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Set 20, 2021 Massimo Muratori 357volte

Passage au Malatrà e dedica finale

Amici al traguardo e dedica a stampa Amici al traguardo e dedica a stampa M. Muratori

Tor 30 - Passage au Malatrà: l’ultima nata (giunta quest’anno alla seconda edizione) nella galassia del Tor de Geants, sono gli ultimi 30 km dei 330 (in realtà quasi 350) che si devono percorrere per diventare Giganti.

Per me, l’ultima possibilità di passare sotto quel traguardo a Courmayeur, che nei due tentativi fatti nel 2016 e 2017 non ho raggiunto. Quest’anno, pur avendo l’iscrizione certa, un ginocchio malconcio mi ha impedito di tentare per la terza volta; ma per la miseria, una trentina di km, sia pur con 2300 metri D+, me li potrò permettere!

Chi non mi ama potrà pensare: “la volpe e l’uva “, forse non totalmente a torto; chi mi conosce, invece, sa che ho sempre definito Il Tor una malattia dalla quale non si guarisce, e respirarne almeno un po’ può essere quasi come vaccinarsi per non subire gli effetti più gravi della malattia.   

Così a marzo decido di iscrivermi e, giusto per non farmi mancare nulla, coinvolgo un grande amico, fortissimo trekker d’alta quota, dalle Ande Peruviane alle cime Himalayane del Nepal, con all’attivo centinaia di km a 4/5000 mt di quota: ma totalmente digiuno e assolutamente inconsapevole di cosa fosse una gara trail:  Paolo Secchi.

Dopo una primavera ed estate totalmente scevre di allenamenti sui sentieri, fatto salva una partecipazione alla marcia Stelvio Marathon di cui avete letto su queste pagine, e sentendo Paolo che si “preparava“ con qualche saltuaria corsetta pianeggiante da 10 km, partiamo per Courmayeur venerdì 17 (non proprio il top per chi  concede attenzione alla cabala), ma molto decisi a portare a termine l’impresa: arrivare a “Courma” entro le ore 18.00 di sabato pomeriggio, calpestare quella pedana e diventare “Finisher” Tor 30.

Marina, mia insostituibile compagna di vita e irrinunciabile assistente di gara, ci metteva con le spalle al muro: non esiste alternativa, dovete arrivare al traguardo!

E con queste premesse ci siamo trovati alle sette del mattino a Saint Rhemy en Bosses al ritiro pettorali insieme ad altri 500 corridori, praticamente tutti più allenati di noi.

Dopo una lunga attesa fatta di caffè al bar, ultime domande di Paolo, mie dritte da pseudo-esperto, ad esempio su come tentare di controllare  i crampi da fatica… (“mai avuto crampi in vita mia!“ la spiazzante risposta del mio compagno di merende), si fanno le 9.30.

Tentiamo alcuni minuti di riscaldamento, quindi da bravi tapascioni entriamo nella gabbia di partenza nelle retrovie: là davanti il mitico Gadin, speaker ufficiale del Tor, sta alzando la temperatura e l’adrenalina come solo lui sa fare. Alle 10 meno 2 minuti musica a palla e sparo di partenza: 4/500 metri di corsa  con Paolo che mi tallona da vicino… E poi la strada inizia a salire. Conscio del mio stato di forma innesto la modalità economy e inizio a camminare, mentre “l’himalayano” che mi accompagna prosegue la corsa; certo non forsennata ma sufficiente a distanziarmi (gli accordi pregara erano tassativi: in corsa ognuno tiene il suo passo). Dopo meno di due km la distanza che ci separa è almeno 200 metri, e realizzo che sicuramente con tutti i consigli dispensati ho fatto la figura del dilettante presuntuoso che crede di insegnare al maestro.

“Se tiene questo passo mi stacca almeno di un’ora al traguardo”, ma non tento nemmeno di aumentare l'andatura, sapendo cosa ci sta aspettando.

Verso la fine del terzo km inizia la prima vera salita su sentiero finalmente ripido: qui inizia il trail - mi dico -, e a testa bassa, tirando forte sui bastoncini, comincio a prendere quota; vado piano, molto piano, ma chi mi segue non guadagna terreno. Più che una gara sembra una gita di dopolavoristi in pensione capitati in montagna per errore (non me ne vogliano i dopolavoristi); passano alcuni minuti e alzando la testa vedo non molto lontana un maglia rossa familiare; è Paolo che procede più piano di me. Starà prendendo fiato, penso, ma dopo una manciata di minuti siamo nuovamente appaiati: veloce scambio di battute e passo avanti dicendogli sicuro “ci vediamo su“ , ma quanto “su” non era dato a sapersi.

Da quel momento entro in modalità gara, c’è un cancello orario al Merdeux (sembra una brutta parola, e in effetti è nei pressi di una stalla, che in parte la giustifica), dove arrivo con 15 minuti di vantaggio sul tmax: non molti, la tirata e il non allenamento si fanno sentire; metto a frutto quel po’ di esperienza per controllare nausea e mancanza di fiato, arrivo al rifugio Frassati: mi fermo poco ma mangio parecchio e bevo in abbondanza, poi via verso i quasi 3.000 del Malatrà. Qui termina anche l’unico tratto del percorso del Tor che non avevo mai percorso; d’ora in avanti sono su sentieri “amici“, che per altre gare o escursioni solitarie conosco bene.

Sono un po’ in pensiero, non vedendo Paolo nemmeno nei punti dove la quota permette di scorgere i concorrenti anche molto indietro: la tabella che ci eravamo preparati prevedeva il passaggio sul Malatrà intorno alle 13.00 e l’arrivo alle 17,30, cioè con 30’ di bonus; so già che sono in leggero ritardo, eppure sono davanti.

Percorro lo spettacolare e  lunare anfiteatro che si eleva negli ultimi 200 metri prima della mitica spaccatura nella roccia non senza fatica, ma tenendo un passo dignitoso che non mi esime però dal subire svariati sorpassi.

Ore 13,10, dunque: sono sul Malatrà,  non è certo la prima volta, ma la prima col ”peso“ di un pettorale sulla pancia (n.  3199); chi ha la pazienza di leggermi sa di cosa parlo, selfie di rito e un’occhiata in giro, conscio che probabilmente sarà l’ultima volta qui… e giù in discesa, ci sono ancora quasi 20km..

Vero, sono quasi tutti in discesa, non certamente facili ma permettono di recuperare un po’. Ultima salita, Pas  Entre deux Sauts, non lunghissima ma i 300D+ si fanno sentire. Adesso è veramente fatta, mancano 14 km, lunghissimi ma senza difficoltà: si può anche correre per lunghi tratti, recupero tempo sulla tabella di marcia, so che perderò qualcosa nei 4/5 km di discesa sul sentiero del Bertone (benedetto ginocchio, una volta sarebbe stato il mio terreno); poi finalmente la strada: corsa leggera, siamo nei tempi, recupero e sorpasso un gruppo di sei-sette che se la prendono comoda chiaccherando tra loro; entro al parco  del Bollino, già in paese: sosta per cambiare maglia, ma  non proprio come il mitico Makoto che all’arrivo indossava la camicia hawaiana, io metto una maglietta con una dedica speciale a Marina, che avrei voluto farle all’arrivo di un vero Tor. Temo che dovrà accontentarsi, anche se penso che gradirà comunque.

Riprendo la mia corsetta fino all’inizio di via Roma nel centro di Courmayeur, poi invece cammino per godermi queste ultime centinaia di metri in mezzo alla gente del sabato pomeriggio che applaude. Ma l’arrivo no, quello si fa correndo fino in cima a quella passerella coperta da un tappeto giallo, con Parasacco che ti chiama per nome e legge al microfono la dedica stampata sulla maglietta.

Sono le 17,25 di sabato 18: la tabella, per quel che conta, è rispettata, e adesso scendo ad abbracciare Marina che piange oltre le transenne.

Ma non dimentichiamoci del grande Paolo Secchi,che giungerà con 15’ di anticipo sul tempo max,avendo conosciuto cosa sono i crampi e contratto il contagiosissimo virus del Tor: che lo porterà sicuramente sui sentieri trail di prossime gare.

 

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