole 17 partenti secondo le regole I. Spina- R. Mandelli

27 giugno – All’inizio dell’anno era calendariata per sabato 20 giugno: è andata in onda con una settimana di ritardo, dopo una diffusione della notizia un po’ tardiva e locale, che non era sfuggita al’onnivoro Giangi, e che noi di Podisti.net abbiamo divulgato con un pezzo che ha sfiorato i 300 lettori (quantità che per una gara locale, non competitiva, è abbastanza alta) http://podisti.net/index.php/notizie/item/6238-a-monchio-palagano-mo-sabato-27-si-corre-in-gruppi.html
Alla fine, la brava Giulia Grossi che ha condotto tutte le iscrizioni e richiesto una quantità di firme e di crocette che non finiva più (caso mai qualche burocrate proibizionista ci volesse buttare un occhio) dichiara 120 partecipanti, scaglionati in gruppi ogni quarto d’ora, mascherine fino alla partenza e poi via in libertà (nelle foto potete vedere una ragazza che si è allacciata la mascherina… nel gomito, proprio quel posto dove ci raccomandavano di starnutire). 120 sono pochi, rispetto ai 4/500 che (a occhio) venivano nelle annate normali, complice anche una competitiva valida per il trofeo della montagna.

Ma, giudicando sempre a occhio, chi c’è venuto (a parte che non erano tutti scarsi: ad esempio la coppia reale Del Carlo/Baruffi, che ritrovate in mascherina e non so se hanno fatto due giri), a parte i molti locali che hanno corso in maglia gialla, era gente scelta: le due caratteristiche principali del podismo modenese (e bolognese, e in parte reggiano), cioè le partenze anticipate e la caccia al ristoro / pacco gara, a Monchio non c’erano proprio. E mi è anche capitato di sorpassare qualcuno, forse partito nel turno precedente al mio, su sentieri o sterrati stretti: appena mi sentivano arrivare si facevano da parte, si appiattivano contro massi o alberi, quasi ti chiedevano scusa.
Chissà che la clausura non abbia convinto gli pseudo-podisti a dedicarsi a sport più consoni alle loro attitudini: facendo la tara a quello che diceva don Abbondio alla fine dell’epidemia, “è stata un gran flagello questa peste, ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più… Ha proprio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora; chè questo era il momento che trovava l’avventore anche lei… Se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio un peccato il dirne male; quasi quasi ce ne vorrebbe una ogni generazione” (non prendetelo alla lettera, ma è un passaggio stupendo, da gustare e rigustare).
Dunque, iscrizioni gratuite, niente pacco gara e soprattutto niente nefasti premi di società; consigliata la bottiglia d’acqua personale, ma all’occorrenza a trenta metri c’era il bar del mio compagno di banco al ginnasio Dante Venturelli (sic! annata 1963/64, mi misero con lui perché io ero un tipo da 8 in condotta e lui mi doveva calmare), uno che potrebbe fare la vita da pensionato e invece porta avanti l’esercizio che altrimenti chiuderebbe. Anch’io porto avanti il mio esercizio, e mi è capitato di ritrovarmi al traguardo con la mamma di una scolara dell’ultimo anno…
Il percorso, già bello di per sé nella parte che prevede la salita e discesa al monte di Santa Giulia (memoriale di una immane strage dell’ultima guerra: Dante V. porta il nome di uno dei martiri), è stato reso ancor più bello e più trail: un km di asfalto per salire, poi bellissimi sentieri in mezzo a un bosco deliziosamente fresco; e la discesa, per il percorso dei 9,800 anziché puntare direttamente su Lama di Monchio (peraltro, villaggetto ben tenuto), ha tirato dritto sul crinale delle colline, tra campi appena falciati (siamo sui 900 metri di altitudine, Monchio significa “de montibus”), per poi discendere a Lama, attraversare due strade asfaltate e arrivando, sempre per sentieri e stradette, al traguardo in salita dove, come tutti gli anni, ci aspettava Italo (autore dei video che potete guardare, anche in cima a S. Giulia).
Percorso segnatissimo: anche se gli addetti (i cosiddetti sbandieratori) erano al massimo 3 o 4, c’erano frecce e bandelle in quantità tale da rendere impossibile lo sbagliarsi.

Insomma, d’accordo, era un non competitiva (vigendo ancora la strana e assurda proibizione delle corse agonistiche, come se mettere un ordine d’arrivo attirasse il virus che invece gira alla larga dalle tapasciate), però, salvo smentite, è stata la prima in Italia non virtuale, ma reale, comunitaria, apprezzata e degustata.

 
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Informazioni aggiuntive

Fotografo/i: Italo Spina & Polisportiva Monchio

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