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Apr 12, 2021 973volte

Paluzza (UD) – Sky Race Carnia – La mezza d’inverno: “e del comun la rustica virtù”

Paluzza (UD) – Sky Race Carnia – La mezza d’inverno: “e del comun la rustica virtù” Roberto Mandelli

11 aprile - Friuli: terra piccola, tormentata, poco conosciuta dal grande turismo (se si escludono le spiagge) eppure bellissima. Ancor più isolata la Carnia, da Tolmezzo al confine con l’Austria: una serie di valli dolci, un’infinita successione di colline e cocuzzoli, ognuno col suo borgo, o almeno una pieve con campane che suonano più forte che tutte le altre d’Italia. Se sei sotto un campanile friulano (e qui le campane suonano anche alle 6 di mattina) è inutile parlare, perché non ti sente nessuno.
Sarà anche per questo che i friulani parlano poco, ma di che qualità siano l’hanno dimostrato, al resto del mondo, dopo l’Orcolàt, il doppio terremoto del maggio e settembre 1976: mille morti, 18mila case distrutte, cittadine come Gemona e Venzone quasi rase al suolo. Ma come scrisse Gianni Rodari l’8 maggio «Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto»; qui la gente si chiama Zoff, Burgnich, Ortis, Di Centa (ci siamo capiti), e li abbiamo visti tutti raccogliere i sassi, uscendo dai tendoni sotto quella pioggia che non finiva di cadere, e impastare la malta, e tirare su i muri. Già dal 1983 il presidente Pertini e papa Wojtyla erano da queste parti a salutare case, edifici pubblici, chiese ricostruite. Il duomo di Gemona è tornato ad essere la cattedrale meravigliosa di sempre; Venzone dentro la sua cerchia murata merita la qualifica di borgo più bello d’Italia (restano le rovine della chiesa di San Giovanni Battista, volutamente lasciate così perché nessuno dimentichi).
Nelle foto amorevolmente selezionate da Roberto Mandelli, la 1, la 8, la 27-30 testimoniano questa storia; mentre la 31 ci riporta tanto più indietro, all’insediamento romano di Forum Iulium, il più settentrionale d’Italia, che se fosse scavato tutto rivelerebbe una nuova Pompei (una signora mi diceva che sua mamma vangando la terra tirava su le monete romane e i frammenti di ceramiche), e intanto ha lasciato all’oggi i suoi nomi (Zuglio per il paese, Friùli per la regione). Mentre le foto da 44 a 49 testimoniano la vita medievale dei luoghi, attorno alla pieve di San Pietro che esisteva già al tempo di Carlo Magno e il cui cimitero è, si può dire, il sacrario delle famiglie locali a cominciare dagli Agostinis, nome evidentemente romano e augusteo. Numerosi gli itinerari (foto 11), fino a un giro complessivo delle 11 pievi carniche in 20 tappe.

Irrobustiti da queste visioni, e dalle poesie di Carducci che qui soggiornò estasiato “de la But che irrompe e scroscia… al fragor”, “tra il profumo degli abeti – ed il balsamo dei fior”, mi sono lasciato convincere dall’offerta intrepida della prima invernale di un trail che solitamente si svolge a principio d’estate (è infatti programmato per il 20 giugno prossimo), ma presenta questo antipasto anche a compensare la gara rinviata nel 2020.
Le previsioni del tempo erano pessime fin dall’inizio della settimana, e ancora il sabato garantivano pioggia copiosa e persistente per tutta la domenica: questo spiega forse che dei 227 iscritti solo in 137 ci siamo presentati alla doppia partenza (prima le donne, e 3 minuti dopo gli uomini) nella piazza del Municipio, dopo aver espletato senza problemi tutte le pratiche ormai usuali (temperatura - nel mio caso al solito 36,1; mascherine, distanziamento), con l’aggiunta di impermeabili, guanti, bandane per i più timorosi. Tutto sotto lo sguardo premuroso del sindaco, dell’intero corpo dei vigili, e in più di carabinieri, guardia di finanza, alpini come al solito a sorvegliare bivii e incroci: le foto 11 e 14 documentano l’impegno e  l’entusiasmo di una comunità intera, nel quadro di un pieno rispetto della legge contro cui nulla hanno potuto le forsennate campagne di chi (dal suo squalificato pulpito) in un delirio di impotenza chiede dimissioni, minaccia commissariamenti, e magari correggerebbe il bollettino della vittoria del suo antenato maresciallo Diaz per escludere Paluzza dalla redenzione (“magara andaressimo con l’Austria!”, ci ha confidato don Pericle Peruzzi, cappellano militare e assistente spirituale nell’episcopato di Carnia).
E l’associazione sportiva Aldo Moro programma un calendario pieno, che vuole ricalcare le manifestazioni del 2019 come si vede dal cartello della foto 51. “Questo, al nome di Cristo e di Maria – ordino e voglio che nel popol sia. – A man levata il popol dicea Sì” al proclama del console del comune rustico, tra i noci della Carnia.

Nella notte di sabato è piovuto (“freddo e nitido è il lavacro – ed il sole anche non par”, sempre secondo il Vate), ma alle 9,30 scende solo qualche gocciolina nebulizzata, che poi smetterà del tutto salvo qualche istante, circa un’ora dopo. Credo di essere quello che arriva da più lontano, ci riconosciamo tra quanti eravamo alla Bora in gennaio, fioccano gli inviti (Mujalonga, Bavisela…?); uno degli organizzatori, Maieron, mi ricorda di aver giocato nella primavera del Modena nel 68, sotto il grande allenatore Laszlo Szekely e il tecnico delle giovanili Montanari. Come è grande, bello e insieme piccolo il nostro italico mondo. C’è perfino la Rai, qualcuno crede di vedere la mitica Botteri oggi libera dalle incessanti partecipazioni ai talk-show…
Si parte in regola e in allegria, mascherine per i primi 500 metri. “Un fremito d’orgoglio empieva i petti – ergea le bionde teste”, i primi 5 km sono in leggera discesa (meno 100 metri D) e puntano sui bellissimi abitati di Cercivento (Cürçuvint), Noiaris (i boschi di noci, le Nogare in veneto), Sutrio famosa per essere la base della mitica salita dello Zoncolan. Guardo il cronometro e resto stupefatto dei km fatti in 5:01, quando va male 5:14; da qui cominciano le salitine verso le chiese bianche che punteggiano il panorama, dal 5 al 7 saliamo di 75 metri, e allora si fanno anche dei km a 6:19 e 7:14, col cuore che pompa a 160. Ma siccome il cancello del km 10 è superato con ampio margine, indulgo a fotografare i paesaggi e a scroccare uno scatto dagli infiniti addetti (mi pare che su 21 km ci siano 6 posti di ristoro! Poi il Gps ti castiga con la sentenza dei km in 8’ e passa, ma ti consoli coi tranquillizzanti 150 del cardio). Il percorso si fa campestre, boschereccio, da gustare passo passo, sempre corribile: “e le rosse giovenche di sul prato – vedean passare il piccolo senato” di noi 137. Le galline beccano tra l’erba umida, un tacchino inalbera la sua pomposa ruota, più su ci sono le pecore, “la mugghiante greggia e la belante”.

Le prime posizioni, e gli eurini offerti in premio, saranno appannaggio degli atleti africani (ovviamente tesserati in Italia): tra gli uomini, l’etiope Kuashu Taye Damte vince in 1.11:34, a una media dei 3:23 incredibile, se consideriamo che c’era un dislivello di 480 metri e 6 km di sterrati e sentieri; a quasi due minuti e mezzo arriva il keniano Sammy Kipngetich, appena davanti a Tiziano Moia di Gemona.

Sesta assoluta, e prima donna, l’etiope Engidu Ayele Meseret in 1.23:05 (media 3:56), dodici minuti davanti alla seconda, Caterina Stenta da Trieste. Il gioco del real-time mi fa arrivare quasi a braccetto col pettorale n. 1 di Sara Annichini, classe 93 cioè molto più giovane dei miei figli. Le salite più dure stanno tra il km 15 della Torre Moscarda (dove un alpino sbandieratore mi invita a passare per il prato: “Ma è un taglio!”, obietto; “eh, ma chì  jà tajà tuti!”; sarà per questo che al mio Gps mancherà un centinaio di metri…), poi Treppo Carnico e il 19,5 di Englaro: il punto più alto sono i 680 metri del km 17,7, da lì si aprono belle prospettive sulla valle di Paluzza (sono le foto 40-42), dove le nubi stanno cedendo a qualche timido raggio di sole.

Il tempo massimo è generoso, e anche gli ultimi ci rientrano agevolmente (quando suona il campanone di mezzogiorno, e la gente esce da messa, è tutto finito). Le convenzioni con gli alberghi locali (popolati, vista l’epoca rossa con prospettiva arancione, di soli podisti e familiari) ci consentono il late check, la doccia in camera, e un pranzo di delizie friulane annaffiate da Tokay e Merlot, a un prezzo che si spende di più stando a casa.
Torno che (alla faccia delle 2255 calorie bruciate secondo il Gps) peso due chili più di quando ero partito.

Informazioni aggiuntive

Fotografo/i: F. Marri - R. Mandelli

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