Direttore: Fabio Marri

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Fabio Marri

Fabio Marri

Probabilmente uno dei podisti più anziani d'Italia, avendo partecipato alle prime corse su strada nel 1972 (a ventun anni). Dal 1990 ha scoperto le maratone, ultimandone circa 280; dal 1999 le ultramaratone e i trail; dal 2006 gli Ultratrail. Pur col massimo rispetto per (quasi) tutte le maratone e ultra del Bel Paese, e pur tenendo conto dell'inclinazione italica per New York (dove è stato cinque volte), continua a pensare che il meglio delle maratone al mondo stia tra Svizzera (Davos e Interlaken; Biel/Bienne quanto alle 100 km) e Germania (Berlino, Amburgo). Nella vita pubblica insegna italiano all'università, nella vita privata ha moglie, due figli e tre nipoti (cifra che potrebbe ancora crescere). Ha scritto una decina di libri (generalmente noiosi) e qualche centinaio di saggi scientifici; tesserato per l'Ordine giornalisti dal 1980. Nel 1999 fondò Podisti.net con due amici podisti (presto divenuti tre); dopo un decennio da 'migrante' è tornato a vedere come i suoi tre amici, rimasti imperterriti sulla tolda, hanno saputo ingrandire una creatura che è più loro, quanto a meriti, che sua. 

2 giugno – La gara di oggi era prevista il 21 maggio e saltò in previsione di quel gran maltempo che qui poi non c’è stato: d’altra parte siamo a 140 metri di altitudine, ha voglia il Tresinaro di straripare fin quassù. Comunque è stato un rinvio fortunato perché è incappato in una giornata splendida, con temperatura già sui 25 gradi,  e la mancanza di concorrenza perché la camminata partitica in provincia di Modena non si è fatta: dunque sono confluiti anche i modenesi, come si faceva una trentina di anni fa per il Furnasoun e si è continuato a fare per la camminata di Santa Caterina con partenza poco sotto, da Scandiano.

A occhio direi anzi che ci sono più modenesi che reggiani, e lo confermerà la classifica finale per società, coi primi due posti aggiudicati al Cittanova (che nelle foto 7-8 del servizio di Teida Seghedoni mostra la sua tenda invitante) con 63 e a Sport Insieme Formigine con 54. E questa camminata è stata prescelta anche dal nostro cofondatore Tommaso Minerva per la sua rentrée agonistica, dove ovviamente lo sforzo maggiore lo compirà la consorte Piera, medico all’ospedale di Reggio con turni quotidiani da 10 ore, ma per fortuna con energie residue per andare oggi in agilità.

Adesso l’iscrizione costa 3 euro secondo la tariffa reggiana (a Modena si riescono a spuntare ancora i 2, a Bologna i 2,50), ma in compenso il pacco gara regala tre confezioni di biscotti, e perfino quei modenesi di stretta osservanza roncaratiana che un quarto di secolo fa polemizzarono con Scandiano quando portò l’iscrizione a 1500 lire dalle 1000 che erano, adesso sono felici e contenti. Presenti anche tutti i fotografi istituzionali e perfino qualcuno in più, come Micio Cenci che per essere qua si è fatto un centinaio di km: dal lato nostro si raccomanda il servizio di Teida https://podisti.net/index.php/component/k2/item/10312-01-06-2023-san-ruffino-scandiano-re-26-camminata-dei-colli.html 
ma per la copertina ci siamo avvalsi di qualche scatto di Italo, presente con tutta la famiglia presente e futura e persino il consuocero in pectore, “comunista ciellino” come lo chiamavo quando competevamo ai 4:59 a km.

Il tracciato è un su e giù per le colline, una specie di abbozzo della Scandiano-Castellarano, con i limiti altimetrici dai 175 m del km 1,6 (dove c’è un giro di boa al limite dell’assurdo) ai 90 m del km 7-8; almeno 3 o 4 km sono sterrati, su pratoni accuratamente rasati come lo è il campo sportivo del parcheggio, tutto profumato di menta tagliata.

Tra i vari passaggi, mi colpisce una targa all’esterno del cimitero di San Ruffino, che commemora un don Carlo Terenziani parroco della vicina Ventoso, “scomparso tragicamente il 29 aprile 1945”. Scomparso? Scappato con la Perpetua verso il Paradiso terrestre del convento di Monza? No, quel “tragicamente” lascia capire quello che il guardiano del parcheggio mi dice sinteticamente (“i l’han masèe i partigian”) e che si impara dalla cronaca della commemorazione avvenuta nell’anniversario dell’assassinio, il 29 aprile scorso

https://www.24emilia.com/commemorato-a-san-ruffino-di-scandiano-don-carlo-terenziani/

Rapito a Reggio dopo la messa, “lo portarono legato nella sua parrocchia, Ventoso, lo fecero girare per le strade fra scherni e dileggi. In una nota osteria lo costrinsero a trangugiare del vino. Don Carlo non mosse ciglio e non disse una parola. La sera lo portarono vicino al muro della chiesa di San Ruffino per fucilarlo. Prima di morire, davanti ai partigiani, gridò: Viva Cristo Re!”.

Cerchiamo di non pensarci per non incorrere nell’accusa di “revisionismo storico” (che è un po’ quella di “no vax”: se uno ti sta antipatico, lo chiami no vax o revisionista e sei a posto).

La strada procede, circumnaviga lo storico Furnasoun (nato nei tempi in cui le ciminiere erano motivo di orgoglio e di prosperità, non i babau delle gretine) con sguardo in verticale sulla vicina Scandiano, scende a livello della statale dove c’è un ristoro, poi prosegue per un lungo filare di viti in leggera salita che (si diceva con Angelo Giaroli, prima che si involasse nella foto 356) ricorda un po’ il trail di Zola e potete rivedere nelle foto di Teida dalla 180 in avanti.

Poi di nuovo sull’asfalto e in prossimità dell’avant-indree di cui sopra (Mastrolia, a torso nudo nella foto 366, lo imbocca volontariamente un’altra volta per arrivare a 14 km, il suo ex collega indiano Rambo della foto 344 si accontenta invece degli 11 scarsi prescritti). Ultimo km in su, e cento metri finali in giù verso il traguardo tra le case, il banchetto di Boniburini (trionfatore di una Salso-Cavriago di anta anni fa: foto 3-4), il ricco premio e l’impeccabile ristoro reggiano.

Christian Mainini dà appuntamento per la staffetta di Cavriago stasera e il cross a circuito di Vezzano domenica (se si vuole, a staffetta pure esso): questi reggiani, i gh’avran la testa quedra, come dice Bellentani guardando la foto di Prodi, ma ne pensano sempre di nuove. Si scende, al distributore poco sotto due cartelli: cercasi benzinaio; Si ricerca elettricista/cablatore (il mestiere di Mastrolia). Ci mando Giangi, reduce da un primo piano di Teida (foto 419), per controllare se pagano più del Reddito.

29 maggio – È quasi estate ma il clima è ancora gradevole, con l’ora legale le giornate sembrano non finire mai, dunque è tempo di ricominciare con le camminate delle 19/19,30, quando chi lavora ha tempo di smontare e indossare le scarpette, e chi non ha voglia di cucinare ma nemmeno di essere spennato al ristorante può approfittare degli stand gastronomici allestiti dopo la corsa.

Anche l’area bolognese, seppure con un programma ridimensionato rispetto ai tempi d’oro, e che le recenti vicende climatiche hanno messo in ulteriore sofferenza, offre i suoi prodotti, con partecipazioni certamente più modeste (anche il Covid e la cosiddetta dittatura sanitaria hanno fatto molti danni allo sport), ma con soddisfazione di chi, ostinatamente, ci va ancora. Riecco dunque i venerdì di corsa, come quello del 26 maggio a Calcara, paese di 2300 abitanti sul torrente Samoggia, cioè praticamente al confine tra Modena e Bologna, e assorbito nel comune “allargato” che dal 2014 si chiama Valsamoggia con sede a Bazzano e perfino un casello autostradale a beneficio dei fabbricanti di fumo. Anche il nome della camminata, ovvero del suo comitato organizzatore, è un po’ arzigogolato rispetto alla denominazione classica, che tutti usiamo nel parlato, di “Festival dell’Unità”. Già, ma l’Unità non c’è più, oppure ri-c’è da poche settimane, ma non si sa se rispecchia il Pensiero del Partito, e anche il glorioso Partito non c’è più e guai a rinfacciargli l’aggettivo che vigeva fino al 1990: insomma, adesso siamo (come documenta la foto numero 10 del servizio, come sempre “itinerante” e completo di Teida Seghedoni, ottimamente anticipato dal collage di Roberto Mandelli qui sopra) a “Calcara in festa de L’Unità del Partito Democratico”. https://podistinet.zenfolio.com/f877350836

La sede è sempre la stessa, un po’ nascosta ma si fa con quello che si ha; anche la camminata vorrebbe seguire il percorso tradizionale, dei più belli della stagione tra quelli non collinari, se non che i recenti allagamenti pare abbiano reso impraticabile una parte del greto del Samoggia (foto 21), costringendo ad allungare il giro e allontanarlo dal corso del torrente dopo l’attraversamento su uno dei due oscillanti ponticelli metallici (foto 39 o 68 e seguenti), portandolo a 9 km rispetto agli 8 di un tempo.
Qualcuno maligna sulla ragione reale, che sarebbe stata quella di allontanare certi podisti dalla tentazione di piluccare dai frutteti in produzione (foto 212-214), come faceva Broccoli (oggi non visto). C’è invece Assantun Fregni, quasi nonagenario Bertoldino di Persiceto, e c’è lo squadrone del Cittanova di Modena con la sua invitante tenda (foto 1-3) che accoglie, tra gli altri, l’immancabile Lucio (foto 168), Rambo (foto 209; e riesce pure a inciampare) e perfino Giangi, attratto non si sa se dal percorso o dalla magnazza. Chiedere se c'è Cuoghi è come chiedere se la terra è rotonda; oltretutto lui è di queste parti del "triangolo della morte". 

Del greto vero e proprio percorriamo, su un bel sentiero ombreggiato (foto 126-188), sì e no un km, fino a sbucare sul ponte stradale al centro di Calcara, dove il solito cartello dice “Arrivo”, in mancanza da lì in poi di segnalazioni su come raggiungere il ristoro, il premio (eccellente bottiglia di bianco locale) e le tende. Io sto quasi per finire nelle cucine, dove mi chiedono se voglio lavare i piatti (ah, non ci sono più i volontari di una volta… neanche Liccardi si fa vedere…), poi con indicazioni stile Google-Pd-Maps ritrovo sia le signore del tè (foto 189-193) sia la tenda del Cittanova. Cenare, anche no: c’è da vedere il Sassuolo che regalerà due gol a una squadra già retrocessa.

Ma lunedì 29 si torna da quelle parti (quasi di fronte a Calcara e di fianco all’altra località podistica di S. Maria in Strada, sempre in zona-Samoggia) per la 15^ Camminata delle spighe a Le Budrie, sperduto paesello, un tempo frazione San Bartolo in comune di Persiceto (comune che malgrado l’orientamento politico mette tutti i nomi dei luoghi in dialetto, al contrario di Sassuolo old-style) reso famoso dalla sua santa Clelia Barbieri, davvero una santa, morta di tubercolosi a 23 anni dopo un’esistenza spesa in una carità eroica, protrattasi anche dopo la morte: la sua voce fu udita distintamente, anche da increduli e atei, anni dopo il decesso. Qui santa Clelia ha il suo raccolto e riposante santuario: non poteva mancare Teida, che lo ritrae nelle foto del suo servizio da 280 alla fine. https://podistinet.zenfolio.com/p995774109

A differenza di Calcara, l’accoglienza degli ospiti è gestita meglio, con un ampio prato regolamentato a disposizione per le auto da parcheggiare; la via del ritrovo (appunto dedicata alla Santa) e del successivo tendone per la cena è chiusa al traffico, che per la verità è costituito più dai cenanti che dai corridori. Non c’è nemmeno il Cittanova, eppure Lucio (foto 194) e Giangi sono venuti ugualmente (Giangi addirittura per bissare la cena della sera prima, 70 km a/r per risparmiare qualcosa rispetto a una cena da Bottura); discreto il gruppo giallo del Finale di Ottavio e Antonella, come quello del Pontelungo dell’immortale Righi, anche lui più 90 che 80 (a destra nella foto 279).
Temperatura gradevole tendente al caldo, e non manca la signorina in due pezzi nero (foto 60), lungo un percorso esattamente quotato 8,2 km, che ci porta tra fattorie biologiche e belle chiesette storiche giustamente ritratte (50, 59, 86, di sbieco in 116), con un paio di pezzi erbosi e approdo davanti al ristorante: già affollatissimo ma il cui efficiente servizio d’ordine permette a tutti di trovare posto, mentre gli aerei diretti a Bologna volteggiano su noi e lo stupendo tramonto delle foto 290 e 291 suona al pio colono augurio di più sereno dì.

Domenica, 28 Maggio 2023 19:53

Carpi, 7^ Corsa dei Leoni

28 maggio - Era il 6 giugno 2021, in provincia di Modena non si correva da più di un anno, salvo pochissimi tentativi a livello o di passeggiata o di gara super-agonistica; e noi podistae vulgares scoprimmo che questa oasi di verde e di sport, tra Carpi/Cibeno, i Ponticelli e Rovereto, era disponibile anche per la corsa: https://podisti.net/index.php/cronache/item/7306-carpi-5-corsa-dei-leoni-davvero-si-ricomincia.html. Secondo modalità compatibili coi “protocolli” di allora, che oggi sono per fortuna dimenticati: dunque in questo 2023 si è partiti in orario unico, premessa la partenza anticipata per quelli che proprio non ce la fanno a rispettare gli orari, cosicché al via con sparo eravamo sì e no in 200 (poi sono seguiti i “giovani leoni” su percorsi minori). Va aggiunto che la gara era stata rimandata dalla settimana scorsa, e oggi veniva a collidere con un Cinquemila nella stessa Carpi, una corsa nella limitrofa Concordia e, per i più ardimentosi, con il trail di Fanano/Capanna Tassoni.

Percorso più o meno uguale a due anni fa, quantificato in 9 e 12 km, forse per metà campestri; il mio Gps dà 12,5, di cui il tratto più discutibile sono gli 800+800 metri lungo un canale per arrivare e ripartire dall’altro luogo gemellato, il Club 33. Quasi un single track, che ha reso problematici gli incroci con chi aveva già doppiato il giro di boa, e magari doveva anche fare dei sorpassi. Va bene evitare le strade asfaltate, ma forse si è esagerato e si poteva trovare una via d’uscita diversa.

Gara in veste non competitiva, sebbene lo speaker in partenza avesse avvisato che al Club 33 c’erano giudici che avrebbero preso i numeri e cronometrato (?): in effetti un personaggio con taccuino era in cima all’argine, ma non abbiamo capito bene cosa facesse, o forse si è accontentato di prendere i primi, e gli altri vadano pure con Dio.

Ce la siamo cavata (i cugini Giaroli, Rambo e Mastrolia, Giorgio Diazzi e Mac Macchitelli, insomma la solita clientela di appassionati che non puntano alla salamella di premio); nei limiti del possibile, e di quanto ci consentiva la temperatura sui 25 gradi, ci siamo goduti il tracciato, ai cui margini sta anche la colonna con l’immagine della Madonna dei Ponticelli, nel luogo dove sorgeva la casa della bambina miracolata dalla Madonna nel Quattrocento (cinque secoli dopo, anche nella mia famiglia ci fu un miracolato allo stesso modo: lo zio Remo che, muto dalla nascita, tornò dal santuario e disse Cavès Piòpa, e da allora divenne guida e memoria infallibile di tutti i funerali roveretani, compresa quella Cooperativa agraria di cui però disse “mo an n’ho mia vista al mortòri”). A proposito di Rovereto, oggi a Carpi c’era anche Canèin a correre, e come guardiano del percorso Ermanno Martinelli, leggendaria spalla di Ivano Barbolini nella maratona e soprattutto nelle rimpiante “Tre sere di Carpi”.

Tre euro l’iscrizione, col corrispettivo (oltre dei ricchi ristori a base anche di torte, e di docce eccezionali) di un asciugamano, e l’impegno degli organizzatori (il Lions club di Carpi) di devolvere una cifra a una comunità per minori disagiati.

Il solito Peppino Valentini, grande raccoglitore di podisti sperduti senza collare, distribuisce un calendario delle “sue” gare da cui sembriamo tornati a quei giugni di un tempo, quando si correva quasi tutte le sere: e se il 2 giugno Spilamberto salta (non è una novità, e piangeremo in pochi), per la festa della Repubblica potremo accoppiare San Ruffino di Scandiano la mattina e Cavriago la sera, ma anche andare a Comacchio per la rituale mangiata di pesce: e speriamo che nessun socio-psico-vecchion-qualunquologo se la prenda,  come se l’è presa con Bruce Springsteen, con chi vorrà passare qualche ora all’aria aperta da quelle parti.

 

SERVIZIO FOTOGRAFICO
25 maggio – La decima edizione del “5000 del NoviSad”, tornata nella sua originaria collocazione della tarda primavera (quando era nata come “Trofeo Modenacorre”), ha riportato numeri consistenti di agonisti nella cornice dell’ex ippodromo modenese (area decisamente degradata, malgrado gli sforzi del Comune per riqualificarla: se le cambiassero anche nome, sarebbe un buon inizio).

Il 6 giugno 2021 questa era stata la prima gara dell’anno a Modena, dopo le clausure del Covid o del fanatismo anticovid, e aveva classificato 228 atleti. L’anno scorso invece, spostata alla domenica 4 settembre (dunque in concorrenza con la rituale camminata non competitiva), ne aveva raggranellati solo 83; ma quest’anno, tornata in una sera feriale con tre partenze tra le 19,15 e le 20,45 (precedute da gare giovanili), la corsa ha attratto 235 podisti, anche da altre province e regioni, segnando pure un buon inizio per la combinata “Five road race” https://podisti.net/index.php/notizie/item/9815-dal-25-maggio-riparte-il-circuito-five-road-race.html che si ripresenterà tra un mese esatto nella casa madre dell’organizzazione, Campogalliano, per i “10mila della bilancia”.

Due batterie maschili (over e under 55) intervallate da una femminile, e classifica finale unitaria anche se ovviamente nei primi posti ci stanno gli “assoluti” della terza serie, e all’ultimo ci sta (come da collage di copertina) il glorioso Cuoghi della Cavazzona, che ha corso nella prima, lambendo quella pista da hockey dove fu protagonista negli anni Sessanta, con “Puccio” Moncalieri e “Renna” Artioli, vedendo crescere un ragazzino come Ercole Soragni che poi è diventato docente di ingegneria all’Università.


Quasi uno sprint (accuratamente seguito da Brighenti come speaker e da Teida Seghedoni -e non solo- come fotografa) per il successo finale, coi primi quattro in 6 secondi: Alessandro Pasquinucci della Fratellanza prevale in 14:47 su Marco Casini (Delta Sassuolo a 3”), su Federico Rondoni (Corradini Rubiera, a 5”) e Rida El Khalyly (Valdalpone) a 6”.

Al 25° posto assoluto si piazza la prima donna, Federica Frigerio (MDS) in 17:06, davanti 10” a Fiorenza Pierli, oriunda nonantolana ora tesserata Faenza, e 13” su Francesca Cocchi (Corradini). Ma se posso dare un voto con lode, lo assegnerò al “sindaco” Luca Gozzoli, M 55 dei Modena Runners, che ha stravinto in 18:17 la batteria degli anziani (quella appunto al cui capo opposto c’era Cuoghi), seminando tutti tranne Andrea Baruffi (Formiginese, 18:23) che era appena tornato dallo spalare fango in Romagna, e Paolo Mattioli (Sessantal, 18:28).


Menzione d’onore infine per Ettore Marmiroli, M 75 da 22:09, che ha tolto a Cuoghi, addirittura doppiandolo, il primato di categoria: però mancava il rotondetto Vassalli ferrarese, chissà come sarebbe finita.

Ottima, come al solito, l’organizzazione, a cominciare dalla custodia dei bagagli a cura della Guardia di Finanza (a uno dei “guardiani” ho ricordato il proverbio modenese, caro anche al finanziere che fu mio testimone di nozze: a ognun al so mister, i piò caioun in di carabiner, e s’a gh’in vanza, in dla Finanza: ha detto che lo conosce).

Meticolosa la misurazione by Emilio Mori con rotella del percorso, risultato di 816 metri quindi con una eccedenza, rispetto ai 6 giri, di 104 metri recuperati in partenza; e grazie alla collaborazione dello staff di Interforze, Campogalliano, Correggio e della Formiginese, con Giorgio Reginato in veste stavolta di giudice, e Maurizio Pivetti in pista a conseguire il terzo posto M 65 con un 23:10 che coincide con quello registrato dal sottoscritto nei tempi migliori (2014).

Come ha scritto il padre Castrilli, bisogna adattarsi al fluire dell’età e ammirare chi lo patisce meno.

21 maggio – Tra un allagamento e l’altro, Formigine resta un’isola in senso letterale e traslato: confermata la competitiva di giovedì scorso in piazza (https://podisti.net/index.php/cronache/item/10226-formigine-mo-il-miglio-delle-stelle-al-tin-bota.html), e confermata pure la non competitiva di domenica nella frazione della Bertola, giusto al confine con Modena, davanti a un circolo che fu storico organizzatore di una 21 competitiva negli anni Novanta.

Questa volta, la 18^ Corriformigine, organizzata dalla società che ora si chiama Sportinsieme, e col supporto delle altre associazioni del territorio, era non competitiva, ma con una appendice molto apprezzabile dedicata alle scuole: secondo le statistiche ufficiali, risultano 1036 scolari iscritti, più 906 podisti, diciamo, tradizionali, convenuti qui anche dal carpigiano, dal reggiano e dal bolognese data la moria delle altre corse (e voglio vedere cosa accadrà domenica prossima, quando a Carpi si contrapporranno la corsa “dei leoni” e la corsa Avis, mentre il Cai di Carpi organizzerà il trail di Ospitale-Capanna Tassoni; poi, soppressa in extremis a Campogallianola Verdelaghi, 10 km a nord è prevista la camminata di Concordia). Un po’ di coordinamento non sarebbe male, e anche il Coordinamento con la maiuscola dovrebbe battere qualche colpo: ma ho l’impressione che il Coordinamento (o come lo si voglia chiamare adesso) sia un po’ come la Chiesa cattolica di papa Francesco, che accetta lusco e brusco purché ci sia qualcuno che si faccia vivo sottraendo alle meste tombolate o ai dancing tipo Isola Verde qualche centinaio di anziani (adesso non si gioca nemmeno più a bocce).

Comunque, eccoci alla Bertola, in una mattinata di sole con temperatura che dai 15 sale ai 22 (una non dispiacente signora corre addirittura in due pezzi nero), distribuito su due percorsi principali di 8 e 14 km che lambiscono gli abitati di Montale, Formigine e Casinalbo attraverso gradevoli stradette ‘basse’ dalle dolci curve tra i campi, in totale assenza di traffico, e il passaggio attraverso un paio di aziende-agriturismi che se ricordo bene avveniva anche nella locale camminata della fu-Unità.

I miserabili due euro chiesti per l’iscrizione danno diritto (oltre a due ristori intermedi e quello finale) a un pacco gara contenente fra l’altro una confezione di prosciutto cotto; e nonostante questo gli organizzatori annunciano di devolvere 1000 euro a supporto delle popolazioni alluvionate. Spero (ma non garantisco, viste certe facce) che tutti i partecipanti abbiano regolarmente acquistato il pettorale: cosa che giurerei per i cugini Giaroli, per Rambo Benassi (“capitano”, in un certo senso, del Cittanova che con 143 pettorali ha surclassato i validissimi secondi dei Runner & Friends di Mohammed Moro), Paolino e Maurito (nonché Simona) Malavasi, l’indefettibile coppia Alle-Simo, i bassaioli Claudio Morselli e Manuel Guerzoni, tutte persone con cui i 14 km sono stati occasione di raccontarsi eventi passati e progetti imminenti: gli orfani del Passatore possono consolarsi, come la famiglia Malavasi, con le 4 maratone in 4 giorni di Orta; chi predilige le montagne punterà sulla Marcia dei Tori, se nel frattempo lo Spigolino non viene giù o qualche amministratore troppo zelante imporrà lo stop.

Intanto, la Bertola e la sua CorriFormigine l’abbiamo portata a casa, e siamo perfino riusciti, volenti o nolenti, a fare del bene.

18 maggio – Nella moria di corse di questa settimana, per le note ragioni climatiche ma anche per cautele a mio parere eccessive e rivestite di pelosi contenuti moralistici (“come osa Springsteen cantare mentre a 40 km sono sott’acqua?” – ritornello già sentito eruttare dal Vesuvio ai tempi del Covid), Formigine, una delle realtà podisticamente più vive dell’area modenese, “tiene botta”, promettendo anzi un raddoppio domenica prossima nella vicina frazione Bertola-Casinalbo: gara che devolverà l’incasso al sostegno delle popolazioni colpite. Così si fa!

È dunque andata in onda, con partenze dalle 20 alle 22,30 (le categorie giovanili ad aprire il ballo), la 29^ edizione del “Miglio delle stelle”, stavolta non precisamente accompagnato dalle stelle astronomiche (però non è mai piovuto, e si è corso con 15 gradi), ma con stars atletiche di tutto rispetto. Hanno concluso la gara 58 terzetti, 32 maschili, 17 femminili e 9 misti (che hanno goduto essi pure di una classifica apposita, sebbene il regolamento dicesse che sarebbero stati intruppati tra i maschi). Spiace solo per la mancata presenza di alcune staffette bolognesi, in particolare due di Castenaso che avevano titoli per primeggiare; però qualcuno dalla Romagna e dalla provincia di Bologna è arrivato, addirittura da Imola e Faenza, con l’aggiunta della gloriosa veterana Monica Barchetti che oltretutto fa la spola tra l’Emilia e il West (inteso come Canaria).

Vittoria assoluta per la squadra maschile Corradini/Fratellanza, Agazzotti-Bettuzzi-Pasquinucci, con 13:39, otto secondi meglio di una tutta-Corradini, Rondoni-Catelani-Marazzoli, e 27” meglio della terza, tutta Fratellanza, Diniso-Costa-Taglini. Solo quarta la staffetta comprendente Claudio Bacchelli, miglior tempo individuale con 4.21:9; dietro lui, Pasquinucci con 4.24:1 (non dimentichiamo che il tracciato era stradale, con dieci curve a 90 gradi e vari tratti lastricati), 7 secondi meglio di Rondoni, terzo individuale; dunque la differenza tra le due prime staffette è dovuta in pratica al distacco tra i due big.

Cinque soli sono stati i secondi di distacco tra le due prime staffette femminili: una assortita tra Frignano/Formiginese/Corradini (Giacobazzi-Ricci-Cocchi, 16:08), l’altra tutta Atletica Faenza (auguri, e tgnii bòta), Venturelli-Ciubak-Pierli. Da notare la parità assoluta tra le due Francesca, Cocchi e Pierli, nel miglior tempo individuale sul miglio di 5:06. Terza squadra, una mista tra Fratellanza e Modena Runners (società il cui presidente Cattini, seppur sofferente per la concomitanza con la Juventus, ha privilegiato lo sport attivo portando sotto il Castello una trentina di atleti), Imperiale-Cornia-Badiali.

Il platonico titolo per le squadre miste (tutte con due maschi, tranne una con due donne delle 3’30” capitanata dalla farmacista Rossana Vecchi) è andato alla mista Rocca/3’30” Moccia-Vittoria Vandelli-Bianconi, vincitori della prima serie davanti al terzetto che si è aggiudicato il successo femminile.

Tracciato collaudato e “artistico”, in sostanza una aggrovigliata circonvallazione del castello, quasi sempre ben illuminata, con decine di sbandieratori disposti ai tanti incroci, e addetti in bicicletta a precedere i primi e seguire gli ultimi. Impeccabile servizio microfonico di quel Reginato che già animava il passaggio qui della fu-maratona d’Italia, encomiabile il cronometraggio rilevato in assenza di chip; e bentornata a Teida, fotografa-principe del podismo modenese, dalle cui foto Mandelli si è sbizzarrito a ricavare la copertina di questo pezzo, minacciando il direttore di metterci anche l’immagine di Giangi (spettatore non pagante) se non avesse avallato il suo collage. Bisogna venire a patti…

 

14 maggio – In una giornata nella quale mezza Padània stava in allerta rossa (questi amministratori pubblici sempre pronti a pararsi il ** da eventuali guai, memori del comodo proibizionismo dell’epoca Covid), e nella confinante provincia di Modena – ad esempio – tutti i podisti sono stati costretti al lockdown in previsione di chissà quali cataclismi e straripamenti di fiumi, persino sulle alture di Maranello dove fiumi proprio non ce ne sono: invece sulla sponda sinistra del Po, alle 8 di domenica mattina è smesso di piovere, e nelle ore successive ci sono stati solo sprazzi di pioggerellina di marzo, che i più intrepidi come Paolino Malavasi hanno affrontato senza nessuna protezione, mentre altri si sono accontentati di impermeabili leggeri che alla fine facevano fin troppo caldo.

Alla faccia dei gufi e degli amministratori di cui sopra: Rinaldo “Bubu” Furlan ricorda di quella volta che, in una mattinata di pieno sole, il suo trail fu ridotto per un 20% di previsione di temporale, e io ribatto con la maratona di Messina annullata perché tirava un vento forte da farci cadere in mare… E purtroppo (postilla del lunedì pomeriggio) dalle parti di Bonaccini si insiste: in previsione di una nuova allerta, scuole chiuse al martedì e forse mercoledì. E i bambini a chi li lasciamo? Alla Schlein, s’intende.

E forse il terrorismo mediatico ha tenuto a casa molti, cosicché alla fine sul traguardo della maratona si sono presentati in 251, e solo 89 nella mezza maratona (secondo stime ottimistiche, i partecipanti alla 10 km non comp erano un centinaio). Mi permetto di aggiungere tra i “dissuasori” anche i costi non a buonissimo mercato (dai 40/50 euro per la maratona annunciati sul sito del Club Supermarathon, nella pratica il sito che gestiva le iscrizioni ne voleva 10 in più, con l’aggiunta dell’odiosa cresta di 2/5 euro), e una certa confusione informativa per cui pareva che le iscrizioni fossero chiuse il venerdì mentre sono rimaste aperte sino all’ora di partenza.

Infine, certo, la rinomanza dei luoghi non aiuta: degli eroici studenti, soprattutto toscani, che a Curtatone e Montanara nel maggio 1848 resistettero alle truppe di Radetzky permettendo poi la “prima italica vittoria” (Carducci, in quel “Piemonte” che studiavamo a memoria) del nostro Risorgimento, a Goito, e la conquista di Peschiera, sappiamo ormai solo noi avanzati negli anta. Gli studenti di oggi piantano le tende per ragioni folcloristiche e social, non certo per difendere la patria; il Risorgimento è stato svalutato e quasi cancellato da una certa tendenza “educativa” che privilegia le leggende resistenziali; e insomma non si poteva sperare che il nome di Curtatone attirasse mara-turisti, come l’avrebbe forse ottenuto il passaggio per Mantova, che a gennaio era annunciato ma poi è stato cancellato per l’inerzia dell’amministrazione del capoluogo (ah, se avessero eletto sindaco Marco Simonazzi…!), riducendo il nostro percorso a una escursione per stradette basse e attraverso villaggi dai nomi talora bizzarri come Ponte Ventuno o Scorzarolo. Il passaggio sopra Scorzarolo, sull’argine del Po tra i km 15 e 20 circa (ricalcando il tracciato di una simpatica fiaspata locale), è stato anzi il momento più pittoresco del giro; cui personalmente aggiungerei la vista da (non troppo) lontano del profilo di Mantova, con la cupola di S. Andrea in evidenza, intorno al km 35.

Niente da dire sotto l’aspetto tecnico: chiusura al traffico pressoché assoluta, con notevole presenza di vigili e volontari; omologazione Fidal del percorso in piena regola (e questo sicuramente ha fatto lievitare i costi, data l’esosità federale), misurazione inattaccabile anche se pagata con gli ultimi cinque o sei km in spirali tortuose tra Montanara e Curtatone, nell’impossibilità di visitare il monumento alla battaglia perché ‘coperto’ da un trenino locale (credo sia quello su cui salivano Peppone e don Camillo) che ogni tanto faceva abbassare le sbarre.

Ottima la collocazione del centro maratona negli impianti sportivi del “Boschetto”, con spogliatoi, docce caldissime (sebbene allagate) e un bar-ristorante a disposizione. Va detto che a un pacco gara decisamente povero si sommava un riso-party di eccellenza assoluta (foto 7 del servizio messo insieme dal paziente Mandelli), tanto più che abbiamo beneficiato anche del buono di Alle-Simo, sanamente vegetariani, e che già durante la corsa mi avevano offerto un loro k-way nel caso la pioggia si fosse infittita. In più, complesso rock dal vivo per ore e ore (foto 10-13): insomma, nulla si può imputare al Club Supermarathon di Paolo Gino, che ha trasferito qui la sua collaudata capacità organizzatrice, col tocco in più dell’omologazione che garantiva l’ufficialità dei tempi cronometrici (gestiti da Icron, con un rilevamento al giro di boa del km 17,5 che ha dissuaso eventuali accorciatori).

Ristori ottimi e abbondanti, e si sono rivisti, per la prima volta dopo il Covid, le spugne ai regolari intervalli: per questo, Curtatone über alles!

Usuale ormai il servizio fotografico, abbondante e gratuito, garantito da Filippo (foto 6) e Sergino: il quale è stata la prima apparizione, all’ingresso del centro maratona (foto 2 e 3), con le funzioni di parcheggiatore a suon di fischi trapattoniani con sfumatura erotica.

Poi, molte facce note tra gli aficionados delle 42 (molte, devo dire, ma non moltissime): con “Bubu” (foto 4) ci siamo fatti compagnia nella fila per il ritiro pettorale, ripassando le guerre d’indipendenza, tra le Cinque Giornate e la fatal Novara, e poi la rivincita di Montebello-Palestro-Magenta, e le tre S di Solferino-Sadowa-Sedan che hanno in pratica creato l’Italia piemontese. Con l’aggiunta di “Curtatone e Montanara”, nomignoli non troppo affettuosi dati a re Vittorio Emanuele III e la regina Elena del Montenegro, chiamata a rafforzare la razza-Savoia alquanto degradata (e infatti nacque Umberto, il bel re di maggio, che dettò la moda perfino nel modo di pettinarsi).

Si parte, nu poco chiove e nu poco stracqua, sull’argine tira un gran vento freddo (e qui il k-way di Alle-Simo mi viene buono), al giro di boa ci si saluta tutti: Paolo Solfrizzo da Concorezzo ha fretta di vedere il Monza sconfiggere o’ Cambione scudettate, e in 3.44 sbriga la sua partita finendo terzo di categoria; come terza nella sua è la bella segretaria del Club Anna Cordero (3.57). Ma passa poco tempo e arriva in 4.03 il primo M 75, il solito grande Leandro Pelagalli, che dà dieci minuti a Maurito Malavasi e più di venti al fananese Mauro Gambaiani, venuto qui (mi dicono) all’ultimo istante dopo la soppressione della gara cui era iscritto.

E Paolino, chi lo ferma più? Al giro di boa mi è poco dietro, mi supera al 22 (“a vòi vàdder sag matt du or e desnov anch in dla secànda metè”), e alla fine arriva in 4.45, tre minuti davanti alla coppia benefica Alle-Simo (Simo alla fine sfoggia una stupenda chioma leggermente arricciata, da splendida trentenne). Personalmente, mi sto quasi addormentando, con qualche km fatto in 8 minuti (bè, è già un progresso non camminare, come accaduto nelle ultime tre quarantadue), quando al ristoro del km 40 vedo il collega Fabio Rossi, che abita qui, mi fotografa (un paio di immagini della collezione sono sue) e sprona: da quel momento, scendo addirittura sotto i 7’, e vorrà dire che nella prossima maratona Fabio verrà al 35 così mi sveglio prima.

Al traguardo (dopo aver superato lo sfottò di Nunzio, ultimo della 21, che dal suo pulpito mi rinfaccia il distacco da Paolino), ricevo una bella medaglia, finalmente di forma circolare e leggermente monarchica (ah, quel re bestemmiato e pianto che passava con la spada in pugno ed il cilicio al cristian petto!); è addirittura il presidente Gino (foto 5) a snocciolare microfonicamente tempi e prestazioni, Sergino a fotografarci tra soldati austriaci o piemontesi (foto 25); questo fino all’arrivo dei nomi storici dei supermaratoneti: ol Sindic mancato Simonazzi (foto 14), Alfio Polidori che a Santarcangelo vuole creare un museo del maratoneta (ma anche lui deve scontrarsi con sindaci ignavi per non dire ignoranti del fenomeno); la grande fornaia di Cernusco Rita Zanaboni (foto 9, col mitico Paolino), fino all’ultima, la bolognese targata BG Marina Mocellin.

Doccia, pranzo con musical come a Nashville, e siccome manifesto il desiderio di visitare i luoghi dell’eroismo, sono indirizzato alle due massime autorità in materia, Righi e Tòtaro, che in una amabile conversazione mi istruiscono, non solo sui meriti sportivi recenti di Bruno Migliorini cui è dedicata un’ala dell’edificio (foto 8), ma sull’eroismo antico del docente Leopoldo Pilla, sulla resistenza alla Corte spagnola e alla Rocca di Montanara, e la disposizione “alla bersagliera” degli studenti davanti all’odierno municipio di Curtatone. E alla fine mi promettono che l’anno prossimo Mantova potrebbe entrare anche in questa maratona.

Ce ne andiamo appagati, ma non si può partire senza un’escursione, di un paio di km di raggio, nei luoghi storici. E ci salutiamo col Poeta: “arse di gloria, rossa nel tramonto – l’ampia distesa del lombardo piano… A quella polve eroica fremente, - a questa luce angelica esultante – rendi la patria, Dio; rendi l’Italia – a gl’Italiani”.

 

https://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/10197-curtatone-mn-1-maratona-della-battaglia-successi-per-britton-e-pizza.html

 

23 aprile – L’edizione numero 23 che si disputa nel giorno 23 dell’anno 23…; bé, chi crede nella numerologia, troverà spunti di meditazione. È la terza volta che torno a Padova per la 42 che si chiude a Prato della Valle: la prima fu addirittura nel 2001, per la seconda edizione (purtroppo quando si corse la prima ero ad Amburgo, concomitante allora come oggi); la corsa allora partiva da Vedelago (ereditando il sito di una pionieristica maratona locale, corsa pure quella negli anni Novanta) e attraversando Camposampiero ripercorreva quello che sarebbe stato l’ultimo viaggio di Sant’Antonio. I “senatori” dovrebbero averle fatte tutte (salvo – mi dicono i presenti, come l’Apache Mastrolia e Sir Marathon Dellapiana – l’esenzione dalla primissima); l’ultima volta c’ero stato nel 2021, quando però a causa del Covid si corse solo la mezza.
Dunque le mie Padova sono tre e mezzo, mentre il nove e mezzo del titolo è il voto che mi sento di assegnare all’organizzazione. Chi mi legge da sempre, come il grande onorevole Paolo Cova (Libertas Sesto, 3.19 in maratona secondo il database Fidal, ma come antefatto c'è un 2.58, sempre a Padova, nel 2005; veterinario da Caronno Pertusella, e rappresentante di un partito per il quale avrei votato anch’io, se l’avessero candidato nella mia circoscrizione invece di paracadutarci Soumahoro), sa che nelle personali classifiche il 10 lo do solo a Interlaken e Berlino, e in Italia forse il 9 lo do a Venezia (parlo di organizzazione: quando a paesaggio, Venezia è fuori classe), scendendo poi a 8 e 7 per le altre più celebrate italiche.

Ma a questa Padova, mi comprometto dando 9 e mezzo, cioè il meglio del Belpaese; e a quanto pare sembra parere condiviso dai colleghi maratoneti e mezzimaratoneti, se è vero che qualche settimana prima hanno esaurito tutti i posti disponibili, arrivando al traguardo in 1244 per la 42 (col calo fisiologico dei ritirati, anche per il caldo umido che si faceva sentire fin dai primi km), e 2150 per la mezza, partita da Abano e che in comune con noi avevano grossomodo gli ultimi 15 km. Le statistiche del 2022 dicevano di 1045 maratoneti e 1398 nella mezza, dunque siamo ad una crescita assolutamente unica nel panorama italiano che registra invariabilmente segni meno.

Il primo segnale di una buona accoglienza, users friendly, sta nella possibilità di ritirare il pettorale la domenica mattina: cosa generalmente negata dagli organizzatori delle majors italiche, con l’eccezione (per quanto risulta alla mia esperienza) di Ravenna: majors che dunque impongono a chi corre una tassa supplementare (vero Bologna? Poi non lamentarti se da un anno all’altro perdi centinaia di iscritti).

Una seconda cosa, che in Italia è una norma tollerante molte eccezioni, è la chiusura ASSOLUTA alle auto, non solo del nostro percorso, ma anche di tutta Padova, circondata da cartelli di divieto di transito (ampiamente preavvisati da tabelloni luminosi) addirittura fino alle 8 di sera. A un vigile che, in periferia della città, spiegava a una signora che fino alle 8 non poteva entrare, mi sono permesso di dire che aprissero prima, dopo le 15 nessuno di noi era più per strada… A proposito di vigili: non ne ho mai visti tanti a presidiare gli incroci. Di solito, quando va bene, c’è un vigile e due volontari con pettorina gialla: a Padova semmai era il contrario, segno che le autorità comunali hanno perfettamente capito e collaborato (viene in mente ancora Bologna, dove l’assessora ci ha accolto a denti stretti mandandoci immediatamente fuori città). A Sarmeola di Rubàno mi è anche capitato di ricevere il cinque dalla giovane sindaca, in mezzo a un festoso gruppetto di bambini.

Perfezione anche nella logistica: comodissimo il ritrovo allo stadio Euganeo, a un passo dalla magnifica tangenziale (basta, non voglio più fare il confronto con Bologna!), parcheggio gratuito, e trasporti in bus da qui all’arrivo e alla stazione e all’altro parcheggio di Guizza (un euro per un giorno intero… ho detto che non faccio più confronti!). Segnalazioni eccellenti, anche se magari i cartelli che indicavano i bus-stop potevano essere meno… simbolici: ma nella piantina scaricabile dal sito era ultrachiarissimo tutto.

In quantità mai viste anche gli scaglioni dei pacer: durante il mio incedere, sempre più penoso, ho tentato di seguire prima quelli delle 4.10, poi 4.20, poi 4.30 (capitanati dall’Onorevole), poi 4.45, arrancando infine dietro a quelli delle 5; e per fortuna che è arrivato il traguardo, se no chissà quanti altri palloncini avrei dovuto rimirare…

Il mezzo voto in meno lo do per l’assenza di spugnaggi: nelle istruzioni erano previste solo due docce nebulizzate, non c’erano nemmeno quelle; né il pacco gara comprendeva (come fanno alcuni) la spugna unica da portare con te e bagnare quando capita. Nel dubbio, ero partito con una mia, e appunto ai ristori (ottimi, ricchi, gestiti dagli Alpini) ci versavo sopra l’acqua delle bottigliette. Ma signori miei, il covid sopravvive soltanto nel terrorismo interessato delle virostar, niente ormai ostacola il ripristino degli spugnaggi a intervalli regolari: specie adesso che comincia a far caldo.

Il percorso è veloce (due soli mini-sottopassi, nessun cavalcavia, dislivello totale 75 metri), ma paesaggisticamente abbastanza anonimo; rettilinei anche di 3 km (da Caselle a Selvazzano, da Feriole a Bresseo dove c’era anche un paio abbondante di km in doppio senso, poi dopo Abano dal 32 al 38), raramente punteggiato da emergenze architettoniche, come l’abbazia di Praglia verso il 21, che però abbiamo solo sfiorato.

C’è tempo per raccontarsi storie: da Giulia di Torino, ex pallavolista, che qui esordisce in maratona istruita da Andrea Schiavon; a Debora da Trento, 3.17 in maratona, che corre con una gamba “nuova” dopo una delicata operazione, e si sta preparando al Passatore; a quel signore che negli ultimi km racconta la sua storia (non a me, che però sono nei pressi): 47 anni, insieme da 26 con una ragazza di 41, nell’autunno scorso si decidono per un figlio, ma a lei è diagnosticato un tumore. Operazione, biopsia, il tumore è benigno; usciti dall’ospedale, “fan*** a tutto, adesso il figlio lo facciamo”. Vi voglio bene, di cuore, che il Santo vi prenda sotto le sue ali.

E chi porta pazienza sul percorso è alla fine premiato: dal 38 si cominciano a costeggiare e oltrepassare i canali del capoluogo, e dopo il 39 si presenta uno degli scenari più favolosi di tutta Italia: porta S. Giovanni, via del Vescovado, Duomo, Torre dell’Orologio, Piazza dei Signori (dove meriterebbe di fermarsi a godere della Grande Bellezza), piazza della Frutta, tomba di Antenore, Basilica del Santo (purtroppo la statua di Donatello è ingabbiata), e infine verso lo scenografico Prato della Valle, dove la sofferenza e insieme il godimento hanno termine.

Medaglia, che riproduce appunto Prato e il Santo, guastata solo dalla scritta “In the city of sport”, dove avrei preferito un motto in padovano, ostregassa de na beverassa, ghe l‘avemo fata, viva la siora Nadaìna, o come diceva Nereo Rocco, “gh’avemo batù le croste”. Ritiro borse, ritiro pacco gara, pasta party o (come preferisco io) sdraiarsi sul prato in attesa dei pochi amici che devono arrivare, dal marò Adriano Boldrin (qui, una tantum, nella mezza) fino a Luca Gelati che vorrebbe chiudere nel tempo massimo delle 6h30 e qualche rotto, ma non è ultimo perché dopo 2 secondi è classificata la formosa supermaratoneta Barbara Cosma.
Peccato che solo dopo 28 ore (circa) dalla conclusione Endu abbia saputo pubblicare la classifica completa, anche dopo le 5h30 come era stato fin verso le 18 di lunedì. E così vediamo che Ol Sindic Simonazzi (a m’arcmand, fra 3 settimane si va alla sua maratona di Curtatone) con 6.08:55 ne tiene ben 7 dietro, gente che di maratone ne corre a centinaia, come ne ha corse anche la fornaia cernuschese Rita Zanaboni (oggi 6h01; nel 1994 3.19 "tirando" il sottoscritto al suo record).

https://www.endu.net/it/events/padovamarathon/results

https://podisti.net/index.php/in-evidenza/item/10085-padova-padova-marathon-successi-per-chumba-e-bikila-nella-mezza-per-kipyeko-e-jemutai.html

Poi, non so rinunciare ad altri 300 metri fino alle docce (belle calde) nello stadio Appiani, quello appunto dove si esibivano Pin e Blason, Scagnellato e Zannier, Tortul  e Pison; dove il Paròn, se un suo pupillo sbagliava un pallone, gli diceva “tì xe tanto mona che na volta al mese te vien fora el sangue dal naso”. Lo sport era quello, non di questi mercenari tatuati che mettono per vezzo la mascherina sul naso e quando fanno gol inscenano balletti intorno alla bandierina del corner o si mettono il pallone sulla pancia.

Lo sport autentico è anche il nostro (negli spogliatoi rivedo il concittadino Vanni Casarini, che in un arrivo sul lago di Garda mi batté allo sprint, oggi invece mi ha dato mezz'ora); e questa Padova ci aiuta a realizzarlo.

16 aprile – All’interno della 44^ Camminata Sampolese, non competitiva da 11 km con l’aggiunta di gare agonistiche giovanili tra gli 0,4 e 1,6 km, la Uisp reggiana, sempre all’avanguardia quanto a originalità di contenuti, ha riproposto il “Giro dei Castelli”, la cui unica edizione era andata in scena nel novembre 2019, patendo poi la clausura del Covid.

Collocazione ideale, questa che sostituisce la tradizionale data d’autunno, perché almeno nella nostra regione si trova a 9 giorni dalla sentitissima 50 km di Romagna e ne costituisce la preparazione-collaudo ideale (poi, come tutti sanno, la 50 di Castelbolognese costituirà il collaudo per la 100 del Passatore). Così, per esempio, Francesca Braidi (una freschezza da trentenne per una signora del 1973, e che andrà alla 50) e Paolo Malavasi (che intanto va alla maratona di Madrid, poi, lui del 1951, esordirà nel Passatore), hanno gareggiato con giudizio, senza strafare, chiudendo in 2h 37 e 2h42. Niente premi di categoria, altrimenti Francesca sarebbe stata seconda  nelle F 50 e Paolino avrebbe vinto gli M 70 (vi lascio indovinare chi sarebbe il secondo), ma un eccellente allenamento, magari un pelino faticoso ma va bene così.

A dominare, e non è la prima volta in questa stagione, è stato Giuseppe Castiello, classe 1981 dei Modena Runners, che ha tagliato il traguardo regalando una simpatica passerella a un bimbetto molto orgoglioso in 1.35:46, con due minuti e mezzo su Enrico Rivi (Amorotto Carpineti) e tre e mezzo su Massimo Sargenti, altro Modena Runners.

Modenese di montagna, e non nuova a queste imprese, è anche la vincitrice, Manuela Marcolini (Sportinsieme), cui è stata assegnata la vittoria con lo stesso 1.53:06 della seconda, Elena Neri (Pol. Rubiera), arrivata un paio di metri dietro. Da notare che secondo il real-time avrebbe vinto la Neri con 1.52:57, cinque secondi meglio della Marcolini: prima di sollevare un polverone, con Marescalchi e il giudice-capo Mainini a tirarmi addosso le pietre della rupe di Canossa, dico che l’ordine d’arrivo è quello del tempo dallo sparo, il distacco al traguardo è netto, e se la Neri è partita 9 secondi dopo lo sparo (o meglio, il fischio di partenza: addirittura un secondo dietro me), è “colpa” sua; ma aggiungo che se la gara si fosse disputata all’epoca del Covid, quando c’erano le partenze distanziate, avrebbe vinto la Neri, come pure in molte maratone estere dove l’unico tempo preso è quello reale.

Allo stesso modo che (il ricordo torna, siccome abbiamo corso vicino ad Albinea) in una maratona che si concludeva a Bolzano, il sottoscritto e William Govi tagliarono il traguardo mano nella mano stringendo un ramoscello d’ulivo, ma nella classifica io fui avanti di parecchie posizioni perché ero partito dopo…

L’obiezione, ragionevole, è che se valesse solo il real time anche per le prime posizioni, qualcuno potrebbe applicare la tattica di partire indietro, poi raggiungere il battistrada e stargli vicino, senza mai tentare di superarlo, tanto poi il chip gli darà ragione. Dunque, per ora, lasciamo così le cose, senza invocare un dibattito tra il figo Giannini e l’affascinante Cuzzocrea alla corte di Lilly Gruber.

A San Polo, comunque, le due battistrada hanno fatto il vuoto, tanto che la terza, Elena Malvolti, è giunta a quasi 13 minuti.

Il percorso, che nel programma ufficiale era dato come lunghezza di 24,500 con +400 D, secondo l’annunciatore sarebbe stato di 25,400. Il mio Gps dà 24,850 +450 D; in mancanza di cartelli con segnalazioni chilometriche (anche le frecce indicatrici, solitamente abbondanti, latitavano tra il km 13 e il 20), ho notato un km 20 segnato sull’asfalto quando il mio Polar diceva 19,500. Al di là della quisquilia, mi è parso di ravvisare nella prima parte del tracciato una antica gara in linea, che da San Polo arrivava al castello di Canossa, dunque 12,5 km, che quell’anno sostituì la tradizionale partenza da Vezzano. In questa gara odierna ci sono state risparmiate le salite fino in cima ai castelli: dopo la base di Canossa, che segnava il punto più alto a 521 metri, si è discesi alquanto, per poi risalire ai 419 metri del castello di Rossena verso il km 17; seguiva la discesa più accentuata, 4 km fino a Ciano, da dove in teoria la strada sarebbe pressoché pari, e invece siamo stati indirizzati su un ghiaiato lungo un canale, sicuramente pittoresco ma con una salitina finale che si concludeva solo a un km dall’arrivo.

Giro comunque bellissimo, tutto corribile e panoramico, con visuale quasi costante sui due castelli da raggiungere, e sguardo che spaziava dal vicino Appennino reggio-parmense, ancora con chiazze di neve, alla pianura chiusa dalle Alpi veronesi. Quattro ristori, ben forniti, e sbandieratori nei punti delicati di svolta o attraversamento (comunque, le auto lungo il percorso si contano sulle dita di una mano; senza limiti invece i ciclisti, più o meno emuli dell’eroe locale Prodi).

Il pacco gara per i non-premiati conteneva una bottiglia di lambrusco di Albinea, un paio di calze (sempre utile) e uno scaldacollo che dovrebbe essere per me circa il quindicesimo avuto in gare di podismo. Ma il nostro premio gaudioso ce lo darà, di lì a poche ore, nel vicino Mapei Stadium il Sassuolo, castigando ancora una volta Allegri e sicuramente stimolando Ambra a stappare una buona bottiglia.

A San Polo, intanto, ottimi i servizi di segreteria, il ristoro finale (comprensivo di crostate, ma non del bianchetto per buttarle giù), gli spogliatoi e il locale per la custodia bagagli; eccellente anche il gnocco fritto venduto in zona. Magari, se entrando in San Polo ci fosse stato qualche cartello che indicava il ritrovo, avrei evitato un giro panoramico del paese: ma si sa, se i chip non sono ancora entrati nel regolamento federale, invece Googlemaps sta diventando obbligatorio per chi guida.

10 aprile – Il lunedì dell’Angelo è tradizionalmente dedicato, per i modenesi, alla “Camminata della Solidarietà”, allestita presso la sede della Croce Blu nel quartiere San Faustino (era all’incirca il km 16 della maratona di Maranello-Carpi, e nel vicino negozio di Lupo si faceva un po’ d’animazione).

Oggi però l’atmosfera era mesta, per la notizia che ci aveva raggiunto sabato sera, della morte improvvisa e inspiegabile del podista vignolese Antonio Bagnoli, 49enne che meno di un mese fa aveva corso in 1.44 alla mezza di Pieve di Cento, il 19 febbraio in 3.22 alla maratona di Carrara, e in 3.23 alla maratona di Ravenna nel novembre scorso. Era anche all'ultima Cinque Mulini, elegante con la sua bandana gialla in testa. In suo ricordo, i circa 800 partecipanti hanno osservato un minuto di raccoglimento prima della partenza.

La gara è una classica non competitiva dove si viene – come si suol dire – per “smaltire” il pranzo pasquale: salvo che sui tavolini delle società troneggiano bottiglie di spumante, colombe e torte casalinghe come quella squisita di Manila Grenzi della Sassolese, cui non ha saputo dir di no nemmeno Italo il fotografo (“ma non pubblicare la mia foto mentre mangio!”). Iscrizione alla quota irrisoria di 2 euro col corrispettivo di una bottiglia di aceto balsamico industriale (nella mia dispensa ho raggiunto la quota di 21, tutte provento di gare podistiche).

Percorso più lungo dichiarato di 12 km (in realtà 11,3), attraverso un quartiere molto rinnovato negli ultimi anni, purtroppo anche con casoni a parallelepipedo stile DDR, poi ricalcando vari percorsi urbani arcinoti, compreso quello della Corrida fino a San Geminiano/Cognento. A un km dalla partenza e dall’arrivo c’è il PalaAnderlini, secondo tempio della pallavolo modenese, intestato alla memoria di Franco Anderlini allenatore della gloriosa Panini, poi della Nazionale, otto volte scudettato, e vecchia conoscenza di famiglia: era militare ad Asolo col suo coetaneo e mio (futuro) padre, e l’8 settembre ’43 gli uccisero il loro capitano Greco. I due scapparono in bicicletta (presa chissà a chi) fino a Modena; poi mio padre fu testimone di nozze di Franco, che morì in un incidente stradale a 62 anni, consegnandosi definitivamente alla Storia. C’ero anch’io l’ultima volta che si incontrarono, sotto la chiesa di San Biagio: Anderlini aveva un gran barbone e portava a spasso un cane enorme, ed è meglio che non riferisca che tipo di discorsi politici faceva…

Torniamo ad oggi, più che altro per riferire delle chiacchiere dipanate lungo il percorso, sotto un cielo limpido e una temperatura giusta, coi progetti per l’immediato: Cecilia che sta per affrontare la 50 di Romagna, Paolino e Maurito che invece vanno alla maratona di Madrid, mentre Werter Torricelli è attirato dalla maratona di Mantova anche se non passa da Mantova, e il sottoscritto non sa o non dice; invece il “comunista ciellino” Barbolini si è dato al ciclismo, Simona Neri sbandiera girando video, Alessandra Fava troneggia in tutto il suo splendore dando appuntamento al trail delle Tre Croci, Reginato fa lo speaker, la coppia Baruffi-Del Carlo corre in relax dopo i successi di sabato.

L'altra notizia triste è che il nostro amico supermaratoneta A.V., centinaia di maratone corse ovunque, adesso non riesce più correre dopo una vaccinazione Covid. Tutto in regola, per i talebani vaccinisti?

Perfetta la chiusura al traffico, abbondante il ristoro finale (quello intermedio lo saltiamo perché c’era da fare la fila), megapremi di società col Cittanova che mette insieme addirittura 159 pettorali. Per oggi va bene così, da sabato prossimo si ricomincia a fare sul serio.

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