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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

9 luglio – Gara che, data l’ubicazione (un paesino alle porte di Reggio strozzato da autostrada e TAV), non prometteva molte soddisfazioni, e che invece nel corso degli anni è riuscita a trovare un tracciato, lunghetto sì data la stagione e la collocazione al lunedì, quando tutti vogliamo rifiatare dopo la fatica domenicale (11,4 km, qualcosa più dei 10,5 del volantino; più un altro da 5 km), ma per gran parte campestre, in particolare con un paio di km molto belli a metà percorso, sull’argine ombreggiato di un corso d’acqua non esiguo.

Rispetto alla prima edizione cui partecipai nel 2013, ho trovato uno dei giri più belli dell’area reggiana, come in particolare le foto di Teida Seghedoni possono mostrare. Agli scenari naturali si sono aggiunte alcune, ehm ehm, emergenze faunistiche non disprezzabili, come quelle delle foto 226 di Teida e 159 di Nerino. C'era anche Giangi che faceva le linguacce: è così bello che può permetterselo.

Presenti modenesi in misura quasi equivalente ai reggiani, tant’è vero che la classifica per società è stata vinta dal Cittanova con 44 partecipanti. Ovviamente molti i carpigiani, non tutti col pettorale (tra due società presenti, ne hanno accumulati 16 in tutto), e pochini partiti all’ora giusta: forse perché la cosa più importante era accomodarsi ai tavoli della cena abbinata alla sagra patronale. Da domani partirebbe la mitica “Tre sere”, che però Carpi non sa più organizzare e si è trasferita nella vicinissima Correggio.

Puntuali le segnalazioni ‘umane’ sul percorso, da aggiungere ai due ristori, più uno alla fine; pacco gara (una scatola dolciaria, di quelle che le nostre mamme riutilizzavano a vita per metterci dentro il cioccolato in polvere o ... i bottoni) originale e ben commisurato ai 2 euro di iscrizione. Nessuna competitività e tanta allegria.

Il doppio album di foto:

http://foto.podisti.net/f94209137

 

1° luglio - Una volta la lingua della Chiesa era il latino, e in latino sono le lapidi affisse all’interno della chiesa parrocchiale di Santa Croce (frazione a sud di Carpi, vicino al casello autostradale, nota per essere sede ufficiale della produzione del lambrusco Salamino): da una lapide appare che la chiesa, eretta a parrocchia nel Quattrocento, fu solennemente ri-consacrata nel 1792 quando il parroco si chiamava don Aloisio Marrio (traducete voi…).

Ma la Chiesa si evolve: questa corsa è titolata all’inglese (sebbene il sottotitolo, e il sito della Onlus cui ci si riferisce siano in chiaro italiano “ho avuto sete (e mi avete dato da bere)”, e quando si fa del bene, complice anche la calura, non ci sono restrizioni verso le numerose signore e signori che si presentano, alla partenza-arrivo davanti all’ingresso dell’edificio sacro, in costumi alquanto succinti (vedere foto 173,  312, 349 ecc. ; che spettacolo tra le foto 194 e 202). Il che è una tradizione per il rubierese Bedeschi (388-9), mentre per altri si trasforma in un involontario revival del rag. Ugo Fantozzi (270).

Siamo davvero in tanti, sebbene il coordinamento modenese questa domenica abbia stabilito che si corra in appennino: e malgrado il prezzo ‘scomunicato’ di 2 euro (largamente compensato da un asciugamano come premio per tutti, oltre che da un ristoro dove le angurie vanno a ruba: e si noti che il ricavato va a finanziare una scuola in Malawi), ho l’impressione che i partecipanti siano un migliaio.

Contribuirà anche la sete di corse che c’è a Carpi: orfana della maratona, orfana delle “tre sere” che le verranno usurpate da Correggio, orfana di tante altre gare che sono sparite così come erano nate, la città e i dintorni accorrono su un percorso nuovo, i 3 km iniziali attraverso un parco erboso e alberato, poi per terre bonificate e rigogliosi campi di grano o frumentone verso Gargallo, la frazione più meridionale del comune (foto 129-131 ecc.), dove un anno fa di questi giorni si passò per un “giro delle frazioni” notturno, suggestivo ma oggi dimenticato.

Ne parlavo con uno degli organizzatori di allora, il vigile emerito Ermanno Pavesi (foto 357), il quale mi suggerisce che la persistenza di questa gara è dovuta al ‘potere’ del vescovo, che prevale sui burocratismi deleteri della circolare Gabrielli e sulla morìa naturale dei festival dell’Unità. Grazie vescovo: non sarebbe male se in questa repubblica i preti contassero di più (ma non troppo: almeno in campo sportivo) dei politici e burocrati. Chissà se l’annunciata corsa di fine agosto, della sagra di Ponticelli (che l’anno scorso saltò da un giorno all’altro) quest’anno si farà davvero. Nel qual caso non mancheranno due tra i più insigni sportivi carpigiani oggi presenti: il veterano dottor Guaitoli (foto 412) e l’ex assessore D’Addese (foto 470, col supermaratoneta Libero da Quarantoli: sarà una gara ultra-amatoriale, ma questi tre insieme avranno corso non meno di 500 maratone).

Alla gara di S. Croce vengono abbastanza compattamente le società della Bassa (Novi, Mirandola, Finale); e qualcuna del capoluogo (non però la società che abitualmente si aggiudica i prosciutti del gruppo più numeroso). Quelli della confinante Campogalliano fanno quasi gli onori di casa, e offrono visite guidate al vicino mini-santuario di via Pioppelle, dove tra il 1984 e il 1993 la Madonna apparve più volte al padre di un loro podista.

C’è tutto quanto si può desiderare da una corsa non competitiva: una adunata di amici e  di famiglie in cerca di aria pulita, di panorami abbastanza inediti (“quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello”, diceva Manzoni), di svago a poco prezzo. Anche noi podisti di terza serie abbiamo sete, e Santa Croce ci ha dato da bere.

http://foto.podisti.net/f755246316

 

Lunedì, 02 Luglio 2018 22:14

Castelvetro (MO), 2° Vertical Ospitaletto

29 giugmo - Dopo un’edizione “zero” diurna allestita per la prima volta la mattina dell’Epifania 2017, il giovane e attivo gruppo del negozio sportivo “Run & Fun” di Modena ha convertito in serale la competitiva in salita sul percorso utilizzato in allenamento dall’olimpionico Stefano Baldini (il cui tempo di 25:00 rimane quello da battere ed è segnato vicino alla linea di partenza, nell’estrema periferia sud di Castelvetro in corrispondenza di una discesa ‘direttissima’ da Levizzano).

Il tempo-limite del 2017 era il 31:05 di Marco Ghelfi, cui per il lato femminile si aggiungeva il 38:15 di Federica Boschetti; poi, nella serale del giugno 2017 (su un percorso leggermente allungato), aveva prevalso il medico-pianista Giacomo Carpenito con 32:30.

Questa edizione è giunta, rispetto alla “zero”, al raddoppio degli arrivati, che sono una settantina; ad essi si aggiunge qualche decina di walkers cui è toccato (salvo decisioni individuali diverse) il percorso doppio, in discesa  e poi in salita (partendo un’ora prima dei competitivi). Il tracciato è piacevole, e dopo un inizio in moderata pendenza, dal secondo km in  poi si inerpica per una salita regolare ma non durissima fino a raggiungere il crinale che separa la valle di Castelvetro (del torrente Guerro) dalla valle del Panaro, sopra Vignola-Marano: luoghi dove nacque il podismo collinare modenese con una “Da la zresa al Lambrosc” organizzata addirittura nel 1971, e si tennero altre gare oggi estinte come la cronoscalata Castelvetro-Villabianca.

Migliorano anche i tempi di percorrenza, come è normale che sia per una gara agli inizi, ma non di tantissimo: il 31:16 di Miller Artioli (S. Vito Runners) batte largamente il Carpenito ‘notturno’, non ancora il Ghelfi ‘diurno’, che però aveva corso circa 150 metri in salita di meno e dunque virtualmente starebbe dietro. Secondo Marco Agazzani, ben distanziato a 37 secondi; terzo William Taglieri a 49 secondi.

Prima donna, e 19° assoluta, Sonia Del Carlo, con 36:45, solo 16” meglio della ‘notaia’ spilambertese Anna Lupato; si sono attesi quasi 4 minuti per la terza donna (su 13), Anna Pierini, 40:59.

Un festeggiamento in più per il ‘vecchio’ campione Andrea Baruffi, oggi 16° nel giorno dei suoi 50 anni.

Abbondante ristoro finale a base di frutta fresca, e una bottiglietta di aceto balsamico come premio per tutti, dietro tassa di iscrizione di 5 euro. Tempestiva l’emanazione della classifica finale emessa dal giudice d’arrivo Vincenzo Mandile con l’ausilio di Giancarlo Bonfiglioli, altro campioncino di scuola Fratellanza oggi ‘appiedato’ dai doveri istituzionali.

http://www.podisti.net/index.php/classifiche.html

 

Oggi è il 28 giugno - cammino per la strada - il mare è senza vento - non vedo un cambiamento”: così cominciava una canzone dei Rokes, fatua e mal cantata come tutte, ma che oggi a distanza di mezzo secolo esatto (1968) ti viene in mente con nostalgia, nell’andare all’appuntamento verso “più che una corsa, una marcia di protesta”, come dicevano il volantino e il sito degli organizzatori (un comitato cittadino, non fondamentalmente podistico).

Anzitutto, cosa sono i Prati di Caprara? Arrivando in treno dalla direzione Milano o Porretta, a 1,5 km dalla stazione di Bologna, sulla sinistra vedete una ciminiera (archeologia industriale), tutto attorno le officine di riparazione treni (mi è capitato di vedere in abbandono i mitici “Pendolini”, che dopo una breve vita giacciono qui ad arrugginire – come se non facesero ancora comodo alle nostre ferrovie), e sulla destra, subito prima della grande mole dell’Ospedale Maggiore di Bologna e sotto le colline tra l’Osservanza e San Luca, appunto i Prati di Caprara. Luogo che in anni antichi era frequentato anche per ragioni sportive (il Bologna calcio ebbe qui il suo primo stadietto, anteriore al Littoriale / Dall’Ara, e poi ci si installò il circolo sportivo Cierrebi). Poi l’abbandono, e la crescita spontanea di un bosco di quasi 50 ettari che, è stato calcolato, a ridosso di una delle aree più trafficate e inquinate di Bologna, e dell’ospedale più grande, assorbe 3 tonnellate di particolato all’anno e 1,4 tonnellate di biossido di azoto.

Bosco che, secondo un vecchio slogan dell’attuale sindaco (andato in carica dopo il commissariamento del Comune grazie alle avventure boccaccesche del sindaco precedente, pluricondannato o ‘patteggiato’), doveva diventare il pendant dei grandi Giardini Margherita, un nuovo polmone attrezzato per tutti, compresi i podisti. Promesse elettorali che oggi si scontrano con la necessità del Comune, e del Partitone che lo dirige, di fare cassa in fretta, prima che le prossime elezioni si trasformino per lui nella presa di Saigon (dopo 70 anni di autocertificata ‘buona amministrazione’, i vietcong sono appena arrivati a Imola da un lato, a Vignola e a Budrio dagli altri): sicché alle idee primordiali si è sostituito il progetto di abbattere il bosco, costruire 1300 alloggi e un megacentro commerciale, col contentino ‘sociale’ di una scuola: il che entrerebbe anche nel progetto di rifacimento dello stadio (un gioiello architettonico del regime, rovinato dalla ristrutturazione insensata di Montezemolo per i Mondiali 1990): caro padrone del Bologna calcio, tu rifai lo stadio e in compenso ti lasciamo costruire qui a ridosso.

Per chi volesse saperne di più, ecco un blog bolognese che riferisce della nascita del comitato cittadino, che ha raccolto migliaia di firme e si fa notare anche per eventi sportivi, e in questa giornata priva di altre corse in zona (una volta ci si faceva una camminata dell’Unità, scomparsa col giornale che avrebbe dovuto finanziare) ha organizzato questa doppia corsa, assolutamente non competitiva e ad iscrizione gratuita (si chiedeva solo una firma, del tutto facoltativa, sulla petizione di cui è riferito qui sotto):

 https://zero.eu/magazine/cosa-sta-succedendo-ai-prati-di-caprara-di-bologna/

Doppio evento, dicevo: alle 18,15 una “corsa clandestina” all’interno del bosco, di circa 3 km, e alle 18,45 una “camminata” lungo il perimetro esterno, di circa 3,5 km. Ovvio che i podisti ‘abituali (ho notato Joe Di Maggio, psichiatra e organizzatore a sua volta di eventi sportivi a favore dei disabili mentali) avessero in animo di fare entrambi i percorsi. Se non fosse stato che, al ritrovo, oltre al consueto tavolino delle iscrizioni c’erano anche due auto della polizia (e/o dei vigili urbani), una delle quali sbarrava lo stradello erboso di accesso al bosco.

Vietato entrarci, pena l’arresto! Si sa, con tutti i galantuomini che a quest’ora girano per Bologna svaligiandoti le case, è quanto mai utile impiegare gli agenti a controllare non più di cento podisti o camminatori, alcuni coi loro bimbi (quella in foto ha appena compiuto tre anni), che calpestando la sacra terra demaniale compiranno chissà quali reati, o forse si metteranno in pericolo dato che sotto il bosco, secondo alcuni, ci sarebbero ancora le bombe sganciate durante l’ultima guerra… Senza dire che dall’interno del bosco giungono voci, e si sa di stanziamenti ‘illegali’ ma tollerati (finché dura…).

Dunque, la corsa clandestina e la camminata si svolgono sullo stesso tracciato esterno, nella prima metà lungo la pista ciclabile Ravone (erosa dalle acque per un ventina di metri e transennata: ma siccome qui non c’è niente da guadagnare, la si lascia così con istituzione del ridicolo obbligo, per i ciclisti, di scendere dalle bici); poi girando attorno all’ospedale, in un viavai di ambulanze, autobus e auto private: perfetto esempio di inquinamento dell’aria.

Alcuni sbandieratori indicano il percorso, e un ragazzo in bicicletta segue gli ultimi corridori. Che sono i miei nipotini maschi, Davide di 9 anni e Paolo di 7, al loro esordio assoluto in una corsa col nonno. Primo km fatto con entusiasmo eccessivo, sui 5:45; poi subentra la stanchezza con qualche tratto camminato (anche perché si arriva alla zona trafficata, con auto tra cui incunearsi) e dunque la media si accosta a 7’; lo scatto finale, di nuovo su uno stradello senza auto, li porta a battere il nonno, il cui tempo cronometrico di 20:56 non viene ritenuto valido da Paolo “perché io sono arrivato prima di te!”.

Non se la sentono però di ripartire per il secondo giro, nel quale avrei intenzione di entrare nel bosco proibito, ma l’auto poliziesca continua a stazionare (evidentemente a Bologna non c’è altro di meglio da fare), e dunque mi tocca ancora il percorso asfaltato.

Non so quale sarà l’esito della vicenda: temo che questa corsetta lasci il tempo che ha trovato. Mestamente ci consolano gli ultimi versi dei Rokes:

 In fondo agli occhi miei

tramonta un altro sole

un sole che ormai non scalda più…

È uscito da poche settimane in Italia il libro di Rick Broadbent (giornalista sportivo inglese pluripremiato) Emil Zátopek. Una vita straordinaria in tempi non ordinari (edizioni 66THA2ND, Roma, 320 pp., 23 euro), che attraverso le vicende del leggendario vincitore di tre ori alle Olimpiadi del 1952 ripercorre un quarantennio e più di storia europea, non solo sportiva, con attenzione particolare alla triste parentesi della Cortina di ferro di cui lo stesso Zatopek fu inizialmente un po’ complice, poi inevitabilmente vittima.

I successi di Zatopek (nato nel 1922 e morto nel 2000, operaio nella fabbrica di scarpe Bata finché non fu arruolato nell’esercito per meriti sportivi, ma cacciato in miniera per demeriti politici dopo lo spegnimento della Primavera di Praga) nacquero da sistemi di allenamento mai prima praticati e all’epoca ritenuti insostenibili, la cui filosofia si condensa nella frase «Sono i confini del dolore e della sofferenza a separare gli uomini dai ragazzini». Allenamenti fatti spesso tra campi e boschi: tra i tanti aneddoti del libro c’è quello del cane che terrorizzava i podisti, e che Zatopek ‘ammansì’ (per così dire) facendogli pipì addosso, “così sa a chi appartiene questo territorio”.

La sua carriera internazionale cominciò con un quinto posto agli Europei di Oslo del 1946; nel maggio 1948 esordì sui 10000, stabilendo il record nazionale, giusto due mesi prima delle Olimpiadi di Londra, per le quali fu convocato, a rappresentare la “nuova” Cecoslovacchia dove nel frattempo un colpo di Stato stava instaurando il regime poliziesco destinato a durare quattro interminabili decenni. Per Zatopek, astro nascente utile per la propaganda, qualche concessione c’era, a cominciare dalla convocazione, un po’ burrascosa, per Londra anche della fidanzatina di Emil, la giavellottista Dana Ingrova, che pochi mesi dopo divenne sua moglie e compagna di tutta una vita (oltre che medaglia d’oro olimpica a Helsinki nel 1952, infine  argento a Roma nel 1960).

Il libro segue le vicende dei due, intrecciandole con quelle di grandi atleti che furono rivali e allo stesso tempo ammiratori di Emil, come soprattutto Alain Mimoun, algerino di cittadinanza francese, eterno secondo rispetto al cecoslovacco, che riuscirà a battere solo nell’ultima maratona olimpica di Melbourne 1956, quando finalmente Alain riuscirà a conquistare l’oro (mentre Emil, ormai sfiancato da una carriera intensissima, arriverà comunque sesto, e sulle distanze più corte vide la breve stagione di trionfi degli ultradrogati fondisti russi).

L'incommensurabile  era di Zatopek cominciò appunto a Londra nel 1948, dove vinse i 10000 davanti a Mimoun (che pochi anni prima, combattendo nell’ultima guerra, aveva rischiato l’amputazione di un piede), e arrivò secondo nei 5000; da lì, una serie di record mondiali – che saranno 18 in tutto -, tre ori e un bronzo ai campionati europei del 1950 e 1954, con vertice nella ineguagliata tripletta di 5000, 10.000 e maratona alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, col record olimpico in tutte e tre le gare.

Ma non si vive di sola corsa, ed Emil assistette impotente (o forse, come il libro suggerisce, indifferente) all’atroce incarcerazione, condita da torture e processi-farsa nello stile comunista, del suo allenatore Jan Haluza, dichiarato “nemico del popolo” e mandato a lavorare nelle miniere di amianto da dove era difficile uscire vivi. Ma Haluza si salvò, seppure minato nel fisico, e quando finalmente uscì di prigione poté incontrare di nuovo il suo miglior allievo, ormai divenuto una gloria nazionale e autorevole al punto di decidere anche le convocazioni olimpiche.

Ma vinceva, e non gli si poteva dire di no (riuscirà anche a far permettere il matrimonio, e conseguente espatrio negli odiati Usa, della discobola Olga Fikotova col martellista statunitense Hal Connolly): storico rimase il 27 luglio 1952, quando, nella stessa ora,  Emil vinse i 5000 e Dana il giavellotto olimpico. Ma, incredibile, tre giorni dopo Zatopek, che non aveva mai disputato una maratona, la corse e vinse in 2 h 23’, primato olimpico.

E a concludere quel magico 1952 vennero altri record, sui 25 e 30 km, e sulle 15 miglia. Anche i due anni seguenti furono ricchi di primati mondiali: quello dei 10000 ritoccato due volte, da 29:01 a 28:54, prima volta sotto i 29 minuti, come per i 5000 chiusi sotto i 14’, in 13:57, pochi giorni dopo che l’inglese Bannister era sceso sotto i 4 minuti nel miglio.

Il libro racconta queste ed altre vicende, diciamo così, collaterali, come una pazzesca maratona corsa a Vancouver nel corso di un meeting organizzato soprattutto per la sfida tra Bannister e Landy, l’altro corridore che era sceso sotto i 4’ (ma rivinse Bannister). In quella maratona si sfiorò il dramma: il primatista mondiale di allora (2.17:39), l’inglese Jim Peters, visse una storia simile a quelle di Pietri del 1908: entrato in pista con un vantaggio di 15 minuti sugli inseguitori, cadde ripetutamente, si rialzò, alla dodicesima caduta fu sorretto, impiegando 11 minuti a completare il giro. Vinse ma fu squalificato, e la notizia lo raggiunse in  ospedale dove giaceva fra la vita e la morte.

Torniamo a Zatopek, che ormai nella fase discendente della carriera (gli ultimi record furono sulle 15 miglia e i 25 km, nella stessa gara costruita su misura per lui nell’ottobre 1955) volle comunque partecipare alle olimpiadi di Melbourne 1956, solo per la maratona, di cui si è detto.

L’ultima vittoria fu ad una campestre in Spagna sui 10 km, nel 1958: e l’ultimo trofeo vinto lì fu un cane, Pedro, che rimase con la famiglia Zatopek fino alla morte.

Finito con le gare, venne anche il tempo della consapevolezza politica: nel 1968 Zatopek fu tra i firmatari del Manifesto a favore del primo ministro ceco Dubcek, che aveva avviato una progressiva democratizzazione del regime: ma l’invasione sovietica riportò il clima di oppressione solito, e Zatopek, che continuava a professarsi  comunista – come sempre - , fu espulso dal Partito e mandato a lavorare in miniera, dove ritrovò il suo allenatore Haluza. Può considerarsi un riscatto, dopo una vita cullata dai favori del regime, con più che un sospetto (non sottaciuto da Broadbent) di connivenza o di collaborazionismo.

La cosiddetta ‘riabilitazione’, per lui, Haluza e altri (compreso l’ex dissidente, e futuro presidente della Repubblica, Vaclav Havel)  avvenne solo dopo la caduta dei Muri. Ma Zatopek si spense pochi anni dopo.

Il libro è densissimo, per lunghi tratti avvincente (talora compare uno stile romanzato, se vogliamo un po’ all’americana e un po’ alla Federico Buffa, con salti cronologici, pause, flashback e anticipazioni), fondato su un’ampia documentazione e interviste ai protagonisti sopravvissuti. Ne risulta un ritratto a tutto tondo, non agiografico, di colui che è stato proclamato  «il più grande corridore di tutti i tempi»; ma anche un bel quadro di anni per qualche verso esaltanti, ma sotto altri aspetti bui, della nostra storia recente.

26 giugno - Le ‘feste mobili’ non sono solo la Pasqua e la Pentecoste, ma anche la sagra di Ganaceto, estrema frazione a nord del comune di Modena, al confine con Carpi (infatti ci passava la defunta maratona carpigiana, verso il km 27).

La chiesa di Ganaceto sarebbe dedicata a San Giorgio Martire, la cui festa cadrebbe il 23 aprile (e infatti a Ferrara in quei giorni si corre la Caminada par San Zorz); ma, col pretesto che San Giorgio è stato dichiarato dalla Chiesa santo abbastanza fasullo (la storia del suo martirio è un concentrato di leggende incredibili: prima uccide un drago, poi viene tre volte ucciso, resuscita tre volte e resuscita vari defunti, converte una imperatrice, alla fine è martirizzato sul serio ma prima fa morire 72 re…), a Ganaceto la sua sagra è diventata una festa mobile… Una volta si faceva di settembre (addirittura l’11 settembre 2001 eravamo lì a correre!) , ma siccome a settembre pioveva quasi sempre e ne scapitava la rituale cena all’aperto, la ricorrenza adesso è stata spostata a giugno.

Con tutto ciò, l’idea di creare una corsa a Ganaceto è stata una bella trovata della locale famiglia Ragazzi con l’aiuto della Podistica Cittanova; e con nostalgia ricordo quando, sul percorso primitivo, i chilometri erano segnati da cartelli con divertenti caricature e scritte dialettali. Ahimé, chi le ideò riposa da anni il sonno eterno, come William Govi che frequentava la corsa e la cena, salvo accorgersi al momento di pagare che non aveva i soldi…

Be’, l’associazione tra podisti e scrocconi si è purtroppo accentuata: basta guardare le foto di Teida Seghedoni per vedere quanta poca gente esibisse il pettorale. Non voglio dire che tutti quanti non l’avevano fossero dei portoghesi, evasori dell’ingente cifra di E. 1,50 che dava diritto a un chilo di farina (e ad un ristoro finale dove come sempre troneggia la frutta estiva). Però il sospetto su vari recidivi rimane.

Del resto, la gara rientra in quelle pacifiche adunate estive senza classifiche, dove ognuno parte quando gli pare (vedere anche qui le prime foto), alcuni inalberano i bastoncini – non si capisce se per simulare un fitwalking o ad uso stampelle -, altri tentano per l’ennesima volta di ‘imbarcare’, e alla fine sono contenti se hanno passato mezz’ora affiancati a una donna, il cui ricordo li consolerà nel tornare all’ovile dove li aspetta la moglie obesa e poco incline a concessioni.

Il podismo è diventato un’attività a sfondo sociale, bisognerebbe includerlo nei bonus di cittadinanza, di cui si favoleggia sperando che i soldi arrivino dal drago di San Giorgio, o da quelli che risparmieranno i tedeschi non dovendoli più spendere negli alberghi russi.

Tristezze e ironie a parte, dirò che il percorso ‘lungo’  nuovo (inaugurato l’anno passato) è abbastanza gradevole, spingendosi a sud fino alle porte di Campogalliano così da superare i 10 km effettivi.  Attraversa una frazione dal divertente nome di Saliceto Buzzalino (dove nei tempi andati anche quella sagra beneficiava di una corsa podistica, a iscrizione gratuita e premiata con un sacchetto di mele); sottopassa l’Alta velocità (che qui fa un giro vizioso, dicono imposto dai politici ancora per poco al potere, per evitare l’impatto con la sede del festival dell’Unità; con l’aggiunta delle Belle Arti che hanno salvato la casa di Giangi: tant’è vero che i treni da Milano, stabili sui 300 all’ora fino a Reggio, da questo punto non toccano più nemmeno i 250 preparandosi a perforare la montagna dei rifiuti che li aspetta, sempre a causa del giro vizioso, dopo pochi km); i podisti invece fanno un paio di km sterrati, tra campi di frumentone ormai alti, fabbrichette o fattorie più o meno dismesse, e ritornano sull’asfalto a un km dalla chiesa parrocchiale e dal ritrovo.

Presenti, data la vicinanza da Carpi, molti carpigiani, lasciati liberi dal giro delle quattro frazioni che l’anno scorso si correva proprio in questi giorni mentre quest’anno is blowing in the wind: tra essi, nella foto  49 mi sembra di riconoscere il dottor Guaitoli, decano del podismo modenese perché indossa le scarpette dal 1972. C’erano anche reggiani, addirittura la Daniela da Reggiolo compaesana di Morselli (foto 282); e, tra i modenesi, la “dott.” honoris causa Tatiana (la più alta nella foto 173), cui i podisti devono riconoscenza perenne perché l’anno scorso soccorse e salvò la vita a un corridore in arresto cardiaco.

Sotto l’aspetto organizzativo, tutto in regola: parcheggio dedicato, segnalazioni, addetti, ristoro intermedio, accoglienza al traguardo - docce comprese -. In più le foto itineranti di Teida, cui vadano i nostri auguri per il figlio Gabriele ricoverato in ortopedia a Mirandola (perché nei due ospedali di Modena e in quello di Carpi non c’era posto! Questa è la Padania felix), in attesa di intervento. I cieli e la terra passeranno; passerà anche questa, coraggio.

La rinascita della maratona di Bologna è rinviata non si sa a quando. Questo il comunicato di Claudio Bernagozzi apparso da qualche ora sul suo sito:

Maratona di Bologna ... IO non ci sono riuscito. SCUSATE !!!

Forse, ingenuamente, ho pensato di poter rifare come con la prima BolognaMaratona del 1987, che mettemmo in campo in soli 8 mesi !!!
Invece dopo 638 giorni nei quali ho cercato di far partire il mio “Progetto Maratona di Bologna”, senza risultato e di certo per colpa mia perchè ho sbagliato a puntare solo sull’esperienza, la tecnica e le conoscenze della materia mia e di tanti validi ed esperti Amici (che ringrazio per la grande disponibilità e competenza) e non su un diverso tipo di approccio con l’Amministrazione ed il Movimento Podistico ...

LASCIO AD ALTRI PROSEGUIRE NEL PROGETTO

Esco con un po’ di amaro in bocca ma certo di aver fatto tutto quanto nelle mie possibilità.

Sono più che sicuro che il Gruppo Organizzatore riuscirà così ad attuare il Progetto, trovando collaborazioni, realtà e appoggi giusti e che la Maratona potrà finalmente tornare.

Bologna se lo merita e io ne sarei tanto, tanto felice.

16 giugno - “Da chi hai saputo di questo evento?”, ci chiedono a volte i siti di manifestazioni sportive. Rispondo che un po’ di passaparola mi era giunto, dall’ambiente dei supermaratoneti, specialmente in occasione del precedente evento similare organizzato da Enrico Vedilei ai primi di febbraio, tra Bagnacavallo e Alfonsine: me ne avevano parlato come di un allestimento molto divertente e in un simpatico ambiente rurale. Poi la cosa si era un po’ persa: la maggior parte dei supermaratoneti, dopo la 4 giorni di Orta, è migrata in Puglia per la gara ‘ufficiale’ di Cagnano Varano; e confesso che, dopo la mezza follia del sabato precedente, e avendo durante la settimana corso solo 10 km, mi stavo preparando a un fine settimana di quasi-riposo ovvero di blando recupero delle fibre muscolari avariate.

“E dove vado?”, mi sono chiesto a mezzogiorno di venerdì. Per un quadro completo mi sono rivolto al calendario di Podisti.net, e mi è apparsa tra le prime questa gara di Castelbolognese, terra famosa un tempo presso i calciofili per essere la patria di Mondino Fabbri, mister-Corea alias ‘tetnico del tortelino’ come lo chiamava Gianni Brera; e famosa oggi presso gli ultramaratoneti per la sua 50 km di Romagna, da sempre prova generale un mese prima del ‘Passatore’.

Rapida telefonata al vecchio amico Vedilei (tecnico della nazionale di ultramaratona), da cui ricevo l’arrivederci a domani. Rassicuro mia moglie che vado là solo per bere un po’ di birra, partecipare alla salsicciata finale e fare pochi giri: lei fa finta di crederci e mi accompagna.

C’è anche un pretesto culturale: è l’ultima settimana di apertura della grande mostra di pittura da Michelangelo a Caravaggio, a Forlì (una cittadina bruttina e tutta ducesca, ma che per le sue iniziative culturali sta molto avanti a quasi tutte le sue consorelle regionali, soprattutto a Modena che è la più scarsa di tutte): sono 25 km in più ma vale davvero la pena. Come non è sprecata nemmeno una passeggiata per il centro storico di Imola, che non si vergogna di esporre in pieno centro dei bassorilievi chiaramente di regime senza scalpellare la scritta DVX, e la cui biblioteca è forse la più adatta agli studenti e la meglio organizzata dell’area di Bologna (oltre che, diceva la vecchia sovrintendente regionale alle biblioteche, ad annoverare la più bella bibliotecaria di tutta la regione).

E bisogna ammettere che quanto a belle donne, questa trasferta di Castelbolognese non lascia delusi. Chi scrive, quando va a correre, va a correre e basta (a differenza di molti colleghi delusi dalla vita, che sperano in un ribaltone solo per aver porto il bicchiere del tè alla fighetta affiancata); ma certo, arrivare in zona ritrovo e trovarsi di fronte all’opulenza di Luisa Betti o a quella vivente statua di Canova che è Eleonora Corradini (e non solo lei), sa renderti gradevole persino una corsa all’inferno (“si nun ce trovo a ttia, mancu ce trasu”).

E qui, di inferno non ce n’era neanche un po’: se in città si stava attorno ai 30 gradi, lì presso l’azienda agricola Montanari, in riva al fiume Senio, la campagna e le intermittenti alberature mitigavano l’arsura; al resto, provvedeva la birra che era fortemente consigliato bere ad ogni passaggio presso il traguardo del circuito di 2638 metri.

Mi spiego: alla gara ufficiale, su circuito, dove vince chi dopo 6 ore ha fatto più giri, si aggiungeva quella cosiddetta ‘goliardica’: ogni birra bevuta al passaggio dà un bonus di 1 km; ma se non bevi almeno una birra ogni 3 giri, riceverai un km di penalità. Guardando le classifiche, constato che ben pochi si sono astenuti dal farsi la loro birretta (vedi foto 10); magari non ad ogni giro, ma considerando che si partiva alle 14, questo tipo di ristoro (alla spina e freschissimo sempre) diventava molto desiderabile. Naturalmente restavano a disposizione anche gli ‘abbeveraggi’ normali, le bevande e frutta solite, più qualche verdura un po’ meno usuale (pomodori, carote, cetrioli), e da metà corsa anche dei rotoloni di salsiccette, sotto la supervisione di altre gloriose ultramaratonete, come le sorelle Costetti (con Franca fui immortalato nella copertina patinata di un mensile dopo la prima maratona di San Marino), e Anna Zacchi del cui passo sospinto non si sono dimenticate le cronache del Passatore.

A proposito: alla gara ha assistito “Pirì” Crementi, classe 1931 e fondatore della 100 km più famosa d’Italia (vedi foto 11-12); e naturalmente vi hanno preso parte attiva molti habitués di quella corsa, come i coniugi barlettani Rizzitelli/Gargano (qui quasi ’di passaggio’ in attesa del treno notturno che li avrebbe portati nel foggiano per la maratona dell’indomani mattina), o Massimo Morelli, o il redivivo Giordano Lucidi da Treia, antico rivale di Govi e di ‘monsignor’ Fusari in maratone di vent’anni fa. Sospetti più che fondati, sebbene mai confermati dall'interessato, asseriscono che da Giordano partì quel certo attestato, candidamente bevuto e pubblicato da "Correre", secondo cui il maratoneta più prolifico dell'anno era non Govi, 'fermo' a sole 32 maratone, ma il povero e ignaro Sante Facchini, che ne avrebbe corse 33. Questa è storia.

E tornando all'oggi cito Ilaria Pozzi (foto 14), anni 40, che nel 2017 alla 24 ore di Cesano aveva coperto 181 km, e qui ha gareggiato in una condizione straordinaria, vale a dire al sesto mese di gravidanza, compiendo 17 giri cioè quasi 46 km (che, aggiungendo una birra a giro, diventano 63 km).

Da notare che il percorso era completamente sterrato, e se per circa metà si svolgeva sull’argine del fiume, in una pista il cui fondo era paragonabile ai vecchi campi da bocce, per il resto era su un ‘’caradone’ di campagna, dove il drenaggio era garantito da sassi appuntiti, non precisamente una delizia per le piante dei nostri piedi, che specialmente nella seconda parte tendevamo a risparmiare camminando senza calcare troppo.

Due classifiche, dunque: quella ‘seria’ vede vincitore Stefano Farina (che non poteva non appartenere alle società del Passatore), che ha corso per 26 giri cioè 68,6 km; tra le donne, l’agilissima Elena Di Vittorio (foto 18, che di Podisti.net stima il dire pane al pane senza censure), la quale con passo felpato ne ha compiuti 23 (circa 60,7 km), come due soli altri maschietti: Marco Mazzanti del Passo Capponi, e Simone Assirelli, un altro del Passatore.

Ma se passiamo alla classifica “con birre”, ecco che Elena grazie alla sua regolare birra ogni giro ‘guadagna’ altri 23 km e affianca al primo posto assoluto Marco Mazzanti, anche lui bevitore regolare (vedi foto 18-20); mentre il vincitore coi piedi, Farina, che ha bevuto ‘solo’ 13 birre, passa al terzo posto; e il quasi astemio Assirelli si becca addirittura delle penalizzazioni (come in tutto appena 5 degli 85 classificati) scivolando al tredicesimo posto.

Torniamo alla classifica ‘sportiva’ per completare il podio femminile: la Di Vittorio è seguita a un solo giro dalla mugellana Sabrina Gargani (58 km), e a tre giri da Chiara Barassi (52,7 km): rispettivamente 21 e 18 le birre bevute dalle due concorrenti, dunque immutate le posizioni anche nella graduatoria alcoolica. Luisa Betti è quarta coi piedi, ma… non beve mai e dunque si trova penalizzata di 6 km, addirittura 20^ su 23 donne; quei 6 km che invece guadagna Eleonora Corradini, la cui maratona netta (42,208 secondo la misurazione precisa) viene elevata ai 48 km virtuali.

La festa finisce, dopo una lavatura molto sommaria con l’acqua di una gomma, e dopo che ho offerto un mio piede dolorante alla visita medica del dottor Rizzitelli (che qui mi ha dato ‘solo’ un giro insieme all’avvocato Tundo: vedi foto 16), con una tavolata a base di salsicce e altri generi di conforto (oltre alla birra appare anche il vino) sotto un favoloso cielo stellato in cui la sottile falce della luna nuova sembra giocare all’inseguimento con Venere luminosissima che la incalza da ovest.

Alla famiglia Vedilei l’onere di preparare le classifiche (svolto in due tempi, ma tutto perfezionato entro l'alba di lunedì) e sottoporle agli enti vari che, se vorranno, le omologheranno per le famose maxiclassifiche; a noi resta comunque molta polvere, molta birra e molta allegria.

 

Foto maliziosamente assemblate da R. Mandelli:

http://www.podisti.net/index.php/component/k2/item/1785-16-06-2018-castel-bolognese-ra-4-6-ore-della-birra-foto-di-fabio-marri.html

 

13 giugno. Sul sito Uisp “Atleticando”, ma non sul volantino cartaceo (peraltro rarissimo), si presentava come seconda edizione. Non ho trovato quando si sia svolta la prima: lo stesso sito Atleticando, per l’anno scorso, segna sia la classica Vezzano-Canossa (cioè la madre di questa corsa, che però vanterebbe anche una ‘nonna’ nel percorso primitivo della “Matildica” di Montecavolo) annullata un anno fa per pioggia quando eravamo già sulla linea di partenza (“vi vogliamo bene!”, fu il ritornello dell’inappuntabile speaker Brighenti), sia la corsa “di recupero”, disputata il 30 agosto ma con partenza e arrivo dallo stesso castello di Canossa.

Con nostalgia riapro le agende personali e trovo di aver partecipato il 29 giugno 1991 al “4° Palio di Matilde”, con partenza da Vezzano sul Crostolo (versante nord-est della rupe, anziché nord-ovest come oggi), e strada allora in buona parte sterrata, coi suggestivi lumi a petrolio accesi all’imbrunire. Nel 2001 era data come 12° edizione, io stavo alla quinta partecipazione (la gara era stata interrotta e poi ripresa), e Podisti.net aveva vari suoi rappresentanti col pettorale spillato…

Poi la corsa subì varie vicissitudini, il percorso fu cambiato (per un paio di volte si passò anche dal villaggio ‘arancione’ di Votigno, con un avant-indré non molto gradito), la strada venne pian piano asfaltata (ricorrenti frane a parte), un anno arrivammo a Rossena anziché a Canossa, ci furono varie interruzioni che forse non hanno contribuito a ‘fidelizzare’ i partecipanti. Quindi non so a che numero saremmo se agli organizzatori (sempre gli stessi, da Manelli e signora alla Scandianese tutta, dai fratelli Iotti alle dinasty Davoli e Mainini) non piacesse ogni tanto di rinumerare e ricominciare da uno. Nelle accademie ufficiali e in certe riviste solenni sogliono scrivere “numero 25, secondo della quarta serie”, come forse potrebbe farsi in questo caso.

Dato più sicuro, con questa partecipazione penso di essere arrivato a 12: più di me, tra i non reggiani, forse solo Giuseppe Cuoghi, classe 1947, che stavolta ha addirittura rischiato di battermi… Però nel 1991 fummo classificati in 384, adesso eravamo quasi la quarta parte di allora: malgrado la brillante idea di inserire la corsa nel trittico notturno reggiano, che fa venire qua anche dei ‘forzati’ che forse non la inserirebbero se fosse l’unica.

Un’altra ragione del risultato numericamente deludente va forse cercata nei meteo-astrologi, che dal giorno prima hanno cominciato a tambureggiare le loro allerta gialle, e fino alle ore 17 continuavano concordemente a prevedere piogge leggere su San Polo dalle 17, temporali più pesanti dalle 21 (ora d'inizio), e bufere epiche dalle 23. Gli allievi e imitatori della famiglia Giuliacci sono tanti, invasivi e contaballe (se non altro, sulle tv nazionali prosperano le fighette di bella presenza; su quelle locali la tendenza è invece verso il similgay che gesticola); e purtroppo, in questo mondo in cui si crede a tutto, e più coglionate si dicono più si ha successo, trovano dei fedeli credenti anche loro. Quanti sono rimasti a casa?

Io ho deciso di andare, assistendo a San Polo a un tramonto quasi afoso, e durante la salita a una notte stellata come era accaduto raramente durante i 27 anni precedenti. Il percorso, dato di 10,5 km (ma in altre fonti di 10,0) al mio Gps risulta di 9,730; il dislivello in salita sta sui 450 metri, considerando anche la lieve discesa dei km 8-9; più pedalabile rispetto al versante classico, però con un discreto muro ai km 6-7 dopo il passaggio dal villaggetto di Grassano.

Begli scorci panoramici, soprattutto sul castello di Rossena, tutto illuminato e da dove provengono rulli di tamburi per l’ennesima festa pseudo-matildica (è triste invece il buio in cui è lasciata Canossa, essendo da tempo chiuso e in vendita anche l’ultimo bar: che tempi, quando c’era una tavolata gestita dagli alpini e frequentatissima!).

Siamo in pochi, malgrado il costo d’iscrizione abbordabile (5 euro, saliti a 8 negli ultimi due giorni, più eventuali 3 per il ritorno in bus), confortati da un ‘pacchetto-gara’ con l’ennesima bottiglia di aceto balsamico industriale (malgrado i regali fatti ai figli, nella mia cantina ce ne sono attualmente 21) e un cd di musica rock recente. Ma ovviamente quello che conta e che costa è il percorso ben segnalato e protetto dal traffico, l’assistenza medica, i due ristori intermedi e quello finale, il cronometraggio, le trasferte dei cronometristi e giudici e speaker ecc.

La lotta di testa riguarda due habitués di queste gare, Andrea Bergianti che prevale di 5 metri su Luca De Francesco (accreditato dello stesso tempo di 39:16); a un minuto e mezzo Claudio Costi, un altro minuto dietro Gianmatteo Reverberi, che vidi, ragazzino, scalzare Morselli dal trono dei retrorunner nazionali, e ore vedete nella foto 38 di Nerino.

Non c’è nessuna lotta nel settore femminile: quando si iscrive Isabella Morlini, le avversarie prosciuttofile si defilano, mentre una sportiva autentica come la ragioniera e mamma reggiolese Rita Bartoli è ugualmente della partita e ha preso ‘solo’ tre minuti dalla docente campionessa (settima assoluta sotto i 43’: foto 41, Rita alla foto 48). Altri 2 minuti e arriva la terza, Eleonora Turrini che sta proprio a San Polo.

Poi ci siamo noi, venuti più da lontano, come Gianluca Spina, sassolese,  figlio di uno dei due fotografi e di Cecilia, altra assiduissima a queste gare. In 85 stanno sotto l’ora, dopo di che seguono gli ultra-dilettanti col mio altre volte compagno Ideo (foto 128); le nostre lucine sparpagliate si confondono con le lucciole sempre affezionate a questo giro.

In fondo a tutti, risale a passo d’uomo il lampeggiante blu che segue la mamma di Gianluca (la quale oggi fa la scorta al più anziano del lotto, il cioccolatiere formiginese Luigi Bandieri, anni 81), e quattro ‘ragazze’ di Scandiano (la più giovane fa 42 anni), cui si accoda nell’ultimo tratto Francesca Davoli, storica segretaria della maratona di Reggio.

Questa foto, tra quelle inviatemi da Italo (marito e padre, come si diceva; qui sotto nelle foto 3 e 4) ho scelto per la copertina: le ultime arrivate a Canossa, speriamo non le ultime di una bella storia che dura da trent’anni.

 

Servizio fotografico completo di Nerino Carri:

http://foto.podisti.net/p304771829

Classifica:

 http://www.podisti.net/index.php/classifiche/3635-2-san-polo-canossa.html?date=2018-06-13-00-00

 

 

C’è poco da dire: ai confini tra Bellunese, Südtirol e Carnia si trovano le Dolomiti più favolose: se fai un trail da queste parti, sei sicuro che ti aggirerai fra panorami (questì sì, una volta tanto tiro fuori anch’io l’abusato aggettivo) mozzafiato: sia perché in certi punti, o forse quasi in ogni momento, l’imponenza delle cime e la varietà rigogliosa delle valli ti obbligano a fermarti per ammirare; sia perché, per raggiungere quei punti, la fatica è tale che spesso devi fermarti, gravare con le ascelle sui bastoncini, far calare un po’ i battiti, bere.

La Val Zoldana, bella fino alla commozione, è tuttavia più da intenditori che da turismo di massa: schiacciata com’è tra il Cadore, Cortina, la zona del Falzarego e del Giau, l’Agordino, l’Alleghese,  forse troppo bassa per impedire il superamento dei 30 gradi da giugno ad agosto (i maggiori agglomerati, compreso il capoluogo Forno di Zoldo, stanno intorno agli 800-900 metri), è relativamente meno frequentata, e anche meno attrezzata turisticamente salvo le sei settimane di punta. Chi ci viene anche fuori stagione lamenta negozi e ristoranti chiusi; e infatti, in questo secondo weekend di giugno, l’arrivo di un migliaio di podisti più le loro famiglie riempie tutti i buchi da Longarone in su, e addirittura induce gli amministratori locali a istituire un senso unico alternato in centro con semaforo che genera qualche coda, sebbene il traffico qui sia piuttosto modesto.

E, dicevo, qualunque percorso off road si possa scegliere, avremo sempre un’esperienza – oltre che una fatica – indimenticabili. A Forno e dintorni è stato tracciato da alcuni anni l’ “anello zoldano”, unendo i vari sentieri che si abbarbicano tra la lunghissima catena di Tamer- Moiazza- Civetta (paradiso dei ferratisti) a sudest, e il Pelmo a nord (nel mio giudizio molto opinabile, il Pelmo è la più bella cima di tutte le Dolomiti: quando ti spunta dopo una svolta del sentiero, non puoi fare a meno di fermarti, guardare, fotografare, e ti viene letteralmente un groppo in gola: ecco cos’è il “mozzafiato”).

L’idea base degli organizzatori zoldani è stata di trasformare l’Anello in un trail, lungo 53 km con circa 3800 m di dislivelli e una punta massima che malgrado il nome di “Busa” sta a 2360 metri, cioè 1530 sopra la partenza, da scalare in circa 20 km con l’intermezzo di una ‘cimetta’ intermedia a 2050 metri. Insomma, si può fare.

Poi, la malattia che sta pervadendo tutti gli organizzatori di trail (è successo così anche nella confinante Lavaredo) ha portato a raddoppiare il giro originale, istituendo una gara davvero “Extreme” di 103 km con 7000 metri di cosiddetto D+, e una trentina d’ore assegnate per completarla. A Cortina hanno avuto un successo strepitoso, e come al Monte Bianco, riescono ad assegnare sì e no la metà dei posti che sarebbero richiesti. A Zoldo siamo ancora agli inizi, e insomma gli iscritti alla gara massima sono stati 295, a quella ‘media’ 361, e 196 alla ‘corta’ di 23 km, in realtà una ventina, con un migliaio di metri ‘tranquilli’ da saliscendere: ce la commenta ora il giovane amico Alessandro Porcelli da Cornaredo:

http://www.podisti.net/index.php/commenti/item/1718-forno-di-zoldo-bl-dolomiti-extreme-trail.html

Il trail è un fenomeno in ascesa, e mentre nelle corse su strada l’età media dei partecipanti sta salendo in modo preoccupante (dalla maratona in su, le categorie dai 50 anni e oltre stanno in maggioranza schiacciante, e il livello tecnico va di conseguenza: se Calcaterra al Passatore ha trovato un rivale, nemmeno di primo pelo, solo dopo 12 anni, significa che quasi non esistono giovani leve), nei trail invece viene gente giovane e a volte giovanissima (ho fatto compagnia per molti km a una coppia di russi, Sergiey e Natalia, lei davvero bellissima ventiquattrenne, lui sei mesi in più!), e molto tosta, a cui noi ex stradisti dobbiamo solo cedere con ammirazione il passo quando saltabeccano su sentieri sassosi nei quali noi a stento mettiamo un piede dopo l’altro: e pensare che loro, nel sorpassarci, ci applaudono e dicono ‘bravò!”.

Ma a Zoldo, oltre che soddisfare le ‘richieste’ o mode del presente, pensano anche al futuro: e devo dire che non ho mai visto in nessun posto una corsa per bambini, anche piccolissimi, di circa due km con salite e discese e ostacoli vari, come quella organizzata la domenica mattina e frequentata da ben 182 frugoli incantati e incantevoli: e qui, il vostro vecchio e consumato podista, tornato sul traguardo che aveva varcato con un pettorale indosso la sera prima, confessa di avere sentito un secondo groppo in gola.

Non morirà del tutto il podismo finché qualche organizzatore sensibile allestirà, oltre ai giri super-extreme-ultra-mega-galactic, anche queste manifestazioni sicuramente in rimessa economica, ma apportatrici di amore e gioia.

Torniamo a noi: il comunicato ufficiale vi ha già informato sui risultati dei primi, con l’incredibile rimonta del vincitore, uno svedese che si è permesso di sbagliare percorso perdendo almeno una ventina di minuti, poi recuperare, riprendere tutti (anche… me! Stavo scendendo la lunga carraia che ci porta al traguardo, 4-5 km a monte, in compagnia di un argentino dal nome celebre di Monetti cui avevo recuperato 12 minuti negli ultimi 10 km, quando sento parlottare in tedesco alle mie spalle. Ecco due pettorali rossi – i nostri erano blu -, che si ricongiungono al giro ’medio’ sull’ultima asperità: sono appunto lo svedese e il tedesco ex capofila, ma che al traguardo beccherà 3 minuti).

Dopo una ventina di minuti arrivo anch’io a Zoldo e mi mostrano le foto dello svedese che percorre gli ultimi metri coi suoi bambinetti (per fortuna non c’erano quegli arcigni giudici Fidal che avrebbero squalificato tutti): ennesimo groppo in gola e occhi un po’ umidi (dite pure che era la pioggia).

 

Torniamo indietro, alla vigilia della gara: ritiro pettorali e controllo minuzioso del materiale obbligatorio, uguale per i 53 e i 103 salvo che noi non siamo tenuti alle lampade, essendo il nostro arrivo imposto entro le 19: simpatica la ragazza che mi controlla, si fa persino fotografare (ci abbracceremo al ristoro finale, 24 ore dopo). Cambio di programma dovuto alla neve alta che rende impraticabile il sentiero Angelini-Tivan, balconata del Civetta, oltre quota 2000: dopo la Forcella della Grava, circa km 22, e l’attraversamento di alcuni campi di neve, ci faranno scendere fino al villaggio di Pecol, cioè a 1400 metri, dopo 27 km, e poi da lì riguadagnare il percorso originario risalendo una lunghissima pista da sci fino ai 1920 metri del Col dei Baldi: ci schiveremo un tratto un po’ accidentato, ma allungheremo di circa 2 km senza perdere molto quanto a dislivello complessivo (il mio Gps si blocca dopo 24 km, a quota 1450, quando il D+ è già quantificato in 2000 metri).

Sarà forse anche per questo che il cancello delle 9 ore al km 37 (la mitica Forcella Staulanza di tanti Giri d’Italia e di qualche trail tra Pelmo e Civetta) viene un tantino ‘socchiuso’, e la consegna del pacco gara (un paio di belle scarpe da trail che in negozio sono vendute a 70 euro), prima subordinata al superamento del cancello, avviene invece per tutti nel pre-gara. Il regolamento, d’altronde, consente anche a chi si trova provvisoriamente fuori tempo massimo di proseguire, dunque chi ne ha si accomodi (non così ci trattarono a un certo Salomon trail dalle parti di Canazei, e ad un “Sentiero 4 luglio” in zona Aprica).

All’alba si parte: i super-super vanno via alle 5, noi alle 5.30 (orario profanato da troppi eventi che con lo sport hanno poco in comune, e qui invece consacrato, come anche alla TDS di Courmayeur). Primo tratto, fino al Passo Duran del km 12.5 (i super-super hanno già 14 km in più), semplicemente delizioso; più problematico il secondo, che dopo una salita a tratti alpinistica fino al Bivacco Grisetti a quota 2050 (a un certo punto una ragazza mi si accoda dicendo che vuol vedere dove metto le mani io per tirarmi su), si chiude al km 20 della Casera  Grava, con secondo ampio ristoro. Poco avanti comincia la neve e il tratto ‘deviato’ di cui sopra; al rientro sulla retta via, la Malga Pioda dove si dovrebbe stare entro le 8 ore (ma in realtà non ci sono rilevamenti, solo il quarto grande ristoro), ci cominciamo a preoccupare perché mancano ancora 8 km alla Staulanza e ci sono tre cimette da fare, la più alta (Monte Crot, zona di guerra, trincee, cannoni) con un dislivello di 600 metri.

Pazienza, ci diciamo tra compagni ritardatari (ricordo tre ragazze, Annalisa, Cristina, Melita): se ci bloccano hanno ragione, se possiamo tiriamo diritto. Alla Staulanza, il vecchio amico Olivier (un trailer in gambissima, belga trasferito a Mirandola, con cui ci conosciamo da quarant’anni e qui correrà i 23 perché ha un paio di progetti grandiosi a breve) mi riempie la borraccia e indica la strada per proseguire. Dovrei fermarmi? mancano “solo” 16 km, forse “appena” 1200 metri da salire, poi c’è il discesone su strada… Evvài!

Ci si dirige proprio sotto il Pelmo, sentiero ottimamente tenuto, in leggera salita (dai 1750 si superano di poco i 2000); riprendo quasi subito i ragazzi russi, le bandelle continuano a indicare la strada, lo smartphone conferma, e finalmente, dopo circa 44 km, ecco la deviazione tra il giro super-super e il nostro dal volto un po’ più umano.

Comincia anche a piovere, io resisto così mentre i ragazzi si cambiano d’abito, credo per la terza volta (al Duran, sotto il sole, avevano due cappelloni stile cowboy o Massimo Muratori); ma la scena tenera di un vitello che tetta dalla mamma merita una sosta e qualche foto un po’ annebbiata. Incrociamo un ragazzo che sale con una gerla stracolma, ci dice che poco avanti c’è la scopa con l’argentino – il mitico Carlos Alberto Monetti che compie gli anni lo stesso mese di Natalia, però 44 autunni prima -, finalmente li prendo quasi in cima al Monte Punta, 47 km e fischia (“se vuoi piangere fallo adesso!” ammonisce un cartello), dove un elicottero sta issando col verricello una podista incidentata. (Mi era suonato il telefono poco sotto, e sentendo il rumore dell’elicottero temevo cercassero me: ma non ho risposto alla chiamata, ero letteralmente in condizione ‘mozzafiato’).

Finalmente siamo alla discesa, una bella carraia poco sassosa, ma lunga quasi 8 km fino all’ingresso nelle frazioni alte di Zoldo. Ci passano i due germanici supermen, noi ci consoliamo superando due olandesi molto più alla portata (io cerco di distrarre la compagnia ricordando certe finali poco limpide dei Mondiali di calcio con Olanda e Argentina protagoniste).

Al penultimo km uno spettatore offre un piatto di cocomere a fette: i miei due piccioni con la fava consistono che afferro una fetta e nello stesso tempo sorpasso un francese che mi arriverà appena dietro; seguono, ai limiti o un po’ oltre il tempo massimo, ma festeggiati e ‘diplomati’, i due olandesi, una coppia di italiani, l’argentino, un altro olandese, la lettone Elina di 27 anni, che zoppica ma all’ultimo km rifiuta l’ambulanza; e finalmente i due russi, che chiudono gli arrivi in 14h 17.

Fossi negli organizzatori, gli darei un premio speciale, altrocché ftm. Ma non sarà certo un bollino in più o in meno che ci toglierà la gioia di aver partecipato, dal primo all’ultimo metro, a questa meravigliosa festa di natura, di sport e di fratellanza tra popoli.

 

Le foto, assemblate da Roberto Mandelli, sono in realtà di tre autori diversi (due li vedete nella foto 11); in particolare, a Giuliano Macchitelli (vicino a Podisti net fin dai primissimi anni di vita, 1999-2000) si devono le foto 28-32 del mio poco glorioso arrivo. L'arrivo dei primi della 103 e le premiazioni della 53, foto 14-27, sono di D. Gianaroli.

http://foto.podisti.net/p368106341

 

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